
4 ottobre 2026 h 17.30
Cinema Astra Firenze – pzza Beccaria, 9
Altri film del regista: // Kafka a Teheran // Divine Comedy //
“Un po’ di luce”, regia di Ali Asgari.
In questo momento (ottobre 2026) vivere in Iran dev’essere terribile!
Il film racconta il dramma di Arash, medico a Teheran, che, sconvolto per ciò che gli è capitato, ha deciso di suicidarsi.
Dopo l’intervento di Trump la situazione è peggiorata. Prima i giovani manifestavano – erano picchiati e uccisi – ma erano sicuri di ciò che rappresentavano: nella società iraniana c’era una divisione netta tra gli schiavi del regime islamico e gli oppositori, tra i quali molti giovani e soprattutto donne, che si ribellavano.
Ora che Trump ha lanciato le bombe sull’Iran e ha colpito le ragazze di una scuola, ora che il bullo minaccia di distruggere una civiltà senza distinguere tra gli ayatollah e i giovani che rivendicano la libertà, ora che il narcisista fuori di testa, con la sua improvvisazione, ha dato al regime un’arma potente per ricattare il mondo tenendo in ostaggio lo Stretto di Hormuz, è più difficile ribellarsi. Il pericolo è di confondere la ribellione con l’intelligenza col nemico, dove nemico è non solo il regime islamico, è anche il bullo che vorrebbe trattare l’Iran come ha trattato il Venezuela.
Non s’illuda Trump! Se le forze sane iraniane riusciranno a cacciare il regime degli ayatollah, i ribelli non regaleranno i pozzi di petrolio alle compagnie americane, come è accaduto in Venezuela.
Gli iraniani si ricorderanno di quando il bullo li ha costretti a fasciare con il nastro adesivo i vetri delle finestre per impedire che cadano a pezzi nel caso piova dal cielo una bomba lanciata da un aereo o un drone.
Arash è un medico; svolgeva con dedizione e passione il suo lavoro.
Quando deve spiegare alla sorella il motivo che l’ha indotto alla decisione di suicidarsi racconta: sono entrati nello studio giovani manifestanti feriti che fuggivano; è entrato un ragazzo con la trachea fracassata dai pallini sparati dalle guardie della rivoluzione. Il dottore, insieme alla sua assistente, cercava di tamponare le ferite, di suturare, disinfettare; ha usato tutta la morfina che aveva nello studio per ridurre il dolore delle povere creature. Quei giovani non avevano fatto nulla di male, avevano solo partecipato a una manifestazione.
Improvvisamente la porta dello studio è stata forzata; le guardie della rivoluzione sono entrate. Lo studio è stato messo a soqquadro, i giovani feriti sono stati catturati con violenza, sono stati sottratti alle cure e condotti nelle carceri. Sangue dappertutto.
Anche il dottore e la sua assistente sono stati arrestati, la licenza necessaria per fare il medico gli è stata tolta, l’ingresso dello studio è stato bloccato con i sigilli.
Arash non è stato trattenuto più di tanto in carcere perché ha solo svolto il suo lavoro e il regime tiene alla correttezza formale. È potuto tornare nella sua abitazione, ma non nello studio; non può aiutare i pazienti che ha in cura. Lo studio è rimasto chiuso con i sigilli.
Le immagini dell’assalto subito, l’immagine del giovane con la trachea devastata, che non ha potuto aiutare, riempiono la sua mente di un immenso dolore.
Privato del suo lavoro, con quei drammatici ricordi negli occhi, che cosa può fare?
Ha deciso di suicidarsi.
Qui ho un dubbio: possibile non esista un modo per espatriare? Nel film “Gli orsi non esistono” di Jafar Panahi si vede il protagonista (il regista del film) raggiungere l’esteso confine tra Iran e Turchia in macchina e a piedi. Trasferirsi provvisoriamente in Turchia potrebbe essere il primo passo per lasciare l’Iran e cercare l’occasione per raggiungere i paesi liberi. Certamente non è facile espatriare dall’Iran, anche per il clima che si respira da noi, per il sovranismo razzista trionfante in Europa. Però la via alternativa, il suicidio, è una soluzione disperata, è una fuga. Disperazione per disperazione: io proverei a scappare.
Prima che qualcuno me lo faccia notare, mi dico da solo che in una camera confortevole è facile trovare la soluzione. Gli iraniani hanno a che fare con gente ottusa e violenta che usa le credenze religiose per giustificare il proprio sadismo.
Oriana Fallaci si tolse il velo che le era stato imposto e provocò Komeini, fece venir fuori l’aggressività nascosta della bestia feroce.
Arash ha scelto il suicidio e decide di informare di questa sua decisione il fratello, la sorella minore, la sorella maggiore, la madre, per evitare loro lo shock della sorpresa.
Con determinazione, da uomo abituato a ragionare, attua il suo piano: decide con freddezza come saranno ripartiti i suoi beni, a chi andranno le sue piante, chi si dovrà occupare del suo gatto. Incontra i suoi famigliari.
