26 maggio 2018 h 18.30
Cinema Arsenale Pisa – vicolo Scaramucci, 2

Brigate rosse, terrorismo
// Il buco in testa (Antonio Capuano) // “Buongiorno, notte” e “Esterno notte: prima parte” (stesso commento) (Marco Bellocchio) // “Esterno notte: seconda parte” (Marco Bellocchio) // PADRENOSTRO (Claudio Noce) // Dopo la guerra (Annarita Zambrano) //

“Dopo la guerra”, “Après la guerre”, regia di Annarita Zambrano
Se esiste l’inferno (pare che il Papa precedente ne dubitasse), ci troveranno posto i mafiosi, i camorristi, gli assassini che hanno ammazzato per motivi abbietti.
All’inferno, se esiste, non sapranno dove mettere i giovani, e i meno giovani, che, principalmente negli anni settanta, ma anche in seguito, distrussero famiglie (le proprie e le famiglie delle vittime) per giocare a fare la rivoluzione.
Se qualcuno si è realmente pentito dei delitti commessi tanti anni fa e vuole recuperare il rispetto perduto: 1) deve cospargersi il capo di cenere (in senso figurato ma radicale), senza cercare di attenuare le proprie responsabilità spargendole su un’intera generazione; 2) deve contribuire a illuminare le zone d’ombra rimaste, senza limitazioni omertose.
Gli ex brigatisti non si mettano in cattedra: la cattedra non è il loro posto.
Gli assassini e i complici degli assassini non hanno da insegnare nulla; solo una lezione possono dare: non fate come me, non bruciate inutilmente la vostra vita e la vita degli altri.

Non solo gli irriducibili, anche i falsi pentiti e i cosiddetti dissociati, che hanno avuto riduzioni di pena senza denunciare i complici, sono destinati all’inferno o ci sono già andati (ammesso che esista).
È solo un’ipotesi. Non sono esperto dell’argomento e potrei trovarmi insieme a loro, in un girone diverso (io nel cerchio dove sono puniti “con Epicuro tutti i suoi seguaci / che l’anima col corpo morta fanno”).
Minosse non avrà dubbi su dove collocarmi; invece mi diverte immaginare le telefonate concitate con Lucifero, conficcato nel fondo, per capire dove cavolo sistemare quei delinquenti che hanno commesso delitti per pura e semplice presunzione.
Giocavano a fare i rivoluzionari; si inerpicavano su percorsi ideologici più complicati della scalata dell’Everest, avevano letto qualche libro, di quelli che andavano di moda, qualche manuale di guerriglia dei tupamaros uruguaiani, i diari del Che.
Naturalmente leggevano senza riflettere sulla difficoltà di trasferire il contenuto delle letture a contesti diversi: prendevano tutto alla lettera. Ragionavano all’interno di un quadro generale assunto con atteggiamento fideistico.
La Rivoluzione, per loro, era un atto di fede, come sono le credenze religiose per gli ayatollah, per i pasdaran, per i talebani, per gli ebrei ortodossi, per i fondamentalisti cristiani.

Dicevano di muoversi come avanguardia della classe operaia e, effettivamente, alcune azioni di “guerriglia urbana” – se così si può chiamare l’incendio di una macchina o la scazzottatura di un capo del personale che stava sullo stomaco a qualcuno – avevano avuto un certo successo presso gli operai di qualche fabbrica; così dicono.
Da qui ad affermare che questa approvazione, mai verificata, li autorizzasse a considerarsi guida della classe operaia ne corre. In generale dovremmo distinguere tra le chiacchiere da bar e la disponibilità a impegnarsi in prima persona, tra chi approva l’operato e chi è disposto ad agire assumendosi tutte le responsabilità e i rischi.
Gli studenti di alcuni istituti superiori che applaudirono alla notizia del rapimento di Aldo Moro (lo racconta Francesca Comencini in “Il tempo che ci vuole”) non erano avanguardie della rivoluzione, erano solo ignoranti e superficiali, peraltro fighetti della scuola alto borghese frequentata dalla figlia di un regista famoso.

Negli anni settanta la fede più diffusa tra i giovani era il marxismo-leninismo, che i più conoscevano per sommi capi.
Avevano orecchiato alcuni concetti. Avevano letto: Il Manifesto di Marx e Engels (è breve), Il Capitale (non oltre le prime pagine, troppo complicato), le riviste, i giornali ciclostilati.
Nelle lunghe assemblee si cucinava un po’ di Marx, un po’ di Lenin, due fette di Stalin, una spruzzatina di Mao, per gradire.
Si andava avanti per slogan, si abbondava con le citazioni, sempre le stesse.
Il senso critico non se la passava bene negli anni settanta.
I più pericolosi erano i meno coscienti della propria drammatica situazione intellettuale.
La maggior parte degli studenti gravitavano intorno alle formazioni di estrema sinistra; solo pochi s’impegnavano fino in fondo, ci credevano veramente e portavano fino alle estreme conseguenze l’adesione a gruppuscoli che profetizzavano la rivoluzione imminente.
Le prime comunità cristiane, sulla base di affermazioni contenute nei Vangeli e nelle lettere di Paolo, aspettavano da un momento all’altro il Giudizio Universale. Analogamente questi giovani aspettavano la Rivoluzione (Altoparlante: «Attenzione Attenzione! Alle ore 18 comincia la Rivoluzione». Due per strada: «Ma sarebbe la Rivoluzione, quella vera?». Altoparlante: «Alle ore 18 comincia la Rivoluzione». Due per strada: «È il processo. Fanno il processo a me, a te, a tutti quanti». «E chi lo fa?». «La classe operaia. È la dittatura del proletariato». Altoparlante: «Alle ore 18 comincia la Rivoluzione»).
Modificato da Il Giudizio Universale, regia di Vittorio De Sica (1961).

L’idiozia dei capi e capetti, spesso figli dell’alta borghesia, saltava agli occhi.
Ricordo uno studente universitario, abitante in via Chiaia, alto ceto sociale.
Una volta entrammo insieme in una libreria. All’uscita mi fece vedere un libro che aveva sottratto con destrezza. Non aveva certamente bisogno di rubare un libro. Secondo lui si trattava di un gesto rivoluzionario, che non danneggiava l’impiegato ma il padrone della libreria. Non so su quali basi fosse sicuro che il padrone della libreria, probabilmente meno ricco di suo padre, non avrebbe accusato l’impiegato di scarsa attenzione.
Decisi di non entrare più da nessuna parte insieme a lui.
Furono questi piccoli e stupidi gesti l’embrione del cosiddetto “esproprio proletario” e dell’idea di poter raddrizzare il mondo con gesti storti. Dai furtarelli si passò alla P38.
Questi figli dell’alta borghesia in realtà odiavano l’ambiente in cui erano cresciuti (come dargli torto!) e trasferivano nell’ideologia i loro problemi psicologici (il dramma è rappresentato da Sartre in “Le mani sporche”).
Naturalmente si guardavano bene dal rinunciare ai vantaggi derivanti dalla collocazione economica dei genitori.
Avevano consuetudine con gli assistenti e in qualche caso con i professori.
I figli della piccola borghesia e del proletariato, entrati in massa da poco all’università, si facevano “dettare la linea” dai compagni sicuri di sé.
L’apertura dell’accesso per i provenienti dagli istituti tecnici e magistrali divise la popolazione universitaria in due gruppi: quelli che avevano lo zio ingegnere, architetto, giornalista (il padre, il nonno, l’amico di famiglia) e i primi nel loro ambiente a salire sullo scalone della Minerva (a Napoli, via Mezzocannone, Università Federico II, facoltà di Fisica).
Ricordo quando andavamo, io e Ciro, anche lui di famiglia piccolo borghese, a casa di quell’amico in via Chiaia a preparare una lezione: la casa, i mobili, la scrivania, i tappeti, la cameriera vestita da cameriera (solo al cinema mi era capitato di vederne una). Tutta roba a cui non eravamo abituati. La madre, a una certa ora, ci interrompeva con gentilezza e la cameriera ci portava il tè, in quelle tazze che ci intimidivano. La madre ci sembrava più giovane delle nostre mamme ruspanti. Attraversando una sala per entrare nello studio avevamo salutato il padre, che sembrava più vecchio dei nostri; aveva appena sollevato lo sguardo da certi fogli appoggiati su un tavolinetto basso davanti alla poltrona. Il nostro amico si definiva trotzkista, quindi era molto più a sinistra di noi (genericamente collocati nell’area). Credo ci  tollerasse per la consueta diligenza nel prendere appunti.

