
18 marzo 2026 h 17.30
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto
Altro film della regista: // Nomadland //
“Hamnet – Nel nome del figlio”, regia di Chloé Zhao
En français: “Hamnet”; sur www.giovanniguarino.org
Non era facile la vita a Stratford-upon-Avon (Stratford sopra il fiume Avon, circa 150 km da Londra) nel sedicesimo secolo, anche se ti chiamavi William Shakespeare.
Pioveva in continuazione: l’acqua entrava in casa come se la porta non ci fosse.
Ogni tanto la popolazione era decimata da un’epidemia di peste bubbonica, malattia oro fecale causata dai topi che entravano in casa con la stessa facilità della pioggia e lasciavano i prodotti del metabolismo a contatto con i cibi (che schifo!).
I rapporti tra i componenti delle famiglie erano duri. Il padre di Will aveva un’azienda per il commercio di pellami e la produzione di guanti; era riuscito ad assicurare il benessere alla sua famiglia, ma poi, caduto in disgrazia economica, avrebbe voluto che il figlio si desse un po’ più da fare. L’impegno di Will nello studio gli sembrava una perdita di tempo.
Il padre faceva debiti per l’azienda; quando non riusciva a onorarli, secondo le leggi dell’epoca, il figlio era obbligato a insegnare il latino ai figli dei creditori: servizi al posto del denaro, una forma di baratto che, con l’aumento dell’inflazione, sta tornando in auge (io ti riparo il rubinetto, tu fai il doposcuola a mio figlio).
William non aveva le idee chiare su ciò che voleva fare nella vita e non sopportava la struttura patriarcale della famiglia, la soggezione all’autorità paterna.
Nella prima parte del film è descritto l’incontro con una ragazza un po’ selvaggia, più grande di lui: Anne (o Agnes) Hathaway.
I due s’innamorano, lei rimane incinta, si sposano. Hanno tre figli: la prima, Susannah, e due gemelli: Judith e Hamnet.
Will non è soddisfatto, non gli basta avere formato una piccola famiglia colma di amore; spinto anche da Anne si trasferisce da solo a Londra per cercare nuove strade come autore di teatro e attore capocomico.
Ogni tanto percorre a cavallo i centocinquanta chilometri di strade fangose che separano Londra da Stratford-upon-Avon. Sono momenti di felicità, ma deve lasciare la famiglia, tornare nella città che comincia ad apprezzare il suo valore. Spera di riuscire, un giorno, a trasferire la moglie e i figli, ma sa che per Anne, la “selvaggia” quasi indovina, che alleva uno sparviero e conosce le proprietà medicamentose delle erbe, vivere in città sarebbe un grosso sacrificio.
Il bambino Hamnet (il nome si poteva anche pronunciare e scrivere Hamlet) muore a undici anni, si suppone in una delle epidemie di peste bubbonica che periodicamente falciavano la popolazione. Will arriva troppo tardi, non fa in tempo a salutarlo.
Scrive e rappresenta in teatro la tragedia Hamlet.
Su questa coincidenza Maggie O’Farrell ha scritto un romanzo, “Hamnet”, da cui è tratto il film omonimo (in italiano i distributori hanno aggiunto la solita frasetta inutile).
La parte più bella inizia oltre la metà: Anne (o Agnes) Hatawhay, la moglie di Will, e il fratello della moglie si recano da Stratford-upon-Avon a Londra perché in paese è giunta la notizia del grande successo teatrale della tragedia Hamlet.
A una finestra si affaccia uno che domanda: «Chi cercate?».
I due rispondono: «Cerchiamo William Shakespeare, siamo suoi parenti. Sapete dove abita?». Con questa semplice battuta e i costumi accuratissimi, i volti delle comparse, la scenografia, siamo trasportati da una poltrona del cinema Odeon di Pisa alla Londra forgiata da Elisabetta I Tudor, regina dal 1558 al 1603. Altro che intelligenza artificiale!
Will abita in una soffitta piena di disordine; non è in casa in quanto trascorre la giornata nel teatro a preparare gli attori («Ripetere, ripetere, ripetere le battute»).
I due entrano nella soffitta come se le porte non ci fossero. A giudicare da questo film, nell’Inghilterra del sedicesimo secolo attraverso le porte passava di tutto; le porte svolgevano la funzione solita solo nelle case dei nobili e dei ricchi.
Assistiamo all’ingresso degli spettatori nel teatro per la rappresentazione di una parte dell’Amleto.
La gente comune affolla, in piedi, la parte centrale scoperta; gli spettatori stanno uno addosso all’altro come galline in un pollaio; i primi sono a ridosso del palcoscenico, su cui si sporgono per appoggiarsi.
Non c’è interruzione di continuità tra il palcoscenico e lo spazio davanti, occupato dalla gente comune. I ricchi sono seduti nella galleria coperta, in fondo.
Peccato ci facciano vedere solo una parte dell’Amleto!
È così bella questa messa in scena che avrei preferito l’avessero sostituita a tutto il film e ci avessero proposto la rappresentazione dell’Amleto, dall’inizio alla fine: la pasta bianca malamente spalmata sul volto del fantasma, Ofelia e Gertrude interpretate da uomini vestiti da donne, sul palcoscenico stretto e a contatto con il pubblico, le spade di legno e la grande capacità degli attori di conquistare gli spettatori, di affascinarli, emozionarli, farli ridere, stupire, immedesimare in situazioni lontane dalla loro vita (gli spalti della reggia di Danimarca, la sala del trono, il cimitero dove Amleto incontra Orazio), il grande successo che risulta dalle cronache entusiaste dell’epoca.
Una rappresentazione teatrale assolutamente non naturalistica: trucchi semplici, ingenui.
Tutto è affidato alle parole, così potenti da scavalcare i secoli, da arrivare fino a noi senza perdere efficacia. Quelle parole, in molti casi, sono state conservate non dall’autore ma da attori che le avevano imparate a memoria e le avevano ripetute fino a trovare il tono giusto, con la guida di William. È un fatto quasi soprannaturale che siano riuscite a conservarsi, a emozionare e far pensare spettatori così diversi.
La prima parte del film non mi ha convinto, non mi ha preso, a parte la pietà per quella povera donna che ha perso il figlio e scarica la sua disperazione sul marito arrivato troppo tardi (il cavallo da far riposare, la strada fangosa, la solita pioggia).
Ribadisco che avrei preferito vedere tutto l’Amleto (Hamlet) con quella scenografia e quei volti, assistere alla ricostruzione perfetta di un momento del teatro elisabettiano. Purtroppo abbiamo avuto solo un assaggio.
La scrittrice Maggie O’Farrell è partita da una coincidenza: il nome Hamlet del principe di Danimarca era pronunciato nello stesso modo del nome Hamnet del figlio di Shakespeare, morto a undici anni.
Il film, estratto dal romanzo, racconta la stessa coincidenza, che non emoziona (parlo per me), mentre la tragedia Hamlet continua a emozionarci ogni volta che viene rappresentata.
Ho una mentalità semplice, non riesco a seguire collegamenti complicati. La scrittrice dovrebbe spiegare in che modo un bambino morto a undici anni diventa il principe di Danimarca; come mai nella tragedia il morto (il fantasma) è il padre, non il figlio; che c’entrano lo zio e Gertrude con la vicenda tragica vissuta dall’autore.
Sono troppo semplice per capire e forse è meglio chiudere con una frase immortale: «The rest is silence»; «Il resto è silenzio».