Parla con il fratello, che scoppia a piangere, parla con la sorella minore; insieme vanno dalla sorella maggiore.
Sono i suoi affetti; incontra anche un nipote, figlio della sorella maggiore, che si esibisce in uno spettacolo teatrale segreto a cui si partecipa con un codice. La società iraniana è complessa e al suo interno organizza l’opposizione al regime con molte attività, tra le quali il teatro clandestino.
È teatrale anche la scelta di una madre di invitare gli amici al matrimonio del figlio. In realtà il figlio è una vittima di quei giorni e non si tratta di un matrimonio. La madre ha deciso di salutare in quel modo il figlio, con una cerimonia che non è un funerale, ma un matrimonio.
Società complessa, cultura antica. Trump si illude di poter mettere le sue sporche mani (per citare De Niro) su questa gente. Il bullo ci sbatterà i denti e ne perderà più di uno, prima di riuscire a mordere e a derubare persone che riescono a tenere testa senza aiuti, senza armi, purtroppo, ai fanatici ayatollah, ai pasdaran, ai controllori della morale, ai “guardiani della rivoluzione”.
Nonostante i tentativi dei congiunti di convincerlo a desistere dalla sua tragica scelta, il dottore è deciso a portarla fino in fondo, fino all’incontro più difficile: deve informare la madre, facendosi aiutare dal fratello e dalle due sorelle.
Il dottore vuole che anche la madre non sia colta di sorpresa dal tragico evento.
La madre, che non sa nulla, prepara una cena a base di polpette per i quattro figli; i figli collaborano alla preparazione dei pasti, tenendo dentro il segreto.
La madre chiede ad Arash di aiutarla a mettere il nastro adesivo sulle finestre in attesa delle bombe di Trump; il dottore l’aiuta a sostituire una lampadina. La famiglia cena con poco appetito, la madre capisce che qualcosa non va. «Vi preparo qualche altra cosa?». «No mamma, va tutto bene».
Si arriva alla fine della cena, quando Arash dovrebbe dare la tragica notizia. La madre porta in tavola il cocomero tagliato a pezzetti e obbliga Arash a mangiare alcuni pezzi portandoglieli con la forchetta fino alla bocca. La situazione è buffa: tutti scoppiano in una risata liberatoria. Arash chiede alle sorelle di rimandare la notizia.
Finito di mangiare, la madre invita il figlio minore a mettere un po’ di musica e lo invita a esibirsi in una danza curda. È un ballo che si esegue facendo dei passettini e tenendosi stretti per mano, un po’ ricorda i balli sardi; il giovane trascina nel ballo la sorella minore.
La cinepresa fissa inquadra la tavola dove hanno cenato; non vediamo i due che ballano nell’altra parte della stanza; li sentiamo, li indoviniamo, sentiamo la musica allegra, il ritmo ripetitivo. La sorella maggiore si alza per partecipare al ballo, poi si alza anche la madre.
Il dottore è rimasto lì, dietro al tavolo su cui si è conclusa la cena con il cocomero e con una risata; il dottore guarda la sua famiglia, le persone a cui vuole bene, le persone che gli vogliono bene. Poi un sorriso si accende nei suoi occhi (finora sempre tristi).
Si alza – la cinepresa lo segue – si stringe nel ballo con le sorelle, il fratello, la madre. I cinque si tengono stretti per mano, le dita intrecciate.
Noi finalmente tiriamo un sospiro di sollievo. Abbiamo capito che il dottore ha ripensato al suo proposito e vediamo anche noi un po’ di luce, come dice il titolo.
Mi è venuta in mente, guardando questo film, una osservazione che feci la prima volta che andai a Londra, tanti anni fa.
Se qualcuno mi chiedeva «Di dove sei?» rispondevo: «Guess! Indovina!».
Spesso la risposta era «Sei persiano».
Forse c’è una somiglianza fisica tra i persiani e noi. Non intendo approfondire il discorso, anche perché non saprei farlo. Ho solo riportato un’osservazione e in seguito ho notato un’altra somiglianza tra i persiani e gli italiani, questa volta culturale: l’importanza che diamo ai rapporti famigliari, soprattutto alla mamma.
In questo film Arash ha trovato un po’ di luce nel buio profondo in cui è precipitato l’Iran. L’ha trovato nella famiglia.
I fanatici religiosi possono ammazzarti, ma non gli devi consentire di indurti al suicidio, non devi dargliela vinta in questo modo. È un pensiero che ho aggiunto io, ma mi è sembrato di vederlo negli occhi di molti spettatori rimasti a sentire la musica curda, il ritmo ripetitivo, simile alla musica popolare sarda, mentre si svolgevano i titoli di coda.
La trama è rigorosa, nessuna concessione alla faciloneria e al gusto televisivo. I tempi sono lenti, com’è lenta la vita. Su questo profilo c’è il commento al film precedente di Ali Asgari (Divine Comedy), contenente il commento al primo film che mi ha fatto conoscere questo regista (Kafka a Teheran).
È ovvio che si tratta di due capolavori.
