7 marzo 2020 h 17.50
Cinema Principe Firenze – Viale Giacomo Matteotti

Artisti
// Tenet (nel commento: Tomás Saraceno) // Volevo nascondermi (Antonio Ligabue) // Escher Viaggio nell’infinito // Il mio capolavoro (nel commento: “Modigliani e l’avventura di Montparnasse 1920 – 2020” Livorno Museo della Città) // Lucky (nel commento: Marina Abramović) // Ella & John (nel commento: Urs Fischer) // Alla ricerca di Van Gogh //

En français “Horse Cadre”, réalisé par Giorgio Diritti; sur www.giovanniguarino.org
“Volevo nascondermi”, regia di Giorgio Diritti.
È un biopic: racconta momenti della vita del pittore Antonio Ligabue (n. a Zurigo il 18 dicembre 1899, m. a Gualtieri (RE) il 27 maggio 1965).
Il titolo della versione francese, “Horse Cadre”, significa “fuori quadro” o “fuori campo”, espressione usata in molti ambiti, per esempio nel linguaggio cinematografico: le réalisateur, horse cadre, criait ses instructions à l’équipe (Il regista, fuori campo, gridava istruzioni alla troupe).
Nel film un uomo dice, davanti a un quadro di Ligabue: «È tutto fuori squadra».
È anche il giudizio di alcuni critici, che lo consideravano naïf nonostante le opere fossero estremamente elaborate e profonde, enigmatiche, mai banali.

Il titolo italiano coglie un aspetto della personalità e della vita del pittore, estraneo a Zurigo, dove era stato adottato, estraneo a Gualtieri, nella bassa reggiana, dove fu rispedito, poi chiuso in manicomio. Divenuto famoso e abbastanza ricco, continuò a essere estraneo e desideroso di un bacio, di una carezza, di una donna.
Secondo Konrad Lorenz una scimmia non è una scimmia se non vive in un gruppo. Privata dell’interazione sociale con i membri della sua specie, non si sa come reagirà nelle diverse situazioni: alternerà aggressività e paura.
A questo proposito (non c’entra nulla con il film) è interessante l’esperienza di Leo Ferré, che ispirò una canzone molto bella e malinconica: “Pepée”.
Leo allevò una femmina di scimpanzé come fosse una figlia, fuori dal gruppo in cui avrebbe acquisito i comportamenti e le reazioni della specie. La allevò come una bambina (si vestiva, sedeva a tavola, giocava con le bambole). Da adulta Pepée diventò aggressiva con gli ospiti e con gli altri componenti della famiglia (tra i quali la figlia), non con lui, finché fu eliminata (o si ferì gravemente in un incidente) approfittando dell’assenza del cantante. 
Vicenda interessante che mostra la difficoltà di stabilire una comunicazione completa con un’altra specie. In conseguenza della scelta della sua seconda moglie di determinare la soppressione di Pepée, Ferré ruppe il legame con lei.
Maggiori informazioni si trovano nel libro di Annie Butor, la figlia di Leo: “Comment voulez-vous que j’oublie?”.
Torniamo al film.
Noi siamo “scimmie nude” (Desmond Morris): esclusi da una relazione con gli altri fin dall’infanzia, come accadde ad Antonio Ligabue, nasconderemo la testa in un panno e spieremo il mondo con un occhio solo attraverso un buco. È l’incipit geniale, dal punto di vista cinematografico, di “Volevo nascondermi”, reperibile su Raiplay. In questo inizio è riassunta la vita del pittore.

