
16 ottobre 2024 h 18.35
Cinema Adriano Firenze – via Giandomenico Romagnosi, 46
Famiglia (genitori e figli)
// Un inverno in Corea // Ritrovarsi a Tokyo // Il tempo che ci vuole // Dostoevskij // Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato // Enea // Club Zero // Come pecore in mezzo ai lupi // Ritorno a Seul // Beau ha paura [Beau is afraid] // Miracle: Letters to the President // The Whale // Le vele scarlatte // The Fabelmans // Marcel! // True mothers // Una vita in fuga // One second // Cry Macho // È stata la mano di Dio // Madres paralelas // Raw // Titane // Tre piani // La terra dei figli // Favolacce // Tutto il mio folle amore // Un affare di famiglia // La stanza delle meraviglie // Lady Bird /e/ Puoi baciare lo sposo // Tre manifesti a Ebbing, Missouri //
“Il tempo che ci vuole”, regia di Francesca Comencini. Si può scaricare da RaiPlay.
En français: “Le temps qu’il faut”, réalisé par Francesca Comencini; sur www.giovanniguarino.org
Un film intimo e surreale. La prima parte sembra una versione moderna di Le avventure di Pinocchio; il padre è Geppetto, il burattino è la bambina. È ricostruito il set del Pinocchio televisivo di Luigi Comencini come apparve agli occhi di una bambina che aveva occhi solo per suo padre. La serie, divisa in cinque puntate, fu trasmessa nel 1972 (Nino Manfredi, Andrea Balestri, Gina Lollobrigida, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia).
Geppetto gioca con il burattino, studia le sue reazioni e cerca di insegnargli i comportamenti giusti, i valori. Il burattino (la bambina) pende dalle sue labbra ma manifesta un cruccio, la paura dei mostri (il pescecane, la balena) che possono invadere il mondo disegnato dal padre. Non so se questa paura sia retrospettiva, costruita sul ricordo di ciò che accadde in seguito.
Geppetto sembra perfetto; è il padre che molti vorrebbero al posto del proprio e fa con successo un lavoro fantasioso: il regista cinematografico. Forse per la figlia è un modello troppo grande, irraggiungibile.
Manca la fata turchina, la figura materna (la madre biologica, una zia, una sorella più grande, una maestra degna di questo nome) che avrebbe aiutato la bambina a crescere e ad accettare i propri limiti, i propri fallimenti, i propri errori.
Nella realtà sappiamo che Francesca Comencini ha mamma e sorelle, nel film la bambina non ne ha, o non appaiono. Il rapporto padre figlia diventerà asfissiante.
La maestra in un corso di ceramica si sostituisce alla bambina per realizzare una statuina troppo perfetta. «L’hai fatta tu?» chiede il padre; «Sì» risponde la bambina; è la prima bugia.
La bambina curiosa e paurosa diventa una ragazza insicura. Come si spiega? È difficile dirlo, difficile capire che cosa abbia influito negativamente sulla sua crescita. La sceneggiatura non ci aiuta: la regista ha deciso di isolare i due personaggi, come accade in Aspettando Godot.
La bambina – il personaggio del film è solo in parte Francesca Comencini – non ha una figura femminile a cui riferirsi. C’è solo quest’uomo sicuro di sé, gentile, disponibile a giocare, tutto d’un pezzo, irraggiungibile.
Raccoglie nella sua mano sicura la manina della bambina, ma non si domanda, nel film, il motivo di tanta paura.
È curioso l’isolamento nel quale la regista si è rappresentata, pur avendo tre sorelle. Ha cancellato il resto della sua famiglia.
Credo l’abbia fatto per ridurre all’essenziale il discorso e non mescolare altri temi (il rapporto con le sorelle, il rapporto con la madre).
Ho scoperto di avere sempre confuso tra di loro Francesca e Cristina Comencini, entrambe registe, forse anche con Eleonora, attrice. Non conoscevo l’esistenza di Paola, che ha collaborato alla scenografia essenziale di questo film.
Quando i personaggi si riducono a due il dramma si svolge in pochi ambienti, quasi sempre gli stessi: lungo corridoio, salottino scarno con divanetto e televisore, stretto studio con una piccola scrivania colma di fogli e di una macchina per scrivere; stanza d’albergo disadorna; due tristi lettini messi uno di fronte all’altro. A quel punto padre e figlia si erano incarcerati l’uno con l’altra.
