
3 ottobre 2018 h 17.30
Cinema Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r
Neri per caso
// Green Book // Blackkklansman //
(Febbraio 2025)
La democrazia americana si è espressa. Presidente degli Stati Uniti è un bizzoso delinquente condannato, un prepotente che conosce solo il valore del denaro, mosso unicamente dalla voglia di conquistare ed esercitare il potere (come se la vita fosse eterna).
Ho voglia di uno sguardo indietro, al 3 ottobre 2018, quando andai a vedere, al cinema Flora di piazza Dalmazia, un film di Spike Lee appena uscito nelle sale: “BLACKkKLANSMAN”, ora reperibile su diverse piattaforme.
Tenere presente: il 3 ottobre 2018 è prima del covid, prima dell’assalto a Capitol Hill. Un altro mondo. Le mascherine si usavano solo in sala operatoria e nessuno avrebbe immaginato che un luogo simbolo della democrazia potesse essere violato impunemente, nonostante ciò che era accaduto nelle elezioni presidenziali del 2016. Un disastro: aveva vinto il bullo contro Hillary Clinton.
In Italia c’era il governo Lega – 5stelle: Conte presidente del Consiglio, Salvini e Di Maio vicepresidenti, il guru Beppe Grillo a sproloquiare. Tra i ministri, per citarne uno, c’era Toninelli (basta la parola!). Anche in Italia aveva vinto la destra (i 5stelle non sono mai stati di sinistra, né allora né nella versione più recente).
Un altro momento buio come l’attuale.
In quella situazione deprimente, uscendo dal cinema, dopo avere visto “BLACKkKLANSMAN” di Spike Lee, seduto su una panchina di piazza Dalmazia, scrivevo quanto segue.
(Ottobre 2018)
Che guaio hanno fatto gli americani!
Avevano dato una lezione al mondo, una grande lezione di civiltà: il figlio di un africano eletto Presidente degli Stati Uniti d’America.
Non solo un nero (il primo nella storia), ma figlio di un keniota: quanto di meno WASP (white anglo-saxon protestant) si potesse immaginare.
Grande! Un esempio concreto del melting pot, il calderone in cui «Tutti i figli di Dio hanno le ali», come cantavano gli schiavi nelle piantagioni di cotone.
C’è stato un momento in cui si sarebbe potuto affermare con orgoglio: «I am American»; ci saremmo uniti volentieri al coro dei patrioti americani per cantare «the land of the free and the home of the brave» (la terra degli uomini liberi e la casa degli eroi). Avremmo volentieri dimenticato Doppiavvu Bush, le inesistenti armi chimiche di Saddam Hussein utilizzate per far scoppiare una guerra, la lobby delle armi incurante delle stragi di studenti (Obama ha cercato di contrastarla senza riuscirci), la sanità asservita agli interessi delle compagnie di assicurazione. Se un cittadino americano si ammala seriamente e non è assicurato precipita da solo in un paese sottosviluppato, pur vivendo in uno dei più avanzati.
Gli americani avevano dato un grande segnale al mondo. Poi hanno votato per Trump, si sono affidati a un uomo ridicolo e crudele.
La vittoria di Trump ha fatto rialzare la testa (la famosa testa di caxxo) ai suprematisti bianchi.
I responsabili di questa catastrofe non sono solo quelli che nel 2016 hanno votato per Trump. Sono anche gli astenuti, quelli che avevano un altro candidato democratico e, alla fine, non hanno riversato i voti su Hillary Clinton.
Nella democrazia rappresentativa (Dio ci guardi dalla democrazia diretta o dall’imbroglio della democrazia in rete) si vota anche se nessun candidato ci va completamente a genio. Si vota il meno peggio (Hillary Clinton non era il non plus ultra, ma non c’è paragone rispetto a Trump) e, soprattutto, si vota per chi ha qualche possibilità di vincere, non per fare i duri e puri e tenersi Trump per quattro anni.
Mi viene un sospetto: i democratici americani hanno copiato dalla sinistra italiana, senza neanche chiedere il permesso, questa tendenza a puntare sulla testimonianza, questa voglia di perdere.
Si dovrebbe chiedere il riconoscimento del copyright, il pagamento dei diritti per un modo di fare politica inventato e ampiamente praticato dalla sinistra italiana, in particolare da quella che, con una punta di civetteria, ama definirsi estrema.
A proposito di civetteria, ho perso di vista Fausto Bertinotti, ma forse ha fatto lezione ai democratici americani raccontando la “gloriosa” caduta del governo Prodi, di cui si rese protagonista nel 1998. Questa scelta “geniale”, dopo un interregno dalemiano confuso, nelle elezioni successive regalò la vittoria a Berlusconi.
Bertinotti avrà poi capito di avere fatto una mossa che, col suo linguaggio tecnico politico raffinato ed elegante, si definisce: una grande caxxata?
