
24 giugno 2026 h 17.15
Cinema Teatro La Compagnia Firenze – via Cavour, 50r
“Nobody knows” e “Un affare di famiglia”, regia di Kore’eda Hirokazu.
Giugno 2026; ho deciso di avventurarmi sui treni perennemente in ritardo e di affrontare il caldo eccezionale di questi giorni per vedere un film di un grande regista giapponese al cinema La Compagnia.
La sala è una delle più belle di Firenze, dotata di comodi servizi igienici, di un ambiente piacevole dove attendere l’inizio del film circondati da immagini che si guardano volentieri. Mentre scrivo ho di fronte una gigantografia della coppia Gassman Trintignant nel Sorpasso di Dino Risi.
Per raggiungere il numero 50r di via Cavour, indirizzo del cinema, mi sono immerso nel fiume di turisti che si irradia dalla stazione Santa Maria Novella sulle strade adiacenti, con numerosi immissari ed emissari. La rete variopinta di donne, uomini, bambini mi mette allegria; mi piace scorrere i visi.
Quelle strade non sono mai state deserte in tutta la loro esistenza, tranne durante le epidemie (ne sappiamo qualcosa); quegli edifici non sono stati costruiti con fatica e ingegno per essere ammirati da pochi.
Si parla dei turisti “mordi e fuggi”. Tutti mordiamo tante cose, poi fuggiamo e nessuno ci rimprovera per questo.
Il primo film di questo regista giapponese che mi ha letteralmente catturato è “Un affare di famiglia”. Risale a otto anni fa, ricordo tutte le scene.
Parliamone. Suggerisco vivamente a chi non lo ha visto di cercarlo. Credo che mi ringrazierà.
“Un affare di famiglia”, (2018); titolo originale: “Shoplifters”.
Che cos’è la famiglia?
Nel titolo italiano, non nel titolo internazionale (“shoplifters” = taccheggiatori), il film contiene un riferimento all’entità su cui – con molte varianti – è fondato il modo di vivere di tanta parte dell’umanità.
C’è una famiglia giapponese che si arrangia per tirare avanti, in una società avanzata e arretrata nello stesso tempo.
Informatica diffusa, robot, intelligenza artificiale utilizzata prima degli altri, treni superveloci su binario unico e sfruttamento ottocentesco dei lavoratori.
Il padrone di un’azienda può dire a due operaie: entrambe siete esperte nel lavoro, ma voglio risparmiare uno stipendio; una di voi sarà licenziata, decidete quale delle due.
Il lavoro è una merce qualsiasi: si trova, si perde; non ci sono regole o diritti. Nessuna solidarietà tra i lavoratori: solo concorrenza spietata.
In una società super controllata si può sparire nella massa: l’individuo non conta, non si conosce il vicino di casa o il compagno di lavoro.
«Hai una famiglia? Credevo vivessi da solo» dice il giovane operaio che ha accompagnato a casa il compagno ferito a una gamba.
Gli anziani sono terrorizzati: temono di finire in solitudine. Gli assistenti sociali fanno il doppio lavoro con le agenzie immobiliari: cercano di convincere i vecchi a rinunciare alla casa, a farsi ricoverare in un istituto, a diventare un numero.
Nella giungla la famiglia è un posto sicuro, un rifugio dove riscaldarsi quando fuori fa freddo.
I giapponesi, quelli del film, i giapponesi poveri, sembrano avere la capacità speciale di riuscire a sistemarsi dentro spazi ristretti: si siedono per terra, piegati sulle gambe, dormono distesi su materassi (futon) che di mattina si arrotolano e spariscono. Dormono dentro scatoloni o quasi.
L’appartamento del film assomiglia alle costruzioni giocattolo degli spazi, nei parchi, riservati ai bambini.
I personaggi mangiano passandosi gli spaghetti molli da un piatto all’altro, anche dal piatto della nonna sdentata, prendendoli con le bacchette, portandoli alla bocca, succhiandoli, aspirandoli in un modo che da noi sarebbe considerato poco educato, che a me risulta disgustoso (sicuramente è una questione di abitudini).
Credo che nella realtà ci siano vari modi di mangiare, come succede da noi; il film racconta la vita di una famiglia giapponese povera.
Il padre, operaio saltuario e dotato di poca voglia di lavorare, arrotonda con piccoli furtarelli e insegna al figlio, un ragazzino che non va a scuola, a rubare nei supermercati, nei negozi.
