
28 settembre 2026 h 21.30
Schermo televisivo
Altro film della regista: // Il tempo che ci vuole //
“Un giorno speciale”, regia di Francesca Comencini.
Di Francesca Comencini su questo profilo si trova il commento al film precedente, “Il tempo che ci vuole”, in cui la regista e sceneggiatrice racconta con sincerità estrema, quasi con brutalità, soprattutto verso se stessa, il suo rapporto con il padre, il regista cinematografico e televisivo Luigi Comencini: un uomo d’altri tempi (si sarebbe definito “tutto d’un pezzo”), un uomo bravo (è molto più di bravuomo), un padre nel vero senso della parola, interpretato dal grande Fabrizio Gifuni.
Il padre di Francesca fece molta fatica con questa figlia e si dedicò a lei senza risparmiarsi quando la droga entrò nella vita della ragazza e cominciò a farla da padrona.
Di Luigi Comencini è la regia di “Pane, amore e fantasia”, di “Pane, amore e gelosia” (Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida, Tina Pica) e del Pinocchio televisivo (1972) con Nino Manfredi nella parte di Geppetto, il Gatto e la Volpe interpretati da Franco Franchi e Ciccio Ingrassìa.
Io sono istintivamente e pregiudizialmente contrario ai film tratti da Le avventure di Pinocchio, un capolavoro assoluto della letteratura mondiale, paragonabile, per forza e profondità, a La Metamorfosi di Franz Kafka.
Un testo così compatto, perfetto nella sua organizzazione su piani diversi, non può diventare raccontino, fumetto, animazione, pupazzo, bambino mascherato con un lungo naso posticcio. Il burattino aveva veramente quel naso che si allungava quando diceva le bugie: posso testimoniare, l’ho visto io.
Il libro di Carlo Lorenzini, detto Collodi, dev’essere letto così com’è, senza altro sostegno che la propria fantasia (di bambino, di adulto, di vecchio).
Il tentativo di Comencini, pur lontano dall’opera d’arte originale, fu uno dei più degni di considerazione per la presenza di due qualità fondamentali: la professionalità del regista e la scelta indovinata degli interpreti.
Di Comencini è anche la riduzione televisiva del libro Cuore di De Amicis (Johnny Dorelli), in cui apparve il futuro uomo politico Carlo Calenda, nipote del regista, figlio di un’altra figlia, anche lei regista.
Il ritratto che Francesca traccia del suo babbo in “Il tempo che ci vuole” è impressionante per la bellezza di alcune scene. A me è rimasta impressa nella memoria la bellissima scena finale dei due, padre e figlia, che prendono il volo insieme dalla finestra di un albergo nel panorama del golfo di Napoli. I due volano in alto, poi il padre si allontana dirigendosi verso una nuvola e lascia sola la figlia; deve lasciarla sola. C’è un momento in cui le persone che ci hanno voluto bene se ne devono andare, lasciando un senso di vuoto riempito dal ricordo.
Ho pensato che questa scena fosse la traduzione cinematografica di un sogno, ma non posso dirlo con certezza. Mi piacerebbe chiedere conferma di questa intuizione alla regista.
Parlo volentieri di questo film perché mi è molto piaciuto (consiglio di cercarlo su Raiplay).
Passiamo a “Un giorno speciale”, l’ultimo film di Francesca Comencini, presentato in concorso al Festival Cinematografico di Venezia di quest’anno (2026), poi praticamente scomparso.
Non si è visto nelle sale e si è immediatamente trasferito in rete.
Oramai i produttori, forse anche i registi, ritengono non sempre necessaria la sala cinematografica.
Questa regista m’interessa e dunque mi sono rassegnato allo streaming.
La visione sul piccolo schermo televisivo fa perdere uno dei pregi del film: la fotografia, che trasmette la desolazione di una Roma, centro e periferia, dove adulti, vecchi e giovani conducono una vita desolante, alla disperata ricerca di un’occasione per impossessarsi delle ricchezze esposte nei negozi del lusso che occupano con le loro prepotenti vetrine alcune strade frequentate solo dai turisti, negozi inutilmente aperti perché i veri vip non hanno bisogno di andare in giro a fare spese, li vestono a casa loro o negli studi di registrazione, negli studi televisivi. Negli occhi dei commessi, che si aggirano fintamente pazienti e indaffarati tra gli scaffali, c’è il messaggio inequivocabile: se sei entrato/a in questo negozio vuol dire che non sei un vero vip, sei un poveraccio o una poveraccia che ha tempo da perdere. Tutto quel lusso esposto è solo pubblicità, è un modo per accentuare il senso di inferiorità delle persone normali, dei figli dei lavoratori i cui genitori si fanno il culo per arrivare a fine mese. Quei negozi lussuosi trasmettono un unico concetto, a nome degli appartenenti alla classe sociale delle famiglie altolocate: non v’illudete di essere uguali a noi, di avere i nostri stessi diritti, di poter competere con noi. Noi siamo noi, indossiamo abiti esclusivi provenienti da Londra, da Parigi, da New York; voi non siete un caxxo.
