
“1917”, regia di Sam Mendes.
Ho visto le trincee della prima guerra mondiale, dove combatté e morì Pietro Pirozzi, il fratello di mia nonna di cui, da piccolo, sentivo parlare spesso in famiglia, soprattutto dall’unica sorella sopravvissuta, la famosa zia Tanina (contrazione di Gaetanina).
La sorella di Pietro e di mia nonna, rimasta nubile, viveva con noi ed è stata un personaggio importante della mia infanzia: fino alla prima adolescenza dormivo nella sua stanza.
A diciott’anni Pietro era stato chiamato a combattere nella prima guerra mondiale e non era tornato a casa: disperso.
Ho visto le trincee. Non sono le stesse che Pietro conobbe prima di morire.
Tanto per cominciare, non sono vere ma ricostruite. Sto parlando, ovviamente, della scenografia del film “1917” di Sam Mendes.
In secondo luogo, si tratta delle trincee scavate dall’esercito di sua maestà Giorgio V sul fronte occidentale, dove i britannici e i francesi si scontrarono con i tedeschi.
L’esercito italiano combatté, dalla stessa parte, prevalentemente lungo una linea curva che va dal confine con la Svizzera, a ovest, fino al mare Adriatico (golfo di Venezia), a est. Britannici e francesi sul fronte occidentale (Erich Maria Remarque), noi sul fronte orientale.
Credo che le trincee si assomigliassero tutte.
Certamente si assomigliavano le buche prodotte dai colpi di cannone; dovunque si riempivano di acqua piovana, di neve, di cadaveri.
Uomini e cavalli decomposti. Sul fronte italiano c’erano anche i muli, utilizzati sulle strade impervie dei monti.
Le divise degli eserciti erano diverse. Molto diverse le divise dei colonnelli, dei generali, che amavano infiocchettarsi, distinguersi, coprirsi il petto di medaglie che si attribuivano tra di loro (tutti parenti). Un generale rimase mezza giornata davanti allo specchio mentre i soldati combattevano e morivano; il generale non riusciva a staccarsi dalla sua immagine riflessa e mormorava tra sé e sé: «Quanto sei bello!». (Chi me l’ha raccontato? Nessuno. L’ho pensato io).
Pur essendo diverse tra i diversi eserciti, le divise dei soldati si assomigliavano; la moda autunno inverno, e anche primavera estate, dettava per le divise dei soldati di tutti i paesi un’unica regola: risparmiare, sulla stoffa, sulle scarpe, su tutto.
Gli scarponi dei soldati inglesi erano di buona qualità, dotati di fasce mollettiere che impedivano l’entrata dell’acqua quando i fanti si ritrovavano a camminare nel fango.
Sugli scarponi e sugli stivali degli italiani c’è la testimonianza di Carlo Emilio Gadda, che combatté nella Grande Guerra e fu fatto prigioniero dai tedeschi.
Il 20 settembre 1915, a Edolo, dove era arrivato in quanto allievo ufficiale degli alpini, prima di essere inviato sul Carso, nel “Giornale di guerra e di prigionia” scrisse:
«… … … … … …
I nostri uomini sono calzati in modo da far pietà: scarpe di cuoio scadente e troppo fresco per l’uso, cucite con un filo leggero da abiti anzi che con spago, a macchina anzi che a mano. Dopo due o tre giorni di uso si aprono, si spaccano, si scuciono, i fogli delle suole si distaccano nell’umidità l’uno dall’altro. Un mese di servizio le mette fuori uso. Questo fatto ridonda a totale danno, oltre che dell’economia dell’erario, del morale delle truppe costrette alla vergogna di questa lacerazione e, in guerra, alle orribili sofferenze del gelo! … … … … … … Non è esagerazione il riconoscere come necessaria una estrema sanzione per i frodatori dell’erario in questi giorni poiché il loro delitto, oltre che frode, è rovina morale dell’esercito. Io mi auguro che possano morire tisici, o di fame, o che vedano i loro figli scannati a colpi di scure. Non posso far nulla: sono ufficiale, sono per giuramento legato a un patto infrangibile di disciplina; e poi la censura mi sequestrerebbe ogni protesta.»
