
28 aprile 2025 h 17.00
Cinema Astra Firenze – pzza Beccaria, 9
Scuola
// Guida pratica per l’insegnante [Un métier sérieux] // L’innocenza // La sala professori // Next Sohee // Educazione fisica // Close // Arrivederci Professore //
“Guida pratica per insegnanti”, regia di Thomas Lilti; che razza di titolo! Molto meglio il titolo originale: “Un métier sérieux”.
È giusto il sostantivo: mestiere, non vocazione; è giusto l’aggettivo: è un métier sérieux, direi molto serio, anche se comprende momenti giocosi.
Si può scoprire l’amore per la scuola dopo esserci entrati per caso e avere superato le difficoltà iniziali che qualunque lavoro comporta. Chi non scappa rimane fino alla pensione, anche perché cambiare è difficile.
Benjamin non è riuscito a prendere una borsa di studio all’università; ha chiesto una supplenza per guadagnare qualcosa. Il lavoro in classe gli piace, nonostante sperimenti quanto può essere duro per chi non ha imparato a tenere sotto controllo le proprie reazioni spontanee. Se normalmente ti verrebbe di prendere in giro uno che ha copiato il compito e non vuole ammetterlo, devi tenere presente che lo stai colpendo davanti ai suoi compagni, davanti alla sua ragazza. Stai affermando: «Io sono il maschio alfa». Sei incappato nel ripetente (più grande degli altri) che ha difficoltà ad accettare la tua collocazione nella famiglia allargata (la classe) perché ha le stesse difficoltà nei confronti del padre poco presente, nei confronti del compagno della madre. È giusto avere messo zero (così fanno in Francia) sul compito copiato, ma quando lui ha protestato con argomentazioni assurde avresti dovuto reagire affermando l’autorevolezza del tuo ruolo («Se non sei d’accordo, fa venire i tuoi genitori, va a protestare dal preside»). Avresti dovuto evitare di infierire ridicolizzandolo («Metti un due davanti allo zero, così diventa venti»), facendo ridere tutti alle spalle del galletto (con cognome italiano, non so se questo significa qualcosa).
Col tempo gli insegnanti imparano a controllare le proprie reazioni. Se non imparano fanno guai.
Sono felice quando, attraversando la barriera di accesso ai binari, alla stazione Santa Maria Novella, una ragazza in divisa mi sorride dicendo: «Passi professore!». So che è stata mia alunna: una volta me l’ha detto. Le dissi che me la ricordavo, ma non era vero (credo l’abbia capito e mi abbia perdonato); nonostante cercassi di inquadrare l’anno e la classe, non la ricordavo. I ragazzi cambiano e chi è stato nella scuola per molti anni ne ha visti tanti. Tutti ricordiamo i maestri delle elementari, i professori delle medie e delle superiori; gli insegnanti difficilmente ricordano gli alunni singolarmente. Io li ricordo solo guardando le foto di fine anno scolastico, immobilizzati nelle pose di quei momenti indimenticabili della loro vita: i volti allegri o seri, a volte inaspettatamente severi; i jeans, le magliette, le tute, le scarpette da ginnastica.
Per i ragazzi è diverso.
Apro una parentesi: bisogna ribadire che le parole sono una rappresentazione simbolica della realtà, una convenzione che cambia da una lingua all’altra; non sono la realtà. Il genere grammaticale non ha niente a che fare con il sesso biologico (arancio l’albero, arancia il frutto; sabbia femminile in italiano, sable maschile in francese). Se scrivessi “per i ragazzi e per le ragazze” o scrivessi ragazz* sarei molto meno inclusivo e, nel secondo caso, anche stupido. Scrivendo “Saluto tutti e tutte” si confonde la grammatica con la biologia e si escludono dal saluto quelli che non si riconoscono nell’uno e nell’altro sesso biologico più diffuso. “Tutti” è inclusivo: include proprio tutti (se sono alberi, tutti gli alberi, se sono persone, tutti gli appartenenti alla specie homo sapiens (maschi, femmine, transgender … … tutti). Le parole non sono le cose. Chiusa la parentesi.
Torno ai ricordi.
Nel momento in cui gli ex alunni, per esempio la ragazza in divisa alla stazione di Firenze, ti riconoscono, cioè ti collocano in un ricordo preciso, diventi un richiamo vivente all’infanzia o all’adolescenza, età favolose perché dotate di una caratteristica che poi scompare: l’inconsapevolezza. Ricordo che all’età della scuola media andavo a letto allegramente anche se il mattino seguente ero obbligato a portare a scuola una nota firmata da un genitore. A quei tempi odiavo la matematica, non facevo i compiti e il professore mi riempiva di note. Il mattino seguente sarei stato rimproverato duramente da mio padre nel poco tempo prima di uscire. Se avessi ora un problema da affrontare al risveglio non riuscirei a dormire per tutta la notte. Allora, invece, mi sembrava lunghissimo il tempo che mi separava dai rimproveri. Ho usato in tutta la vita il metodo di rimandare gli appuntamenti con la sofferenza fino oltre il limite, sperando che si dissolva. Per questo non riesco a fare medicina preventiva (procurarsi una sofferenza ora per evitare una sofferenza maggiore domani). La farò quando il sistema sanitario mi tratterà come tratta il papa (voglio anche i telecronisti in attesa e il bollettino medico quotidiano).