Lo scenario della gioventù studentesca negli anni settanta è rappresentato in modo arguto, ma sconsolato, da Vittoria Ronchey in Figlioli miei, marxisti immaginari, Ed. BUR, 1975 (in copertina corteo di giovani stilizzati, sciarpa rossa, bandiere al vento, vuote).
Naturalmente c’erano i teorici, che avevano letto tutto o facevano credere di avere letto tutto (non era difficile in mezzo a tanta ignoranza).
Il libro di Vittoria Ronchey è il diario di una professoressa di liceo che si trova a fare un’esperienza traumatizzante in una scuola “impegnata”. A pag. 79 è scritto:
È per questo che sono purtroppo divenuta convinta, con sofferenza, che gli utopisti più pericolosi del nostro tempo – ancor più che gli urbanisti, i sociologhi ideologizzanti o i rivoluzionari anarcoidi – sono alcuni pedagogisti. Il principio pedagogico più pericoloso è che l’apprendimento dev’essere facile, privo di qualsiasi ostacolo, rispondere all’immediato interesse di chi ascolta (vero o falso che sia) e non ai suoi possibili interessi futuri.

Erano anni in cui un movimento politico poteva chiamarsi Lotta Continua senza suscitare ilarità. Che c’è di continuo nella vita? Poche cose, essenzialmente legate alle funzioni fisiologiche di base: respirare, alternare veglia e sonno, assumere alimenti, eliminare i rifiuti del metabolismo.
L’arguzia napoletana soccorre in un libro o in un film (non ricordo) di Luciano De Crescenzo con la domanda ironica dell’ingegnere filosofo: «Ma questa lotta dev’essere per forza continua?».

Purtroppo il partito che aveva contribuito più degli altri alla liberazione dal nazifascismo, il PCI, stentava a liberarsi da un fondo di doppiezza (i cossuttiani facevano buona guardia) destinato a trasferirsi alle nuove generazioni.
Uno dei fondatori delle brigate rosse, Alberto Franceschini, proveniva dalla Federazione giovanile del PCI di Reggio Emilia, era figlio e nipote di partigiani, eppure non gli avevano insegnato che la democrazia concreta, fatta di elezioni, parlamento, confronto con gli avversari politici, mediazioni, compromessi storici e non – quella che con disprezzo definivano borghese ed è costata lacrime e sangue – è patrimonio di tutti.
Non possiamo prendercela unicamente con l’ambiente (la scuola, la famiglia, il partito) incapace di trasmettere i valori fondanti della nostra civiltà; c’è la responsabilità individuale, ci sono i comportamenti di chi passa all’azione eliminando ogni dubbio e, senza se e senza ma, si spinge da solo verso scelte sempre più catastrofiche e irreversibili.
Renato Curcio aveva fatto parte della galassia degli assistenti di Francesco Alberoni, preside della facoltà di Sociologia e poi, dal 1968 al 1970, rettore dell’Università di Trento (Alberto Franceschini, Pier Vittorio Buffa, Franco Giustolisi – Mara, Renato e io – Oscar Mondadori, pag.22).
Si tratta di quell’Alberoni che, molti anni dopo, avrebbe pubblicato libri che gli avrebbero fatto meritare la definizione di “sociologo da salotto”.
Alcuni titoli: Innamoramento e amore, L’erotismo, Il volo nuziale.
Il professore fu anche detto “banal grande” (sembra sia stato ricercatore importante negli anni della maturità).
Alberoni è stato uno dei primi opinionisti televisivi.
Di lui Renato Curcio disse: «Alberoni ci prese sotto la sua ala e ci aprì una strada concreta». (Azz!)
Curcio superò tutti gli esami a Sociologia, tranne, per scelta politica, l’esame di laurea.
Dopo essere sparito dagli schermi televisivi per qualche tempo (non che se ne sentisse la mancanza!), Alberoni ricomparve a novant’anni, candidato alle europee del 2019 per il partito che fa a gara con la lega a chi sta più a destra.
Altra perla di Curcio su Alberoni: «Ebbe l’idea di trasformare Trento in una specie di Francoforte: un’università sperimentale in cui si esprimessero tutte le tensioni che erano nell’aria». (AriAzz!)
Giorgio Bocca scrisse: «Tutti gli avventurosi, gli utopisti, gli spostati della penisola vi si diedero appuntamento». (Concetto Vecchio – Vietato obbedire – Rizzoli, 2005 e Francesco Merlo – La Repubblica Archivio, 21/05/2009)

Franceschini, Curcio e gli altri fondatori delle brigate rosse avevano fatto dei gesti squadristici: missioni punitive, incendi di locali adibiti a garage, sequestri di dirigenti industriali, fino a colpire un magistrato, il giudice Mario Sossi, sequestrato il 18 aprile 1974, tenuto prigioniero fino al 23 maggio.
Il procuratore di Genova Francesco Coco, che aveva, giustamente, impedito la liberazione dei delinquenti chiesta dai brigatisti in cambio del prigioniero, fu ucciso due anni dopo, insieme ai due uomini della scorta: Giovanni Saponara e Antioco Deiana.
Franceschini, Curcio e compagni non si erano spinti a organizzare omicidi, anche se l’uccisione dei sequestrati e dei carabinieri rientrava nelle possibilità prese in considerazione (nessuna remora morale, altro fallimento dell’ambiente cattolico di base da cui alcuni provenivano, altra scelta individuale di cui sono responsabili).

Abituandosi sempre più all’esercizio della violenza pseudopolitica – chissà quanti dirigenti di azienda e quadri intermedi erano aggrediti solo perché stavano sullo stomaco a qualcuno, quante vendette personali erano mascherate da giustizia proletaria – e alle rapine per autofinanziarsi, si esaltavano con la sensazione di poter risolvere in quel modo la complessità del conflitto sociale e la durezza dell’impegno lavorativo: niente discussioni (o solo tra di loro), trattative, scioperi, niente orario di ufficio o alla catena di montaggio; bastava entrare in una banca e dire «Questa è una rapina» (stando attenti a non rifare la gag di Woody Allen in Prendi i soldi e scappa).
Gli impiegati di banca erano terrorizzati. Franceschini racconta che una volta i brigatisti riuscirono a portare a termine un “colpo” senza imbracciare le armi.

I fondatori avevano pensato di fare un balzo avanti con il rapimento di Andreotti e per questo Franceschini si recò a Roma a studiare il campo (Dario Fo girava nei teatri e nei circoli Arci con “Il Fanfani rapito”).
Andreotti andava a messa ogni mattina presto, sempre nella stessa chiesa. Lasciava all’esterno le due guardie che l’accompagnavano. Durante la funzione era privo di protezione. Franceschini riuscì a toccarlo, mettendosi in fila per la comunione (era un altro mondo, che i terroristi hanno contribuito a distruggere); arrivò fino alla preparazione del piano, poi fu arrestato insieme a Curcio e tolto dalla circolazione (8 settembre 1974).
L’operazione era stata condotta dal generale Dalla Chiesa con l’utilizzo di un infiltrato famoso: frate mitra.

