
04 aprile 2026 h 14.45
Cinema Excelsior Empoli (FI) – via Cosimo Ridolfi, 75
“… che Dio perdona a tutti”, regia di Pierfrancesco Diliberto (Pif).
Al momento non è distribuito nelle sale francesi; per questo non c’è la versione del commento nel sito www.giovanniguarino.org per gli amici d’Oltralpe.
L’ultimo film di Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif), ha un pregio e due difetti.
Il pregio: è molto divertente.
Purtroppo il cinema non può influire sugli eventi politici in svolgimento ma solo descrivere ciò che è accaduto in un passato remoto o anche recente. Dunque non sarà il cinema a impedire l’apocalisse se lo scontro tra due mondi fanatici – i MAGA trumpiani e gli ayatollah iraniani, con il contributo del delinquente Netanyahu – arriverà al punto di rottura definitivo.
Dati i tempi, una cappa di tristezza è scesa sugli schermi; sono spariti i produttori di umorismo: attori, registi, sceneggiatori che ci facevano trascorrere allegramente un paio d’ore in compagnia degli altri convenuti nella sala cinematografica.
Mi riferisco, ovviamente, all’umorismo leggero ma non stupido, elegante anche se popolare, non a tema unico: le funzioni corporali, tra le quali inclusa una concezione infantile del sesso.
Quando i comici ci facevano scompisciare dalle risa (per dirla con Totò) era bello riconoscersi fratelli ridanciani anche con persone sconosciute: per un attimo si distoglieva l’attenzione dallo schermo, si cercava lo sguardo del vicino per scambiarsi un’occhiata e aumentare l’intensità della risata, per sentirsi parte dello stesso progetto: l’homo ridens.
Senza fare l’elenco (chi potrà dimenticare Charlie Chaplin, i fratelli Marx o Totò?), i comici sono gli artisti che hanno lasciato i ricordi più vivi dell’arte cinematografica, più di quelli che ci hanno trasmesso riflessioni profonde.
Molti di noi avrebbero dimenticato “La corazzata Potëmkin” (pronunciavamo Potiomkin) se non fosse stata associata da Fantozzi alla battuta eterna (per quanto eterne possano essere le cose della vita): «La Corazzata Potiomkin è una cagata pazzesca».
Lo sfogo di un povero impiegato costretto a subire la noia è rimasto nella memoria più del capolavoro: ognuno lo applica a una situazione personale in cui è stato obbligato a fingere interesse.
A proposito del cambiamento intervenuto della specie attore comico, basta considerare che avevamo De Sica padre e c’è rimasto De Sica figlio.
L’ultimo film divertente visto al cinema prima di questo è “Buen Camino” di Checco Zalone, ma nella trama c’è una svolta sentimentale deludente in direzione del rapporto padre figlia. Checco ci piace cinico produttore di battute e di situazioni spassose, privo di messaggi, buoni sentimenti, scopi educativi espliciti (sugli scopi impliciti e inconsci possiamo ragionare).
Un altro film di Pif molto divertente è “E noi come stronzi rimanemmo a guardare”, con Fabio De Luigi. Si poté vedere al cinema per tre giorni, poi scomparve dalle sale e fu reperibile solo in televisione, su Sky Cinema. Peccato non poterlo rivedere in sala!
I network televisivi non si accontentano di fare televisione, a volte in modo egregio (come con la Gialappa): vogliono sostituire, quindi distruggere, le sale, dove lo spettatore è irraggiungibile dalla pubblicità personalizzata e persecutoria.
Per fortuna “… che Dio perdona a tutti” è prodotto da PiperFilm, casa di produzione e distribuzione cinematografica con forte vocazione al cinema d’autore (per esempio ha prodotto Parthenope di Paolo Sorrentino).
Questa volta abbiamo scansato il network televisivo, che non lascia scampo: pretende che ti piazzi in poltrona a dormicchiare davanti al televisore.
Pierfrancesco Diliberto – autore del libro da cui è tratto il film, regista e attore – è divertente, ripesca con intelligenza l’umorismo di Nanni Moretti e ne inventa uno tutto suo, rigorosamente siculo; il suo personaggio è un pinnuluni, programmaticamente estraneo alla realtà degli altri maschi impegnati solo con fìmmine, affari e calcetto (fare sesso, soldi e dimostrare a quelli dell’altra squadra di averlo più lungo).
Il personaggio ha una estesa cultura dolciaria siciliana; la regina dei dolci, secondo lui, è la cassata (per Nanni Moretti, romano nato casualmente, credo, in Alto Adige, la regina è la torta Sacher).
il film è pieno di interessanti disquisizioni, come quella sulla diatriba arancino – arancina, e di immagini dei due personaggi principali impegnati ad addentare pastarelle con espressione estatica.
Viene in mente la poesia “Le golose” di Guido Gozzano (nota).
”Io sono innamorato di tutte le signore / che mangiano le paste nelle confetterie. / … … … / L’una, pur mentre inghiotte, / già pensa al dopo, al poi; / e domina i vassoi / con le pupille ghiotte.”
Le pupille ghiotte descrive bene il modo lussurioso dei due personaggi di guardare le paste prima di portarle alla bocca e mangiarle con un paio di morsi.
“… … … / Fra questi aromi acuti, / strani, commisti troppo / di cedro, di sciroppo, / di creme, di velluti, / di essenze parigine, / di mammole, di chiome: / oh! le signore come / ritornano bambine!”
Come sempre, Gozzano coglie nel segno: le pastarelle (non a caso a Roma si usa il vezzeggiativo) ci fanno tornare bambini.
