
11 aprile 2026 h 17.00
Cinema Adriano Firenze – via Giandomenico Romagnosi, 46
“The Drama – Un segreto è per sempre”, regia di Kristoffer Borgli.
En français: “The Drama”, réalisé par Kristoffer Borgli; le commentaire se trouve sur www.giovanniguarino.org
Vediamo il primo film del regista norvegese, con il quale si fece conoscere a livello internazionale nel 2022, al 75° Festival di Cannes nella sezione Un Certain Regard.
IL PRIMO FILM
“Sick of Myself” racconta di Signe, una ragazza scandinava che ha un lavoro, una casa, un compagno, ma è infelice.
Le sembra di avere una vita grigia, di essere “a real nowhere girl”, come nella canzone dei Beatles.
«He’s a real nowhere man / sitting in his nowhere land / making all his nowhere plans for nobody», «È un vero signor nessuno / seduto in un posto che non c’è / intento a rimuginare inesistenti progetti per nessuno», «Doesn’t have a point of view / Knows not where he’s going to / Isn’t he a bit like you and me?», «Non ha un suo punto di vista / Non sa dove sta andando. / Vero che è un po’ come te e me?».
Signe vorrebbe essere al centro dell’interesse e dell’attenzione altrui, ma teme di essere “nessuno”, come il nowhere man, o come gli anziani e solitari Eleanor Rigby e Father Mackenzie nei viali che portano al camposanto o al parco cittadino.
Ha tutta la vita davanti a sé, eppure teme di essere come loro.
Il suo problema è accentuato da una relazione sbilanciata con Thomas, un ragazzo superficiale, vuoto come una campana, capace di mettersi in ogni circostanza al centro dell’attenzione. I due sono in perenne conflitto.
Il loro rapporto è alimentato da una nevrosi complementare (il narcisismo sadico di lui, il masochismo di lei). Signe soffre ma non reagisce.
Non conosciamo la sua infanzia; c’è un indizio: odia suo padre. Quando, nel corso del film, teme di morire, sogna che gli sia impedito di partecipare al funerale.
La madre, credendo di aiutarla, le suggerisce di rivolgersi a un gruppo di medicina olistica. Bella espressione: nella realtà si tratta delle farneticazioni di un guru.
Thomas fa l’artista, nel senso che riunisce pezzi di design (soprattutto sedie e poltrone), crea nuove combinazioni ad capocchiam e le mette in mostra. Pare che a Oslo queste esibizioni siano apprezzate da alcuni, siano considerate arte.
Thomas non ha abbastanza denaro per comprare le suppellettili che smonta e riassembla per realizzare i suoi lavori. Nessun problema: le ruba. È un estroverso, non mette ostacoli tra il pensiero e l’azione. Signe si fa trascinare.
Uno sport largamente praticato da Thomas è la fuga successiva a un lauto pranzo consumato in un ristorante di lusso, prima di pagare il conto. Signe lo segue.
I furti improvvisati sono agevolati dall’atteggiamento affabile diffuso tra i negozianti nei confronti dei giovani dall’aspetto “locale”.
Il film potrebbe diventare una commedia all’italiana in ambiente nordico. Per fortuna prende un altro verso.
Cena tra artisti, agenti e babbioni finanziatori da raggirare con chiacchiere intellettuali.
Naturalmente tutti sono attenti a ciò che dice Thomas; la ragazza è ignorata.
Signe mangia di proposito alcune noci pur sapendo di essere allergica alla frutta secca. Forse non è allergica e finge il malore successivo, ma finalmente riesce ad attirare l’attenzione su di sé.
Quando il cameriere aveva chiesto «Qualcuno soffre di allergie?» e, nel silenzio degli altri, Signe aveva detto «Sono allergica alla frutta secca», era riuscita, per un attimo, a far convergere sulla sua persona l’interesse generale.
Fino a quel momento era trasparente, nessuno le chiedeva un’opinione, tutti gli occhi erano puntati su Thomas.
Poi si è sentita male o ha finto di sentirsi male e finalmente gli altri si sono accorti di lei. La malattia mette al centro del mondo. Tutti scopriamo, fin dall’infanzia, questo aspetto della vita.
Signe vive in una città fredda da tutti i punti di vista; lavora in un bar.
