Vengono in mente alcuni film di Marco Ferreri in cui c’è un forte rapporto del protagonista con un oggetto. Per esempio: “El cochecito” (1960), in cui si parla di un vecchio affezionato a una carrozzina da invalido.

Ma soprattutto penso al film “I love you”, con Christopher Lambert innamorato di un portachiavi. Questo film del 1986 si trova facilmente su youtube: basta scrivere “Marco Ferreri, I love you”. Se non l’avete visto, consiglio di scaricarlo.
Marco Ferreri apparteneva a un’epoca più complessa dell’attuale, nel senso di più cerebrale, riflessiva, contorta: un’epoca di nevrosi.
Quentin Dupieux appartiene alla nostra epoca, nella quale è più comune la psicosi.

Fateci caso: negli ultimi decenni dell’altro secolo si parlava molto di nevrotici (un simbolo: Woody Allen); ora nei film non si fa altro che parlare di pazzi; esempio recentissimo: l’ultimo film di Yorgos Lanthimos: Kinds of Kinderness, che sta girando nelle sale. Tre episodi, personaggi principali e secondari completamente fuori di testa.

La nevrosi si rapporta, in modo problematico e a volte drammatico, alla complessità della vita.

Nella psicosi la complessità è ridotta. Lo psicotico vive in una realtà complessa come se fosse semplice.

Oggi tutto è semplice, tutto è digitale. A una domanda angosciosa si risponde: sì, no; bianco, nero; uno, zero.

La risposta digitale ai problemi del mondo analogico a volte è efficiente, a volte è folle.
È successo qualche anno fa. Qualcuno ha manipolato il freno di una funivia senza porsi il problema delle possibili conseguenze. L’impianto funzionava ma ogni tanto si bloccava per l’intervento di un meccanismo di sicurezza. Soluzione: stacchiamo il meccanismo di sicurezza.
È molto più semplice manipolare il freno che fermare la funivia, smontarla pezzo per pezzo fino a trovare la causa del blocco.
Avrà agito un interesse economico? Forse sì, forse no. Pare che il tecnico avrebbe ricevuto lo stipendio anche se la funivia si fosse fermata. E allora perché ha accettato di bloccare il meccanismo di sicurezza?

Secondo me ha agito la tendenza attuale a cercare soluzioni semplici ai problemi complessi.

Sì, no; bianco, nero; 1, 0.
Di fronte a ciò che ci disturba è più semplice immaginare un complotto mondiale dei poteri forti che cercare le cause e trovare le soluzioni.

Torniamo al film.

Georges telefona alla moglie; si sente la voce decisa, priva di emozione, della moglie: «Non voglio sapere dove sei, non esisti più». Georges butta il telefonino nel cestino della spazzatura.

Passa le giornate in scorribande nei paesini di montagna, riprendendosi con la telecamera.
A una ragazza che lavora in un bar si presenta come un regista che sta girando un film. La ragazza è ammirata; il suo sogno è fare il montaggio dei film. Le piace rimontare al computer film noti; per esempio ha rimontato Pulp fiction di Quentin Tarantino. Il risultato l’ha delusa (ci credo), però si è divertita.

È interessante questa citazione nel momento in cui il film si avvia a diventare di genere pulp. Il regista cita le fonti.

La moglie di Georges ha bloccato il conto, cosicché l’uomo è costretto a dare la fede in pegno per dormire nell’albergo.
Quando è a letto parla con la giacca appesa alla spalliera della sedia. Georges vorrebbe essere il proprietario dell’unica giacca al mondo. Il sogno si deve realizzare, a qualunque costo.
Di sera va in giro rubando la giacca a chiunque incontra sulle strade solitarie di montagna. Utilizza un trucco “cinematografico”.
Ai giovani propone un provino, gli dà un po’ dei soldi che è riuscito a racimolare facendoseli prestare dalla ragazza che ha conosciuto al bar.

Il provino consiste in questo. «Tu metti la tua giacca nel bagagliaio della mia macchina, poi dici: giuro di non indossare mai più una giacca in vita mia».
Molti accettano. Un provino per un film non si rifiuta, soprattutto se è pagato. Recitano la battuta, mettono la giacca nel bagagliaio della macchina, la macchina parte lasciando sbigottiti gli aspiranti attori.

La follia ha fatto un passo avanti. La trovata rivela anche il senso dell’umorismo di Quentin Dupieux, che finora non era venuto fuori.

Continuano i gesti assurdi di Georges: ruba il cappello di daino a un morto, utilizza i pochi soldi che è riuscito a procurarsi (se li è fatti prestare dalla ragazza) per comprare un paio di stivali di pelle di daino. La ragazza gli regala un paio di pantaloni di pelle di daino. È attratta dalla follia di Georges.
Denise, la ragazza del bar, gli presta i soldi perché Georges l’ha ingaggiata come montatrice del film che, dice, sta girando.
Vede le scene girate ed è entusiasta; ha capito che l’uomo le ha raccontato delle balle ma vuole non solo montare, anche produrre il film.

Denise prova a dare un’interpretazione, come fanno i critici cinematografici. Dice: protagonista è la giacca, tutti ci nascondiamo dietro una maschera per proteggerci dal mondo esterno.
La ragazza chiede: «È questa l’interpretazione del film?» e, di fronte all’esitazione di Georges, che dice: «Forse è giusto, non saprei», aggiunge: «Tu dovresti saperlo».
Il regista non sa se un’interpretazione della sua opera è giusta. Che significa giusta?