Un giorno speciale è stato certamente, per tutti noi, il primo giorno di un lavoro atteso e finalmente raggiunto.
In quel momento eravamo felici, nonostante le difficoltà e la necessità di stabilire rapporti con persone sconosciute, non tutte disponibili a scambiare amicizia vera con un o con una potenziale concorrente. Questo aspetto è legato al tipo di lavoro che si è intrapreso; è quasi assente nella scuola, dove i vecchi si pregiano di dare suggerimenti ai nuovi arrivati e si entra attraverso un lungo percorso di sistemazioni precarie successive. Questo era vero fino a quando i presidi sono diventati dirigenti, assumendo la qualifica presente negli uffici e nelle aziende private.
Aperta parentesi (dedicata alla scuola).
Il preside era un insegnante che svolgeva un lavoro di coordinamento dell’attività didattica. Il dirigente scolastico non è la stessa cosa, agisce su un altro livello rispetto agli insegnanti e agli altri lavoratori della scuola (in segreteria ora ci sono i Direttori amministrativi!). La separazione tra il ruolo di insegnante e il ruolo di dirigente si accentuerà sempre di più. Sarà sempre più difficile capirsi. Oltre a far venir meno un supporto didattico, si è accentuata la ruffianeria tipica di altri ambiti lavorativi.
La ruffianeria, la sottomissione considerata naturale nei confronti di chi viene percepito come depositario della capacità di influire sulla tua vita, è il sottofondo del rapporto tra impiegati e dirigenti. A lungo è stata presente nella scuola elementare (direttore laureato, maestri diplomati, giudizio di merito rinnovato ogni anno, che influiva sugli scatti di carriera) e creava il clima raccontato da Lucio Mastronardi nel Maestro di Vigevano.
Nella scuola media, negli anni settanta, questo clima era quasi inesistente (se non per scelta personale di alcuni soggetti), fino a che a una ministra venne in mente la soluzione: i problemi della scuola si risolvono creando una separazione tra il ruolo dei presidi e il ruolo degli insegnanti. La ministra inventò la figura del dirigente scolastico. Insieme a questa separazione precipitò nella scuola la ruffianeria, in dosi abbondanti.
Chiusa la parentesi.
Nel film non si parla di scuola, se non come premessa in quanto i due giovani non l’hanno utilizzata per realizzare il cosiddetto ascensore sociale.
i due hanno affidato il loro desiderio di sistemarsi alla mamma (dal che …
Se poi, come nel film, i giovani sono stati costretti ad accettare la spinta della mamma (dal che si capisce che la storia raccontata si svolge a Roma, non a Berlino o a Parigi o a Londra), il primo giorno di lavoro è funestato dalle umiliazioni che accompagneranno tutto il percorso lavorativo del soggetto. Questo accade soprattutto se la mamma si è data da fare rimestando tra i suoi conoscenti per trovare qualcuno a cui sottomettersi: il portiere dello stabile, la suocera del cognato del vicino di casa che lavora come guardia del corpo o commesso in una boutique del centro frequentata dai pezzi grossi.
È brutto per un giovane e per una giovane cominciare la vita in questo modo. Meglio studiare, aspettare (chi se lo può permettere), mettersi in treno e raggiungere un posto (ai miei tempi si andava a Londra) dove accontentarsi di un umile lavoro provvisorio, sperando attivamente di fare il balzo e intanto imparare le lingue. Tenere gli occhi ben aperti per sfruttare ogni occasione, tranne quelle offerte dalla malavita, e rifiutare, finché si è giovani e responsabili solo di se stessi, di sottomettersi ai pre-potenti.
La trama del film, tratto da un romanzo, è solo in parte esemplare in quanto presenta due casi, uno comune e uno, si spera, più raro.
Situazione molto diffusa: la mamma ha fatto raccomandare il figlio dall’autorità ecclesiastica per un posto di autista di un’auto blu utilizzata da un politico per scarrozzare i suoi protetti dei quali rivendica il possesso totale.
Come ha ottenuto, la mamma, questa raccomandazione per il figlio?
Dopo le lunghe giornate e le serate in cui si sbatte tra gli uffici per le pulizie o altri lavori pesanti, la povera donna esegue aggratis piccoli lavori di sartoria a beneficio di un prete che appoggia un politico, eccetera eccetera.
Questa è la situazione comune, con molte varianti.
Situazione più rara (si spera): la ragazza raccomandata per fare l’attrice.
La famiglia vive in uno di quei casermoni, oltre il raccordo anulare, che rendono la periferia di Roma simile a un paesino di campagna (si vedono anche le pecore al pascolo).
La mamma, volto appassito, di lavoro “fa le unghie” e ha ottenuto per la figlia un appuntamento con un onorevole che può darle una mano per realizzare il suo sogno (della madre e della figlia): diventare attrice, apparire in televisione.
