
20 luglio 2026 h 17.15
Cinema Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r
Altri film del regista: // Oppenheimer // TENET //
“Odissea”, regia di Christopher Nolan.
Uno dei più antichi cinema di Firenze, Flora in piazza Dalmazia, dopo essere stato chiuso negli ultimi due anni per ristrutturazione, ha riaperto. Evviva!
È stato ristrutturato per bene, a giudicare da ingresso, servizi igienici, Sala 1 (non ho visto la 2, ma credo sia ugualmente confortevole). Temperatura regolata nel modo giusto.
Auguri a un cinema che riapre, ai gestori, ai lavoratori, a noi spettatori e ai tanti film che ci consentiranno di liberarci, ogni tanto, dalla dipendenza televisiva e dall’invadenza dello smartphone.
Il primo film in programmazione è “Odissea” di Christopher Nolan.
Bella la fotografia, efficace la musica, a volte eccessiva (i bei silenzi di una volta!). Il montaggio non lascia un attimo di respiro, come deve essere in un thriller di cui conosciamo la trama. Dura tre ore e non ti accorgi del tempo che passa, sei rapito dalle immagini sullo schermo. Non ti distrai, nonostante la trama complessiva e i singoli episodi siano noti dai tempi della scuola.
Conosciamo tutti, più o meno, il tranello ordito “dall’uomo di multiforme ingegno”, il cavallo di legno che consentì la fine della guerra e l’inizio del viaggio di ritorno a Itaca.
Conosciamo le peripezie che durarono dieci anni, dopo i dieci della guerra, una vera odissea, anzi proprio l’Odissea.
Fin dall’ingresso nell’antro buio aspettiamo l’incontro con Polifemo, pastore gigantesco, monòcolo e antropofago, “a cui lo scaltro Ulisse / dell’unic’occhio vedovò la fronte, / benché possente più d’ogni Ciclope” (Pindemonte).
L’espressione “vedovò la fronte” non è bella; è il limite che non si supera se si pretende di tradurre la poesia con la poesia e non si è Vincenzo Monti, la cui Iliade si legge indipendentemente da Omero.
Meglio accettare di perdere qualcosa e accontentarsi di una onesta traduzione in prosa (ce ne sono importanti, corredate da note) che può essere più attenta alle singole parole e espressioni.
Nessuno dica che Polifemo era cattivo; era un mostro («sei bello tu!» direbbero i Ciclopi e canterebbero, con Pino Daniele: «Ogni scarrafonə è bellə ‘a mamma soja» = Ogni scarafaggio è bello per la sua mamma).
È il trionfo del relativismo, odiato da chi esalta l’assoluto e cerca “il bello”, “la verità”.
Per Polifemo gli uomini erano piccoli animali saporiti, come per noi gli animali che catturiamo e alleviamo. Non ci facciamo scrupolo con certi manicaretti raffinati che comportano la lenta cottura in acqua dell’animale vivo. Crudi o cotti è questione di gusti. Ogni tanto fa bene identificarsi con chi è mangiato e non con chi mangia.
La maga Circe offre una simpatica esperienza di metamorfosi ai suoi ospiti, basata, secondo Nolan, su analogie: mangiano come porci – si comportano come porci – sono porci.
Le sirene attiravano i naviganti con i loro dolcissimi canti; Ulisse si fece legare all’albero maestro mentre i marinai vogavano con i tappi di cera nelle orecchie. Ulisse urlava, piangeva, voleva strappare le corde per correre dalle sirene – nel Quartetto Cetra, che rifaceva i classici in modo divertente, Virgilio Savona si toglieva i tappi, dopo essersi allontanati, e cercava di convincere Ulisse (Felice Chiusano), desideroso di risentire il canto delle gemelle Kessler: «Pensa a Penelope!», «Non ho moglie», «Pensa a Telemaco!», «Non ho figli», «Pensa che non sai nuotare!». «Ah già». Ridevamo.