Il commento seguente è il ricordo di un momento difficile per tutti.
Il film aveva fatto in tempo a vincere l’Orso d’Argento al Festival di Berlino 2020 (Elio Germano miglior attore protagonista).
Il 7 marzo 2020 fu proiettato al cinema Principe di Firenze. Alle 17.50 io ero in quella sala, insieme a una sparuta combriccola di spettatori che occupavano alternativamente le poltrone (una sì, una no).
Finita la proiezione, tornato a casa, cominciai a scrivere il commento; interruppi per le ultime notizie del Telegiornale di mezzanotte condotto da Maurizio Mannoni.
Sullo schermo del televisore apparve il Presidente del Consiglio (governo Conte seconda versione).
La solita pochette spuntava dal taschino della giacca, l’espressione del viso e il tono della voce erano drammatici.
Annunciò il DCPM con il quale, per evitare il diffondersi della pandemia da Covid 19, si chiudevano i cinema, i teatri e tutti i luoghi d’incontro (le scuole e le università erano chiuse dal 4 marzo) fino al 3 aprile. In seguito ci sarebbero state altre chiusure e riaperture.
Riporto il commento così come lo scrissi e completai il giorno seguente.
*** *** ***
Sette Marzo del Duemilaventi. Ci hanno detto che non dobbiamo muoverci da casa se abbiamo i sintomi dell’influenza, in particolare la febbre alta, e/o se abbiamo frequentato persone provenienti da zone a rischio.
Quest’anno non ho avuto il raffreddore. Non ho frequentato persone provenienti da zone a rischio. I cinema sono aperti. Vado al cinema Principe a vedere “Volevo nascondermi”, regia di Giorgio Diritti.

Alla stazione di San Miniato la sala d’attesa è chiusa. Davanti ai binari poca gente.
Due ragazze dall’aspetto serio, forse studentesse, conversano. Una delle due ha in mano un libro.
Una coppia è allacciata. Una signora e un ragazzo si guardano intorno spaesati (è una mia impressione).
Tre giovani debosciati attraversano per raggiungere il secondo binario per Firenze, ignorando il sottopassaggio.
Due giovani di colore conversano ad alta voce tra di loro e con il telefonino, nella loro lingua. Una conversazione a tre, con uno a distanza che partecipa attivamente: si sente anche la sua voce.
Credo siano nigeriani; ogni tanto colgo qualche parola o espressione in inglese semplificato (per esempio “I no know” al posto di “I don’t know”, “no wahala” al posto di “no problem”); parlano il pidgin english, una mescolanza di basic english e di parole e espressioni africane. Questa lingua si parla soprattutto in Nigeria e rende possibile la comunicazione tra gruppi appartenenti a etnie diverse. Ha avuto origine nell’epoca delle colonizzazioni ed è molto diffusa.
Se nella conversazione tra africani immigrati si colgono parole che suonano inglese mescolate con altre incomprensibili, probabilmente sono nigeriani.
I due giovani di colore hanno i capelli rasati sotto e i riccioletti sopra. Sono altissimi. Sembrano perfettamente a proprio agio. Sicuramente hanno trovato una soluzione ai problemi del vivere in un paese straniero.
Uno dei debosciati locali dice, in direzione dei neri: «Fratè, hai una sigaretta?». Uno dei neri gliela porge.
Il debosciato locale ha preso la sigaretta, ha acceso e ha detto, rivolto all’altro nero: «Fratè tutt’apposto?».
Per un momento, quando ha chiesto la sigaretta, ho pensato si rivolgesse a me e stavo per rispondere, poi ho visto uno dei neri accennare di sì col capo, prendere un pacchetto dalla tasca interna del giaccone, estrarne una sigaretta, porgergliela. Si sono capiti al volo, mi hanno attraversato con lo sguardo come se fossi trasparente. Poi ognuno è tornato nel proprio gruppo.
Fa freddo. Nessuno porta la mascherina. Ne parlano in televisione, ma nelle farmacie non si trova.
Arriva il treno; la coppia si scioglie, continuando a tenersi per mano; un uomo sbuca di corsa dal sottopassaggio dopo essersi avventato sulle scale; sembra esausto.
Ci avviciniamo a un vagone, il più vicino; non c’è tempo per separarci, come ci hanno consigliato di fare in televisione: forse ci crediamo poco. Solo le studentesse si sono allontanate, previdenti.
Facciamo spazio a chi scende e ci mettiamo, più o meno, in fila.
È la novità: sul treno si sale mettendosi in fila, come a Londra, dove si mettevano in fila già prima. Ricordo gli sguardi ostili quando arrivai la prima volta e, senza pensarci, saltavo la fila. Mi accorgevo dell’astio, mi domandavo: «Perché ce l’hanno con me?». Non vedevo la fila, a cui non ero abituato (parlo degli anni settanta). Poi, davanti alla fermata del pullman, sbarrai gli occhi per la meraviglia e mi adeguai (nel 160 per piazza Dante salivamo come capitava, a frotte, tutti insieme).
In televisione ci hanno suggerito di tenerci un po’ distanti. A occhio e croce c’è un metro tra me e la signora che mi segue. Però non riesco a tenere un metro di distanza da quello davanti. La signora è più attenta di me: mi guarda con diffidenza (forse è un’impressione).
Sul treno mi sembra che ci guardiamo reciprocamente storto: ognuno può essere untore per gli altri. Forse è un’impressione, ma penso che la pandemia, se dura, distruggerà la simpatia che nasce spontanea in terra latina nei rapporti tra sconosciuti.
Per fortuna non ho incontrato persone che conosco. Non so come dovrei regolarmi. Fingo di non averle riconosciute? Mi chiudo in me stesso guardando fisso davanti? Cerco di passare da rincoglionito?
Nelle carrozze molti posti disponibili: è facile mettersi da soli dove prima sedevano in quattro.
Mi domando come abbiano fatto i pendolari. Ce ne saranno di meno, dal momento che non ci sono gli studenti. Nelle ore di punta si giravano tre vagoni prima di trovare un posto per sedere.
Se arrivano altri a sedersi sui posti liberi che si fa? Dovremo farci “piccərillə piccərillə”, come diceva Nello Arena in“Ricomincio da tre”, dovremo farci “liggiérə liggiérə” (piccoli, piccoli; leggeri, leggeri).