È una situazione più rara, si spera, di quella dell’autista di auto blu, anche se molto presente nei vent’anni del potere berlusconiano, in cui ne abbiamo viste e sentite di tutte: olgettine, escort, nipoti di Mubarak, cene eleganti, prostituzione.
La mamma, “con le migliori intenzioni”, butta letteralmente la figlia nelle braccia del potente di turno (per esattezza: tra le sue gambe).
In questa parte il film ricorda “Bellissima” di Luchino Visconti (1951), con Anna Magnani e Walter Chiari.
C’è una differenza, a parte le epoche diverse.
Il film di Visconti era tragico, ma anche illuminato da sprazzi di ironia e, soprattutto, dall’orgoglio finale della popolana.
L’ultima scena esalta i valori che la povera signora Cecconi, annebbiata dalle luci della ribalta, aveva trascurato, messo da parte per “coltivare un sogno”.
In “Un giorno speciale” non c’è spazio per l’ironia e per l’orgoglio. È una tragedia dall’inizio alla fine; forse la fine è aperta a una speranza di riscatto, appena accennata e lasciata allo spettatore, al suo ottimismo, al suo pessimismo o al suo cinismo.
Gina vuole diventare attrice, ma non ha mai pensato di fare un corso di dizione.
Capisco che dobbiamo vedere una ragazza e un ragazzo qualsiasi, ma almeno lui apre abbastanza la bocca per far uscire un suono chiaro, romanesco ma chiaro. Lei no. Parla con la bocca quasi chiusa, tanto che ogni tanto si avverte la mancanza dei sottotitoli.
L’idea di attrice di Gina, e della sua mamma, consiste nel vestito, nelle scarpe con i tacchi, nel trucco eccessivo.
Poi, come la maggior parte delle ragazze di oggi, è esperta di tatuaggi, di anelli da infilare nel mento, e preferirebbe camminare nelle scarpette da ginnastica anziché nelle brutte scarpe con i tacchi alti che la madre le impone per presentarsi dall’onorevole.
Non sono del tutto passati i venti anni berlusconiani, si svolgono ancora processi con accuse di falsa testimonianza per le ragazze che furono gratificate con appartamenti, processi che gli avvocati esperti di cavilli intendono portare a prescrizione.
Gina si vergogna di vivere in periferia; non è ben spiegato il suo isolamento rispetto al mondo in cui vive. Ma ora si vive così. Il proletariato ha perso l’orgoglio e la mamma di Gina vuole solo spingerla a piegare la testa per ottenere qualcosa.
Marco non è meno vittima di Gina; è impaurito, liscia continuamente la macchina che, con la raccomandazione del prete, gli hanno affidato.
Marco ripete che nella vita ci vuole una botta di culo, ma è soprattutto una questione di testa per affermarsi, per riuscire.
Sicuramente gli è stato inculcato dalla madre.
La ragazza, che ha già subito avances in altri luoghi di lavoro, ha lineamenti duri e sa che cosa accadrà (anche noi lo sappiamo).
Gina viene svegliata presto dalla mamma. Arriva l’auto blu che la condurrà dall’onorevole che può aiutarla a diventare attrice.
Dunque per lei non è il primo giorno; è il giorno che precede – se le speranze della madre si avvereranno – il primo di un lavoro fortemente desiderato, al punto di accettare di avviarlo con un atto di sostanziale prostituzione.
Per Marco, l’autista dell’auto blu che è venuto a prenderla, è proprio il primo giorno di lavoro ottenuto dalla madre con la raccomandazione del prete: Marco è l’autista dell’auto blu che va a prelevare Gina.
Il politico non deve dare conto a nessuno; ha molti impegni, può ricevere solo di sera (forse preferisce un orario più consono alle sue reali intenzioni); nell’attesa, la segretaria dell’onorevole dice al ragazzo di accompagnare Gina in giro per Roma.
Dove vanno i due? Assistono alle esibizioni delle ragazze del nuoto sincronizzato (Gina ha un mancamento, un momento di nausea, forse dovuto al confronto con quelle ragazze), vanno al bowling, nel negozio di tatuaggio, nel negozio di lusso dove Marco si fa trascinare in un furto assurdo.
Il film è ben girato da una professionista, fotografia, musica sono perfette, i due ragazzi sono bravi. Però lo svolgimento è scontato, prevedibile fin nei dettagli.
No, Francesca Comencini. Non basta un’idea, o un libro, per fare un film.
Alla fine, prima di quella scena che fa intravedere una possibile speranza, si pone una domanda.
Per quale motivo Gina fa quel servizio all’onorevole dopo che ha capito che lui non l’aiuterà a realizzare il suo sogno?
Sta per andarsene, nessuno la obbliga a rimanere. Torna indietro e si sottomette, nonostante le faccia schifo. Forse la risposta è nella rassegnazione stampata sul suo viso fin dall’inizio, fin da quando la madre la sveglia e la prepara all’incontro con l’onorevole. Lei sa come andrà a finire e accetta fino in fondo il destino che la madre le ha preparato.
