
15 aprile 2025 h 16.45
Cinema Teatro La Compagnia Firenze – via Cavour, 50r
Napoli e dintorni
// Ciao bambino // Criature // Parthenope // Caracas // Mixed by Erry // Il buco in testa // Come prima // Nostalgia // È stata la mano di Dio // Il bambino nascosto // Ariaferma // Qui rido io // Il mare non bagna Napoli (libro) // Il sindaco del rione Sanità // Martin Eden // 5 è il numero perfetto // La paranza dei bambini // Il vizio della speranza // Achille Tarallo // Cinema Moderno (articolo) // Una festa esagerata // Napoli velata //
Film brutti (per me). Sono i film che non mi sono piaciuti
// Ciao bambino // Mickey 17 // Dall’alto di una fredda torre // The Fall Guy // Civil War // Enea // Chi segna vince // Un uomo felice // La guerra del Tiburtino III // Mi fanno male i capelli // Felicità // L’ordine del tempo // Educazione Fisica // Il primo giorno della mia vita // Vicini di casa // War La guerra desiderata // Dune // Domani è un altro giorno // Dead in a week // Una vita spericolata // Doppio amore [L’amant double] // Sono tornato //
“Ciao bambino”, regia di Edgardo Pistone.
Napoli, Rione Traiano.
Parto dalla fine: l’amarezza mentre scorrono i titoli di coda. Mi aspettavo molto, come sempre quando un film è made in Naples.
Tanti libri, immagini, film raccontano una città che sembra perennemente in posa e pronta a offrirsi allo sguardo di fotografi, cineoperatori, scrittori, registi cinematografici. Si spera di scoprire un nuovo punto di vista quando a esprimersi è un giovane regista partenopeo.
Prima delusione. Se ti limiti a scegliere b&w sulla fotocamera o togli il colore in postproduzione, tanto valeva lasciare i colori spenti del Rione Traiano e i colori vivi del mare. Il bianco e nero dev’essere, come è in “Roma” di Alfonso Cuarón, una necessità esteticamente attraente. Che cosa vuoi dirci con questa scelta? Quali immagini proponi, destinate a rimanerci dentro? Nessuna. La fotografia è deprimente, monotona. I tuffi dagli scogli, ripresi per molti minuti, dopo un po’ stufano.
Forse c’è una storia forte, emozionante! Manchə pa capə (neanche per idea).
Dopo avere, troppo facilmente, derubato il vecchio lenone (a Napoli si chiama “ricottaro”), Attilio decide di scappare insieme ad Anastasia. Da Napoli a Ischia! Non è una fuga: è una vacanza.
Spieghiamo per chi non ha visto il film (se non è sensibile al cosiddetto spoiler).
Attilio è un giovane del Rione Traiano che, per pagare i debiti del padre, si mette a lavorare.
È una buona idea, se non fosse che il suo lavoro consiste nel fare il guardiano di una giovane prostituta mentre è in strada in attesa dei clienti.
Possibile non ci sia altro lavoro?
A Napoli tanta gente lavora. Fanno lavori normali. Se non si studia, non si impara un mestiere, si passano le giornate tra il bar e gli scogli insieme ad altri sfaccendati, non c’è altra possibilità, scartate alcune pericolose, che mettersi al servizio di un pappone disgustoso.
Pagano i depravati che violentano a turno la ragazza e credono di essere uomini, mariti e padri di famiglia esemplari.
Attilio si è inserito in un sistema di depravazione. Il magnaccia non si fida: lo fa spogliare dei vestiti fino alle mutande per controllare se ha nascosto una parte dei soldi che la ragazza ha preso dai clienti. Evidentemente lo considera fesso, dal momento che i due (Attilio e Anastasia) hanno mille possibilità di nascondere i soldi prima di portarglieli. Farlo spogliare è solo una scena cinematografica, forse un riferimento a una scena simile nel film di Claudio Giovannesi “La paranza dei bambini”.
Attilio trascorre lunghe serate insieme ad Anastasia; un po’ si siede in macchina, un po’ tira due calci a un pallone. Quando non c’è altro da fare (l’attesa dei clienti) cerca di avviare una conversazione; i due vanno al chiosco a mangiare un panino, come due ragazzi qualsiasi, a Napoli una sera d’estate. Lei non è qualsiasi: è una donna costretta ad accettare nel proprio corpo le attenzioni schifose di maiali. Il giovane che l’accompagna è complice della violenza e la sfrutta: è un ricottaro, categoria considerata con disgusto persino tra i criminali.