Per fortuna non mi è venuto un colpo di tosse.
Un colpo di tosse capita anche se non si ha il raffreddore. Sarei riuscito a sopportare lo sguardo indagatore di chi è seduto da solo nel gruppo di quattro sedili di fronte?
E se al primo starnuto fosse seguito un secondo? Se la polvere dei vagoni ne avesse richiamato un terzo, una serie? Mi sarei trovato improvvisamente dentro ai Promessi Sposi in imbarazzo completo: «Va’ via, povero untorello!».
Nella stazione di Santa Maria Novella molto meno gente del solito. Ognuno guarda davanti a sé.
Compare la prima mascherina. Incornicia il volto di una ragazza cinese molto bella.
La mascherina, elegante, di colore azzurro, mette in risalto gli occhi.
Però! Potrebbe partire una moda.
Quando la sensazione di disastro incombente sarà passata, qualche stilista potrebbe farci un pensierino.
Già vedo le modelle asettiche, magrissime, praticamente pelle e ossa, sfilare con la mascherina, che accentua il loro aspetto spettrale, considerato un pregio dai dittatori della moda.
Per il momento, nonostante le trasmissioni televisive sorbite in continuazione sull’argomento (non si parla d’altro), non ho capito se serve o non serve.
Serve a chi l’indossa? Serve agli altri? Deve avere il filtro come quelle degli operatori sanitari?
Domande a cui i medici interpellati hanno fornito risposte diverse.
Si va da chi ha detto – sono inutili – a chi ha detto – sono dannose perché si dovrebbero cambiare in continuazione e danno una falsa sicurezza – a chi ha detto – in alcuni casi possono servire – a chi ha detto – se la mascherina vi tranquillizza, mettetela: male non fa.
Secondo quest’ultimo esperto televisivo dovrei tenere una cosa noiosa davanti alla bocca e al naso perché male non fa. È come dire: se sei scemo, mettila.
Noi siamo precisi e notiamo le contraddizioni, che ci sembrano enormi.
Alla fine non sappiamo che fare.