Non sappiamo che cosa sarebbe accaduto se si fosse compiuto il rapimento di Andreotti. Probabilmente lo avrebbero chiuso in un bugigattolo, torturato psicologicamente, interrogato inutilmente. Si sarebbero fatti strumentalizzare dai servizi deviati di vari paesi (compreso il nostro), l’avrebbero ucciso.
Avrebbero fatto ciò che i degni successori dei fondatori alla guida delle brigate rosse poi fecero con Moro.
Il comportamento di questa banda di delinquenti incoscienti era iscritto nell’automatismo delle loro reazioni. Esattamente come le oche di Lorentz ripetevano comportamenti dettati dall’imprinting e non distinguevano l’oca madre da uno straccio agitato al momento della schiusa delle uova.
Le ochette Franceschini, Curcio e compagni reagivano meccanicamente a input esterni. Non è necessario andare alla ricerca di grandi vecchi interni all’organizzazione; erano perfettamente manovrati, senza rendersene conto, da chi, all’esterno, aveva interesse a destabilizzare l’Italia. Bastava agitare uno straccio e lasciarli fare.

I fessi si arrabattavano, organizzavano, ammazzavano, si facevano ammazzare, si illudevano di condurre il carretto, come la mosca sulla coda dell’asino.
I delinquenti sistemati per tempo nelle patrie galere festeggiavano lugubremente – con frasi fatte pescate da Curcio nell’ozio della prigione – gli omicidi commessi dai compagni che avevano preso le redini dell’organizzazione.
Questi non si astennero dal trasformarsi in una banda di assassini, gettando la maschera delle motivazioni ideologiche.
Arrivarono ad ammazzare il fratello di Peci, che non c’entrava nulla, per ritorsione; chissà quanti altri furono feriti e uccisi solo perché stavano sullo stomaco a qualcuno.

Testimoni e protagonisti di quel periodo affermano che dall’interno delle prigioni arrivavano ai “compagni” sollecitazioni a uccidere senza pietà. Ma sono testimoni (pentiti, dissociati) interessati a ridurre la propria responsabilità; non si sa quanto veritieri. La trasformazione di una banda di terroristi in una banda di delinquenti è automatica.
Nell’organizzazione dei delitti divennero esperti: approfittavano delle carenze di un apparato statale inefficiente, infiltrato di altri delinquenti, piduisti o golpisti da operetta, e di raccomandati.
A loro favore giocava anche l’uso di una terminologia che agevolava la separazione dalla realtà: traducevano “ammazzare freddamente dei poveri poliziotti” con “neutralizzare la scorta”.

Ma, soprattutto, a loro favore giocava l’adesione incondizionata, senza se e senza ma, a teorie da loro stessi elaborate.
I più imbecilli, quelli che erano più degli altri privi di dubbi, comandavano. È la regola generale di ogni banda: i più decisi dettano la linea.
Basti pensare che uno dei concetti continuamente ripetuti nei volantini di rivendicazione dei delitti, la lotta contro il cosiddetto SIM (Stato Imperialista delle Multinazionali), era un parto del cervello, se la parola non è eccessiva, di Franceschini.
Questo l’ho sentito dire dallo stesso Franceschini, intervistato da Sergio Zavoli in un programma televisivo di diversi anni fa, ora accessibile su RaiPlay: La notte della Repubblica; una ricostruzione completa di quegli anni con interviste ai protagonisti.
Organizzavano sequestri, rovinavano persone, famiglie (le proprie e quelle delle vittime) sulla base di una pensata di Franceschini. Incredibile.
Ho dovuto fermare il programma e farlo tornare indietro per essere sicuro di avere sentito bene. Incredibile!
S’inventavano una cosa e quella cosa diventava l’interpretazione della realtà, in base alla quale passare all’azione eliminando i dubbi, compiere delitti senza se e senza ma.
In una delle puntate di La notte della Repubblica c’è un’intervista a Patrizio Peci, pentito dopo avere partecipato a molte azioni delle brigate rosse.
Segue la trascrizione.

Zavoli: «Senta Peci, ammesso che si possano fare graduatorie di questo tipo, c’è un omicidio che le pesa più di altri sulla coscienza?»
Peci: «Più degli altri … sì, bè, uno. È quello di un dirigente della Lancia che … si era andati per azzopparlo … poi il compagno che doveva sparare sparò tutto il caricatore e questo ebbe un infarto e morì. Diciamo che mi pesa di più perché, andando via, c’era Nadia Ponti, incontrai Nadia Ponti che mi disse: “guarda, ho visto l’autoambulanza con dei poliziotti dentro che avevano delle facce incredibili, penso che l’abbiamo fatta grossa, penso che ci sono delle complicazioni”. In quel momento mi è un po’ gelato il sangue perché anch’io avevo visto che c’era qualcosa che non andava. Cioè, normalmente, quando si colpisce qualcuno alle gambe, il personaggio urla. Questo urlava, effettivamente all’inizio, però, mentre andavo via, ho sentito che questo non urlava più. Infatti io in macchina ho detto a quello che ha sparato, gli ho detto: non è che per caso l’hai colpito alla pancia, non hai osservato bene le regole per non colpirlo in organi vitali? Lui ha detto: guarda, sono stato attento. Però rimaneva il problema di questo che non urlava. Questa cosa qui mi ha colpito abbastanza.»
Zavoli: «E per quelli che non urlavano le si gelava il sangue?»
Peci: (dopo un po’ di esitazione e di farfugliamento) «Si gelava il sangue, era sempre una vita tolta, quindi c’erano dei problemi, io sto dicendo che, rispetto a questo, c’erano più problemi di quanti ne avessimo normalmente. Le faccio un altro esempio. È capitato che dovevamo azzoppare una persona e l’abbiamo bloccata. Io ne avevo fatte già abbastanza di queste azioni, però era la prima volta che bloccavamo una persona. Questa persona fu bloccata, però era la prima volta che avevamo un contatto diretto. E questo mi fa: “per favore non mi sparate alle gambe”. Lì sono rimasto veramente male, anche perché gli altri due che erano con me, quindi questa non è una cosa che ho avuto soltanto io, anche se questa cosa poi non l’abbiamo più ripresa, mi guarda in faccia, io mi sono trovato a non sapere che fare. Se non la faccio sono cacciato dall’organizzazione. Allora ho detto: sparagli solo un colpo. In effetti fu tirato un colpo, può sembrare una cosa cattiva, però in quel momento, il fatto di avere il contatto umano con la vittima … già era cambiato qualcosa. In altri casi si sparavano tre, quattro, cinque colpi, anche in maniera cattiva qualche volta … invece lì, avendo il contatto umano, scambiandosi due parole, guardandosi negli occhi … c’è stata questa … diciamo questa … questa diversità. Può sembrare niente per chi è al di fuori, però per me è tanto, specialmente pensandoci ora.»
Zavoli: «Il contatto umano implicò di fare uno sconto in quel caso. Bisognava far tornare molti conti, facendo quel mestiere.».
Fine della trascrizione. Grande Zavoli!

Tutti o quasi tutti questi delinquenti, se non sono morti, sono, in un modo o nell’altro, a piede libero.
Grazie alle regole dello stato borghese e alla decisione di un giudice, che odiavano, hanno avuto la possibilità di rifarsi una vita, mettendo tra parentesi le loro vittime.
Pentiti e dissociati hanno usufruito di sconti di pena. I pentiti hanno denunciato gli altri delinquenti e corso molti rischi, i dissociati non hanno denunciato nessuno e hanno solo detto: forse abbiamo sbagliato, vabbè, non ci pensiamo più – e non si sono preoccupati dei delitti che i loro ex complici avrebbero continuato a compiere.
Si sono illusi di salvare la faccia: la scelta più comoda in quella situazione.
Ora si fanno intervistare per spiegare a loro modo quegli anni, cercano di coinvolgere un’intera generazione nelle loro scelte.