Nella seconda parte la bambina è cresciuta, è diventata adolescente. Il burattino ha seguito Lucignolo nel paese dei balocchi.
Alla fine degli anni settanta molti adolescenti, finite in tragedia le illusioni politiche rivoluzionarie, si fecero accalappiare dagli omini di burro e si trascinarono nel baratro tenendosi per mano.
C’erano tanti Lucignolo per le strade, soprattutto tra i ragazzi della borghesia danarosa romana che frequentavano scuole selezionate. Bastano le scene nella scuola per capire quanto fossero imbecilli. Molti adulti, come il professore, erano privi di autorevolezza.
Probabilmente anche nelle scuole frequentate dai proletari ci furono gli applausi disgustosi alla notizia del rapimento di Aldo Moro, però il comportamento dei fighetti dell’alta società che giocavano a fare i rivoluzionari faceva vomitare.
Il padre aveva chiesto alla bambina: «Quale personaggio di Pinocchio ti piace di più?». La bambina aveva risposto: Lucignolo.
In quegli anni il paese dei balocchi era la droga, oltre alle velleità rivoluzionarie altrettanto distruttive.
Geppetto ha sbagliato a fidarsi della figlia e forse quello schiaffo impulsivo avrebbe dovuto darglielo molto prima. Non sono favorevole alle punizioni corporali, però credo sia meglio uno schiaffo dato quando la ragazza gli manca di rispetto che illudersi con la frase fatta: «Dimmi la verità, ho fiducia in te».
C’è un momento in cui la figlia manca di rispetto nei confronti del padre, con due battute terribili: «Papà, ce l’hai ancora il corpo?»; «Tu, come tutti gli uomini, disprezzi visceralmente le donne».
Con la prima rinfaccia al padre, che comincia ad avere tremori incontrollabili delle mani, il decadimento fisico, come fosse una colpa; con la seconda sembra che voglia attribuire al padre la responsabilità della sua crisi, spostando il discorso dalle difficoltà personali di una ragazza dell’alta borghesia cresciuta nella bambagia alle rivendicazioni femministe. Lo accusa pur conoscendo il profondo rispetto sempre manifestato dal padre nei confronti di tutti, in particolare delle donne, anche le più semplici che curiosavano dalle finestre e lo costringevano a girare di nuovo una scena.
Quando dico alta borghesia e bambagia mi riferisco al fatto che non molte ragazze di quegli anni potevano essere portate dal padre a Parigi per allontanarle dall’ambiente malsano che avevano preso a frequentare a Roma.
La ragazza riesce a venir fuori dal paese dei balocchi perché è fortunata, ha per padre un ricco borghese che può prendere la decisione giusta per allontanarla dall’ambiente tossico in cui si è persa: «Andiamo a Parigi e ci restiamo il tempo che ci vuole».
Uscire dalla tossicodipendenza non è facile, anche per chi ha la fortuna di un padre che interrompe il suo lavoro di regista per occuparsi solo della figlia, nonostante il progredire del tremolio incontrollabile delle mani.
Anche a Parigi la realtà è dura per chi ha sostituito l’eroina con il metadone; la scabbia è un fastidio secondario, non grave ma deprimente, da paese dei balocchi, da bambini trasformati in ciuchini.
La regista sorvola sugli aiuti ricevuti per “uscire dal tunnel” (psicoterapeuta privato? Comunità?).
Dopo altre crisi, finalmente può dire al padre:«Sto bene», trova la sua strada, riesce a fare il primo film con il quale vince un premio importante.
Purtroppo si aggrava la malattia di Parkinson del padre.
Qui c’è la scena finale che non è piaciuta a molti: il volo di padre e figlia da una finestra che guarda sul magnifico panorama del Vesuvio e del golfo di Napoli, con il padre che si stacca dalla figlia e si avvia da solo in direzione di una nuvola.
A me è piaciuta perché è molto cinematografica, realizzata bene (sarebbe bastato un niente per scadere nel ridicolo) e adatta a un film surreale. Inoltre mi ha sollevato dall’angoscia che riempie lo schermo in tutta la seconda parte, dopo le scene allegre dell’infanzia, quando, con l’adolescenza, si abbandona la favola e si sfiora la tragedia. Infine ho visto in questa scena la fuga di Geppetto e Pinocchio dal ventre della balena con l’aiuto del delfino sulle onde del mare fino alla liberazione.
Grandi Fabrizio Gifuni (come sempre) e la giovane, intensa Romana Maggiora Vergano.