Ricordi pescati nella scuola, in un programma divertente del sabato sera (Biblioteca di Studio Uno, 1964), in uno sceneggiato del 1968, serio e curatissimo, a puntate, segnato dalla voce antica e dagli occhi strabuzzati di Ungaretti (regia di Franco Rossi). Penelope era Irene Papas, greca doc.
In un caldo pomeriggio d’estate siamo rimasti attenti, attaccati allo schermo per tre ore. Come ho scritto, la temperatura in sala era perfetta e anche la compagnia di signore e signori dall’aspetto di insegnanti in servizio o in pensione.
Ho usato la prima persona plurale perché alla fine del film ho fatto una piccola indagine; mentre uscivamo ho chiesto a un gruppo di spettatori: vi è piaciuto? Lo faccio spesso, per sfizio e per curiosità, soprattutto se individuo qualche volto che conosco. A volte scelgo una persona specifica, sconosciuta, che m’ispira.
Nell’aria calda ritrovata fuori del cinema, nella bella piazza Dalmazia, che mi piace per la sua normalità, ho scambiato opinioni con alcuni, prima di avviarmi a prendere il treno alla stazione di Rifredi.
Tutti soddisfatti come me. Ma noi siamo di bocca buona: ci basta che il film, in qualche momento, ci emozioni.
Si potrebbe obiettare che chi è uscito di casa nel caldo eccezionale dell’inizio di questa settimana per rintanarsi per tre ore in una sala cinematografica doveva essere comunque ben disposto.
È vero, ma è anche vero che alcuni vanno al cinema per confermare un pregiudizio negativo diffuso nella cosiddetta intellighenzia, qualunque cosa significhi in questo momento storico. Forse quelli a cui non è piaciuto sono sgattaiolati via a scrivere parole di odio per il regista, per gli attori, ma soprattutto per quelli a cui il film è piaciuto (me lo dico da me: abbiamo gusti semplici, siamo di bocca buona, come Polifemo).
Oltre a quelli con la puzzetta sotto il naso, pare molto diffusa l’idea che un regista britannico con cittadinanza statunitense non possa/non debba accostarsi a un classico della Grecia antica.
Se l’avesse fatto Yorgos Lanthimos lo avrebbero perdonato, anche per via del nome.
Sui giornali e su youtube, nei podcast si sono alzate le disperate strida di antichi spiriti dolenti per la non perfetta corrispondenza con i ricordi scolastici.
Alcuni hanno notato con orrore, nell’episodio del Ciclope, la mancanza del «Mi chiamo nessuno» che consente ai prigionieri di raggiungere le barche dopo essere usciti dalla grotta aggrappandosi alle pecore e avere vedovato la fronte di Polifemo dell’unico occhio. Altri non hanno digerito Elena nera / Clitennestra interpretate dalla stessa attrice, o la scomparsa del letto di Ulisse tagliato in un unico pezzo in un ulivo piantato con tutte le radici (ho sempre invidiato quel letto).
Spero che nelle numerose scene caotiche di battaglia o di fuga da un pericolo nessuna comparsa abbia dimenticato di togliersi l’orologio: se è successo, come nel film con Peter Sellers, la faranno pagare al regista.
Io stesso avevo notato, in un’immagine del trailer, la barba bianca e i capelli senza un filo bianco. Mi sembrava strano che si tingesse i capelli, avendo un’Atena a disposizione, poi nel film ho visto che le varie trasformazioni di Odisseo nei vent’anni dalla partenza per Troia al ritorno a Itaca nelle vesti di un vecchio mendicante sono state molto curate.
Che dire del personaggio che fin da piccoli ci ha fatti diventare cinofili, prima di cambiare la vocale?
Ogni cane è Argo, a ogni Argo vogliamo bene.
Non so se il film svolga un percorso filologicamente inappuntabile, non sono in grado di valutarlo da questo punto di vista e m’interessa solo lateralmente.
Sono stato al cinema, non ho partecipato a un convegno accademico.
Forse a molti è sfuggita la scritta che appare sui titoli di coda: “Tratto dall’Odissea di Omero”.
Se non fosse tratto da, ma corrispondesse esattamente al testo originale, sarebbe probabilmente inattaccabile, ma anche indigeribile: non susciterebbe emozioni.