Gli ex alunni che ogni tanto incontro sono molto cambiati; anch’io sono cambiato, ma meno di loro. Ho ancora nell’espressione, nella postura, nel modo di muovermi e di parlare i tratti essenziali che gli alunni conoscono alla perfezione, meglio di quanto io stesso li conosca, perché li hanno osservati quando, insieme ad altri, ero al centro della loro attenzione.
I ragazzi osservano i professori anche quando sembrano distratti; sono attenti alla forma più che ai contenuti della comunicazione. Notano i gesti inconsci, automatici, i tic che rivelano una parte profonda di noi.
Conoscono il nostro modo particolare, assolutamente personale, di guardarli.
Non so se tutti quelli che mi individuano e riconoscono nella folla hanno piacere nel rivedermi; forse qualcuno preferisce sorvolare.
Potrei essere legato a un brutto ricordo (bocciatura, rimprovero ingiusto, nota, voto inaspettato o immeritato). Un episodio spiacevole per entrambi potrebbe avere segnato il nostro rapporto. Io l’ho dimenticato, per l’ex alunno è causa di sofferenza, quindi da evitare.
Chissà quante volte qualcuno si è annoiato alle mie spiegazioni! Come accade nel film: un ragazzo ama la lettura, legge molto, ma rivela apertamente al professor Etcheverel: «Mi annoio quando legge Émile Zola». Bisogna rassegnarsi: i ragazzi, anche quelli che condividono le nostre preferenze di fondo, sono diversi da noi. Se fossero uguali a noi, una fotocopia ringiovanita, sarebbe una tragedia, anche se, sul momento, non ce ne accorgeremmo e vivremmo l’illusione di avere trasmesso un messaggio, un gusto, una preferenza. Questa osservazione ci farebbe inorgoglire; in realtà sarebbe una tragedia. Diverso è il caso se abbiamo l’opportunità di scoprire gli stessi gusti o le stesse scelte dopo alcuni anni. Per esempio trovare un ex alunno a un concerto o in una manifestazione. Vuol dire che è arrivato con le sue gambe a quelle scelte. Se le scelte sono molto diverse e a noi non piacciono, non ci dobbiamo caricare di troppa responsabilità. Ognuno è responsabile di se stesso.
Il professore Etcheverel (François Cluzet) ha molti anni di insegnamento alle spalle, è autorevole ma infelice perché teme di riuscire solo ad annoiare gli alunni. Nel mio caso è anche più probabile che ciò si sia verificato, dal momento che la mia materia non è lingua e letteratura; è matematica.
La matematica divide in due gruppi chi studia: un gruppo numeroso la odia, un piccolo gruppo la ama. Da studente delle medie appartenevo al secondo gruppo e, per un certo tempo, questo è stato un vantaggio per me, quando mi è toccato insegnarla. Non ero il primo della classe passato a pretendere che tutti avessero le sue predisposizioni. Non so per quanto tempo questo vantaggio abbia funzionato. Per i primi anni di insegnamento ne sono certo, tanto è vero che il primo giorno di scuola mi presentavo dicendo: «Alla vostra età odiavo la matematica; ai miei tempi si rimandava a settembre e io sono stato rimandato, in seconda e in terza media, proprio in matematica. All’esame di riparazione ne sapevo meno che a giugno, ma mi promuovevano perché avevo otto in italiano.
Se chiedessi: “a chi piace la matematica?”, pochi di voi alzerebbero la mano. Non ve lo chiedo perché so che vi basate su un’esperienza molto parziale. Ho scoperto, dopo le medie, che la matematica è molto di più dei calcoli, dei problemi che vi hanno annoiato finora. È molto di più ed è interessante».
Devo dire che di questo discorso, assolutamente vero, sono orgoglioso. Poi, purtroppo, è subentrata l’abitudine, che, sono quasi certo, mi ha fatto perdere in parte questo vantaggio. All’inizio avevo vivido il ricordo di quel ragazzino che rimandava alla mattina del giorno dopo la nota da mostrare al padre per ridurre la durata dei rimproveri.
L’insegnante di matematica prova a far crescere il gruppo di quelli che amano la sua disciplina senza snaturarla. La matematica deve abituare al rigore e all’astrazione; non può trasformarsi in una serie di insulsi giochini e non deve applicarsi solo a problemi concreti (economici, statistici, di scienze naturali). Non è facile, perché gli alunni hanno diverse attitudini e il programma, giustamente nella scuola media, è unico. Onestamente ho finito col comprendere anche il mio povero professore di matematica delle medie: si arrabbiava, ma io ero, come si dice a Napoli, “capa tosta”.