La scienza non dà mai una risposta univoca e definitiva. Si basa su ciò che si scopre sperimentando (Provando e Riprovando).
Chi si aspetta la verità assoluta dagli scienziati si predispone a forti delusioni.
Però si sono notate troppe differenze di opinione tra i virologi; si è verificato qualche litigio.
«È solo un’influenza», «Metterà a tappeto il nostro sistema sanitario», «Tamponi sì, tamponi no, tamponi quasi».
Poi ci sono i soliti politici sciacalli.
Sulla vetrina di ogni farmacia c’è il cartello: “Non abbiamo mascherine, sono finite”. Ho deciso: non mi pongo il problema.
La ragazza cinese avrà i suoi canali, forse obbedisce ad altri esperti, ad altre regole, forse è abituata a non mettere in discussione le disposizioni delle autorità; o l’ha indossata semplicemente perché, guardandosi allo specchio, ha notato che la mascherina le dona. Il fascino del mistero.
C’è un’altra possibilità, che non ci fa onore: i cinesi sono stati trattati malissimo all’inizio della pandemia. Pareva che tutto fosse partito da loro, anche da quelli che vivono da anni in Europa e hanno rari contatti con la madrepatria. Mettersi la mascherina, per i cinesi, poteva essere un modo per attutire l’aggressività (era come dire: vedete? Non diffondiamo il virus).
Ora gli untori siamo noi e ci accorgiamo di come sia stupido generalizzare.

All’inizio di via Nazionale, nello spiazzo che si chiama Largo Fratelli Alinari, un vecchio con la barba distribuisce pezzetti di pane ai colombi, che accorrono.
Mi sembra una bella scena, merita di essere fotografata (nella parte superiore dell’immagine associata al commento).
In fondo, Ligabue era un povero vecchio che ci ha donato pezzetti di arte come quel povero vecchio dona pezzetti di pane ai colombi. Si arrabbiava, urlava come un ossesso quando noi non capivamo la sua arte e, anziché accorrere e ringraziare del dono, notavamo che la tigre sembra un gatto, che l’immagine è fuori squadra, che le statue sembrano giocattoli.
Per raggiungere il cinema Principe (Viale Matteotti): solito percorso.
Andata: stazione, piazza San Lorenzo, statua di Giovanni delle Bande Nere, via de’ Gori, via Cavour; si passa davanti piazza San Marco, si arriva in piazza Libertà; a dieci metri c’è il cinema.
Prima di entrare in sala: sosta nella pasticceria sotto ai portici di piazza Libertà, dove fanno un buon caffè e i piccoli babà al rum. Nella stagione calda: mezzo sigaro toscano ai tavolini all’aperto. Il timore di ingrassare distoglie dalla Sachertorte, che ricorda i primi film di Nanni Moretti.
Ritorno: via San Gallo, fino a una delle traverse del mercato San Lorenzo che portano alla stazione.
Per quale motivo percorro due strade diverse all’andata e al ritorno? Non so; faccio sempre così; all’andata mi piace vedere piazza San Marco, al ritorno mi piace vedere via San Gallo, che mi ricorda le strade intorno a via Mezzocannone (Università Federico II), col basolato sconnesso e gli edifici alti.
Sul percorso non si nota differenza rispetto al solito. Forse la gente, quando si muove su ampi spazi, si sente più tranquilla (via Cavour è molto larga).
Mi viene in mente che oggi è sabato. Per un sabato i turisti sono pochi.
Sulla strada, dopo il Palazzo Medici Riccardi, una mostra suTutankhamon (credevo si dicesseTutankhamen, ma è scritto così).
Non mi sembra il massimo come buon auspicio.
Forse ho capito chi ha portato il Covid 19 da queste parti. Si dice che questo faraone egizio non avesse gradito l’apertura della sua tomba; si dice che tutti gli archeologi coinvolti siano finiti male.
Devo confrontare la data dei primi casi con la data di inizio della mostra. Potrebbe essere una scoperta. Già vedo i titoli dei giornali: “La causa della mutazione scoperta da un esperto sconosciuto. Dietro l’epidemia c’è un faraone egizio”.
Alla domanda «Come ha fatto?», rispondere con finta modestia: «Ho semplicemente collegato i dati: inizio pandemia, apertura della mostra».
«Dunque, secondo lei, per interrompere la pandemia basterà chiudere la mostra?».
Risposta prudente, poco impegnativa: «Può darsi. Però dipende da quanto il faraone egizio si è incavolato».
Anche questo è scienza, o no? Osservazioni, misure, correlazioni tra i dati.
Un piccolo problema: su che base si trova la correlazione? Un altro problemino: la misura è influenzata da chi la esegue (falsificabilità e metodo scientifico).
Ecco perché se ne sentono tante in giro e sono sbucati “scienziati novax” che, prima, si occupavano di altro. Ora i politici che avevano orecchie attente alle sciocchezze propalate via internet fingono di avere dimenticato e invocano il vaccino.