Vediamo passare un grosso cane davanti alla vetrina; sentiamo urli e un abbaiare furioso. Una donna sanguinante entra barcollando nel bar e cade a terra svenuta. È stata morsa dal cane. Nell’aiutarla Signe si sporca di sangue.
Nel tragitto verso casa, con la camicia macchiata di rosso, nota che tutti la guardano, finalmente.
È ciò che desidera: non essere ignorata in un mondo nel quale apparire è esistere, indipendentemente dal motivo per il quale gli altri ti notano, su internet, nelle riviste patinate, in televisione.
Signe cerca di farsi mordere da un grosso cane lupo lasciato fuori da un negozio. Il suo tentativo è interrotto dall’intervento del padrone del cane.
Fino a questo momento si erano manifestati disturbi relazionali con i quali è comune fare i conti nell’adolescenza. I disturbi diventano sintomi di malattia se si cerca una soluzione alla sofferenza procurandosi altra sofferenza.
Con questo episodio il regista fa un passo per portare avanti la sua tesi e la tensione, la cosiddetta suspense. Il passo a me sembra esagerato. Vuole farci credere che una ragazza infelice provochi un cane per farsi mordere e trovarsi al centro dell’attenzione.
A me sembra inverosimile, però bisogna aggiungere che i pregi e i difetti di un film (o di un romanzo) non dipendono da ciò che il regista (o lo scrittore) inventa ma da come racconta ciò che inventa.
Possiamo credere, mentre guardiamo il film, anche se siamo adulti, che uno spaventapasseri canti e balli insieme a un leone pauroso, a un boscaiolo di latta e a una bambina.
Signe inizia un percorso di autolesionismo.
Scopre su internet un farmaco russo tolto dalla circolazione perché produce gravi danni alla pelle. Tramite un amico che frequenta la parte oscura del web si fa portare a casa, via posta, una grande quantità di quel farmaco in pillole e comincia a ingerirle.
Sul volto si formano lesioni.
Ingoia altre pillole: le lesioni si aggravano, si estendono. Gli altri cominciano a notarla.
Questi segni mi ricordano, per analogia, i tatuaggi che ricoprono il collo, il petto, le gambe, le braccia, la pancia di tanti giovani. Mi ricordano i piercing infilati nella lingua, tra le narici, nei capezzoli, ai lati delle sopracciglia, nell’ombelico (ho un brivido di orrore solo a dirlo).
Il film coglie un aspetto autodistruttivo presente in larga parte della gioventù, la cui manifestazione più evidente, almeno simbolica, sono i tatuaggi e i piercing.
I tatuaggi non consentono ripensamenti, i piercing sono probabili veicoli di infezioni.
Signe fa una cosa analoga, anche se molto più pericolosa (il gesto è quello): introduce nel corpo una sostanza che causa eruzioni cutanee sempre più gravi ed estese.
Con questo non voglio dire che tatuarsi equivale ad avvelenarsi e non credo che il tatuaggio produca gli stessi danni di un farmaco vietato perché pericoloso. Forse produce danni minimi, ma non credo faccia bene alla pelle, fermo restando il diritto di ciascuno di fare quello che gli pare della propria pelle e del proprio ombelico.
Signe non rivela ai medici, ai quali si rivolge su suggerimento della madre, la causa della malattia.
I danni sempre più gravi non le bastano: continua a ingerire pillole.
I segni del masochismo, rivelato dal rapporto con Thomas, si rendono ancora più evidenti; il volto si deforma sempre di più. La madre le suggerisce di partecipare al gruppo di “medicina olistica” guidato da un guru. Naturalmente è una perdita di tempo.
La psicanalisi segue un percorso lungo, complicato, e non promette guarigioni. Lo psicanalista parla poco, non indirizza il paziente a un determinato comportamento; fa da specchio, punta al transfert come veicolo che consente al paziente di trovare la sua strada.
Le sedute costano. Se fossero gratuite non servirebbero a nulla, diventerebbero chiacchierate, come accade per i ricchi: pagano lo psicanalista di moda e non ne ricavano nulla. Il percorso inventato da Sigmund Freud richiede sofferenza, fatica, lacrime.
Signe riesce a ottenere un articolo su una rivista molto diffusa: il suo volto deturpato appare sulla copertina. È contenta quando legge l’intervista e vede le foto (la “malattia misteriosa” che costringe la ragazza a coprirsi di garze). Finalmente la gente comincia a riconoscerla per strada; si arrabbia perché la notizia di un assassinio ha spostato l’articolo, nella versione online della rivista, in fondo, dopo la pubblicità.
