
6 maggio 2026 h 17.00
Cinema Teatro La Compagnia Firenze – via Cavour, 50r
“THE WHISPERING STAR”, regia di Sion Solo.
In un tempo futuro, dopo una serie di eventi catastrofici, l’umanità ha abbandonato la Terra e si è dispersa nell’Universo in tanti pianeti situati in galassie molto distanti tra di loro.
Potremmo chiederci come mai tutti i sopravvissuti abbiano caratteri somatici giapponesi. Possibile non ci siano pianeti che raccolgono comunità di origine africana, europea, americana, mista? Si sono salvati solo i giapponesi?
Il bianco e nero struggente – tranne una breve sequenza a colori – e l’andamento lento richiamano alla memoria i film di fantascienza che catturavano la nostra immaginazione nella prima adolescenza.
Sullo schermo appare il nome dell’attrice che interpreta il ruolo principale, Megumi Kagurazaka, seguito da una scritta: “e le persone che ancora vivono nelle unità abitative temporanee a causa del disastro nucleare di Namie, Tomioka e Minami Soma – Fukushima”.
La nota consente di rispondere alla domanda che ogni tanto ritorna: come mai tutti i superstiti della specie homo sapiens, dispersi tra pianeti situati in galassie lontanissime, hanno caratteri somatici orientali?
Per forza! Gli attori e le comparse vengono dal Giappone, che ha sperimentato per due volte, in tempo di guerra e in tempo di pace, le conseguenze di reazioni nucleari incontrollate.
La civiltà asiatica, in genere, è caratterizzata dalla convivenza di antichissime tradizioni, religioni, esattezza matematica e alta tecnologia digitale. La parola chiave in queste culture è convivenza; basti pensare ai robot che, in occasione della festa che commemora la nascita di Budda, sfilano nei cortei a Seul insieme ai monaci. Credo sarebbe inconcepibile vederli sfilare in una processione cattolica.
Dal film si deduce che i giapponesi sarebbero i primi e i più efficienti nell’organizzazione della fuga dalla Terra se in futuro accadesse o si presentasse il pericolo di un disastro definitivo.
Siamo all’interno di un’astronave guidata da un computer di bordo che si chiama 67 MAH Em. È meno famoso di Hal 9000, ma ogni tanto, come il suo antenato, prende fischi per fiaschi. Crede che le farfalle rimaste intrappolate sotto il paralume siano meteore, confonde l’interno dell’astronave con l’esterno.
Sembrerebbe un errore più grave di quello che costò all’antenato il distacco dei collegamenti elettrici e delle memorie. Ma il computer di bordo 67 MAH Em non è suscettibile come Hal 9000 e non è convinto di non sbagliare mai: è disposto ad ammettere l’errore, a riconoscere il bias cognitivo. Rimane un po’ intontito, poi reagisce come reagirebbe un essere umano ragionevole: chiede scusa con una vocina contrita e infantile. Di conseguenza la situazione, dopo l’omaggio a Kubrick, non si drammatizza e viene risolta tranquillamente dall’unico abitante dell’astronave.
Attraverso un’ampia finestra posta nella parte anteriore, dove si trova l’apparecchiatura di pilotaggio automatico e campeggia l’occhio del computer di bordo, si vede il buio profondo dell’universo punteggiato di stelle. Dall’interno l’astronave sembra ferma.
Per mostrarci che si muove viene inquadrata dall’esterno, dal punto di vista di noi spettatori; la vediamo spostarsi lentamente attraverso lo schermo della sala cinematografica, completamente nero, interrotto dalle luci di miliardi di puntini luminosi che in qualche zona si addensano: galassie, sistemi di pianeti, stelle.
Noi, gli osservatori seduti nelle poltrone, siamo in un altro sistema di riferimento, forse su un’altra astronave o addirittura al di fuori dell’Universo.
Riprendendo la famosa frase di Humphrey Bogart in “Deadline”, potremmo dire: è il cinema, bellezza!
Questa riflessione mi distrae.
Mi domando: sto vedendo un giocattolino che si sposta davanti a un pannello scuro? Ci sono fili invisibili o trucchi elettronici?
La distrazione dura un attimo: il regista fa subito seguire l’inquadratura dall’interno, più convincente.
L’interno comincia con l’ampia finestra che guarda nel buio pesto; seguono gli strumenti di pilotaggio, il computer di bordo, un lungo corridoio in fondo al quale c’è uno spazio separato da una tendina leggera, occupato da scatole di cartone.
Tutto qua. Non ci sono altri ambienti; se ci sono non si vedono.
Arredamento vintage: cucina a gas con il fornello che si accende con il fiammifero, lavello, teiera, rubinetto che sgocciola, cassetti. In seguito vedremo un registratore a nastro, le prese elettriche e le spine antiche.