Questo scrisse Carlo Emilio Gadda mentre i poveri soldati, tra i quali c’era il mio prozio Pietro, camminavano nel fango e nella neve con quelle scarpe che, ”dopo due o tre giorni di uso si aprivano, si spaccavano, si scucivano.”
Non poteva fare altro, Carlo Emilio: poteva solo lasciare questa testimonianza. Si doveva obbedire.
Gli elmetti consentivano di distinguere tra i soldati appartenenti ai vari eserciti.
Le caccavelle (pentole) che proteggevano la testa dei soldati inglesi erano tonde, larghe, circondate da una falda; la loro forma un po’ ricordava i buffi copricapi neri che una volta si vedevano in testa ai preti in uscita, i cappelli detti Saturno. Le scodelle copricapo dei soldati inglesi avevano la falda stretta e un po’ curva; quella dei Saturno era diritta e, naturalmente, il cappello poggiava in modo molto più delicato e gentile sulla scatola cranica dei preti.
Gli elmetti dei soldati italiani erano bombati e privi di falda.
Solo a vederle, quelle caccavelle pesanti, fanno venire il mal di capo.
I tedeschi sostituirono nel corso della guerra l’elmo ottocentesco prussiano (fornito in cima di un puntale conico) con la calotta d’acciaio che copriva interamente la nuca fino all’inizio del collo (o alla fine, dipende da dove lo facciamo cominciare).
L’elmo germanico, nel successivo periodo nazista, divenne simbolo evocatore della crudeltà, molto più dell’immagine del conte Dracula, che, in confronto alla maggior parte di quelli che stavano sotto a quell’elmo, era un bonaccione con gusti un po’ particolari e una struttura dentale non bella ma adeguata a soddisfarli.
Gli zaini, pesanti, erano caricati senza pietà sulle spalle dei fanti.
Nel film apprendiamo che gli zaini inglesi erano riforniti delle scatolette che il caporale del film lascia alla povera donna francese perché possa sfamare la sua bambina.
Il caporale è generoso: anche lui ha fame e all’inizio scambia con il compagno un po’ di pane e bacon che, dice, sa di scarpa vecchia.
Le scatolette sono aggiunte alla normale razione all’inizio della missione, con le granate e altre munizioni.
I poveri soldati portavano tutti gli stessi fucili, o molto simili (non m’intendo di fucili), la stessa stanchezza, la stessa paura, lo stesso orrore per il contatto continuo, ravvicinato, con i corpi feriti, amputati dei commilitoni, con i cadaveri putrescenti.
Molti giovani furono mandati a fare la guerra, a uccidere e a morire, mentre i re e i generali, al riparo, comandavano e gli industriali si arricchivano.
28 giugno 1914: uccisione a Sarajevo di Francesco Ferdinando d’Asburgo, erede del trono d’Austria.
28 luglio 1914: dichiarazione di guerra dell’impero Austro-Ungarico alla Serbia. Con l’entrata di altre nazioni da una parte e dall’altra la guerra diventa mondiale.
24 maggio 1915: entrata in guerra dell’Italia a fianco di Russia, Francia e Gran Bretagna.
11 novembre 1918: resa dell’Austria e della Germania.
La guerra è finita. Finalmente! Comincia il dopoguerra («Non facciamo che l’anno prossimo alla commemorazione i reduci di guerra diventano il doppio!» – copyright Totò).
In mezzo tra le due date di inizio e di chiusura delle ostilità ci sono battaglie vinte, battaglie perse, lacrime versate in varie parti d’Europa e del mondo.
Pietro Pirozzi, ultimo di cinque figli (l’altro maschio, Giovanni, era in seminario e se la cavò) fu chiamato a fare il soldato mentre l’Italia era in guerra e fu mandato al fronte.
In famiglia lo chiamavano Pətruccə (/Pətrutƒə/).
/tƒ/ rappresenta il suono della ci dolce; /ə/ indica la vocale media caratteristica della lingua napoletana.