I classici sono tali perché si fanno masticare indipendentemente dalla lingua in cui sono scritti e dalla cultura che li ha prodotti.
La loro forza è questa e li rende eterni, per quanto eterne possano essere le cose umane.
Abbiamo visto Odisseo interpretato da Nolan e da Matt Damon.
Dante ne ha dato un’altra interpretazione, senza avere mai letto l’originale (non conosceva il greco). Aveva letto vari episodi riportati da autori latini; per esempio l’incontro con il Ciclope si trova nell’Eneide, che conosceva a memoria, l’episodio della maga Circe si trova nelle Metamorfosi di Ovidio.
Nella cultura di Dante la stima per un autore poteva derivare dal contatto diretto con le opere o dal contatto mediato dai maestri, cosicché nel Limbo Omero è definito “quel segnor de l’altissimo canto / che sovra li altri com’aquila vola”. Dove l’aveva appreso? Dai maestri.
Nell’Inferno costruì il suo Ulisse, trasportando l’eroe omerico nella sua cultura, quindi anche nella nostra, che di quella cultura è erede.
Infatti le parole di Ulisse sono tra quelle, in tutta la Divina Commedia, che più ci emozionano. Leggendole sentiamo che è roba nostra.
“Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza.” Canto XXVI.
Si potrebbe usare come programma di un partito politico che volesse portarci fuori dalle paludi del populismo di destra o di apparente, finta sinistra.
Un classico si interpreta e si trasporta nella realtà del proprio tempo.
Quale aspetto della cultura odierna ha colto Nolan in questo antichissimo racconto?
Mi viene in mente una parola sola: disperazione.
La disperazione di vivere in un mondo che è cambiato e ha perduto i punti di riferimento e i valori (l’accoglienza dello straniero) che hanno consentito di costruire una civiltà, esattamente come accade a noi oggi.
Sono disperati, tutt’altro che in pace, i morti che Ulisse incontra nella terra dei Cimmeri, ai confini del mondo, dove si reca, su istruzione della maga Circe, per incontrare Tiresia. I morti sono colmi di rancore: Agamennone, Achille e il povero Sinone (che non si trova nell’Odissea), lasciato accanto al cavallo di legno sulla spiaggia per perfezionare il tranello. Sinone svolge il suo ruolo nel racconto di Virgilio nell’Eneide. Nolan lo utilizza come segno, testimone della riflessione di Ulisse sulle scelte tragiche che la guerra impone.
La guerra è causa di disperazione, anche quando si riesce a vincerla; resterà per sempre il senso di colpa per avere contribuito alla distruzione di Troia. Mentre i compagni si abbandonano alle feste, agli stupri, ai saccheggi, l’Ulisse di Nolan si ferma, inorridito da ciò che ha fatto e da ciò che dovrà ancora fare.
La disperazione si rinnova ogni volta che deve decidere di sacrificare alcuni compagni per salvare gli altri.
La disperazione prodotta dalla conoscenza del futuro, rivelato da Tiresia, o dalla paura del futuro.
Perduti i compagni, approdato nell’isola della ninfa Calipso, dove rimane per sette anni, riaffiora il desiderio del ritorno a casa (qui Nolan mette insieme l’amore di Calipso con un episodio precedente del viaggio: lo sbarco sull’isola dei Lotofagi).
Ulisse ritorna in patria, riconquista il regno, apparentemente rimette a posto le cose, il film finisce.
Ci potremmo domandare che cosa succederà dopo i titoli di coda.
Gli dei olimpici saranno sostituiti da altri dei, gelosi, feroci, che assolutizzano le peggiori tendenze dell’uomo (gli dei dell’antica Grecia erano, come sono gli uomini, un misto di bene e di male): si affermano le religioni monoteiste, che spingono alle crociate, alla jihad, alla distruzione degli infedeli; prendono il sopravvento le ideologie, religiose e politiche.
Ma qui siamo molto oltre Omero e anche oltre, suppongo, le intenzioni di Nolan.