Afferma con sicurezza: «La merce, finché è esposta, appartiene a tutti» (da qui il titolo “Shoplifters”).
Il metodo per sottrarre il prodotto prevede l’individuazione del sorvegliante e della telecamera: non farsi prendere dal panico, controllare la situazione. Il ragazzo apprende e applica: prima di entrare in azione fa un simpatico giochino con le dita, coglie il momento, arraffa e scappa via.
La madre, lavandaia in un’azienda, sfruttatissima (nessun diritto, nessuna garanzia), quando ha l’occasione ruba o copre senza problemi una compagna di lavoro che ruba.
La figlia grande si esibisce in un peep show (to peep è sbirciare; una traduzione maccheronica potrebbe essere: lo show delle pippe). La ragazza si spoglia, accenna atteggiamenti erotici mentre un guardone, o, semplicemente, un timidone, nascosto dietro a un vetro semitrasparente, la guarda (sbircia).
Una specie di prostituzione light, senza, apparentemente, segni sul corpo.
Un peep show è centrale nel più bel film di Wim Wenders: “Paris, Texas” (1984).
Quando il cliente più affezionato – non un vecchio imbolsito e impotente, come potremmo immaginare, ma un uomo giovane, taciturno, malinconico – cerca e ottiene un contatto, scopriamo che desidera solo farsi accarezzare la testa appoggiata sulle gambe della ragazza.
La nonna è l’unica a disporre di un’entrata fissa e sicura, la pensione: la mette a disposizione della famiglia.
Non vuole morire in solitudine; ha fatto una scelta: in cambio della compagnia, del legame, dell’affetto, mette a disposizione della famiglia le sue entrate (alcune non proprio oneste) e la casetta che le spetta. Quando arriva l’assistente sociale i ragazzi devono nascondersi, uscire (non è chiaro il motivo, ma in seguito si capirà).
La vita della famiglia procede senza scosse; non è facilissima, ma ha i suoi bei momenti: sapere che esiste un rifugio dove riscaldarsi quando fuori fa freddo mette allegria.
Il padre, nelle sue scorribande insieme al figlio, trova, letteralmente trova, una bambina abbandonata su un terrazzino, al freddo.
La bambina ha segni di percosse sulle braccia.
Provengono dalla casa, oltre il terrazzino, le urla di una donna e di un uomo che litigano.
Il padre porta la bambina a casa sua; la famiglia, dopo un momento di esitazione, l’accoglie.
Chi non l’avrebbe fatto? L’avremmo affidata alla polizia, ma non se fossimo stati ladruncoli che hanno una situazione irregolare e, ovviamente, hanno paura della polizia.
Irregolare perché?
Perché – veniamo a sapere nella seconda parte del film – in questa famiglia nessun legame è legale, nessuno: anche il ragazzo era stato trovato in un parcheggio; la vecchietta sdentata vive con loro, insieme alla nipote, in base a un accordo.
Sono tutti estranei che si sono trovati, si sono messi insieme, si sono scelti.
Eppure è una famiglia, sembra dirci il regista, anzi è l’unica famiglia possibile: un gruppo di persone che si sono scelte perché hanno paura della solitudine, perché erano abbandonate, perché avevano bisogno di affetto.
La bambina, ultima arrivata nella casa, non chiede mai di tornare dalla madre naturale. Ha scelto. La sua vera madre è questa donna che l’abbraccia teneramente e non la rimprovera quando bagna il letto (la nonna, con dolcezza, le dà da leccare un po’ di sale: un vecchio metodo dei suoi tempi).
Ci sono scene di affetto commoventi, in particolare tra la madre e la nuova arrivata: scene che sembrano spontanee, improvvisate, anche se sappiamo che sono studiate, ripetute, registrate per fare il film. È questa la magia del cinema.
Regista geniale, attori bravi, film da vedere (se non si ha la fortuna di una sala eroica nei paraggi, si può cercare di scaricare da qualche parte).
Per una volta mi tocca benedire il doppiaggio (non m’importa di contraddirmi rispetto a precedenti affermazioni); la lettura delle didascalie mi avrebbe distratto dalle inquadrature perfette, dai primi piani degli attori, capaci di comunicare con l’espressione del corpo (linguaggio universale), per cui importa meno sapere esattamente che cosa dicono nella loro lingua.
Per questo il film, pur riferendosi a una situazione particolare e a un fatto di cronaca (così dicono), parla a tutti, a noi che viviamo in realtà, socialmente e culturalmente, molto diverse dai protagonisti del racconto.