Nel napoletano si evita il dittongo (ie, io): Pietruccio (/Piɛtrutƒiɔ/, con “e”, “o” molto aperte) diventa /Pətrutƒə/, che si può rendere, nella scrittura, con Pətruccə. I dittonghi si sono contratti.
Dopo la lettera del regio esercito che, in termini burocratici, dichiarava Pietro disperso, alla famiglia rimase ben poco. Due fotografie erano state inviate da Pətruccə sotto forma di cartoline; c’erano i saluti, un pensiero tenero rivolto alla madre e un altro a mia madre, la sua nipotina, Martina, che, nata nel 1916, non aveva fatto in tempo a conoscere. Si augurava di abbracciarla al ritorno. Martina era figlia della sorella di Pietro, mia nonna Carolina.
Chissà se si sono rivisti! Martina è morta a 93 anni, Pietro si è trovato in quella bolgia quando ne aveva da poco compiuti 18. Se fossi indiano prenderei un po’ delle ceneri di mia madre e le spargerei su ciò che rimane delle trincee in cui Pietro perse la vita: realizzerei il suo desiderio. Se fossi indiano e credente sarei più felice. Anche se fossi cattolico e credessi nella resurrezione dei corpi sarei più felice. Che idea! Il giovane Pietro incontra la nipotina morta a 93 anni. Come farà a riconoscerla? Mistero.
Dell’ultima parte della sua vita ai genitori, al fratello e alle sorelle rimasero le due cartoline e alcune lettere. Nient’altro. Disperso.
Immagino come abbiano consumato gli occhi su quelle due fotografie.
A quei tempi era complicato mantenere il fuoco per tutta la durata dell’esposizione. Il soggetto ritratto doveva stare fermo. La sigaretta è spenta. Probabilmente la forniva il fotografo per dare un senso a quel braccio teso, appoggiato a un treppiede.
La madre di Pietro si paralizzò dal dolore e rimase immobilizzata su una poltrona per il resto dei suoi giorni; nello stesso anno 1918 se ne andò anche mia nonna Carolina, stroncata dall’influenza spagnola portata in paese dai reduci della guerra.
Per molti giuglianesi, soprattutto per quelli che allevavano un futuro prete, la città di riferimento non era Napoli ma Aversa (seminario, diocesi, ospedale, manicomio, scuole). Città più piccola di Napoli e più “semplice” per un paesano; ci si andava con la favolosa ferrovia Alifana Piedimonte Matese (in origine si chiamava Piedimonte d’Alife) a scartamento ridotto, progettata fin dai primi del ‘900, entrata in funzione sulla tratta che collegava piazza Carlo III (Napoli) con Capua (quindi Giugliano con Aversa), nel 1913. Prima come facevano? Biroccio, carrozzella, piedivia.
Pietro aveva fatto in tempo a prendere la Piedimonte (così era chiamata). Era stato a Pompei (ricordi di zia Tanina), forse, qualche volta, a Roma, avendo un fratello seminarista.
A Pompei era andato in pellegrinaggio con gli altri familiari al Santuario della Vergine del Rosario; non credo avesse mai visitato gli scavi, che, a partire dalla metà del ‘700, avevano portato alla luce testimonianze della civiltà romana antica.
Non so quali studi avesse fatto; non mi dà l’idea di un intellettuale, anche perché, quando arrivò la chiamata alle armi, era molto giovane e raggiunse il grado di caporale. Quindi qualcosa aveva fatto a scuola.
In una vecchia libreria, che ora posso vedere solo con gli occhi dell’immaginazione, c’erano i libri su cui aveva studiato il futuro prete; non ho mai trovato il nome di Pietro su uno di quei libri.
Con i racconti di zia Tanina era come andare al cinema; aveva la capacità di dare vita alle parole.
Capivo subito quando il suo racconto toccava aspetti che voleva tenere per sé: contrasti in famiglia, liti, problemi; aspettavo, poi tornavo sull’argomento con una domanda fintamente ingenua, sfruttando, con la furbizia dei bambini, la sua dolcezza e la sua voglia di raccontare.