Fra i dissociati c’è Valerio Morucci, che scandiva al telefono: «Via Caetani … CCae-ttani», con la voce nasale, il tono burocratico («Via CCae-ttani, prenda nota, ha scritto? non abbiamo tempo»), per annunciare dove i familiari avrebbero trovato il corpo della vittima. Mancava poco che dicesse: «Dobbiamo chiudere la pratica».
In un’intervista del 2001 a Claudio Sabelli Fioretti, da uomo libero, nonostante avesse partecipato all’agguato di via Fani, si lamentava di “vivacchiare”, di avere difficoltà a lavorare per essersi troppo esposto; parlava male di Franceschini – secondo lui odiava Moretti perché era innamorato di Mara Cagol, la moglie di Curcio; poi raccontava che quando lui, Morucci, si dissociò, Franceschini voleva farlo ammazzare per interesse personale: piccole rivalità, pettegolezzi, meschinità di piccoli uomini, pensieri deliranti.
Morucci forse dorme sonni tranquilli.
A domanda precisa affermò di non provare rimorso per i delitti commessi perché, secondo lui, prima dovrebbe avere rimorso chi ha lanciato le bombe su Belgrado.
Uno strano modo di ragionare. Allora qualunque assassino può dire la stessa cosa, qualunque delitto è giustificato! Con questo ragionamento anche Hitler, intervistato all’inferno, potrebbe dire: io ho organizzato lo sterminio degli ebrei, ma quegli altri hanno lanciato due bombe nucleari. Tutti colpevoli, nessun colpevole? Il solito modo di trovare alibi, scuse, giustificazioni, di alzare la mano con il ditino puntato: «È stato prima lui!».

Anche la ex compagna di Morucci e complice di quegli anni, Adriana Faranda, si è rifatta una famiglia.
Anche lei, forse, dorme sonni tranquilli.
In un’intervista a Sabelli Fioretti dichiara: «Finché l’organizzazione è attiva non si può chiedere a membri che ne hanno fatto parte di raccontare quello che è accaduto con nome e cognome dei protagonisti».
Qualcuno vuole spiegare alla signora che questo si chiama O.M.E.R.T.À?
Nel suo curriculum ci sono due azzoppamenti (Emilio Rossi e un professore universitario) e il ferimento di due agenti della Digos.
Partecipò all’azzoppamento del preside della facoltà di Economia e Commercio; forse era l’esame per essere ammessi nella banda.
Immagino quanti “bei” pensieri il professore le abbia indirizzato quando, invecchiando, sono cominciati i dolori alla schiena e alle gambe: sono problemi che abbiamo tutti, dopo una certa età, suppongo siano particolarmente accentuati per un professore gambizzato da una studentessa che ha deciso di usare le gambe del professore come bersaglio nel tiro a volo per dimostrare ai compagni quanto è brava e precisa.
Affida la figlia alla madre per darsi alla latitanza insieme a Valerio Morucci.
”Il dovere”, “l’impegno”, “la rivoluzione” chiamano. Quando questi tre chiamano, la giovane Faranda risponde: «sì», «eccomi», «sono pronta», «mi sacrifico e sacrifico mia figlia e mia madre per il bene dell’umanità»; «se poi mi capiterà di sacrificare anche qualcun altro, non importa».
Secondo la giovane studentessa universitaria il bene dell’umanità si può raggiungere sparando alle gambe di un professore o partecipando all’organizzazione dell’esecuzione di cinque uomini e al rapimento di un sesto, senza escludere l’uccisione a freddo anche di questo.
Mentre i suoi compagni, che avevano trucidato cinque poliziotti, torturano Moro (tenere un prigioniero sotto la minaccia di morte è una forma di tortura), svolge diligentemente il lavoro di “postina” delle br.
Prende le buste con dentro i fogli che contengono le “elaborazioni politiche” di Moretti e compagni, le “risoluzioni della direzione strategica”, le fotografie del prigioniero con alle spalle la stella a cinque punte, le lettere che il povero Moro indirizzava ai familiari, ai compagni di partito, al papa e, con molta precisione, le deposita in luoghi convenuti – bisogna ammettere: una postina indefessa, precisa, affidabile.
Quando capisce che l’uccisione di Moro è un errore (non un delitto, un errore) cerca, insieme a Valerio Morucci, di convincere i “compagni della direzione strategica” a rilasciare il prigioniero. Ma questi avevano già deciso di giustiziarlo. Morucci si convince presto a ubbidire: siamo soldati, dice. Lei insiste, inutilmente.
Le brigate rosse erano un’organizzazione verticistica.
Quando i “capi storici” furono messi in condizioni di non nuocere dal generale Dalla Chiesa (si firmava “dalla Chiesa”, con la d minuscola) altri soggetti presero il comando.
I brutali assassini che avevano organizzato a freddo lo sterminio della scorta di Moro non tennero in alcun conto il parere della “postina”, che si limitava a eseguire gli ordini, insieme al suo compagno esperto di armi e, secondo Franceschini, amante della bella vita.
Per che cosa metteva a tacere i dubbi, se li aveva? Fede nella rivoluzione che sarebbe scoppiata di lì a poco? Fiducia nei confronti degli scalzacani che giocavano a fare i “rivoluzionari” e non dovevano essere molto in sé?
Aveva accettato l’uccisione a freddo dei poliziotti della scorta: Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino.
Ricordiamo sempre questi nomi, stampiamoceli nella memoria!

Aveva accettato gli urli di disperazione degli azzoppati, descritti da Patrizio Peci, quando si accorgevano di essere finiti nelle mani di belve feroci.
Accettò la decisione della banda di uccidere a freddo Aldo Moro.
Perché lo fece? Perché non si ribellò? Perché non liberò Moro da quel tormento?
Forse per obbedienza.
Si era ribellata al padre, che dicono essere stato severo. Obbedì a una banda di scalzacani e a una ideologia appresa sui libri e nella confusione delle assemblee studentesche.
«L’obbedienza non è più una virtù» non si deve riferire solo ai cappellani militari, com’era nelle intenzioni di don Milani.
Si deve riferire a quelli che cancellano i dubbi.
Ma allora non si agisce più?
Meglio non agire che avere sulla coscienza la mamma di uno dei poliziotti che al funerale del figlio disse, nel suo dialetto meridionale, da sotto allo scialle nero: «In campagna si mangiava pane e cipolla, mio figlio era andato a Roma per lavorare».
La povera donna sarà morta di disperazione.

Non è che mi dispiaccia se questi due, Morucci e Faranda, e altri che hanno combinato tanti guai, dormono tranquillamente, se nessuna immagine insanguinata di un uomo che implora misericordia disturba il loro sonno.
Il problema è che non ammettono apertamente, senza giri di parole: «Ero uno stronzo (o una stronza, a seconda). Credevo di avere capito tutto, invece non avevo capito niente, ero influenzato/a da altri più stronzi di me o intenzionati a strumentalizzarmi per giocare a fare i capi guerriglieri».
Se, una volta per tutte, chiedessero perdono alle vittime, dirette e indirette, della loro stronzaggine – senza cercare giustificazioni con i delitti degli altri o con il “clima” di quegli anni o con i “comunisti” uccisi dalla polizia o con le stragi di stato, mescolando situazioni, vicende, episodi molto diversi tra loro – se denunciassero i furbi che se la sono cavata pur essendo colpevoli come loro o peggio di loro, e poi sparissero nell’ombra – «Vuole intervistarmi? No grazie, ho detto tutto, proprio tutto nel processo, senza proteggere nessuno, ho fatto arrestare tutti i miei complici, perché è l’unico modo per salvare il mio onore, perché non voglio essere responsabile, anche solo per omissione, di altri delitti, perché non si può ricominciare a vivere coltivando l’omertà, perché i feriti, gli azzoppati, i familiari dei morti hanno il diritto di sapere nome, cognome e indirizzo degli assassini (possibilmente l’indirizzo: carcere di San Vittore, cella numero …)» – se facessero tutto questo, si potrebbe anche cercare di dimenticare quello che hanno combinato e chiuderla lì.
Invece stanno sempre a spiegare, a contestualizzare, ad argomentare, a presentare le cose a modo loro, qualche volta addirittura a mettersi in cattedra, a proporre soluzioni. Soluzioni di che? Fortunatamente li abbiamo sconfitti e solo perché sconfitti si sono arresi (in vari modi, scegliendo ognuno quello che più gli conveniva).
Quando li sento spiegare le cose a modo loro – col linguaggio dei volantini che non hanno mai dismesso, pentiti perché non hanno vinto, incapaci di fare tutti i conti (come dice Zavoli) con un passato di spietati assassini e di complici di assassini – mi dispiace di non credere ai fantasmi.