Interviene lo stato, anzi: lo “Stato”, con la polizia, gli psicologi, competenti, disponibili (alcuni non capiscono nulla), con gli assistenti sociali. Riportano la bambina alla madre naturale che la picchiava e continuerà a chiuderla sul terrazzino; mettono il ragazzino in un istituto («dove starai con altri ragazzi»).
La ragazza del peep show rimane sola; forse troverà il giovane cliente che ha incontrato, ma non credo: il ragazzo è troppo fuori di testa.
La nonna, fortunatamente, è morta. Se non fosse morta l’avrebbero messa in un ospizio per “salvarla”. Lo speculatore edilizio sarà riuscito a fare i suoi affari.
I componenti della famiglia vengono separati bruscamente dallo Stato e dai suoi apparati.
La “madre” è trattata come una psicopatica: la giovane psicologa, dura, con la sua subdola razionalità, le sue certezze, il suo sguardo indagatore, riesce a smontarla, a convincerla di avere torto. Tutto l’amore che lei riversava sulla famiglia, senza chiedere nulla in cambio, è considerato follia.
Le catene invisibili che legavano in modo indissolubile i componenti della famiglia sono recise con la forza; i legami si sciolgono come neve al sole (è una metafora che mi gira nella testa, dev’essere una canzone … ecco: viene da “Zingara” cantata dalla imitatrice della Gialappa, molto brava e divertente).
Eppure, passato il tempo necessario, quando il padre (non naturale, illegale) esce dalla prigione e va a vivere in una scatola ancora più piccola, è lui che il ragazzo cerca per andare a pescare e per fare un pupazzo di neve. Mentre torna, nel pullman, all’istituto dove lo hanno parcheggiato, il ragazzo finalmente riesce, fra sé e sé, a chiamarlo papà.
Chi è tuo padre? Il vero tuo padre? Tuo padre è uno che non ti fa paura, uno di cui ti fidi (non importa se è un ladruncolo, con te è onesto); è uno con cui vuoi andare a pescare, perché ti piace stare insieme a lui, ascoltarlo, raccontargli l’ultimo libro che hai letto, anche se non sa leggere e forse non capisce, ma gli piace ascoltarti; è uno che corre follemente, disperatamente, dietro un pullman, solo per dirti che ti vuole bene (il ragazzo risponde, tra sé e sé: «anch’io, papà, ti voglio bene»).
La bambina che avevano salvato, riconsegnata alla madre naturale, guarda fuori del terrazzino, per strada, con la speranza di rivederli.
“Nobody knows Nessuno lo sa”.
Il tema è lo stesso: la famiglia.
Nel film precedente la famiglia c’era, anche se creata al di fuori delle regole, creata dal basso e disfatta dall’alto; in questo non c’è perché manca la funzione genitoriale.
Anche questo film parte da un episodio di cronaca che impressionò a lungo l’opinione pubblica giapponese.
Quando i fatti vennero alla luce e furono discussi nei giornali e in televisione, la domanda ripetuta fu: com’è stato possibile che in una società organizzata e controllata dei bambini siano rimasti affidati a se stessi per tanto tempo?
Il padre manca del tutto, fin dall’inizio. La madre c’è, all’inizio, ma gradualmente svanisce, non perché defunta o malata. Si eclissa perché è troppo concentrata su se stessa, troppo presa dall’egoismo per occuparsi della sorte dei figli.
La madre si chiama Keiko Fukushima e ha fatto nascere quattro figli con uomini diversi: quattro bambini che portano il suo cognome.
Due sono decisamente piccoli: Shigeru è un bambino di cinque anni, Kyoko è la più piccola. Poi c’è Yuki, una ragazzina un po’ più grande. Il maggiore è l’assennato dodicenne Akira.
La madre è una di quelle persone che dicono: «Non ho diritto anch’io alla mia felicità?». Crede di avere il diritto di far prevalere la sua felicità personale pur avendo la responsabilità di quattro figli piccoli.
Per un po’ li segue, li aiuta, poi li abbandona.
Non sappiamo che lavoro faccia: esce la mattina, rientra la sera, porta regalini, li aiuta a fare gli esercizi di scrittura presi da un libro (non vanno a scuola), mette lo smalto sulle unghie di Yuki, ma si arrabbia se lei lo prende di sua iniziativa; a volte odora di alcol.