Contatta un’agenzia che, con la scusa dell’inclusione, propone come modelle ragazze che non rispondono ai canoni classici della bellezza o sono affette da handicap fisici. Una modella è cieca, un’altra ha una mano atrofizzata. Anche queste modelle si fanno una concorrenza spietata.
Il corpo di Signe subisce trasformazioni sempre più pesanti: perde i capelli, grumi di sangue mescolati a pelle sfaldata ricoprono il volto e il collo, vomita sangue.
È riuscita a godere del quarto d’ora di celebrità che Andy Warol aveva pronosticato per tutti, sperando che non sia l’ultimo quarto d’ora di vita.
La storia è paradossale. Il regista la sa raccontare, riesce a catturare l’attenzione degli spettatori (con me è riuscito), nonostante alcune immagini siano sgradevoli.
La tesi, discutibile, si potrebbe esemplificare come segue: “l’uomo dei lupi” raccontò a Sigmund Freud il suo incubo (i lupi lo guardavano dai rami di un albero) non per liberarsi dall’angoscia ma per finire in un testo del padre della psicanalisi, per farsi citare anche dopo anni e per sempre.
Una tesi assurda, vera sullo schermo, come “Il Mago di Oz”.
IL SECONDO FILM
Dopo “Sick of Myself”, girato nel suo paese d’origine, la Norvegia, il regista, come capita a molti suoi colleghi, nel 2023 ebbe la prima occasione americana. Risultato: “Dream Scenario” (grande produzione, nel cast Nicolas Cage).
Anche in questo secondo lungometraggio il protagonista è una persona comune (questa volta un professore americano) insoddisfatta della vita anonima che è costretta a condurre.
Il regista riesce bene a padroneggiare la commedia nera, ma in questo film c’è un elemento surreale che la sposta nell’horror.
L’horror non è il terreno di Borgli, un bravo giovane nordico (è nato nel 1985, nei video sembra un ragazzino) che gioca in casa in un genere cinematografico molto più sottile e intelligente (tra l’altro, la sua casa non è l’America).
Delusione, almeno per me.
Che gli è successo?
La risposta è semplice: ha avuto a disposizione troppi soldi.
I produttori americani, con i loro grandi capitali, sono riusciti a rovinare negli ultimi tempi almeno altri due registi.
Il coreano Bong Joon-ho ha abbandonato le famiglie miserabili di Seul; con “Mickey 17” si è trasferito nella fantascienza e ha perso una parte della stima guadagnata con “Parasite”.
Il polacco Jan Komasa ha fatto lo stesso percorso con “Good Boy”, un film distopico, anche lui perdendo una parte della stima guadagnata con “Corpus Christi”.
Hollywood, o ciò che ne rimane, è un vampiro, succhia il sangue dei nuovi talenti (per questo i registi americani sono affascinati da Dracula).
Li individua, li attira con grandi capitali e grandi star a disposizione e li costringe a descrivere il mondo americano in disfacimento e ad abbandonare la fonte dell’esperienza e dell’ispirazione.
I nuovi talenti si trasferiscono, attirati dalle luminarie e dai soldi, e si convincono di poter applicare le proprie capacità di osservazione e di descrizione a quel mondo che conoscono poco.
Fuori dal loro contesto perdono la profondità e diventano banali.
Che altro si può dire sul disfacimento della società americana che non sia rappresentato dai balletti di Trump, dai capelli di Trump, dalle immagini del suo insediamento alla Casa Bianca, dalla raccolta dei files Epstein?
Gli ex nuovi talenti fanno film costosi e inutili.
Missione compiuta: i vampiri, gonfi dei soldi raccolti con la pubblicità televisiva, hanno succhiato il sangue di un nuovo possibile Federico Fellini. L’originale non volle trasferirsi in America e si salvò; si dice che resistette alle sirene, in realtà resistette ai vampiri, credo ragionando così: «Mi imbottite di soldi, mi date le star internazionali, ma l’arte, la mia arte, che fine farà?».
IL TERZO FILM
Sta girando nelle sale il terzo lungometraggio di Kristoffer Borgli: “The Drama”. Al titolo i distributori italiani hanno aggiunto, come al solito, la frasetta inutile con la quale ci informano che il film si basa su un segreto rivelato.