Documentario di Loredana Bianconi, accessibile su YouTube; si chiama “Do you remember revolution. Donne nella lotta armata”.
Io avrei messo un punto interrogativo dopo revolution o avrei tolto il ”do you” (“Ricordi la rivoluzione?” oppure ”Ricorda la rivoluzione”, ma forse sbaglio).
Quattro donne che hanno un passato nelle brigate rosse parlano della propria storia con molta sincerità. Sono Adriana Faranda, Nadia Mantovani, Susanna Ronconi, Barbara Balzerani.
È un documentario di 25 anni fa. Credo che queste donne abbiano tutte finito di pagare i conti con la giustizia grazie a sconti di pena vari. Avevano sulle spalle condanne a lunghe detenzioni, fino all’ergastolo, qualcuna più di un ergastolo.
Queste testimonianze si dovrebbero diffondere tra i giovani, insieme alle analoghe testimonianze degli ex tossicodipendenti.
Sentire parlare gli ex drogati e gli ex terroristi è il modo più efficace per allontanare i giovani dalla droga e dalla scelta di entrare nella lotta armata.
Uno li sente e capisce quanto erano deboli i primi, quanto continuano a essere fessi i secondi («Quand on est con on est con» diceva Brassens).
Adriana Faranda racconta un episodio; trascrivo:
«… A questo proposito di primato della politica e incomprensione umana, ricordo un piccolo aneddoto quasi insignificante, ma che per me contò molto. Quando stavamo facendo l’inchiesta su via Fani» [traduzione: quando stavamo organizzando il rapimento di Moro e l’assassinio dei cinque uomini della scorta] «io vidi uno degli uomini della scorta che chiamava il suo collega».
«Era marzo» [il 16 marzo sarebbe avvenuta l’esecuzione]. «Gli fece vedere uno stormo di rondini che arrivava. Questa cosa mi colpì molto.
La riferii dicendo che appunto aveva chiamato il collega per fargli vedere questi uccelli che arrivavano: significava la primavera che stava per sopraggiungere. Con questo io intendevo dire che questa persona in quel momento aspettava, aspettava comunque una stagione nuova, aspettava la vita. E l’idea che noi andassimo ad attaccarli, che potessimo dargli la morte, come quasi sicuramente sarebbe avvenuto, mi creava un grande disagio interiore»
[però non le impediva di continuare a preparare la morte di quei poveri agenti di scorta].
«Questo non venne assolutamente interpretato in questo senso, mi venne risposto molto freddamente: anche i nazisti amavano molto le bestie. Come dire: non porti il problema che questo è un essere umano buono, tra virgolette, che questo è un essere umano degno di essere graziato semplicemente perché ama le rondini che arrivano». [La ex studentessa universitaria di lettere parla proprio così: “non porti il problema che questo è un essere umano …”. Un modo di parlare, di comporre la frase, che spiega tante cose].
«Ma non era quello il senso che io volevo dare a quella frase. E quindi questa frase mi gelò, ovviamente [si riferisce alla risposta], «non riuscii ad approfondire il discorso, perché in quel momento avvertii che non c’era un terreno di comunicazione, che loro erano soltanto tesi a giustificare, a legittimare quello che poteva avvenire, ciò che avevamo deciso di fare.
E quindi non c’era spazio per i dubbi, per le riflessioni, per l’interrogativo etico se noi avevamo o meno il diritto di dare la morte a un altro essere umano …».

I complici non si ponevano “l’interrogativo etico”, lei se lo poneva.
Il risultato era lo stesso. Con tutto l’interrogativo etico e le riflessioni, continuava a preparare la morte sicura di cinque persone, probabile della sesta.
Che strano! Sembra disprezzasse i complici ma continuava a lavorare con loro. Sotto sotto pare che non apprezzasse anche il “compagno”, nel senso sentimentale del termine. Erano meno strani i complici: loro, di fatto, erano nazisti, ragionavano come i nazisti e prediligevano l’azione. Faranda voleva fare la rivoluzione socialista con loro; immaginava che gli scalzacani sarebbero diventati i nuovi Lenin.
Nonostante i dubbi, le riflessioni, gli interrogativi etici, continuò, per qualche tempo, a collaborare con i brigatisti.
Il 10 ottobre 1978 (erano passati cinque mesi dall’omicidio di Aldo Moro) partecipò all’agguato che pose fine all’esistenza del giudice Girolamo Tartaglione, 65 anni, Direttore generale degli Affari penali del Ministero di grazia e giustizia (così si chiamava allora).
Perché lo ammazzarono? Forse per loro era un simbolo, uno dei tanti simboli. Forse pescarono nel mucchio. Uno di loro disse: ammazziamo il giudice Tartaglione. Gli chiesero: si può fare? – Sì. – Allora facciamolo.
Uno obiettò: non serve a nulla, metteranno un altro al posto suo. Dopo ampia riflessione decisero: ammazziamolo, poi si vedrà.
Si organizzarono così: Alessio Casimirri e Alvaro Loiacono (gruppo di fuoco), Adriana Faranda e Massimo Cianfanelli (funzione di copertura).
Alessio Casimirri sparò al giudice: non ha fatto un giorno di carcere; attualmente è rifugiato in Nicaragua e gestisce un ristorante.

In una conversazione con Paolo Borrometi (16 novembre 2013) Faranda afferma:
«Le Br stavano simulando uno Stato in sedicesimo, avevano i tribunali del popolo, le carceri del popolo, le condanne in nome del popolo, allora invece di trasgredirla la convenzione di Ginevra, che ti vieta di fare del male ai prigionieri, figuriamoci di ucciderli, si doveva farla quella simulazione fino in fondo e dare la grazia ad Aldo Moro. Allora sì che ci saremmo dimostrati, anche eticamente, superiori al nemico che stavamo combattendo».
Chi li autorizzava a organizzare tribunali del popolo, carceri del popolo? Quale popolo li aveva incaricati di formulare condanne a suo nome e di eseguire le sentenze?
Se aveste deciso di liberare Moro, questa sarebbe stata solo una resa, non la “grazia” concessa da uno “stato in sedicesimo”, che esisteva solo nella vostra mente. Lei ha partecipato a una banda di delinquenti velleitari. Non se n’è resa conto? Strano!
I suoi complici l’avevano capito meglio di lei (non so se più illusa o incosciente o alla ricerca disperata di una giustificazione), per questo si opponevano alla liberazione del prigioniero.
Il riferimento alla convenzione di Ginevra nel vostro caso è assurdo (non c’erano due stati nemici in guerra) e se anche aveste liberato Moro, dopo avere ammazzato gli uomini della sua scorta e dopo la infinita catena di delitti, grandi e piccoli, di cui vi eravate macchiati, non vi sareste dimostrati eticamente superiori a nessuno. Sarebbe stato un atto di resa, l’unico possibile in quella situazione.
Lei ci ha pensato troppo, Faranda, prima di arrendersi e scappare con l’intenzione di fare un’altra banda, insieme a Morucci.
Poi, quando la sconfitta delle Br era nei fatti, si è dissociata. Non so se abbia dato un contributo all’arresto dei suoi complici, unico modo per impedire che continuassero a commettere delitti.