Evidentemente è una scelta di chi ha progettato l’astronave. Ha deciso di ricreare un ambiente di altri tempi in un sistema governato dalla tecnologia più avanzata.
Vista dall’esterno l’astronave è una casa di stile antico che si muove lentamente nello spazio; tetto spiovente, mattoncini, scaletta e piccole colonne laterali. Una struttura originale, considerando il suo compito: viaggiare tra le galassie. Forse per questo ho pensato al giocattolo, ma si può supporre che in una civiltà futura non sia necessario dare alle astronavi una forma aerodinamica. Superati i problemi del decollo e dell’atterraggio in modi meno roboanti degli attuali, il veicolo si muove nello spazio vuoto, dunque può avere qualunque forma.
Non saranno necessarie rampe di lancio, motori che bruciano gas, scoppi, fuochi, parti che si staccano e, al ritorno, ammaraggi col paracadute.
L’astronave del film decolla e atterra in un posto qualsiasi, con grande leggerezza.
Per quale motivo i progettisti, tra le tante possibili, hanno scelto una forma che moltiplica i problemi tecnici dovuti alla presenza di sporgenze, angoli, spigoli?
Viene suggerita una spiegazione: quel modello di astronave era stato realizzato quando serviva al trasporto di umani che si allontanavano dalla Terra divenuta inospitale e desideravano vivere in un ambiente familiare anche durante il trasferimento verso un altro pianeta. Il viaggio poteva durare decenni; si capisce che gli uomini in fuga desiderassero vedere intorno a sé gli oggetti e le forme a cui erano affezionati. Per questo motivo era previsto il rubinetto che sgocciola, il paralume cattura farfalle, la cucina vintage, la forma esterna di una casa di altri tempi.
L’astronave, non più utilizzata per trasferire gli uomini, è stata noleggiata per il trasporto dei pacchi da un pianeta all’altro.
Il sistema più efficiente per spostare la materia è il teletrasporto, ma alcuni degli umani superstiti preferiscono il corriere. Siamo a bordo di un’astronave utilizzata per un’attività residuale, attività che sopravvive per scelta di una parte di un’umanità in estinzione.
Attualmente l’astronave, che si muove lentamente (così sembra) da un sistema di pianeti all’altro, da una galassia all’altra, è abitata da una sola persona.
Eccoci! Siamo alla ripresa soggettiva, molto più efficace del racconto in terza persona. L’abitante dell’astronave con il quale identificarci non è una persona, è un robot di sesso femminile (così sembra) che svolge l’attività di corriere dello spazio. Dovremo identificarci con una macchina.
L’androide ha la forma di una graziosa ragazza dai tratti somatici giapponesi (ti pareva!) che si chiama Machine ID 722 Yoko Suzuki. Nome complicato, ma può essere identificata anche col solo numero 722; ci ripete più volte la sua natura di macchina e ci informa che da qualche parte nello spazio c’è una sua gemella, uscita dalla stessa fabbrica, identificata con un numero diverso che non conosce. Si domanda se un giorno potrà incontrarla.
Per convincerci che è una macchina (a occhio non si direbbe) il regista mostra il momento in cui cambia le pile su un congegno, una specie di cintura, collegato alla pancia. Con gesto meccanico butta via le pile esaurite e inserisce le nuove. Impressionante!
Capiamo che gli androidi hanno raggiunto un notevole livello di autonomia: la nostra postina ha deciso di svolgere questa attività e ha noleggiato l’astronave.
Lo racconta in un diario di bordo registrato; specifica che ha scelto questa astronave per le caratteristiche, per la presenza di oggetti vintage che le piacciono e per l’alta tecnologia. È un robot che ha un suo gusto.
Gli uomini e le donne costretti, molto tempo prima, ad abbandonare il pianeta si sono sparsi nell’universo e sono ridotti al 20% della popolazione mondiale. Il restante 80% è costituito da androidi dotati di intelligenza artificiale, tra i quali la ragazza che svolge l’attività di consegna dei pacchi.
Il genere umano si sta avviando verso l’estinzione; gli androidi sostituiranno gli uomini.
Intanto li osservano, a volte con curiosità.
Sui pianeti nei quali l’umanità si è rifugiata sono presenti diverse condizioni.
Su alcuni ci sono boschi, prati, vegetazione e il film passa per un attimo dal bianco e nero al colore.
Su altri: mari agitati, spiagge deserte, barche ormeggiate, amorrate, direbbe Dino Campana. Rocce, lande desolate, case abbandonate.
L’umanità residua, in via di estinzione, sembra costituita da vecchi folli.