Grazie al caxxo: non ci vuole molto per capire che la trama, fino a quel momento noiosa, diventa un po’ più interessante quando viene fuori un segreto.
Peraltro non è un’invenzione originale. Non so chi abbia copiato l’idea, ma un altro film, italiano, racconta una storia perfettamente sovrapponibile, almeno in questo elemento essenziale (il MacGuffin, diceva Hitchcock, cioè l’espediente narrativo che motiva le azioni dei personaggi e crea la suspense).
Il film italiano è “Confidenza”, regia di Daniele Lucchetti. È tratto dal romanzo omonimo di Domenico Starnone, quindi, considerando i tempi della edizione di un libro, l’idea sicuramente è partita dal libro di Starnone, poi divenuto film italiano, poi la ritroviamo in “The Drama”, e serve a farlo uscire dalla noia.
Nel libro di Starnone il professore, interpretato nel film da Elio Germano, ha una relazione con una ragazza particolare. Prima di lasciarsi perché troppo diversi i due decidono di scambiarsi un segreto che li legherà per sempre.
Si lasciano, ognuno fa la sua strada, passano gli anni. La paura che la ragazza riveli al mondo il suo segreto tormenta per sempre la vita dello stimato professore.
Nel libro e nel film di Lucchetti non sappiamo quale sia il segreto sconvolgente che il professore ha rivelato alla ragazza e non sappiamo come farebbe la ragazza, se volesse punirlo, a dimostrare l’azione commessa.
Il segreto confidato diventa causa di un generico senso di colpa inconscio, quindi ancora più terribile. La vita del professore ne rimane sconvolta.
In “The Drama” la situazione e il segreto diventano “americani”.
Per venti minuti il film descrive una società in disfacimento (l’America di oggi, di cui Trump è segno e conseguenza).
Giovani trentenni fanno lavori interessanti nei Musei, negli uffici, nelle Università. Vivono da soli se non sono sposati, vedono raramente i genitori, trascorrono i giorni e le notti in quella capsula spaziale che si chiama New York (i folli miliardari dell’astrofisica, come Elon Musk, sono fissati con le capsule spaziali perché già ci vivono dentro; è il loro habitat naturale).
Sono circondati da cemento e grandi vetrate, fanno colazione nei bar, leggono l’ultimo libro di moda, bevono intrugli colorati mescolati dentro alti bicchieri, mangiano cose esteticamente brutte, prima ancora che, probabilmente, disgustose.
Ogni tanto vomitano.
Il vomito è la prima reazione di quando sono in crisi. È ovvio: il corpo approfitta dell’emotività per ricacciare fuori i liquidi e i solidi che i poveri esseri si sono costretti a ingurgitare.
La spinta sessuale giovanile li spinge a incontrarsi, a fare amicizia, andare a letto insieme, provare orgasmi o provare ad avere orgasmi e decidere di sposarsi quando ancora non si conoscono. Del/della partner conoscono il nome, il lavoro o il tipo di studi che stanno affrontando, un po’ del passato, alcuni amici, i genitori che anche i figli vedono raramente e conoscono poco.
Vivono in ampie capsule spaziali che hanno la forma di stanze da letto, uffici, ristoranti, luoghi di ritrovo, strade contornate da torri, marciapiedi, semafori, automobili.
Queste persone infelici sono circondate da cemento in ogni direzione, tranne nei weekend, quando si infilano nel traffico per raggiungere prati finti con erba e fiori finti, fattorie con animali che potrebbero anch’essi essere finti e certamente lo saranno in un prossimo futuro.
La coppia si è formata casualmente. Lei è sorda da un orecchio ed è bella; lui ci sente da entrambe le orecchie, è bello e trova affascinante che lei sia sorda da un orecchio. Chissà che cosa hanno in testa gli sceneggiatori, forse lo stesso regista, per far dire al personaggio che essere sordi da un orecchio rende affascinanti! È una battuta del film: per dire il livello.
I due hanno deciso di sposarsi e sono impegnati nella preparazione faticosissima del matrimonio.
Bisognerà coprirsi di vestiti scomodi, pranzare in un ristorante insieme a perfetti sconosciuti (genitori, parenti, amici), ascoltare e pronunciare discorsi falsi, manifestare false emozioni, sottoporsi agli scatti di un fotografo pagato per torturare i presenti: «Sorridete, siate spontanei, abbracciatevi, proviamo di nuovo».
