Puntavano alcuni personaggi del mondo dello spettacolo, giornalisti, allenatori, partecipanti al Grande Fratello, e li mettevano in croce riportando le loro frasi sullo schermo, evidenziando l’eloquio confuso, gli anacoluti, qualche volta la confusione mentale. Riproponevano momenti comici delle partite e, come fossero in un bar dopo “Tutto il calcio minuto per minuto”, ma avendo a disposizione le riprese, mettevano in evidenza gli errori dei giocatori, isolavano le azioni e gli svarioni dei grandi campioni (“Vai col liscio”), inventavano tormentoni e soprannomi.

Pur occupandosi principalmente di calcio, il loro raggio di azione si estendeva su tutto ciò che appariva in televisione, sempre con lo stesso atteggiamento dissacrante e leggero.

A volte erano feroci.

Anche dopo essere diventati famosi potevano andare in giro come perfetti sconosciuti. Noi, che li avevamo individuati molto presto e li seguivamo, riuscivamo a distinguere le voci e le associavamo a tre personalità diverse, una più cattiva, una più divertente, una più precisa.

Poi hanno avvertito il bisogno di raccontarsi in un libro e, per venderlo, si sono fatti intervistare più volte; ora è uscito il documentario.

Abbiamo visto quei visi che non saremmo stati capaci di abbinare alle voci (non che fosse un nostro cruccio) anche perché li sentivamo quando erano giovani e li abbiamo visti quando sono invecchiati. Ricordo la delusione la prima volta in cui apparvero in un’intervista. Non so perché uso la parola delusione, ma tranquillizzo i miei familiari: non è stato un problema o la più grande delusione della mia vita.

Dopo una sosta di alcuni anni, due dei tre (Giorgio Gherarducci e Marco Santin) hanno deciso di riprendere a produrre umorismo per la televisione. Carlo Taranto si è ritirato in un posto suo e fa la vita del pensionato.

Nel nuovo programma (“Gialappa’s show”, il lunedì su TV 8, ma le scenette si possono reperire su YouTube) sono a volte ripetitivi. Ciononostante vale sempre la pena di vedere il programma perché ogni tanto si trovano nuove geniali invenzioni, nuovi talenti, guizzi di umorismo.

Nel documentario Walter Veltroni ripercorre la storia della Gialappa attraverso una serie di sketch, di personaggi e di comici che hanno contribuito al successo, o che sono stati scoperti da loro. Tra i primi Teo Teocoli e Gene Gnocchi, con i quali litigarono. Per gli altri si potrebbe fare un lungo elenco. Limitiamoci a citare Michele Foresta, il mago Forest, con il quale collaborano anche nel nuovo programma.

Il documentario è un elenco di episodi divertenti, un lungo elenco che ha un solo difetto: gli episodi raccontati e illustrati con parti degli sketch dell’epoca sono nello stesso tempo troppi e troppo pochi.

Sono troppi e si seguono in modo disordinato, senza un metodo, un criterio e lasciando grandi vuoti, lunghi periodi saltati, un accenno a questioni personali irrisolte.

Sono pochi perché vorremmo rivedere per intero tutte le puntate, non ci basta un po’ di alcune: l’interruzione, il passaggio dall’una all’altra, ci lasciano scontenti.

Il ricordo dell’allegria che ci hanno dato per tanti anni ci induce a metterci seduti davanti  al televisore ogni lunedì sera, a sintonizzarci con il canale otto e, nell’attesa, a sopportare il noioso programma di cucina che precede il Gialappa’s show.

Si solito faccio così, anche per liberarmi della pubblicità: levo la voce e faccio qualche altra cosa, tenendo d’occhio lo schermo.

Non ho nulla contro la pubblicità, ma dovrebbe durare poco e variare. Invece è invalsa l’abitudine di tormentare il telespettatore con gli stessi messaggi ripetuti in continuazione.

Per annullarne l’efficacia basta togliere l’audio. Non appena finisce la pubblicità si ridà la voce, eventualmente con un gesto dell’ombrello indirizzato alle aziende e ai canali televisivi che partecipano alla sassaiola.

La pubblicità è accettabile solo se varia e di breve durata, mai dentro ai film. Ricordo una lettera aperta di Fellini ai dirigenti di Mediaset con la richiesta di non interrompere un suo film, forse “La città delle donne”, con la pubblicità. Spiegò che temeva la confusione tra le scene del film e le scene della pubblicità.

Uno slogan usato dal Walter Veltroni politico era: “Non s’interrompe un’emozione”.

A proposito di Veltroni, alla fine del documentario c’è lo scambio di battute che ci aspettiamo dai gialappi: «Avevo detto che non ci voleva Veltroni ma un regista di qualità!»; «Un regista di qualità non fa un film su di noi».

Concludo con uno slogan sessantottino su cui dovrebbero meditare i ragazzi che si affacciano alla politica, prima di muoversi facendo danni:  «Una risata vi seppellirà». Forse non è vero, ma almeno una risata ci farà stare meglio.