In un incontro con Agnese Moro, reperibile su youTube, che si è svolto martedì 11 aprile 2017 alle ore 10.30 presso l’Auditorium del Liceo Leonardo da Vinci di Maglie (della serie “Incontri possibili”), Adriana Faranda, dopo una premessa sul manicheismo presente nella società (da che pulpito!), racconta come a diciotto anni, provenendo da una famiglia che l’aveva troppo protetta – le famiglie italiane cercano di proteggere i figli; questi, che hanno avuto il privilegio di essere protetti dalla famiglia, dovrebbero avvertire il dovere di non massacrarla di dolore con il proprio comportamento – si iscrisse all’Università di Roma e, attraverso un percorso che passa da Potere Operaio e comprende un matrimonio e il concepimento di una bambina, si unì ai gruppi che consideravano necessario lo “strumento della violenza” per risolvere l’ingiustizia sociale e “fronteggiare la controparte”. Senza i soliti, inutili, giri di parole del politichese brigatista, avrebbe potuto dire, semplicemente, che entrò nelle brigate rosse.
Poi continua:
« … dov’è che per me si blocca tutto e comincia a entrare in crisi la mia scelta? Si blocca proprio con il punto che viene considerato il più alto dello scontro e anche l’inizio della fine: il sequestro del papà di Agnese [Fino a quel punto andava tutto bene: omicidi, azzoppamenti; tutto normale, accettabile, per la studentessa “troppo protetta” dalla famiglia. Uscendo da quella protezione era entrata in guerra. Qui ci vorrebbe un buon psicanalista (tra parentesi quadre le mie note)].
Lì, durante quel periodo, io mi rendo conto che stiamo trasgredendo tutto, che l’illusione di poter esercitare violenza, di fare lotta armata conservando dei codici morali si rivelava assolutamente falsa e illusoria [Ce n’è voluto per scoprirlo! Pensava che fosse possibile ammazzare la gente e conservare codici morali].
La guerra, di per sé, scardina tutto, non possono esserci principi etici che sopravvivono
[Credeva che fosse possibile farsi giudice e boia e conservare principi etici].
A quel punto io mi rendo conto che quella è l’azione più spregevole, più orribile, che, in nome della rivoluzione, si possa fare: uccidere un prigioniero. Uccidere un prigioniero che tra l’altro ha fatto dei discorsi molto, molto espliciti. Una persona che noi non avevamo compreso, tra l’altro. Noi pensavamo che fosse l’innovatore, quello che parlava di rinnovamento, e quindi fosse la persona più pericolosa per noi, per la quale lo stato e il suo partito avrebbe fatto qualunque cosa pur di riaverlo.
Questo è stato un duplice errore [Per questa signora un pluriomicidio e un rapimento non è un delitto, è un errore. Rapire Moro perché innovatore e pensando che lo stato si sarebbe piegato al ricatto non è un delitto, è un duplice errore].
Nel senso che il rinnovamento di cui parlava il papà di Agnese non era il rinnovamento che noi immaginavamo voluto dalle multinazionali [Ma che dice? Ancora con lo Stato Imperialista delle Multinazionali! Ancora con la SIM inventata da Franceschini! Questa non ha capito che si tratta di farneticazioni. Moro non era ciò che loro immaginavano perché ciò che loro immaginavano era un’invenzione di Franceschini, come riferisce lui stesso nel libro sopracitato e nell’intervista a Zavoli. Sulla base di questa invenzione si era organizzata l’uccisione a freddo di cinque uomini, il rapimento, la prigionia, l’uccisione di Moro].
E poi … [Scuote la testa]. C’era anche tutto il discorso che Moro fu … abbandonato … fu abbandonato da tutti [Ripete, rivolgendosi verso la figlia di Moro, come per cercare approvazione; scuote la testa, si passa la mano nei capelli] …»
[Fu abbandonato da tutti, non dai complici di Faranda, che non lo abbandonarono, lo giustiziarono].

La complice degli assassini di Moro si riferisce en passant ai poliziotti della scorta trucidati a freddo (dice in sostanza, non letteralmente: erano armati, dentro una logica di guerra sembrava normale ammazzarli).
Che cosa ha detto? Il “papà di Agnese” era un prigioniero e fu abbandonato dai suoi amici e dallo stato. Loro, i bravi giustizieri, non se lo aspettavano, poveretti! Volevano restituire Moro dopo averlo umiliato (come avevano fatto con il giudice Sossi, per poi uccidere il giudice Coco che si era opposto allo scambio) e, dopo avere ammazzato a freddo cinque uomini, volevano ottenere in cambio una piccola cosa: il riconoscimento come controparte dello stato e la liberazione di qualche delinquente. È il colmo.
Faceva diligentemente la postina delle br, faceva pervenire ai familiari le lettere disperate del prigioniero, che dovevano servire ad attuare il ricatto. I suoi complici, purtroppo, non abbandonarono Aldo Moro. Lo ammazzarono, puntandogli a freddo uno skorpion in faccia, o sparando una raffica dopo averlo fatto rannicchiare nel bagagliaio di una Renault (non c’è ancora una versione definitiva degli ultimi momenti del “papà di Agnese”).
Il resto del discorso è più onesto, ma soprattutto sono apprezzabili ed emozionanti gli interventi di Agnese Moro.

C’è un’intervista recente ad Adriana Faranda nella trasmissione Le belve di Francesca Fagnani.
Fagnani: «Lei ha partecipato e condiviso il piano del rapimento Moro. Quel giorno a via Fani, come tutti sanno, sono morti tutti gli agenti della scorta di Moro. L’annientamento della scorta era previsto nel piano e condiviso da tutti?»
Faranda: «Questo … è un tema molto delicato, nel senso che …  [i puntini sostituiscono gorgoglii indecifrabili]. Noi non immaginavamo che gli uomini della scorta fossero, non dico impreparati, però che addirittura alcune armi fossero nel portabagagli o in un borsello, credevamo che fossero molto più … che rispondessero al fuoco, che si aspettassero che potesse succedere una cosa del genere. Ovvio che noi contavamo sulla sorpresa. Quello che noi non sapevamo è se ci sarebbe stato qualche morto anche dalla nostra parte». [Nel documentario del 1997 ha detto: «E l’idea che noi andassimo ad attaccarli, che potessimo dargli la morte, come quasi sicuramente sarebbe avvenuto»].
Fagnani: «Quando ha saputo che gli agenti erano morti tutti e dei vostri nessuno  come si è sentita?».
Faranda: «In quel momento da una parte sollevata, dall’altra ho sentito immediatamente il peso di quello che era avvenuto» [dice “era avvenuto”, come se i poveri poliziotti fossero stati vittime di un terremoto, di un incidente stradale. Ciò che “era avvenuto”, voi l’avevate organizzato, Cristo! Ora che sul tuo volto si vedono i segni della vecchiaia, non l’hai ancora capito? Non sono morti per un incidente automobilistico. Le cose sono andate come speravi che andassero: li hai presi di sorpresa e li hai ammazzati, anche se a premere il grilletto c’erano altri delinquenti, forse più capaci di te di usare le armi. Non è “quanto è avvenuto”, è quanto, insieme ai tuoi complici, hai fatto sì che avvenisse].
Faranda: «Mi ricordo che la prima cosa che udii è che c’era uno degli agenti che era sopravvissuto, era stato portato in ospedale e devo dire che mi augurai che non morisse». [Capito? Dopo che i suoi compagni gli avevano sparato, si augurò che non morisse, che restasse menomato per tutta la vita. Che animo sensibile! Che delicatezza!].
Cercò di opporsi all’uccisione di Moro, poi l’accettò, supinamente l’accettò. Fu ubbidiente e precisa nell’esecuzione dei propri compiti, fino alla fine.