Non credo. Basta sentire i suoi emuli, basta vedere come sono orgogliosi della incapacità di scendere a compromessi (non mi piego; solo se mi date la presidenza della Camera), della incapacità di trovare il punto di equilibrio tra diverse proposte, di valutare la mossa tattica più opportuna in quel momento per vincere, che non è una parolaccia, è la condizione per portare la situazione un po’ più avanti e consentire di consolidare le riforme.
L’unica reazione che riescono a concepire – quando la loro linea risulta perdente all’interno di un partito, dopo una serie di lagne sulla democrazia interna che esiste solo se passa la loro posizione – è: scissione.
Scissione è la minaccia continua, il sottotesto di ogni dichiarazione; è anche un hobby, un passatempo, una mossa strategica che, tradotta in linguaggio tecnico politico raffinato ed elegante, significa: non gioco più, mi faccio un partitino con tante foglioline dove comando io.
Questi puristi sanno che non vinceranno; a loro basterà poter affermare “io c’ero”. Non vogliono migliorare, anche di poco, le cose; non vogliono agire, anche un pochino, sulla realtà.
Per loro la politica è un gioco virtuale che non consente compromessi (solo se mi date la presidenza della Camera); l’unico obiettivo è guadagnare punti e restare sulla scena.
Scrivo questo commento ai primi di ottobre 2018.
Il referendum costituzionale (dicembre 2016), eccessivamente personalizzato, ha mandato a casa il leader del partito democratico che aveva ottenuto un risultato storico (40%) alle elezioni europee del 2014.
Fausto Bertinotti è dato per disperso (fortunatamente).
Massimo D’Alema è riuscito a portare a termine la vendetta.
Con le elezioni politiche del 4 marzo 2018 il movimento del vaffa di Beppe Grillo è diventato il primo partito.
La Lega, ex Nord, ora sempre più a destra, ha fatto un balzo in avanti.
Pietro Grasso, con le sue foglioline, ha sfondato la soglia del 3 per cento e si avvia a godersi una simpatica irrilevanza, insieme a una variegata pattuglia.
La sinistra, intesa come area di pensiero, e, qualche volta, di governo, è riuscita ad avere una sonora sconfitta e ha scelto il simbolo definitivo: l’immagine di Tafazzi che si tira colpi sull’apparato riproduttivo con una bottiglia di vetro; l’originale bottiglia di plastica è stata sostituita per non dare una visione edulcorata della realtà. Un esperto di comunicazione ha suggerito: i colpi devono fare veramente male.
La parola competenza è stata cancellata dal vocabolario dei partiti: ci si vanta di non avere studiato, di non capire “i numeretti” (vezzeggiativo usato spesso da un vicepresidente del Consiglio esperto di selfie, di tweet, di post, di like, e basta).
In una parola: i politici si vantano di essere ignoranti.
Abbiamo visto ministri dell’istruzione nascondere i master, ministri dei trasporti che hanno un curriculum di due righe, compresa l’intestazione e la firma, sottosegretari all’economia rivendicare la propria ignoranza dei meccanismi economici che governano l’odiato mercato: «Chi sarà mai questo signor Spread? Come si permette di interferire con le nostre decisioni!».
Queste osservazioni sul dramma della politica italiana, in particolare della sinistra, e, nel corso dell’ultima campagna presidenziale, dei democratici americani, non riguardano il cinema, una forma d’arte poco adatta a raccontare la realtà (a questo servono i documentari).
Puoi rappresentare la realtà in un film, per esempio i ricordi dell’infanzia, solo se sei Fellini (Amarcord), Ingmar Bergman (Fanny e Alexander), Woody Allen (Io e Annie); altrimenti è meglio astenersi.
Per rendere i tuoi ricordi interessanti devi reinventarli, tanto che, alla fine, neanche tu sai se sono ricordi o invenzioni.
Chi se ne frega di sapere quante pippe ti sei fatto a dodici anni sognando i seni enormi di una tabaccaia?
Quell’immagine potrebbe essere reale o un ricordo amplificato dalla fantasia, o pura invenzione; secondo me neanche Fellini lo sapeva. Questo è il bello. Nel cinema la realtà s’inventa.
Di quale film abbiamo bisogno per emozionarci, per rimanere stupiti come agli Uffizi davanti a La Primavera? Abbiamo bisogno di Luci della città di Charlie Chaplin: un film muto, girato con apparecchiature rudimentali rispetto alle attuali.
Per farci capire l’alienazione delle catene di montaggio nell’industria moderna bastano cinque minuti di Tempi moderni, molto più efficaci di film che trasudano messaggi.
Torniamo a BLACKkKLANSMAN.
Il titolo è scritto con tre k, per evidenziare il significato: klansman = membro (del kkk), dunque: “membro nero del kukluxklan”.
La storia raccontata è tratta da un libro autobiografico, e questo, secondo alcuni, dovrebbe essere una garanzia riguardo alla veridicità del racconto.
Il film di Spike Lee che più mi piace, che rivedo volentieri, è “Fa’ la cosa giusta”; interpreti: Danny Aiello, John Turturro, l’afroamericano Giancarlo Esposito, lo stesso Spike Lee.