Primo difetto: va bene esaltare l’arte pasticcera, ma non dimenticare, caro Pierfrancesco, che un eccesso di zucchero fa male. Lo dicono i medici nutrizionisti e endocrinologi.
Qui sono còlto in flagrante contraddizione.
Prima dici che vuoi un cinema divertente e amorale, un cinema che detesta la lezioncina, il messaggio, poi trovi da ridire su un personaggio che si abboffa di dolci e, in un picco glicemico prodotto da una guantiera di sciù ingurgitata interamente (gli sciù, non la guantiera), vede il papa in casa sua, si fa confessare e consigliare dallo stesso e non si ammala di diabete nonostante la scena sia ripetuta più volte di seguito e inserita in una dieta alimentare squilibrata a favore degli zuccheri.
Accetto il rimprovero, ma la vita è un guazzabuglio e non possiamo fare a meno di navigare nelle contraddizioni.
Tengo care le mie, tra le quali questa non è la più sconvolgente.
Caro Pif: il troppo storpia, anche la leggerezza eccessiva storpia. L’esaltazione senza limiti di cannoli e cassata siciliana, di ricotta salata (il sale fa aumentare la pressione) e patate (intese come dolci, una specie di bomboloni, credo) – è (ora scrivo la parola abusata) diseducativa.
Obiezione: dove è scritto che il cinema debba educare alle sane regole alimentari suggerite dai nutrizionisti?
Non è scritto da nessuna parte, eppure a tutto c’è un limite.
L’esaltazione della pasticceria siciliana mi è sembrata paragonabile all’esaltazione delle armi di distruzione di massa in un film di guerra (esagerazione, lo ammetto!).
Solo a uno che mangia cose semplici, mangia come capita e mette i biscotti integrali nel caffellatte (non troppi per paura della pancia) può venire in mente un paragone così esagerato.
Nei film “seri” i killer fanno una brutta fine e difficilmente vivono felici e contenti.
In questo sembra che la felicità sia nascosta dentro un cornetto con la crema, o con la marmellata, o con la ricotta salata, o con la panna (non ricordo) inserita nella pasta prima di infornare, in modo che i gusti si sposino alla perfezione, come i due personaggi, che decidono di sposarsi solo dopo avere uniformato la fede religiosa con l’intercessione del papa.
Addirittura dopo il rapporto sessuale, al posto della sigaretta distensiva i due mangiano guantiere di paste (sempre riferendosi al contenuto). Si scambiano baci e paste.
È vero che ognuno ha i suoi gusti, però mangiare e baciarsi a me sembrano due attività troppo diverse per essere svolte con lo stesso organo contemporaneamente. Un po’ di separazione tra i due usi della bocca, della lingua, delle labbra, mi sembra opportuna.
Quanto potrà resistere il pancreas dei due personaggi se continueranno ad abboffarlo di zuccheri? Poco, dicono i medici.
Quanto tempo passerà prima che la bella favola finisca in un letto d’ospedale? Poco tempo, se continuano così.
Immagino l’obiezione all’obiezione: Pif indica la luna e tu guardi il dito.
Sì, sempre. Se uno indica la luna io guardo il dito, guardo ciò che è vicino e posso controllare. È facile indicare la luna dove non sono in grado di arrivare.
Secondo difetto: va bene mescolare alto e basso, ma per confrontare i principi religiosi con la realtà e dimostrare concretamente che sono assurdi (è ragionevole raddoppiare gli schiaffi porgendo ogni volta l’altra guancia? Non è meglio restituirne qualcuno?) non mi sembra corretto appoggiarsi alla figura di un Papa simpatico, alla mano, ma sempre Papa, peraltro defunto.
Se fosse stato rappresentato un papa generico, inventato dalla fantasia dell’autore, come il papa rasta del film di Sorrentino, nulla da ridire (tranne l’eventuale assurdità).
In questo film il Papa è intenzionalmente proprio quello che abbiamo conosciuto. Lo vediamo imitato nella figura, con l’accento spagnolo e con la produzione di frasi a effetto, forse coincidenti con quelle che il vero Francesco diffondeva nei suoi numerosi interventi.
Non ho fatto caso alle scarpe; se rozze e grosse l’imitazione è completa. Certamente il richiamo a Papa Francesco è molto forte.
Frasi forse dette da Lui, ma fuori dal contesto si può far dire tutto a tutti, ritagliando gli interventi.
Un’affermazione, una battuta, prende significato in relazione al luogo in cui è stata pronunciata, all’occasione e a tutto il discorso. Un conto è pronunciarla su un aereo, improvvisando un dialogo con i giornalisti, altro conto è riportarla come fosse un lascito del Papa.
A un papa inventato possiamo far dire ciò che vogliamo, con un Papa reale bisogna stare attenti.
Il riferimento a Francesco è troppo insistito, confermato anche, sui titoli di coda, dal video registrato di un incontro che Pif ebbe con Sua Santità.
Pif è certamente una brava persona, intelligente e dotata di senso dell’umorismo; questa cosa non mi è piaciuta. Ma io sono quello dei biscottini integrali.
(nota) Guido Gozzano – Le golose
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Signore e signorine –
le dita senza guanto –
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!
Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.
C’è quella che s’informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.
L’una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.
Un’altra – il dolce crebbe –
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!
Un’altra, con bell’arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!
L’una, senz’abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare
sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio.
Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,
di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!
Perché non m’è concesso –
o legge inopportuna! –
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,
o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