Andrea Purgatori (il grande giornalista, purtroppo scomparso) – Festival delle Resistenze, Bolzano, 2018
«… Tenete presente che Moro viene ucciso seduto sul pianale della R4, non è vero che lo fanno stendere lo coprono col plaid e poi sparano. Lo fanno sedere sul pianale col portabagagli aperto; nel garage di via Montalcini il portabagagli aperto non si poteva tenere, perché era piccolo, era basso». [Purgatori fa riferimento alla sua tesi, che Moro sia stato trasferito da un’altra parte, prima di ucciderlo, in un posto più vicino a via Caetani, dove il corpo fu ritrovato].
«Lui con la mano sicuramente cerca di proteggersi: c’è una ferita tra le dita dove gli passa un proiettile, lui vede chi gli sta sparando. Come dire: non c’è nessun gesto di pietà, neanche in quell’esecuzione. C’è un’efferatezza spaventosa, e c’è poi questo famoso cerchio di proiettili che lo colpiscono, che faceva pensare a quel De Vuono di cui vi parlavo prima [il legionario calabrese, killer della ndrangheta, che firmava i suoi delitti con un cerchio di proiettili intorno al cuore], ma, al di là di questo, la modalità con cui viene ucciso è una modalità da macelleria. …».

Io non riuscirei a perdonare, anzi: non vorrei perdonare.
Sia chiaro: non sono per la vendetta, per l’“occhio per occhio, dente per dente”, che serve solo a moltiplicare ciechi e sdentati. Credo che lo stato, non il singolo, debba infliggere giuste pene a chi ha commesso delitti. Ma si tratta di pene, giuste pene, non torture, ma neanche vacanze organizzate, con sconti, amnistie, eccetera.
Però, anche dopo che il delinquente ha pagato il conto con la giustizia, quando non è più un delinquente ma un ex delinquente, e ha diritto di trovare un posto nella società (nell’ombra, soprattutto: nell’ombra!), non accetterei di sedermi in cattedra accanto a una persona che è intervenuta così pesantemente nella vita degli altri.
Non perdonerei e non dimenticherei, soprattutto se queste persone, che si dicono pentite di ciò che hanno fatto, non hanno contribuito, non contribuiscono a colpire tutti i complici che sono riusciti a farla franca (mi riferisco alla dichiarazione omertosa resa da Adriana Faranda nell’intervista del 2001 a Sabelli Fioretti).

La prima Commissione parlamentare bicamerale sul caso Moro si costituì nel 1979 e terminò i suoi lavori nel 1983.
Si concluse con una relazione di maggioranza (DC, PCI, PSDI, PRI), altre di minoranza (una PSI, una PLI, una MSI-DN e una del commissario Raffaele Della Valle), tra le quali la relazione che Leonardo Sciascia, deputato radicale, aveva presentato e firmato da solo. Questa relazione fu messa in fondo alla seconda edizione del libro che Leonardo Sciascia pubblicò sull’argomento, dal titolo L’affaire Moro, Sellerio editore Palermo, prima edizione autunno 1978, seconda edizione 1983.
Successivamente, in tempi più vicini a noi, il libro è stato pubblicato, sempre con l’aggiunta della relazione parlamentare di Sciascia, dalla casa editrice Adelphi.
In considerazione dei tempi in cui è stato scritto, L’Affaire Moro – nel titolo un riferimento all’Affaire Dreyfus e al J’accuse di Émile Zola – potrebbe essere considerato quasi unicamente un documento storico o letterario, ma non è così. È molto di più.
Contiene riflessioni valide anche ora che i processi si sono conclusi, altre commissioni hanno lavorato, i brigatisti si sono divisi tra pentiti, dissociati, espatriati e morti (non so se qualcuno abbia scontato interamente gli ergastoli o i venti, trent’anni di detenzione a cui molti di loro erano stati condannati), altri episodi sono venuti alla luce o sono rimasti avvolti nella nebbia.
È interessante, in particolare, l’analisi delle lettere di Moro svolta da Sciascia; furono derubricate da politici, intellettuali e, persino, dagli inquirenti, a testi scritti da un uomo che, costretto in una prigione, non era in grado di esprimersi liberamente, forse scriveva sotto dettatura o si trovava in una condizione di alterazione psichica indotta da sostanze stupefacenti. Furono ritenute, o si finse di ritenerle, prodotto della mente alterata di un uomo alle soglie della pazzia. Si ventilò l’ipotesi che Moro fosse stato drogato; l’autopsia, eseguita dopo il ritrovamento del cadavere, escluse questa possibilità: nel corpo non c‘erano tracce di sostanze stupefacenti.
Attraverso l’analisi delle lettere che conosce (altre, non consegnate dai brigatisti ai destinatari o consegnate ma non rivelate da chi le aveva ricevute, sono state scoperte in tempi successivi), Sciascia individua il metodo che Moro, lucidamente, seguiva per trovare una soluzione e identifica i messaggi che cercava di far pervenire all’esterno, utilizzando parole e frasi cifrate (esempio: ”mi trovo in un dominio incontrollato” = mi trovo in un condominio che non avete controllato) per scavalcare la censura dei brigatisti e fornire agli inquirenti informazioni sul posto in cui era tenuto prigioniero.
Usava la sua intelligenza e il suo metodo, sperando che all’esterno ci fosse un’intelligenza analoga, si seguisse un metodo, ci fosse la volontà di trovare una soluzione.
Può darsi che le ipotesi di Sciascia siano esercizi letterari, ma nessun tentativo di analisi di quei testi fu fatto dagli inquirenti; ci si chiuse dietro l’idea: non è farina del sacco di Moro, non del Moro di prima.
Sciascia dimostra che in quelle lettere c’è tutto Moro, c’è il politico che si era sempre mostrato propenso a cercare le vie del dialogo e del compromesso, nel senso alto del termine (io cedo qualcosa, faccio il primo passo, in modo che possiamo incontrarci a metà strada).
A Leonardo Sciascia fu attribuita la frase vigliacca: “né con lo Stato né con le brigate rosse”, frase che non ha mai pronunciato o scritto, che ha negato ripetutamente di avere mai pronunciato o scritto (le fake news usate per colpire chi si vuole demolire non sono un’invenzione di internet). La frase vigliacca, ripresa negli ultimi anni nella variante “né con Putin né con la Nato”, in realtà fu lanciata dal giornale Lotta continua.
L’ultima Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro si svolse nella XVII Legislatura, 2014-2018.
Presidente Giuseppe Fioroni (PD).
Vicepresidente Gero Grassi, che svolse un ruolo attivo nel divulgare le conclusioni della commissione; anche grazie a lui abbiamo a disposizione, sul suo sito, il pdf con tutti i verbali dettagliati dei lavori, le audizioni, eccetera.
La Commissione era composta da 30 deputati in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari e assicurava la presenza di un rappresentante per ciascuna componente politica costituita in gruppo.
C’era il Partito Democratico (Fioroni presidente, Grassi vice presidente, Bersani), c’era il Movimento 5 stelle (es. Nicola Morra), c’era Guglielmo Epifani. C’erano anche Gasparri e La Russa.
Dunque chi ha voglia di conoscere l’indagine più recente compiuta sul caso Moro dalla Camera dei Deputati può scaricare il pdf, stamparlo per comodità e leggere tutto. È un testo molto interessante e utile per evitare di allontanarsi dai fatti. Le conclusioni di questa commissione non sono secretate (sono secretati alcuni atti che potevano interferire con processi o indagini in corso). Il grosso, le conclusioni, si trovano nel sito gerograssi.it e chiunque può tranquillamente leggerle.
Anche sul sito della Camera ci sono i verbali di tutte le sedute della Commissione, incontri e audizioni. Tutto disponibile per chi ha voglia di informarsi.
Dal resoconto completo dei lavori emerge un quadro complesso che ha anche dei punti oscuri. Si possono avere opinioni diverse a riguardo, ma a chi rifugge dal complottismo, se il complotto non è dimostrato da fatti, sembra che tutto quel guaio si debba attribuire a quei ragazzotti che si erano convinti della possibilità che in Italia scoppiasse improvvisamente, come un temporale estivo, una rivoluzione comunista. Quelli veramente ci credevano e hanno rovinato tante famiglie, comprese le proprie, per questo sogno (in realtà un incubo).
A chi parla di segreti tenuti nascosti dico: posso sbagliarmi, ma escluderei che Bersani o Epifani avrebbero messo a tacere segreti inconfessabili senza passare le carte alla magistratura.
Mi riferisco a dati accertati, non a sospetti passibili di molte interpretazioni.