Do the right thing (1989) sostanzialmente suona la stessa musica di BLACKkKLANSMAN, elabora lo stesso tema (il razzismo negli Stati Uniti), ma in modo molto più efficace, anche se nessuna scritta vagamente intimidatoria appare all’inizio, come invece accade in questo film, per imporci di credere che stiamo assistendo alla “fottuta verità” (“the fucking truth”).
Qualche dubbio viene su questa verità, non riguardo al fatto in sé o al contesto a cui il film fa riferimento, ma alla trama, perché in un film la verità diventa trama e la trama consente, a volte richiede, forzature.
C’è un momento in cui la concatenazione degli eventi è incredibile, nonostante la scritta iniziale.
Un suprematista bianco viene chiamato al telefono proprio mentre sta per rivelare il poliziotto infiltrato agli altri neonazisti, seduti intorno a un tavolo a mangiare; la telefonata salva il poliziotto infiltrato, che trova la scusa più banale per svignarsela (scusate, vado in bagno).
C’è una trappola, organizzata per catturare un sorcio poliziotto razzista, in cui il sorcio cade troppo facilmente.
Ci sono congratulazioni reciproche, nella stazione di polizia, che coinvolgono tutti, come se il marcio riguardasse una sola persona.
Sarà pure la fottuta verità, però la trama sembra costruita per dimostrare l’idea di fondo: il razzismo è stato un fenomeno di massa nel sud degli Stati Uniti; l’afroamericano era trattato come il cane di casa, se andava bene, se andava male era linciato. Ora il razzismo è tornato in auge.
Spike Lee ha mescolato fiction e documenti, ha fatto agire per tutto il film l’attore che interpreta David Duke, il politico suprematista bianco, membro del kukluxklan e, alla fine, ci ha fatto vedere il vero David Duke mentre in un comizio invita a votare per Trump.
Ma per noi, in quel momento, David Duke è l’attore, non è quello vero.
Non ci devi rivelare il trucco mentre lo stai svolgendo! Su questo si basa il prodotto artistico chiamato film.
Per un’ora e mezzo la realtà è ciò che vediamo sullo schermo e prenderemmo volentieri a male parole le immagini dei neonazisti, proprio come, si dice, alcuni spettatori riempivano di male parole “ó malamentə” (il cattivo) della sceneggiata napoletana.
Le reazioni emotive di una volta avevano come obiettivo non l’attore che interpretava un personaggio, e forse neanche il personaggio, ma gli altri spettatori. Si scattava per esibire la propria rabbia, i propri sentimenti.
L’idea di far vedere nel corso del film la persona reale, peraltro molto somigliante all’attore che la interpreta, rovina la festa: non è possibile rallegrarsi per la trappola in cui è caduto il capo del kkk, se un attimo dopo ci mostri che non era lui ma un attore.
I personaggi devono essere veri, non reali, veri come è vera la fantasia, come sono veri i sogni, per tutta la durata del film. Non abbiamo bisogno di andare al cinema per vedere la realtà.
Parafrasando un epigramma di Giuseppe Giusti, si potrebbe dire: «Il fare un film è meno che niente / se il film fatto non rifà la gente».
Nell’originale il poeta di Monsummano (Pistoia), ingiustamente dimenticato (temo, anche nelle scuole), ovviamente non scriveva “film” ma “libro”; infatti questo vale per un libro, per un film, per una musica, per una canzone, per un quadro, per una fotografia, per una performance, per qualunque cosa voglia catalogarsi alla voce arte.
La parte più bella di BLACKkKLANSMAN è il discorso del leader dei Black Panthers, il piano sequenza in cui scorrono le facce degli studenti del college di Colorado Springs che seguono con grande partecipazione: ragazze e ragazzi di colore, splendidi.
Qual è il motivo principale di tanto odio nei loro confronti? L’invidia, il senso d’inferiorità.
Bisogna anche dire che alcuni dei Black Panters esagerarono in seguito, affermando una specie di razzismo al contrario (come se i bianchi fossero tutti uguali a quelli del kukluxklan), altri organizzarono atti terroristici (terrorismo = malattia infantile); altri, infine, trasbordarono verso una religione che non opprime i neri ma opprime le donne, costringendole alla sottomissione nei confronti degli uomini.
La realtà è complicata; si fanno solo guai quando ci si illude di avere trovato soluzioni semplici a problemi complessi.
Il cinema non è adatto a spiegare fenomeni sociali di grande portata; se ci prova diventa irrimediabilmente inefficace e noioso.
Non accade al film di Spike Lee perché questo regista è uno dei più grandi oggi presenti sulla scena internazionale, perché sa usare gli strumenti, sa inserire le svolte necessarie al racconto per tenere desto l’interesse dello spettatore e utilizza un vecchio film, “Nascita di una nazione” (1915, David Griffith), per mostrare l’origine di quel cancro, il razzismo, che impedisce la realizzazione del sogno di Martin Luther King: «I have a dream …». (3 ottobre 2018)