Le scene sui pianeti sono state riprese dal regista intorno alla centrale nucleare di Fukushima, nell’area che fu evacuata, e in parte è ancora disabitata, in seguito al terremoto dell’11/03/2011, al devastante tsunami, alla parziale perdita di controllo del sistema di raffreddamento di alcuni reattori.
Il regista ha utilizzato gli abitanti delle zone (Namie, Tomioka e Minami Soma – Fukushima) che furono evacuate intorno alla centrale nucleare investita dallo tsunami, persone che ancora vivevano nel 2015, quando il film è stato girato, “nelle unità abitative temporanee a causa del disastro nucleare”, come si legge nella nota che appare all’inizio del film.
Fukushima richiama alla memoria, soprattutto alla memoria giapponese, Hiroshima e Nagasaki, il terrore legato alla parola “nucleare”, alla parola “radiazioni”, senza distinzione tra uso pacifico, uso militare, bomba lanciata da “Enola Gay”, incidente causato da uno tsunami.
A Napoli si dice che se ti sei scottato con l’acqua bollita, poi hai paura anche dell’acqua fredda (“si cuottə e l’acqua vullutə”, sei scottato dall’acqua bollita).
Torniamo al film.
Alcuni uomini continuano a inviare scatole di cartone contenenti piccoli doni a persone che conoscevano. La scansione del tempo ci dice che i pacchi impiegano decenni per raggiungere il destinatario.
L’arrivo di un pacco, consegnato dalla nostra postina androide, genera un’emozione legata a un ricordo che viene ravvivato. A volte produce grande commozione.
La persona che lo riceve è invecchiata, anche la persona che lo ha inviato è invecchiata, forse è morta. La postina è un robot e non invecchia: resterà sempre giovane; potrebbe guastarsi, bloccarsi, rimanere senza carica, morire. Morirà giovane.
Durante il viaggio, che dura decenni, che cosa fa l’androide?
Fa le pulizie. Passa la scopa e il piumino per togliere la polvere anche dagli angoli più nascosti.
Per inciso: in questo film si vede come alcune casalinghe puliscono il pavimento in Giappone.
La ragazza bagna un panno in un secchio, lo strizza, poi si piega a quattro zampe e percorre il corridoio spingendo il panno davanti a sé con le mani. Una cosa faticosissima, che può fare perché non è molto alta. Io non la farei neanche se fossi basso.
Vediamo l’operazione ripetuta più volte. Il pavimento ne esce pulitissimo.
Non so se nel film pulisce in questo modo perché è un androide e gli uomini hanno smesso di schiavizzare altri uomini quando hanno inventato le macchine da utilizzare come schiavi. Ma la ragazza non dà l’idea di essere una schiava: è autonoma ed è una rappresentante di una popolazione che sopravviverà dopo l’estinzione della specie umana.
Nel diario di bordo ci informa che ha deciso lei di fare quel lavoro, ha preso a noleggio l’astronave e l’ha scelta così: vintage.
Quando il computer di bordo le chiede scusa per l’errore commesso, dice: «Tranquillo! Tutti commettiamo errori. Lo capisco. Sono una macchina anch’io».
Finisce di fare le pulizie, poi che cosa fa nel tanto tempo a disposizione?
Un po’ dorme, seduta sul pavimento, un po’ prepara il tè o si inocula nelle vene sostanze nutritive; controlla il computer di bordo e cerca di intervenire se trova errori.
L’androide avente la forma femminile si è abituata a registrare un diario di bordo su un registratore con nastro magnetico; forse l’ha trovato tra gli oggetti vintage sull’astronave; ha capito come funziona (una macchina complessa capisce subito come funziona una macchina semplice) e ha pensato di raccontare ciò che fa, ciò che pensa; dice: «Ho deciso di tenere un diario di bordo».
Sentiamo la sua voce descrivere con precisione le operazioni svolte, quelle che sta per svolgere, i problemi.
Molto altro tempo rimane. Ogni tanto l’automa va a sbirciare dentro ai pacchi, mosso dalla noia o dalla curiosità, un sentimento umano che in quelle condizioni le è penetrato dentro.
Guarda i doni che gli uomini e le donne hanno spedito ad altri uomini e donne sapendo che li vedranno dopo tanto tempo, o non li vedranno.
Un pezzo di una vecchia pellicola, una penna, una vecchia fotografia, pennello e tavolozza di colori per dipingere.
Ogni tanto l’astronave scende su un pianeta, la postina si ravviva, indossa una tuta e scarpe adatte, attacca alla tuta la tessera identificativa con la foto e la scritta Courier, prende una scatola e s’incammina alla ricerca del destinatario.