Gradualmente Anastasia, che si sta sacrificando per la sua famiglia, si scioglie, si confida. Com’era prevedibile, i due ragazzi s’innamorano.
Nella prima parte abbiamo conosciuto gli amici di Attilio (facce pasoliniane): trascorrono le giornate tra biliardo, tuffi dagli scogli, furtarelli alle turiste, quando capita.
Nessuno studia o è impegnato in lavori normali. Hanno capito che per fare l’idraulico o il pizzaiuolo bisogna imparare un mestiere, per fare l’impiegato di banca bisogna prendere un diploma, superare un concorso. Nulla è più lontano dalle loro preferenze.
A loro piace stendersi sugli scogli e parlare di donne. Hanno delle aspirazioni, ma non muovono un dito per realizzarle. Si aspettano che il futuro scenda dall’alto, in un panariello: cestino di paglia intrecciata usato una volta dai bambini per portare la merenda a scuola.
Abbiamo conosciuto il padre di Attilio uscito dal carcere. Anche lui aspetta il panariello e intanto vive alle spalle della moglie, che sembra l’unica a mantenere la casa con un lavoro onesto. Il marito è impegnato a trascorrere le giornate nel bar tra videogiochi e abbondanti bevute. Se è malato bisognerebbe curarlo; se non lo è bisognerebbe prenderlo a calci nel sedere quando si ubriaca e ripete al figlio venuto a cercarlo: «Tu avviati, io ti raggiungo dopo». Non tocca al figlio prenderlo a calci nel sedere, ma potrebbe rispondergli: «Ti raggiungo un piffero!» e abbandonarlo al suo destino (tanto non può fare nulla per scuoterlo: la cura dev’essere accettata, i calci non gli competono). La moglie, madre di Attilio, potrebbe avere un atteggiamento più risoluto anziché dormire beatamente mentre il marito va cercando guai. Per esempio potrebbe cacciarlo da casa. Forse l’uomo, se si ritrovasse senza un tetto, comincerebbe a darsi da fare.
Abbiamo conosciuto un enigmatico sedicente amico del padre che dice: «Si ereditano patrimoni, si ereditano debiti; tu hai ereditato il debito di tuo padre»; il padre di Attilio è vivo e a lui dovrebbe essere reindirizzato il sedicente amico.
Fino a questo punto la sceneggiatura più o meno reggeva, anche se con qualche imprecisione.
Attilio, dunque, s’innamora di Anastasia e, giustamente, non può sopportare che continui a fare la prostituta.
Da questo momento le assurdità superano il livello di guardia.
Attilio porta Anastasia a conoscere i suoi amici nel bar che frequenta insieme a loro.
In quel bar sono tutti uomini; ci sono giovani che giocano al biliardo, vecchi persi dietro le carte o dietro i videogiochi. Anastasia, unica donna, fa amicizia con la combriccola di nullafacenti, prova a giocare a carte, a giocare al biliardo, conversa con loro.
Secondo me se una scena come questa si svolgesse nella realtà, qualcuno dei giovani o dei vecchi, conoscendo il “lavoro” della ragazza, non ci metterebbe molto a prendersi qualche confidenza, con successiva lite furiosa.
L’assurdità raggiunge il colmo con il furto in casa del datore di lavoro di Attilio, il mezzano sfruttatore di prostitute. Possibile che il vecchio delinquente sia così male organizzato da farsi rubare i soldi da un ragazzino che penetra nella sua casa al lume di una torcia, tiene buoni i cani e riesce a trovare anche il passaporto di Anastasia?
Edgardo, rifletti! Se fosse così facile derubare il vecchio, l’avrebbero derubato da tempo, lo deruberebbero a ripetizione.
Con i soldi rubati e con il passaporto ritrovato Attilio si presenta nella casa dove le ragazze sfruttate dormono; convince Anastasia a scappare insieme a lui.
Scappare dove? A Ischia.
Rifugiarsi a Ischia vuol dire chiudere ogni via di fuga. Sai quanto ci metterebbe il vecchio lenone a prendere il traghetto e raggiungerli nell’isola?
Se era così facile allontanarsi dal Rione Traiano e farsi accogliere dalla zia di Ischia, per quale motivo Attilio non si è trasferito prima, dal momento che la zia è anche disponibile a cercargli un lavoro onesto? Abbiamo capito: Attilio vuole mettere nei guai anche la zia, quando i delinquenti verranno a Ischia non per andare al mare o alle terme.
Il film ha molti richiami cinematografici, ma rappresenta una Napoli solo lontanamente imparentata con la realtà.
