Skip to content
Giovanni Guarino

Giovanni Guarino

Almost free

Cerca (nome o titolo, anche parziale)

  • Home page
  • Commenti
  • Film (A – Z)
  • Registi (A – Z)
  • Per data
  • Testi vari
  • Temi
  • Fotografie
  • Video
  • Il Cammino di Santiago
  • Commenti brevi
  • Film Brutti
  • Privacy Policy

The King of Pigs (Yeon Sang-ho)

  • Home
  • 2026
  • Marzo
  • 25
  • The King of Pigs (Yeon Sang-ho)

Yeon Sang-ho

Giovanni Guarino25 Marzo 20264 Aprile 2026No Comment

25 marzo 2026 h 17.30
Cinema Teatro La Compagnia Firenze – via Cavour, 50r

“The King of Pigs”, regia di Yeon Sang-ho, 2011.
En français le même titre sur www.giovanniguarino.org
È l’antefatto di tutta l’opera di Yeon Sang-ho, regista coreano autore di molti film importanti: di animazione (“Seoul Station”) e con attori in carne e ossa (“Un treno per Busan”), collegati da uno sguardo horror e talvolta splatter (scene grondanti sangue, mutilazioni e violenza esplicita) della società coreana.
“The King of Pigs” (2011), il primo film di Yeon Sang-ho, è stato proiettato al cinema La Compagnia nell’ambito del 24° Florence Korea Film Fest 2026. Realizzato con pochi soldi, rivela l’autorevolezza inaspettata di un regista che nel 2011 aveva 33 anni.
Non ci sono scene orripilanti e zombi assetati di carne umana, come in alcuni altri; solo coltellate attutite dal disegno (è un film di animazione).
La violenza è spostata nell’immaginazione dello spettatore; il genere si potrebbe definire thriller neorealista animato (di solito i tre termini non vanno tanto d’accordo).
La disperazione e la paura sono prese dalla realtà, dai ricordi; talvolta producono immagini che perseguitano alcuni personaggi e sembrano soprannaturali, ma sono incubi causati dai sensi di colpa.
Il film rappresenta situazioni forse in parte vissute, amplificate (si spera) e drammatizzate per veicolare un giudizio di condanna definitiva della organizzazione sociale coreana.
Le scuole in Corea del Sud, nell’epoca a cui il film si riferisce, erano decisamente posti di m..da. In quel paese una famiglia con bambini in età scolastica aveva davanti una sola possibilità ragionevole per salvarli: fuggire. Questo si deduce dal film.
Vige tra gli alunni una rigida gerarchia basata in parte sulla forza fisica, soprattutto sulla ricchezza delle famiglie di provenienza. La gerarchia favorisce l’espressione dell’aggressività.
Nelle nostre scuole non c’è, non c’era a quei tempi (una ventina di anni prima del 2011), una separazione insuperabile tra “cani” (grandi, forti, violenti) e “maiali” (piccoli, deboli, indifesi).
Questa è la prima classificazione presentata all’inizio del film da un giovane che racconta l’esperienza scolastica, alla quale collega la propria deprimente situazione attuale.
Gli studenti sono vittime o persecutori, o vivono nell’oscurità, sperando di non suscitare l’attenzione dei “cani”, di non essere perseguitati.
La scuola coreana, come appare in questo film, analogamente alla società coreana, è una giungla; i professori sono complici dei più forti, li utilizzano per mantenere l’ordine o chiudono gli occhi.
I deboli (i “maiali”) vivono situazioni terribili; i ragazzi di famiglia proletaria, povera e sfruttata, sono anche sottoposti alle tensioni prodotte dal consumismo.
Ci sono marche di jeans e oggetti tecnologici di cui non si può fare a meno per essere rispettati dai “cani”.
Due protagonisti principali: Jong-suk, scrittore senza lavoro (che racconta) e Kyung-min, trentenne manager di un’azienda fallita.
Due perdenti che a scuola erano “maiali” e si ritrovano, dopo molti anni, a ricordare i momenti terribili vissuti con la paura continua di essere presi in giro e di essere picchiati.
In seguito sono stati entrambi sconfitti dalla vita.
Jong-suk è maltrattato dal manager della casa editrice dove lavora come ghost writer; Kyung-min, lo sappiamo fin dall’incipit, è impazzito, improvvisamente ha commesso un delitto: lo sappiamo noi ma non l’amico con il quale si è incontrato.
Ricomincio per chiarezza: viene descritto l’incontro tra due trentenni che non si vedono dagli anni della scuola, erano entrambi deboli, vittime, “maiali”; uno dei due, Kyung-min, in un moto di follia a cui assistiamo, ha ucciso la sua compagna (è la prima scena del film), ha chiuso la porta di casa e si è recato all’incontro con il vecchio compagno di scuola Jong-suk, aspirante scrittore fallito.
Da questo incontro parte il racconto, con numerosi flash back, interruzioni che ci riportano alla scuola che frequentavano insieme.
Questa situazione di partenza mi ha catturato, mi ha fatto seguire con attenzione lo svolgersi della trama, perché il regista sa raccontare e, partendo da un delitto, ha separato nettamente il racconto dai soliti ricordi di scuola venati di malinconia di due trentenni che hanno fatto i conti con la vita. Non è un “com’eravamo”, perché sappiamo che Kyung-min ha coltivato il germe della follia. Dopo avere ucciso la sua compagna ha telefonato a Jong-suk. Non lo aveva più incontrato dopo la fine della scuola. Vuole comprendere un episodio drammatico dell’ultimo giorno di scuola, un episodio tenuto nascosto da allora. Alla fine l’episodio torna in superficie e i due si raccontano, finalmente, la propria versione dei fatti.

