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È brutto per un giovane e per una giovane cominciare la vita in questo modo. Meglio studiare, aspettare (chi se lo può permettere), mettersi in treno e raggiungere un posto (ai miei tempi si andava a Londra) dove accontentarsi di un umile lavoro provvisorio, sperando attivamente di fare il balzo e intanto imparare le lingue. Tenere gli occhi ben aperti per sfruttare ogni occasione, tranne quelle offerte dalla malavita, e rifiutare, finché si è giovani e responsabili solo di se stessi, di sottomettersi ai pre-potenti.

La trama del film, tratto da un romanzo, è solo in parte esemplare in quanto presenta due casi, uno comune e uno, si spera, più raro.

Situazione molto diffusa: la mamma ha fatto raccomandare il figlio dall’autorità ecclesiastica per un posto di autista di un’auto blu utilizzata da un politico per scarrozzare i suoi protetti dei quali rivendica il possesso totale.

Come ha ottenuto, la mamma, questa raccomandazione per il figlio?

Dopo le lunghe giornate e le serate in cui si sbatte tra gli uffici per le pulizie o altri lavori pesanti, la povera donna esegue aggratis piccoli lavori di sartoria a beneficio di un prete che appoggia un politico, eccetera eccetera.

Questa è la situazione comune, con molte varianti.

Situazione più rara (si spera): la ragazza raccomandata per fare l’attrice.

La famiglia vive in uno di quei casermoni, oltre il raccordo anulare, che rendono la periferia di Roma simile a un paesino di campagna (si vedono anche le pecore al pascolo).

La mamma, volto appassito, di lavoro “fa le unghie” e ha ottenuto per la figlia un appuntamento con un onorevole che può darle una mano per realizzare il suo sogno (della madre e della figlia): diventare attrice, apparire in televisione.

È una situazione più rara, si spera, di quella dell’autista di auto blu, anche se molto presente nei vent’anni del potere berlusconiano, in cui ne abbiamo viste e sentite di tutte: olgettine, escort, nipoti di Mubarak, cene eleganti, prostituzione.

La mamma, “con le migliori intenzioni”, butta letteralmente la figlia nelle braccia del potente di turno (per esattezza: tra le sue gambe).

In questa parte il film ricorda “Bellissima” di Luchino Visconti (1951), con Anna Magnani e Walter Chiari.

C’è una differenza, a parte le epoche diverse.

Il film di Visconti era tragico, ma anche illuminato da sprazzi di ironia e, soprattutto, dall’orgoglio finale della popolana.

L’ultima scena esalta i valori che la povera signora Cecconi, annebbiata dalle luci della ribalta, aveva trascurato, messo da parte per “coltivare un sogno”.

In “Un giorno speciale” non c’è spazio per l’ironia e per l’orgoglio. È una tragedia dall’inizio alla fine; forse la fine è aperta a una speranza di riscatto, appena accennata e lasciata allo spettatore, al suo ottimismo, al suo pessimismo o al suo cinismo.

Gina vuole diventare attrice, ma non ha mai pensato di fare un corso di dizione.

Capisco che dobbiamo vedere una ragazza e un ragazzo qualsiasi, ma almeno lui apre abbastanza la bocca per far uscire un suono chiaro, romanesco ma chiaro. Lei no. Parla con la bocca quasi chiusa, tanto che ogni tanto si avverte la mancanza dei sottotitoli.

L’idea di attrice di Gina, e della sua mamma, consiste nel vestito, nelle scarpe con i tacchi, nel trucco eccessivo.

Poi, come la maggior parte delle ragazze di oggi, è esperta di tatuaggi, di anelli da infilare nel mento, e preferirebbe camminare nelle scarpette da ginnastica anziché nelle brutte scarpe con i tacchi alti che la madre le impone per presentarsi dall’onorevole.

Non sono del tutto passati i venti anni berlusconiani, si svolgono ancora processi con accuse di falsa testimonianza per le ragazze che furono gratificate con appartamenti, processi che gli avvocati esperti di cavilli intendono portare a prescrizione.

Gina si vergogna di vivere in periferia; non è ben spiegato il suo isolamento rispetto al mondo in cui vive. Ma ora si vive così. Il proletariato ha perso l’orgoglio e la mamma di Gina vuole solo spingerla a piegare la testa per ottenere qualcosa.

Marco non è meno vittima di Gina; è impaurito, liscia continuamente la macchina che, con la raccomandazione del prete, gli hanno affidato.

Marco ripete che nella vita ci vuole una botta di culo, ma è soprattutto una questione di testa per affermarsi, per riuscire.

Sicuramente gli è stato inculcato dalla madre.

La ragazza, che ha già subito avances in altri luoghi di lavoro, ha lineamenti duri e sa che cosa accadrà (anche noi lo sappiamo).

Gina viene svegliata presto dalla mamma. Arriva l’auto blu che la condurrà dall’onorevole che può aiutarla a diventare attrice.

Dunque per lei non è il primo giorno; è il giorno che precede – se le speranze della madre si avvereranno – il primo di un lavoro fortemente desiderato, al punto di accettare di avviarlo con un atto di sostanziale prostituzione.

Per Marco, l’autista dell’auto blu che è venuto a prenderla, è proprio il primo giorno di lavoro ottenuto dalla madre con la raccomandazione del prete: Marco è l’autista dell’auto blu che va a prelevare Gina.

Il politico non deve dare conto a nessuno; ha molti impegni, può ricevere solo di sera (forse preferisce un orario più consono alle sue reali intenzioni); nell’attesa, la segretaria dell’onorevole dice al ragazzo di accompagnare Gina in giro per Roma.

Dove vanno i due? Assistono alle esibizioni delle ragazze del nuoto sincronizzato (Gina ha un mancamento, un momento di nausea, forse dovuto al confronto con quelle ragazze), vanno al bowling, nel negozio di tatuaggio, nel negozio di lusso dove Marco si fa trascinare in un furto assurdo.

Il film è ben girato da una professionista, fotografia, musica sono perfette, i due ragazzi sono bravi. Però lo svolgimento è scontato, prevedibile fin nei dettagli.

No, Francesca Comencini. Non basta un’idea, o un libro, per fare un film.

Alla fine, prima di quella scena che fa intravedere una possibile speranza, si pone una domanda.

Per quale motivo Gina fa quel servizio all’onorevole dopo che ha capito che lui non l’aiuterà a realizzare il suo sogno?

Sta per andarsene, nessuno la obbliga a rimanere. Torna indietro e si sottomette, nonostante le faccia schifo. Forse la risposta è nella rassegnazione stampata sul suo viso fin dall’inizio, fin da quando la madre la sveglia e la prepara all’incontro con l’onorevole. Lei sa come andrà a finire e accetta fino in fondo il destino che la madre le ha preparato.