Pietro fu messo su un treno insieme ad altri ragazzi del paese (uno di loro, un falegname che si chiamava Mast’Antonio, riuscì a tornare dalla guerra e, raggiunta la vecchiaia, fu nominato commendatore insieme a un altro sopravvissuto).
Dopo un breve addestramento furono mandati in trincea, col fucile, lo zaino, la caccavella sulla testa, gli stivali, la stanchezza, la fame, il sonno, la paura.
Il 23 dicembre 1915, due giorni prima di Natale, Giuseppe Ungaretti si trovò in una trincea a vegliare un compagno morto.
Cima Quattro, il 23 dicembre 1915
Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore.
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
(Giuseppe Ungaretti)
La condizione in cui si trovarono questi ragazzi seppelliti nelle trincee è ben rappresentata dal film che ha innescato il ricordo dei racconti di zia Tanina.
Il regista, Sam Mendes, esordì nel lungometraggio (era regista teatrale) nel 1999 con American Beauty.
È un film che rivedo volentieri (ho il DVD) perché rappresenta una svolta nel modo di trattare, nella finzione cinematografica, lo scorrere del tempo.
Fino a Pulp fiction, di Quentin Tarantino (1994), le storie si svolgevano su una linea retta, su cui era disteso, tranquillo, pacifico, indifferente, col suo sigaro in bocca, il tempo, che andava avanti, dilatandosi o restringendosi in base alle esigenze del racconto. Ogni tanto un saltino, annunciato da una sfocatura caratteristica, ci portava per un po’ a un momento precedente; il flashback.
Un modo geniale di trattare il tempo si trova in Annie Hall (1977), di Woody Allen. Alvy Singer interagisce con il se stesso bambino, con i compagni di scuola, si siede nei banchi, parla con la maestra, con noi (più volte, in questo film, Woody “rompe la quarta parete”). Porta Annie e Rob a visitare il quartiere in cui è nato, la casa inserita nelle montagne russe; i tre amici si divertono osservando la grande famiglia dell’infanzia del protagonista. Sullo schermo interagiscono i personaggi del presente con i personaggi del passato. Geniale!
In Pulp fiction (1994) il tempo è una variabile indipendente dal racconto, che non si svolge in modo lineare. Eppure risulta tutto chiaro.
In American Beauty (1999), di Sam Mendes, il protagonista (interpretato da uno straordinario Kevin Spacey) ci informa, nell’incipit, che alla fine del film sarà ucciso. È già morto, parla dall’oltretomba e c’invita a riflettere: come cambierebbe la vostra vita se sapeste che tra poco finirà?
In 1917 Sam Mendes rende omaggio ai giovani del 1917, ai giovani dei treni, degli zaini e delle caccavelle sulla testa, tra i quali c’era il nonno del regista.
La trama è semplice, svolta, dicono, con un unico piano sequenza. Due giovani soldati inglesi ricevono l’incarico di attraversare le linee nemiche per portare a un reggimento di 1600 militari l’ordine di non muoversi, di non attaccare; se il comandante obbedisse a un precedente ordine di attacco, l’annientamento del reggimento sarebbe certo.
Come in American Beauty, colpisce la perfezione formale del film.
Il regista recupera lo svolgimento classico, lineare del racconto.
La storia si svolge su una linea che dalla prima immagine dei due giovani assonnati, svegliati e convocati a colloquio dal generale, passa attraverso sforzi immani per portare a termine la missione, prima da entrambi, con il salvataggio di uno dei due da parte dell’altro, poi, rimasto solo, dal superstite, che vuole salvare i 1600 compagni e mantenere la promessa fatta all’amico morente, a quel ragazzo che raccontava storie buffe.
Indimenticabili le scene nella città di Ecoust in fiamme, di notte: la narrazione si trasferisce dalla coscienza all’inconscio, diventa un incubo da cui il protagonista, e noi con lui, non riesce a svegliarsi.
Come in un incubo, il ragazzo corre, si agita, è inseguito, si nasconde, stringe alla gola il nemico, corre. Si ritrova sempre lì, tra muri crollati e fiamme.
