
5 maggio 2025 h 17.00
Cinema Fiamma Firenze – via Antonio Pacinotti, 13
I giovani
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“L’origine del Mondo”, regia di Rossella Inglese.
Questa volta la divagazione comincia dal titolo perché non ho la più vaga idea del motivo che ha indotto la regista e sceneggiatrice a dare al suo film il nome di un quadro famoso. Forse qualcosa mi è sfuggito o voleva solo sfruttare un’espressione presente nella memoria collettiva. Avrebbe potuto chiamarlo: “La Primavera”, “La Pietà di Michelangelo”, “Delitto e Castigo”, “Anna Karenina”.
Non “La Primavera”! È un film troppo lagnoso per quel titolo.
Credo che tutti abbiano pensato al quadro di Gustave Courbet nel Musée d’Orsay. Tutti, a cominciare da me.
Farei un’indagine tra i cinque, dico cinque, spettatori che hanno condiviso l’esperienza. «Scusi, lei ha pensato di vedere un film su quella cosa là, sulla cosa all’origine del Mondo?». Non ho il coraggio di fare questa domanda.
Ma anche Courbet! Perché ha chiamato in quel modo il suo quadro?
Se la parola Mondo sta per Universo, è un’esagerazione. Se sta per vita umana, avrebbe dovuto rappresentare un utero in primo piano, non una purchiacca (uso la parola dialettale, sperando che Algo non la conosca e non censuri).
Certo, per quell’organo siamo passati tutti – intendo alla nascita – a meno che ci abbiano tirati fuori con il taglio cesareo, ma non è lì l’origine della vita o, addirittura, del Mondo. Sicuramente l’idea del quadro è una sineddoche, un po’ come in quella battuta volgare ma efficace: tira più un pelo … eccetera: il pelo al posto dell’organo intero, la participio passato femminile di fendere (sempre per ingannare Algo, sperando che non conosca la grammatica) al posto del puntino in cui era concentrato l’Universo prima del Big Bang.
A proposito di pelo: si vede che è un quadro del 1866! Altro modo di trattare le parti intime. Tante foreste, vere e metaforiche, sono state rase al suolo da allora.
Se il Mondo è il centro d’interesse, il punto di vista del pittore è decisamente eterosessuale maschile. Manca l’organo che costituisce l’altra parte del centro d’interesse. Bisogna ammettere che è meno fotogenico.
Per me è poco fotogenico anche il corpo femminile visto in quel modo: la testa coperta dal lenzuolo o dalla vestaglia tirata su, inquadrato da sotto, a gambe aperte, ridotto a dettaglio anatomico. Dove siamo? Nello studio di un ginecologo? «Si stenda sul lettino e allarghi le gambe. Ci metteremo un minuto».
Enorme differenza rispetto ai meravigliosi nudi di Amedeo Modigliani, di pochi decenni dopo. Per esempio il più affascinante (per me): “Nu cuché, les bras ouverts” (1917). Il corpo è disteso nella stessa posizione, ma il quadro trasmette il mistero della donna, questo essere che un po’ ci assomiglia, intendo assomiglia a noi uomini, ma è anche così distante da noi, così diverso, indecifrabile. Modì accende un flash che illumina per un attimo la scena e lascia il ricordo di un momento in cui sembrava tutto chiaro, anche se, al presente, si continua a non capirci niente.
Come diceva Gozzano?
«Donna: mistero senza fine bello!».
Il quadro di Courbet è praticamente una fotografia. L’artista, esponente del realismo ottocentesco nella pittura, non va oltre l’intenzione di rappresentare il corpo così com’è. Nulla è lasciato all’immaginazione. Sembra dire: guardate, questo è il centro attrattivo del Mondo, che ci tira (tira noi, non tutti) più di una pariglia di buoi (torniamo alla battuta).
Non si può escludere che Courbet abbia utilizzato una fotografia: nel 1866 questa tecnica era disponibile e usata dai pittori per non farsi sfuggire i dettagli o per evitare che la modella, addormentandosi in una lunga posa, perdesse la tensione che il suo corpo doveva esprimere. Tensione, non mistero.