Lo trova. Consegna il pacco, fa firmare la ricevuta. Torna sull’astronave, riparte.
L’ambiente su cui sbarca può essere una grigia campagna con il cielo minaccioso. Può essere un bel paesaggio primaverile pieno di vegetazione lussureggiante (è una rarità; quando si verifica la fotografia passa dal bianco e nero al colore e la musica dal silenzio a una dolce melodia).
A volte l’abitazione a cui il pacco è diretto è abbandonata, le finestre sono sfondate. Aspetta fino a che il destinatario del pacco, probabilmente avvisato con un messaggio, la raggiunge e lo ritira.
A volte atterra in una città disabitata nella quale si aggira un essere umano in perfetta solitudine.
Il vecchio solitario parla con una tartaruga, con la statua di plastica di un cane, cerca di avere una conversazione con l’androide.
I vecchi che incontra sembrano disperati, persi tra oggetti abbandonati, case distrutte.
Una bicicletta suscita la curiosità dell’androide; ha visto il vecchio solitario usarla e abbandonarla («Se vuoi, usala pure» le ha detto). L’androide impara presto: inforca la bicicletta, percorre un tratto di strada, raggiunge una persona, consegna il pacco, fa firmare la ricevuta, torna sull’astronave, riprende il viaggio.
Su quei pianeti abitati dalla nostra specie in via di estinzione non c’è più il suono della vita. Il vecchio solitario, che si aggira in quell’abbandono, attacca alla scarpa una lattina schiacciata per sentire un rumore quando appoggia il piede a terra. Quel rumore ripetuto risponde al suo desiderio di parlare con qualcuno.
L’androide, abituata a imparare dall’uomo, a imitare gli uomini, attacca una lattina schiacciata alla sua scarpa e la porta nell’astronave, la mette in una scatola.
L’ultima sequenza è poesia, difficilmente spiegabile razionalmente.
La postina deve recarsi in un pianeta particolare: “The Whispering Star” (la stella che sospira).
Il computer di bordo ricorda all’androide che è l’unico pianeta interamente abitato dagli umani e che su quel pianeta è vietato emettere suoni superiori a 30 decibel: sarebbero letali per gli abitanti.
L’androide scende con la scatola di cartone e si trova in un lungo corridoio fasciato da pareti luminose scorrevoli sulle quali sono proiettate ombre cinesi che riproducono scene di vita quotidiana, le scene della vita sparite dagli altri pianeti.
Sulle pareti si vedono le ombre di uomini e donne di ogni età: bambini che giocano, bambini nelle culle, mamme e babbi che giocano con i figli, persone che si abbracciano, anziani che passeggiano, feste di compleanno ….
Sono le scene che caratterizzavano la vita degli uomini, che ancora caratterizzano, fortunatamente, la nostra vita.
È una sequenza bellissima. Un lungo corridoio, la postina cammina con la scatola di cartone contenente il dono. Sulle pareti scorrevoli le scene con le ombre cinesi potrebbero essere una proiezione, immagini non corrispondenti a una realtà.
La postina deve consegnare una scatola a una signora. Chiama a bassa voce: «Signora Sori, un pacco per lei!».
La signora – una delle ombre – si affaccia spostando la parete dietro alla quale vive con la famiglia; vediamo solo la mano e parte del braccio.
Firma la ricevuta, ritira il pacco, il pannello si richiude, la signora ridiventa ombra, legge il nome del mittente, si emoziona, apre la scatola, guarda il dono, che noi non vediamo, si piega in due per la commozione. Un uomo e una signora anziana si accostano a lei, guardano il contenuto della scatola, anch’essi si commuovono, sembra che piangano.
È lasciata libera la nostra interpretazione.
Evidentemente il mittente dev’essere molto importante per la signora Sori e per la sua famiglia.
Noi sappiamo che il pacco è stato spedito anni o decenni prima da un altro punto dell’Universo.
Le ombre sulle pareti non sono illusioni ottiche. È vita vera sopravvissuta su quello strano pianeta dove vivono gli ultimi uomini che non si sono arresi alla disperazione e alla solitudine.
Con questa sequenza finale il regista ci fa uscire dal pessimismo e dal disagio che ci ha riversato addosso a piene mani. Noto che l’androide sorride solo una volta in tutto il film: quando ritorna sull’astronave dopo avere visitato The Whispering Star. Credo sorrida ripensando alla vita degli uomini, che ha visto rappresentata dalle ombre cinesi sulle pareti del corridoio nel pianeta che sospira.
Anche dopo disastri come quelli che hanno colpito il Giappone nel ’45 a Hiroshima e Nagasaki, nel 2011 a Fukushima e dintorni, la vita rinasce.
Finalmente un bel film di fantascienza!