Al cinema poca gente.
Una poltrona vuota ai lati di ogni spettatore. Anche le coppie vengono separate. Se la sala si riempisse, avrebbe la metà dell’incasso massimo.
In effetti le poltrone vuote, distanziatrici, sono molte di più.
Gli spettatori delle sale cinematografiche erano già pochi: quest’anno ho visto la sala piena solo per due film: The Irishman a Pietrasanta ai primi di novembre, e Tolo Tolo con Checco Zalone, a Pisa a gennaio.
Questa crisi ha dato un colpo, spero non mortale, ai cinema rimasti. Vedremo!

“Volevo nascondermi” è bellissimo.
Ero in dubbio se andare a vederlo perché sono legato al ricordo dello sceneggiato televisivo del 1977 (regia di Salvatore Nocita) sullo stesso argomento: il pittore Antonio Ligabue. Sono affezionato all’interpretazione di Flavio Bucci.
Temevo di rimanere deluso, di rovinarmi un bel ricordo. Non è stato così.
Elio Germano è un grande attore e un professionista coscienzioso: non lascia niente al caso, è entrato perfettamente nel personaggio. La sceneggiatura non è caduta nel tranello di cercare di spiegare un mistero riducendolo a una banale biografia, arbitraria come sono arbitrarie tutte le biografie.
Pregi del film: l’interpretazione di Elio Germano, la fotografia, il racconto non sequenziale, onirico, i continui flashback nell’esperienza di Antonio bambino.
Meravigliosa la lettura fuori campo delle richieste scritte che Ligabue – consigliato da qualcuno che voleva aiutarlo (sicuramente mise solo la firma) – presentò alle autorità per trovare un rifugio, un’assistenza.
Ligabue (Leccabue era il cognome originale del padre; in realtà aveva il cognome della madre: Costa) ha avuto molto bisogno di aiuto e raramente l’ha trovato.
Commovente la sua ricerca ossessiva di una donna da accarezzare, da baciare, il suo desiderio inappagato di una donna.
Riuscì ad avvicinare qualcuna – che fingeva di accettare la sua tenerezza nella speranza di sottrargli un disegno o una guantiera di paste – solo quando divenne famoso e ricco.
Comprò tante motociclette – che puliva in continuazione – un cappotto – da cui non si separava mai, neanche d’estate (ho sofferto tanto il freddo che non posso avere caldo, diceva) – una macchina con l’autista.
Aveva un desiderio così forte di una donna da arrivare a vestirsi da donna, per sentirsi meglio, diceva.
Era totalmente indifeso. Si faceva riprendere in momenti intimi, forse perché non si rendeva conto di essere ripreso.
Pochi lo aiutarono. Trovò, invece, gli approfittatori, quando i suoi quadri cominciarono a essere apprezzati.
C’è un momento in cui una sempliciona che Antonio voleva sposare sta per accettare un suo bacio. Poi entra qualcuno e egli si ritrae, intimidito. Forse la ragazza aveva pensato ai suoi soldi, alle paste, alla macchina; forse la devozione totale di Antonio le aveva fatto superare la repulsione. Non si sa.
In un’altra scena una donna, pagata per sfruttarlo, si mostra nuda nel letto. Antonio si ritrae. Scappa. È troppo. Non era quello che voleva.
Sono scene del film che rifanno scene vere, del vero Ligabue, realizzate da un regista che non aveva rispetto, lo riprendeva in situazioni personali, intime.
In questo film nessuna pretesa di raccontare la vita di un artista in modo sequenziale, di impelagarsi in facili e presuntuose spiegazioni psicanalitiche.
Si va avanti per ricordi, per incubi.
Elemento importantissimo: la lingua originale, sia quando parlano in tedesco svizzero, all’inizio, sia quando parlano in dialetto emiliano stretto. Un’altra causa della estraneità da tutte le comunità di cui si trovò a far parte: Antonio non aveva il pieno possesso della lingua.