Il titolo non c’entra nulla con il film, o io non sono capace di trovare la relazione tra le due cose.
Nell’incipit avviene una violenza che sembra diffusa di questi tempi tra i giovani. Diffusa e, ciò che la rende ancora più pericolosa, accettata.
Le prime riprese sono in verticale, come fossero fatte col telefonino.
Una ragazza si aggira ubriaca tra i luoghi di intrattenimento del sabato sera; viene ripresa in un rapporto sessuale.
Il video fa il giro degli amici; le altre ragazze, anziché esprimere solidarietà (tecnicamente Eva è vittima di violenza e di revenge porn), la considerano colpevole e la isolano. La compagna del violentatore non se la prende con il delinquente, se la prende con Eva e la perseguita. Che fine ha fatto il femminismo tra le giovani generazioni che non hanno conosciuto la lotta per l’affermazione dei diritti delle donne?
Dove sono le ragazze che ci cacciavano dalle aule universitarie quando decidevano di riunirsi tra loro? Con quelle ragazze non era semplice stabilire un rapporto umano e, in molti casi, anche un rapporto sessuale (finì che ci mettemmo con un sacco sulle spalle alla ricerca delle ragazze emancipate tedesche, svedesi … molto più semplici).
C’era la sorellanza allora, ma è durata poco. A volte un po’ assurde, quelle ragazze avevano una caratteristica che non ritrovo nelle giovani attuali (per forza, anch’io mi sono fatto vecchio): erano simpatiche.
«Mais où sont les neiges d’antan? (Dove sono le nevi di un tempo?) / Où est la très sage Héloïs, (Dov’è la saggia Eloisa,) / Pour qui fut châtré et puis moine (Per la quale fu castrato, e poi fu monaco,) / Pierre Esbaillart à Saint-Denis? (Pietro Abelardo a Saint-Denis?) / Mais où sont les neiges d’antan?» (François Villon).
Sembrano normali l’ubriachezza del sabato sera, la violenza, la ripresa della violenza, la diffusione del video. Giovani di famiglia borghese o piccolo borghese del nord, figli di industriali, di operai specializzati divenuti industriali, nerbo dello sviluppo, di funzionari o impiegati della pubblica amministrazione o delle banche. Molti giovani non hanno voglia di incidere nella realtà, come hanno fatto i loro genitori: lavoricchiano – chessò! – nella fioreria. Non sono tenuti a rispettare orari rigidi. Eva, in tutti i giorni che seguono, va a lavorare quando capita e viene licenziata senza preavviso in seguito alla persecuzione del gruppo (una scritta offensiva è apparsa di fronte alla fioreria). Non è del lavoro che Eva principalmente si preoccupa, ma dell’isolamento in cui è piombata.
Può tornare nell’appartamento della madre e trovare la madre che sta asciugandosi i capelli e, vedendola sconvolta, si limita a chiedere «Devi dirmi qualche cosa?», mentre si prepara a uscire con il compagno.
La madre si accontenta del «niente» che la ragazza le dà in risposta e non avverte l’esigenza di capire per quale motivo ha un aspetto disperato.
Non è solo il revenge porn a sconvolgerla. In un momento di disperazione si è lanciata contro una macchina che correva sul ponte dal quale stava per buttarsi, in piena notte, nel fiume. Risultato: la macchina ha sbandato, Eva si è salvata, la donna al volante della macchina è morta.
Eva è potuta andare via sulla sua bicicletta senza lasciare tracce della propria presenza nel luogo dell’incidente e della parte attiva che ha svolto nel determinarlo.
I personaggi principali diventano due: Eva e Bruno, il marito della donna morta nell’incidente. Scopriamo che la defunta viveva una crisi coniugale ed era uscita di furia da un colloquio tempestoso con il marito.
Eva è attratta dal luogo in cui la donna ha trovato la morte, entra in contatto con il vedovo, comincia a frequentarlo.
Ci rendiamo conto che siamo capitati in un posto in cui i sensi di colpa si tagliano a fette, come la nebbia d’inverno.