Di famiglia lavoratrice, il bambino Jong-suk ha una sorella che, strepitando, riesce a ottenere dalla madre un paio di jeans di marca per sentirsi alla pari delle compagne più ricche.
In seguito Jong-suk scoprirà che la sorella ruba gli oggetti tecnologici che desidera, indispensabili per non sentirsi inferiore alle altre.
Jong-suk mette i pantaloni di marca della sorella e cammina orgoglioso, poi il suo amico gli fa notare che quei pantaloni hanno un segno, un triangolo rosso, che identifica i jeans per le femmine (per i maschi il triangolo è verde).
Cerca di nascondere il segno abbassando il maglione, non riesce, viene preso in giro dai “cani”, che lo trattano con disprezzo, come trattano i sospettati di essere gay. Non lo è, questa è solo una delle tante vessazioni a cui è sottoposto. I “maiali” sono aggrediti a caso, per divertimento.
Kyung-min, l’amico che poi impazzirà, è piccolino, pauroso, subisce, piange, si lamenta quando viene vessato dai “cani”; lo chiamano “il piagnone”, o qualcosa del genere in coreano.
La sua famiglia è abbastanza ricca e lui prova a “comprare” i compagni con la carne che porta per la colazione. I compagni scoprono che è figlio di un tenutario di un bordello mascherato da locale per il karaoke. La persecuzione riprende.
I due “maiali” sono amici, si frequentano nelle ore libere.
In questo film l’amicizia non migliora i ragazzi, non li aiuta a vivere meglio.
I “cani” hanno l’atteggiamento della dipendenza dal capo, i “maiali” non si fanno forza associandosi, diventando amici, mettendo insieme le debolezze; ognuno cerca di proteggersi da solo: entra in una banda se è forte o, se è debole, si rassegna a essere oggetto di scherno.
Con l’entrata in scena di un nuovo personaggio la trama si complica fino a costruire un thriller con svolte inaspettate e soluzione drammatica.
Chul-yi sarebbe destinato a essere perseguitato: famiglia povera, la mamma abbandonata dal marito.
Il ragazzo si ribella.
Per non farsi perseguitare si è procurato un coltello e ha deciso: deve imparare a fare il male, senza pietà.
Il possesso del coltello e la determinazione a usarlo lo rende forte, inattaccabile. Vuole diventare un vero mostro: il “re dei maiali”.
Per esercitarsi a fare il male bisogna riuscire a straziare un gatto con il coltello.
Certamente a noi vengono in mente i coltelli utilizzati per girare video da pubblicare sui social e, in alcuni casi, per colpire. Nel film (2011) non c’è la molla dei social, ma c’è il coltello che, nascosto nella tasca del giubbino, serve per sentirsi sicuro e per proteggersi aggredendo.
I tre ragazzi – Jong-suk, Kyung-min e Chul-yi – si incontrano in una casa abbandonata e si passano il coltello.
Chul-yi per primo colpisce il gatto, Jong-suk (il futuro scrittore fallito) lo finisce, Kyung-min (il piagnone) non ha il coraggio di colpire e si allontana; poi torna quando il gatto è morto e riesce a forzarsi: anche lui dà un colpo sul corpo morto del gatto.
Non bisogna pensare a scene particolarmente cruente: lo strazio è più immaginato che realmente visto, anche perché si tratta di disegni.
Qualcuno potrebbe impressionarsi; ma gli episodi di cronaca reali (la professoressa colpita al collo e al torace da un alunno con un coltello) non sono impressionanti?
La realtà attuale è impressionante, più dei disegni di un film di animazione, e dobbiamo occuparcene se vogliamo porre rimedio alla deriva horror che ci viene fornita dai telegiornali.
La scuola coreana non è la nostra scuola, la giungla capitalistica coreana non è la società in cui viviamo, però il ragazzo che usa il coltello per ribellarsi fa pensare ai nostri ragazzi.
Nel film non c’è l’elemento social e non c’è l’intelligenza artificiale, che sta abituando i ragazzi a vivere in un’altra realtà, in cui il tema e il riassunto sono svolti da un programma, il disegno è realizzato da un programma, la ricerca è effettuata da un programma e non s’impara a controllare i risultati, si prendono per buone tutte le fake news diffuse da chi possiede i dati e il programma che li elabora in modo amichevole, tanto amichevole da sembrare umano («Com’è umano lei!» diceva Fantozzi).
Il film diventa un thriller che ci tiene attaccati allo schermo fino alla fine.

Posted in
  • Recensione film

Navigazione articoli

Hamnet – Nel nome del figlio (Chloé Zhao)
… che Dio perdona a tutti (Pif; Pierfrancesco Diliberto)

Giovanni Guarino

Author

Copyright © 2026 Giovanni Guarino. All Rights Reserved | Corporate Education by Theme Palace | Privacy Policy