Un attimo di riposo, una carezza sulla nuca ferita, una donna e una bambina richiamano alla vita; poi riprende la missione, la lotta degli uomini, senza tregua e senza pietà.
Il ragazzo corre, precipita nel fiume, sta lì lì per perdere i sensi, riesce a liberarsi a fatica dai corpi in decomposizione, risale la riva, cade a terra, scoppia in un pianto disperato, premessa della liberazione finale.
Qualcuno ha scritto che questo film ha la struttura di un videogame: una corsa tra ostacoli, con tappe intermedie da superare per guadagnare punti e raggiungere l’obiettivo finale.
Secondo me non è così. Se fosse un videogioco non ci emozionerebbe; ci emoziona (in crescendo) perché i corpi che vediamo, morti, feriti, distrutti dalla stanchezza, ci sembrano veri, non virtuali.
Sono vere le mani, le dita sporche di sangue, le unghie nere; è vera la stretta di mano tra il caporale che ha portato a termine la missione e il fratello del compagno morto. Naturalmente parlo di verità, non di realtà, in una forma d’arte basata sulla capacità di creare l’illusione della realtà (l’imbroglio nel lenzuolo: ó mbruogliə int’ó lənzuolə).
Forse il personaggio principale è poco approfondito; per non rallentare l’azione non ci viene concesso di capire fino in fondo la sua psicologia; alla fine ci rimane sconosciuto – anch’io conosco poco la psicologia di Pietro, solo qualcosa che ricavo dai ricordi raccontati da zia Tanina: eppure riesco a immaginare questo giovane paesano di famiglia piccolo borghese che si trova sbattuto in una trincea e non ne viene fuori.
Non sempre è necessario conoscere tutte le caratteristiche della psicologia altrui.
Fin dalle prime battute il personaggio principale del film sembra sconfortato, sembra non credere più a nulla: racconta di avere scambiato la medaglia d’oro guadagnata sul campo di battaglia con una bottiglia di vino.
Non aiuta il volto dell’attore, George McKay, poco espressivo. Quando non c’è un attore che parla con il volto dovrebbe aiutarci il testo. In questo film si parla poco, però capiamo che cosa spinge questo giovane sconfortato e stanco a farsi forza fino in fondo, a comportarsi da eroe, sull’esempio del compagno che amava raccontare cose buffe ed è morto per essere stato troppo gentile nei confronti di un soldato nemico.
Un’osservazione: alla fine il caporale ce l’ha fatta da solo; dunque la missione, difficile, era possibile.
Dato che questa missione era così importante per salvare la vita a 1600 uomini, per quale motivo il generale, all’inizio, non ha mandato dieci uomini anziché due?
C’è da pensare che al giovane caporale sia andata anche bene, perché, raggiunta la tenda del comandante del reggimento, avrebbe potuto trovare un generale infiocchettato nella sua divisa impeccabile, deciso a condurre l’azione fino in fondo per guadagnare un’altra medaglia da appuntarsi da solo sul petto, o con la complicità di un monarca.
Infatti l’ufficiale che aveva aiutato il giovane caporale ad attraversare una parte delle linee nemiche lo aveva lasciato con una raccomandazione: «Quando arriverai alla tenda del generale McKenzie, comandante del reggimento che stai cercando di salvare, dagli il foglio con gli ordini in presenza di testimoni»; «Perché?» aveva chiesto il caporale; «Perché alcuni generali vogliono combattere»; traduzione: vogliono portare a termine gli attacchi che hanno programmato, anche se costano la vita dei loro soldati.
Il film 1917 consiste in alcuni piani sequenza (naturalmente non uno solo, come hanno detto) con carrellate che ci fanno entrare in quelle strette trincee, dove anche muoversi era difficile e se uno, come il giovane caporale, doveva raggiungere con urgenza l’inizio della fila era costretto a urtare come birilli i compagni e, qualche volta, a calpestare morti e feriti.
Povero Pətruccə! Povero Pietro, chissà se anche lui, come il quasi omonimo soldato della canzone di Fabrizio De André, mentre moriva, fu vegliato “da mille papaveri rossi”.