Eva è a casa di Bruno. Sono seduti in poltrona. Lungo silenzio. Si guarda intorno, vede fotografie appese alla parete. Bruno, per dire qualcosa, le chiede: «Ti piacciono?». Eva risponde: «Sì, non so, non ne capisco di fotografie. Non capisco niente». Una ragazza di diciannove anni. Questo è il livello.
Una cosa sa fare Eva: procurare a Bruno, su sua richiesta, del fumo e preparare la canna. Se la passano. «L’ultima volta avevo diciott’anni» dice Bruno, quasi per scusarsi. «Perché hai smesso?». «Mi addormentavo».
Alcune inquadrature sono particolarmente felici.
Amo molto le riprese, presenti non solo in questo film (potrei citare “Annie Hall”) con la macchina da presa immobile di fronte a una lunga strada. Sentiamo le voci dei due, Eva e Bruno, che all’inizio non distinguiamo. Si avvicinano. Altre persone svolgono il ruolo di passanti casuali.
I due che c’interessano ci raggiungono (siamo invisibili); la macchina da presa (invisibile) lentamente si gira, come farebbe un osservatore parte della scena. L’occhio della macchina da presa, cioè il nostro occhio, continua a riprendere i due, ora di spalle. Siamo dentro al film.
Paesino del nord, regolarmente piovoso; zona industriale, zona vecchia, boschi, lago, fattorie dove si allevano gli animali, si mangiano i tortelli fatti in casa, seduti intorno a un grande tavolo, sull’aia: uomini, donne, vecchi, bambini.
Sono gli unici momenti sereni presenti nel film, vissuti da Bruno. È il veterinario e, dopo avere visitato le mucche, viene trattenuto a pranzo.
Quando è in casa, da solo, si prepara da mangiare, lava i piatti, si domanda se è sua la colpa di quella morte (non sa del contributo dato da Eva all’evento).
Per la sorella della defunta non ci sono dubbi. Il senso di colpa è sparso intorno a piene mani, con ferocia.
Bruno osserva un grosso coltello che sta lavando; si produce un taglio sulla mano per «sentire qualcosa», dice. È il secondo personaggio che ha bisogno di soffrire (dovrebbero evitare ponti, fiumi e coltelli).
La gente è terribilmente sola e non perdona se stessa e gli altri. Si parla pochissimo in questo film (l’amico dal simbolo allegro su facebook, che chiama facciabucco, sicuramente pensa: chi te l’ha fatto fare di chiuderti in sala con altre cinque, dico cinque persone?).
Appare una scuola. Bruno ci va a consegnare i compiti e a ritirare i disegnini che i bambini hanno preparato in ricordo della maestra. Trovandocisi ne approfitta per atterrare con un pugno un giovane maestro che sospetta abbia avuto una tresca con la defunta (tresca precedente all’evento definitivo, ovviamente). Alla fine capirà di avere esagerato con i sospetti e con la forza meccanica trasmessa dal pugno all’arcata sopracciliare, o, per dirla con Manzoni, alla protuberanza destra della profondità metafisica del maestro.
Gli adolescenti passano il tempo ai tavolini del bar; di sera si perdono nella musica ossessiva delle discoteche, nella nebbia degli spinelli. Di giorno: cuffia sulle orecchie. «Che cosa ascolti?», «Tecno».
Non so esattamente che cosa sia (qualche esempio nella colonna sonora), ma il nome non fa venire la voglia di ascoltarla.
I giovani si riappacificano, l’odio si attutisce (nessuna denuncia per la violenza), riaccolgono Eva, vanno in gruppo al lago, si tuffano nelle acque gelide piene di alghe.
Infelicità, solitudine.
Solo alla fine ci è concesso un sospiro di sollievo: quando il veterinario va via per tornare nel posto di mare, in Francia, dove è nato; Eva trova la forza di confessare, nella stazione dei carabinieri, di avere provocato l’incidente e, anni dopo, veniamo a sapere che è stata affidata ai servizi sociali.
Per queste scene finali il film potrebbe chiamarsi “Resurrezione”. Ho letto che la regista ha messo in relazione il titolo del film con il caos (la situazione in cui si è cacciata Eva) da cui origina il mondo “attraverso un viaggio di sprofondamento e rinascita”. Se è così, ho scelto il titolo giusto: “Resurrezione”.