Ora la follia è condivisa: Denise chiede scene più forti, vuole vedere scorrere il sangue.
Il sangue scorre, abbondante (lo immaginiamo) perché l’uomo non usa più il trucchetto “cinematografico” e comico per rubare la giacca alle persone che incontra; è un sistema troppo lento. Per fare prima le uccide, utilizzando una specie di spada che si è procurato.

Uccide a colpi di fendente chiunque incontra, nelle strade solitarie di montagna, per sottrargli la giacca. Va a cercare le vittime all’uscita dal cinema.
Forse il regista ci sta dicendo che andare al cinema è pericoloso? All’uscita potremmo trovare uno che rende veri i sogni e gli incubi che abbiamo visto rappresentati sullo schermo.
Anche questa è un’interpretazione, certamente banale, come quella di Denise. Il regista del film che stiamo vedendo risponderebbe con lo stesso sguardo esitante, perplesso di Georges («Forse è giusto, non saprei»).

Georges fa scavare una buca nella quale seppellisce tutte le giacche che ha sottratto alle sue vittime. Riprende tutto con la telecamera e dà le riprese alla ragazza per il montaggio.
La ragazza, sempre più entusiasta e partecipe del progetto, trova altri soldi per completare il film. Ora i folli sono decisamente in due.

Insieme comprano guanti di pelle di daino al cento per cento.

«Le sembro uno che indossa il sintetico?», Georges dice al giovane commesso che gli fa presente una possibilità più economica; la ragazza aggiunge, rivolgendosi al giovane, che rimane interdetto: «Lui è uno che fa strage».

Georges vuole farsi riprendere così, vestito interamente di pelle di daino: giacca, pantaloni, stivali, cappello, guanti. È felice, corre nel prato, allarga le braccia, ripetutamente grida «Riprendimi».

Ho avvertito e quindi suppongo che fino a questo punto nella lettura sia arrivato chi ha visto il film o chi, come me, non dà importanza allo spoiler. A me interessa come la storia è raccontata, anche se la conosco, anche se so come va a finire. Se non fosse così non potrei mai vedere un film per la seconda volta.

Georges viene ucciso con una fucilata precisa dal padre di un ragazzino che lo fissava con espressione severa e Georges aveva respinto colpendolo con una sassata alla testa.

Il padre del ragazzo si è vendicato: ha alzato la carabina e ha tirato il grilletto.
Denise continua a riprendere la scena, si avvicina al cadavere, gli sottrae la giacca, la indossa, continua a riprendere.
Forse sarà lei a concludere il film che Georges girava, il film che ha finito per confondersi con il film che stiamo vedendo.

Si potrebbe cercare di estrarre significati, interpretazioni più o meno banali da questo thriller pulp, come dai film di Marco Ferreri. Gli amici che si riuniscono per una grande buffe, e si abbuffano di cibo fino a morirne, sono solo amici che vogliono isolarsi dal mondo e mangiare o rappresentano altro?

È una domanda che possiamo porre a noi stessi, non possiamo porla al regista, non solo perché è morto, e quindi non può risponderci, ma anche perché, secondo me, lui sa che voleva riprendere una grande abbuffata. Forse anche a Marco Ferreri sono venuti in mente i significati profondi dei personaggi, ma una cosa è certa: se avesse avuto l’intenzione di costruire simboli non avrebbe fatto un capolavoro.

Stessa situazione per DOPPIA PELLE, di Quentin Dupieux. Ognuno lo prenda come crede.

Jean-Gab cerca di attenersi a un piano, di seguire una strategia per raggiungere uno scopo. Guarda un po’ più avanti. Manu guarda solo nell’immediato.
Non sono cattivi, ma non hanno limiti, agiscono da incoscienti; possono stordire un vecchio per impossessarsi di un camper, accettare di trasportare una valigetta senza sapere che cosa ci sia dentro, sognano di arricchirsi con furti facili.
Il mondo intorno a loro funziona anche peggio del loro mondo.
Hanno almeno un valore, forse uno solo, ma forte: l’amicizia tra due uomini che si conoscono da sempre, si capiscono a volo, si perdonano tutto.
Qualunque cosa accada, per rimettere a posto la situazione basta dire toro-toro incrociando i pugni chiusi con le dita sollevate per rifare le corna del toro.
Con questo gesto qualunque screzio viene superato, niente rimproveri, ripensamenti, accuse reciproche.

Anche in Mandibules c’è un elemento surreale, ma non viene da uno psicotico distrutto dalla vita, come in DOPPIA PELLE.
Si tratta di una mosca grossa come un pollo che i due amici trovano nel portabagagli di una macchina rubata.
Non si meravigliano più di tanto e, in fondo, non ci meravigliamo neanche noi, ci abituiamo subito all’idea.
La mosca gigante, animata con molta abilità, diventa immediatamente reale, per loro e per noi. Arriviamo a vedere il mondo attraverso gli occhi composti della mosca.
I due amici concepiscono – è un’idea di Jean-Gab che Manu accoglie senza difficoltà – il piano di sfruttare la mosca per “fare i soldi”.
Una mosca gigante può entrare in posti inaccessibili e, se addestrata, può rubare per conto dell’addestratore.
«È come un drone», sentenzia Jean-Gab, «col vantaggio di non dover cambiare le pile». Toro-toro.

Indubbiamente la riuscita di questo film è dovuta per buona parte ai due attori che interpretano gli amici, David Marsais e Grégoire Ludig, conosciuti in Francia per la loro comicità demenziale.
Il film è breve; il regista ha preferito non strafare, non ripetere gag scontate sulla mosca gigante.
È riuscito a sorprenderci in ogni passaggio e a divertirci.