Siamo in un momento della preparazione.
I due promessi sposi (com’era meglio ai tempi di Renzo e Lucia, dopo essersi liberati di don Rodrigo!) vanno a cena con un amico e la di lui consorte scelta come damigella d’onore: due coppie sedute a un tavolo di un ristorante ad assaggiare le leccornie (si fa per dire) che saranno servite nel corso del matrimonio inteso come cerimonia faticosa e deprimente.
I quattro sono naturalmente un po’ brilli e certamente la damigella d’onore scelta ha in antipatia la futura sposa.
Così la damigella propone: perché non facciamo in quattro il gioco che abbiamo già fatto in due e ci è riuscito benissimo?
«Quale gioco?».
«Rivelare un segreto, una colpa gravissima che ciascuno di noi ha commesso».
«In che senso vi è riuscito benissimo?».
«Nel senso che non ci siamo sparati né abbiamo deciso di separarci subito, ma solo nei prossimi mesi, dopo il vostro matrimonio, per divertirci assistendo alla vostra rovina».
Le ultime due frasi, ovviamente, non sono nel film.
Per dimostrare che fanno sul serio, l’amico intimo e la sua consorte, con finte esitazioni, rivelano il loro segreto.
Lui una volta si è nascosto dietro una ragazza per non farsi mordere da un cane. La ragazza fu morsa, lui no.
Lei da ragazzina chiuse in un armadio un bambino quasi handicappato che non sopportava e andò via. Quando i familiari del bambino le chiesero informazioni, dal momento che era scomparso, lei non disse nulla perché avrebbe dovuto rivelare di averlo chiuso nell’armadio.
Il bambino fu salvato dopo una notte; nessuno chiese conto alla futura damigella d’onore della sua azione; nessuno si domandò come mai l’armadio era chiuso dall’esterno; la famiglia del bambino si trasferì, la cosa fu dimenticata (in un paese di pazzi una quota di pazzia è tollerata, come vediamo con il presidente bullo).
Il promesso sposo rivela, se ricordo bene, dal momento che mi sono distratto, che aveva finto di avere letto il libro che lei stava leggendo durante il loro primo incontro. Lo fece per fare colpo su di lei.
Ora tocca alla sposa. È un po’ brilla e casca in pieno nel tranello teso dalla madrina o damigella d’onore (che – ovviamente – la odia).
Rivela che sui quindici anni, isolata, trattata male da tutti i compagni, aveva pensato e anche cominciato a organizzare una strage scolastica analoga al massacro della Columbine High School del 1999. Racconta che si esercitava nel bosco con il fucile del padre poliziotto e che divenne sorda da un orecchio perché sparava tenendo il fucile troppo in alto. Racconta ancora che l’idea le passò e, anzi, divenne membro di una organizzazione di giovani contrari alla moltiplicazione delle armi nelle case americane. Da allora non ci aveva più pensato.
A questo punto le colpe raccontate dagli altri tre diventano nulla e solo la sua rimane a suscitare indignazione nella damigella d’onore e paura nel promesso sposo molto impressionabile.
La madrina ha trovato un motivo per odiarla e il promesso sposo è assalito dai dubbi sul matrimonio in cui sta per essere coinvolto ed è troppo tardi per evitare questo coinvolgimento personale di cui non è più tanto convinto. Vorrebbe proporre, ma non ha il coraggio: posso chiedere a un amico di sostituirmi? Uno gradito dall’altra parte e che non conosce il terribile segreto.
Anche questo pensiero non si trova nel film. Il personaggio si fa trascinare dagli eventi.
Ciò che accade in seguito sembra quasi commedia dell’arte, tanto è grottesco, e raggiunge vette di umorismo involontario.
Morale: non vi sposate con sconosciuti e sappiate che tutti sono sconosciuti, sia prima che al momento del matrimonio, e anche dopo.
Consiglio: cercate di bere un po’ meno (facile da dirsi se non si vive in una capsula spaziale).
CONCLUSIONI
1) se la gioventù è nelle condizioni rappresentate nel film, l’impero americano è prossimo alla fine, come è dimostrato dalla elezione e dalla permanenza alla presidenza degli Stati Uniti di un bullo psicotico;
2) i produttori americani, con i loro maledetti capitali, sono riusciti a dare un duro colpo, spero non definitivo, a un altro giovane talento: il regista norvegese Kristoffer Borgli.