Riguardo all’arte di Antonio Ligabue, il film, soprattutto alla fine, sui titoli di coda, dà alcuni spunti dai quali chi è interessato può trarre la voglia di approfondire, di trovare qualche pezzetto di arte che quel vecchio con i baffi (che ogni tanto assomiglia a Groucho Marx) ci ha distribuito con generosità.
C’è su YouTube e, forse, su RaiPlay, un meraviglioso documentario in cui Romolo Valli, per la mia generazione un mito del teatro, parla della sua predilezione per questo pittore.
S’intitola IO E …: ROMOLO VALLI E LIGABUE di Anna Zanoli (1974).
È un documentario fondamentale, realizzato per un bellissimo programma Rai che si chiamava Odeon, e dimostra come si possa dire tutto, proprio tutto, su un artista come Ligabue, mantenendo il rispetto, mostrando i luoghi in cui è vissuto, facendo parlare le persone che lo hanno conosciuto.
Questo vale anche per il film: il regista Giorgio Diritti, gli sceneggiatori, fra i quali lo stesso regista, l’interprete principale, Elio Germano, sono riusciti a far venir fuori un’idea importante, almeno per me.
Antonio Ligabue, nonostante la sua immensa sofferenza, è stato un uomo fortunato e ha avuto una vita bellissima. Prima di fermarsi a pensare: che cavolate vai dicendo? – prego seguire il ragionamento.
Anche quando lo legavano a un letto di contenzione, lo sottoponevano ai trattamenti durissimi che gli psichiatri utilizzavano a quei tempi con la convinzione che il dolore avrebbe sconfitto la malattia mentale, quando è vissuto in povertà, quando è vissuto come una bestia, quando aveva freddo e dormiva in un fienile, Antonio sapeva che sarebbe riuscito a fare una cosa che tanti uomini apparentemente soddisfatti non otterranno mai: esprimere l’angoscia umana con l’arte, liberarsi dagli incubi, per un momento, rappresentati con animali dipinti su una tela.
Una vita difficile, ma cerchiamo di immaginare se non avesse avuto questo dono: la sua vita sarebbe stata un immenso calvario, un inutile calvario.
Per tanti uomini è così: la vita è solo sofferenza.
Antonio aveva il dono dell’arte, per questo la sua vita ebbe momenti di felicità, di sublime felicità, forse quando dipingeva, o quando faceva i versi dell’animale mentre lo immaginava, lo vedeva vivo davanti ai suoi occhi.
Amava gli animali.
«Perché sui cavalli non piove?» gli chiese un mercante d’arte osservando un suo quadro. «Perché io rispetto i cavalli, io rispetto i cavalli», rispose.
Come per Modigliani, le sofferenze convivevano con l’arte, che gli dava momenti di felicità.
Modigliani ebbe anche in dono il fascino personale, l’amore di una donna, Jeanne Hébuterne, ma sono convinto che la sua vera felicità fu la stessa che quell’uomo malato, rachitico, sporco, rifiutato da tutti, ebbe la fortuna di vivere in alcuni momenti: la felicità della creazione artistica.
Antonio sapeva che non doveva cedere, nonostante l’impegno degli altri a normalizzarlo; doveva essere se stesso, con tutti gli eccessi che il suo spirito gli suggeriva, con tutte le deformità e le sofferenze che il suo corpo gli offriva.

Domenica 8 marzo 2020 – Sul Corriere online leggo che il decreto del governo per fronteggiare la diffusione del Coronavirus prevede che in tutto il Paese “siano sospese le manifestazioni, gli eventi e gli spettacoli di qualsiasi natura, compresi quelli cinematografici e teatrali svolti in ogni luogo, pubblico o privato …” fino al 3 aprile.
La proiezione a cui ho assistito ieri sera (sabato 7 marzo 2020), al cinema Principe di Firenze, è stata una delle ultime in sala cinematografica in Italia. Dopo le due proiezioni successive (20.10 e 22.30) i cinema sono stati chiusi e resteranno chiusi almeno fino al 3 aprile.
Se riapriranno, sarà il segnale che la guerra è finita, come è stato dopo l’ultima guerra mondiale.
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Sabato 3 gennaio 2026
Così finisce il commento al film: “Se le sale cinematografiche riapriranno sarà il segnale che la guerra è finita”.
Sono passati quasi sei anni: i cinema hanno riaperto. Siamo usciti da un incubo.
Speriamo di avere imparato qualcosa.