Rimangono alcuni punti oscuri, soprattutto perché i cosiddetti “dissociati” erano sempre attenti a non trasformarsi in pentiti, cioè a non coinvolgere loro complici non ancora individuati.
Per esempio: quante persone facevano parte del commando che trucidò la scorta di Moro? Nove, secondo il memoriale Morucci nella prima stesura; più di dodici, rispondendo, lo stesso Morucci, a una domanda dell’onorevole Luciano Violante in un’audizione della prima Commissione Moro. Ha detto la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità? Ha mai raccontato tutto ciò che sapeva?
La cosa che proprio non si può digerire è che alcuni di questi delinquenti, condannati all’ergastolo nei tre gradi di giudizio, non abbiano fatto neanche un giorno di carcere.
Alla fine è stato catturato il pluriomicida Cesare Battisti ed è stato estradato in Italia dove sconta la pena alla quale fu condannato tanti anni fa.
L’ex presidente Lula, che l’aveva protetto, ha fatto in tempo a dichiararsi pentito di questa azione e a chiedere scusa al popolo italiano e alle famiglie delle vittime.
Tanti delinquenti sono stati protetti dall’assurda “dottrina Mitterand”, che consentì a molti di loro (erano contro lo stato imperialista delle multinazionali, ma si facevano aiutare volentieri dallo stato francese) di non essere catturati, nonostante fossero inseguiti da condanne definitive per reati gravissimi emesse da tribunali italiani.
Cambiati i tempi, l’assurda “dottrina Mitterand” è stata abbandonata dalla Francia; ciò ha costretto i ricercati a cercare rifugio in altri paesi.

Bellissima la scena finale di “Buongiorno, notte”, il primo film di Marco Bellocchio (2003) ispirato al caso Moro, liberamente tratto dal libro Il prigioniero di Anna Laura Braghetti e Paola Tavella.
Quando un film è ispirato a fatti realmente accaduti, il bello è in quell’avverbio: liberamente.
Un artista non s’impegna a ricopiare la realtà, ma dalla realtà o dai libri – e dai sogni – trae ispirazione: poi rielabora liberamente.
Nella scena finale di “Buongiorno, notte” il regista immagina che Aldo Moro, interpretato da Roberto Herlitzka – aiutato da Chiara, la brigatista carceriera che, finalmente, ha ritrovato l’umanità perduta quando ha deciso di entrare nelle brigate rosse – all’alba esce dalla “prigione del popolo” e liberamente percorre la strada nella zona dell’EUR, in una Roma deserta, stringendosi addosso il cappotto che aveva quando l’hanno rapito.
Gli artisti, in particolare i registi, ci fanno sognare: Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria (2009) ci fa sognare la fine anticipata della seconda guerra mondiale determinata da una ragazza ebrea che riesce a bruciare vivi – in un cinema di Parigi occupata – i capi nazisti, compreso Hitler. Per appiccare e mantenere il fuoco la ragazza utilizza le pellicole di celluloide, altamente infiammabili. Il cinema brucia il nazismo (i nazisti).
Al sogno che Bellocchio ci ha regalato in “Buongiorno, notte” a me manca una cosa: dopo avere narcotizzato i complici e liberato Moro, la brigatista pentita (veramente pentita, non per finta o per avere sconti di pena, come, in molti casi, è accaduto nella realtà) dovrebbe chiamare la polizia e fare arrestare i rapitori di Moro, gli spietati assassini della sua scorta. Questo mi manca.
Se il pentimento non porta a fermare i complici, a cercare di porre rimedio ai guai commessi, ad assumersi tutte le responsabilità, che pentimento è? Che pentimento è se porta a nascondersi dietro la ”dissociazione”?
Dissociazione = “ho sbagliato ma non tradisco i compagni”. Se ti sei pentita devi avere capito che quelli non sono “i compagni”, sono solo dei volgari assassini che hanno trovato il modo di incanalare l’aggressività in un progetto assurdo.
Poco prima della liberazione del prigioniero a opera del personaggio immaginato dal regista (la brigatista pentita), Marco Bellocchio mette in bocca al carceriere più fanatico di tutti la frase seguente che dimostra l’uguaglianza, come 5=2+3, tra i terroristi delle brigate rosse e i nazisti.
«Se lo ammazziamo dimostriamo che siamo i più forti perché nessuna pietà ci può fermare».
È una frase da nazisti.
Non so se Bellocchio l’abbia presa dal libro o da testimonianze dirette.

Veniamo a “Dopo la guerra”, “Après la guerre”, il film, non a caso francese (regista italiana), che ho visto al cinema Arsenale di Pisa.
Racconta la storia di uno di questi assassini, riuscito a sfuggire per vent’anni alla pena dell’ergastolo a cui un tribunale italiano lo aveva condannato per l’uccisione di un giudice.
Nel 2002 un professore universitario viene ucciso da terroristi che si ispirano al gruppo fondato in altri tempi dal delinquente rifugiato in Francia.
Il clima politico è cambiato, così il terrorista, forse ex, rischia l’estradizione in Italia.
Comincia la fuga, il tentativo di scappare con documenti falsi in Nicaragua, l’ultimo paese disposto ad accoglierlo.
Nella fuga, seguendo una vecchia abitudine, cattura la figlia adolescente, non letteralmente ma esercitando una forte pressione psicologica e un ricatto affettivo.
La ragazza non ne può più.
Il padre non pensa di lasciarla libera di vivere la propria vita, libera di fare le proprie scelte, considerando che non è una bella prospettiva, per una ragazza cresciuta in Francia, andare a vivere in Nicaragua.

Il delinquente è prontissimo a rivendicare i propri diritti («La Francia non può rimangiarsi la parola», «L’unica soluzione è un’amnistia estesa a tutti») e a coinvolgere nei propri guai i familiari innocenti (la figlia, la madre, la sorella sposata a un giudice); il problema si risolve solo con la morte del terrorista, provocata, senza volere, dalla figlia.
Scrivo poco del film, perché il post è dedicato soprattutto alle vicende che mi ha richiamato alla memoria.
Il clima, soprattutto i rapporti famigliari, sconvolti in conseguenza delle scelte di alcuni giovani (non di tutti, non di una generazione), sono rappresentati in modo efficace. Mi sembra sia scelto un punto di vista e nessun rilievo sia dato all’altro possibile: le famiglie delle vittime.
Vedrei più volentieri rappresentato il dramma di quelle povere famiglie a cui fu sottratta la possibilità di vedere invecchiare un proprio congiunto che, come diceva la madre di quel poliziotto ucciso, era andato a Roma per lavorare, per sottrarsi alla miseria.
Ultime scene: arriva in Italia la bara (proporzionata alle dimensioni dell’attore, Giuseppe Battiston, che interpreta la parte del terrorista) e, insieme, la ragazza, attesa dai familiari incolpevoli.
Un friccico di speranza, come “un friccico de luna tutto per noi”, è acceso negli occhi di tutti (sento, come sottofondo, provenire dalla televisione la voce di Nino Manfredi che canta Roma nun fa’ la stupida stasera). Hanno sofferto abbastanza; finalmente sono liberi! (Questa è la mia lettura del pensiero nascosto dietro allo sguardo della ragazza e dei parenti incolpevoli).