Sembra che a Tokio sia impossibile prendere una casa in affitto se si hanno bambini piccoli: sono rumorosi, dice la padrona di casa che alleva un rumoroso cagnolino.
Così la donna, che di bambini piccoli ne ha quattro, si presenta con il solo figlio dodicenne e fa entrare di nascosto nell’appartamento la figlia Yuki.
Shigeru e Kyoko, piccolini, sono portati dentro utilizzando due valige.
Ai bambini sembra un gioco, ma si capisce che la madre è irresponsabile.
Mentre aspettano di portare dentro le due valige contenenti i suoi due fratellini, Akira accarezza le valige senza darlo a vedere. È il segno dell’affetto e della preoccupazione di questo ragazzino assennato.
Una volta entrati si ripassano le regole: non bisogna uscire, non bisogna fare rumore o alzare la voce. A volte, raramente, i bambini escono e rientrano senza farsi vedere dai vicini.
Se qualcuno domanda chi sono bisogna rispondere: «Siamo cugini in visita».
All’assennato Akira è demandata la responsabilità della spesa quotidiana al supermercato e la preparazione dei pasti: gli onnipresenti spaghetti molli e i croccantini di cioccolato per la più piccola.
Alla ragazzina Yuki è affidata la lavatrice; Shigeru e Kyoko sono troppo piccoli per occuparsi di qualcosa che non sia gioco.
Nel corso dei mesi (passano molti mesi in queste condizioni) nessuno avanza sospetti riguardo a una situazione che diventa sempre più strana e insostenibile. La gente preferisce fingere di non vedere.
Per un periodo la madre esce di mattina, torna di sera, porta i soldi necessari per andare avanti, dorme con i figli. Poi si assenta per periodi sempre più lunghi e i tre restano affidati al povero Akira, che è anche lui un bambino, ma cerca di gestire la situazione. Quando non ce la fa con i soldi va a cercare uno dei “padri”, uno degli uomini della madre; gli danno qualcosa e gli dicono di non tornare.
Viene il momento in cui la madre dice che ha trovato un altro lavoro, deve andare via in aereo e tornerà per Natale. Akira l’accompagna all’aeroporto su uno dei fantastici treni a binario unico che sfrecciano in alto sulla capitale.
A Natale la madre non torna, neanche a Capodanno. Manda ad Akira un biglietto: “Prenditi cura degli altri tre”.
Il ragazzo prova a chiamare l’abitazione della madre da un telefono pubblico; scopre che “la signora non abita più qui”.
La situazione si fa sempre più difficile.
Akira è un ometto, ma è anche un ragazzino: vorrebbe giocare a baseball, vorrebbe portare a casa sua i compagni che conosce per strada, giocare con loro alla playstation.
I ragazzini vanno a casa sua, poi tra di loro si dicono che in quella casa c’è puzzo.
L’unica persona che non li guarda in modo strano è una ragazza, Saki Mizuguchi, l’unica che li guarda per vederli (gli altri li guardano solo per distogliere gli occhi).
È strana anche lei, solitaria, non inserita; si unisce ai quattro nei loro giri.
Ormai tutti hanno capito che questi bambini sono abbandonati a se stessi. Sono sporchi, con i vestiti a brandelli. Nessuno interviene. La padrona di casa preferisce fingere di non sapere, preferisce perdere i soldi della pigione pur di non sapere.
Nella casa c’è puzzo perché l’acqua è stata tagliata. Anche la luce è staccata.
I ragazzi prendono l’acqua alla fontanella. Scoprono nel prato dei semi, li raccolgono insieme al terreno per metterli nei vasi sul terrazzo di casa.
La bambina Kyoko cerca di raggiungere uno dei vasi che hanno appeso in alto, sale su una sedia, perde l’equilibrio, cade e non si muove più.
Al rientro Akira vede che la bambina è gelida. Decide di portarla, come le aveva promesso, a vedere gli aerei che fuori dell’aeroporto si vedono in alto mentre prendono quota.
Aiutato da Saki mette la sorellina nella valigia con cui è entrata nella casa, porta la valigia in un prato fuori dell’aeroporto, insieme scavano una buca e seppelliscono la valigia.
L’ultima frase del bambino Shigeru, quando vede andare via la valigia, è «Non la vedremo più?».
Il dramma è raccontato attraverso gli occhi dei bambini protagonisti, attraverso le loro espressioni, i loro gesti.
Grande regista e grandi piccoli attori.