Insegnavo anche scienze, ma in questo campo si verificava la cronica mancanza di laboratori (ai miei tempi) presenti invece nella scuola francese rappresentata nel film. La professoressa di scienze è la più in crisi, nonostante cerchi di suscitare interesse utilizzando esercitazioni di laboratorio. Deve sentirsi dire da un’ispettrice parolaia che lei non crede abbastanza a ciò che spiega e per questo non trasmette interesse agli alunni. Per fortuna gli ispettori parolai, in Francia come in Italia, si limitano a fare raccomandazioni e auspici. Se una ispettrice, come quella che si vede nel film, afferma che lei seguiva un metodo di insegnamento migliore della povera insegnante sottoposta a controllo, ci si può domandare come mai abbia lasciato l’insegnamento. Probabilmente non ce la faceva più, come capita a tutti dopo un certo numero di anni, ed è riuscita a imboscarsi in un’attività basata sul chiacchiericcio psicopedagogico.
La professoressa di scienze ha un altro problema: si può avere la calma necessaria per affrontare il rapporto con gli alunni se si ha un figlio sedicenne ribelle e deciso a portare la ribellione fino all’autodistruzione?
È l’influenza dei problemi familiari sul lavoro degli insegnanti.
Le famiglie (degli alunni e degli insegnanti) sono in crisi; se si ha un figlio piccolo e si è divorziati è difficile organizzare la giornata; se il figlio è adolescente e autodistruttivo è ancora più difficile; se è adulto può non esserci dialogo con i genitori.
Sono i tre casi esaminati specificamente nel film, tratti dalla vita reale.
Non esiste un professore perfetto, come non esiste un genitore perfetto.
Credo di non essermi fatto influenzare da simpatie o antipatie: gli alunni mi erano, mi sono, tutti simpatici.
Il ragazzo che si è ribellato viene espulso e il professore si sente in colpa.
Anche questo accade nella vita reale degli insegnanti: sentirsi in colpa e non riuscire a trovare una soluzione. Succede nella vita di tutti. La funzione educativa della scuola consiste anche in questo: i ragazzi devono imparare che non si reagisce con violenza nei confronti dell’autorità, anche se si pensa di avere subito un’ingiustizia. Non si reagisce con violenza, non solo nei confronti dell’autorità.
Non tutti i problemi si possono risolvere con la scienza (o con il chiacchiericcio psicopedagogico); bisogna avere il coraggio di affidarsi alla propria umanità, all’intuito, all’amore. I migliori insegnanti che ricordo da studente non avevano metodo ma empatia. Non posso non citare il mio straordinario maestro di quarta e quinta elementare: Colucci Cante Fortunato (così firmava le pagelle, nel modo antico, col cognome prima del nome). Un ispettore parolaio che lo avesse controllato avrebbe sentenziato: metodo superato. Eppure: un grande maestro!
Nei primi anni credo di avere dato il massimo, nonostante non avessi molta esperienza e facessi errori di programmazione. Sopperivo con l’entusiasmo e l’energia della giovinezza. Il lavoro di insegnante non si dovrebbe fare per troppi anni perché consuma, esaurisce. Negli ultimi anni, prima della pensione, sono andato a folle, sfruttando la strada in discesa. È andata così. Si dovrebbe cambiare lavoro, ma è difficile, anche perché il lavoro di insegnante occupa in modo incredibile.
Si dice che gli insegnanti hanno un orario ridotto rispetto agli altri lavoratori. Chi dice questo non considera: 1) le riunioni lunghissime, 2) la preparazione delle lezioni (se non ci si prepara si finisce col ripetere le stesse cose), 3) la correzione dei compiti.
Una caratteristica, non specifica, di questi lavoratori: pensano alle situazioni di lavoro per 24 ore su 24. Anche di notte sognano gli alunni, i banchi, gli esami, e continuano a sognare alunni, banchi ed esami dopo essere andati in pensione. Nelle cene tra colleghi per tutta la serata si parlava di scuola, dei rapporti tra gli insegnanti, con il capo d’istituto, con le classi, con gli alunni. Si parlava dei casi difficili. Infatti a queste cene non partecipavano mai mariti, mogli, compagni, amici estranei all’ambiente. Sarebbero stati esclusi per tutta la serata.
L’insegnante non potrà mai essere sostituito da una macchina: ciò che trasmette principalmente non è costituito dalle nozioni o dai concetti che ripete. Per quello bastano i libri o wikipedia. L’insegnante trasmette un rapporto umano che si carica dei difetti, dei limiti, ma anche dei pregi di ogni rapporto umano significativo.
Il film rappresenta molto bene questo aspetto.
