7 settembre 2019 h 18.45
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

Altri film del regista: // La stranezza // Il bambino nascosto // Una storia senza nome [in Commenti brevi] //

Teatro
// Romeo è Giulietta // Sanctuary (impianto teatrale) // Educazione Fisica (da “La palestra” di Giorgio Scianna) // The Whale (dall’omonima pièce teatrale) // Anton Cechov (Il gabbiano) // Grazie ragazzi (S. Beckett: Aspettando Godot) // La Stranezza (Luigi Pirandello: Sei personaggi in cerca d’autore) // Drive my car (Anton Cechov: Zio Vanja) // Il sindaco del rione Sanità (Il teatro di Eduardo) // Conversazione su Tiresia (Andrea Camilleri) // Favola (dalla commedia di Filippo Timi) // The Party (impianto teatrale) //

“Conversazione su Tiresia”, regia di Roberto Andò e Stefano Vicario.
Non sono lettore di gialli; non amo seguire la trama dei racconti polizieschi e non mi appassiona cercare di capire o di anticipare il percorso logico e psicologico che il commissario, l’ispettore o la signora in giallo compiono per individuare l’assassino.
Per i miei gusti letterari, scrittore non vuol dire tanto inventore di trama, quanto, soprattutto, inventore di lingua.
Per questo leggo le storie del commissario Montalbano e non leggo altri classici polizieschi, come Maigret, Sherlock Holmes o i racconti di Agatha Christie; al di là della trama, nella quale mi perdo in quanto leggo senza preoccuparmi di ricordare il nome e la funzione dei personaggi, mi piace la lingua inventata da Andrea Camilleri.
Quando incontro una parola o un’espressione saporita in dialetto siciliano la ripeto ad alta voce per gustarmi anche il suono.
Si tratta proprio di gusto: le parole si sciolgono in bocca come un buon arancino (o arancina … non prendo posizione) o un cannolo DOCG (attenzione alle falsificazioni, quelli di origine non controllata e non garantita si piazzano sullo stomaco e non si spostano per tutta la notte).
Lingua precisa, grande capacità di cambiare registro a seconda delle situazioni e dei personaggi: una cosa è quando Montalbano parla con i colleghi, un’altra quando incontra i borghesi malfidati, un’altra quando interroga gli indagati, un’altra quando parla mentre pranza o cena con la fidanzata. Si avverte in tutti i discorsi, istruiti o popolari, un retrogusto classico.
La combinazione sapiente tra linguaggio elevato e linguaggio popolare, nelle giuste dosi a formare un amalgama perfetto, è la chiave della lingua di Andrea Camilleri e la caratteristica che la rende piacevole.
Anche Gadda applica le sue invenzioni linguistiche tra italiano e dialetto romanesco e meridionale a una vicenda, un delitto, su cui un poliziotto è chiamato a indagare.
Il dottor Francesco Ingravallo – “comandato alla mobile”, che tutti chiamano don Ciccio, “ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi” – è un po’ lo zio di Montalbano, trasferito a Roma in epoca fascista. Se non lo zio, è un parente acquisito. I due hanno in comune l’applicazione nel proprio lavoro della logica sporcata dall’esperienza umana (non certo la logica matematica astratta).
Solo che in Gadda la trama si complica e non arriva a una conclusione certa; è come se lo stesso autore, interessato solo ai personaggi e alla lingua, si annoiasse a seguirla.
Invece Camilleri si appassiona ai fatti che racconta (nella memoria ha un database enorme di fatti, estratti dall’esperienza, dalla fantasia e dalla cronaca) e, mutando ogni volta le cose da mutare, riesce a dare vita a una serie tendenzialmente infinita, interrotta solo dalla morte.
Come ha spiegato in un’intervista, basta far interagire i caratteri fissi (principalmente «Montalbano sono!» e i collaboratori sempre uguali da tanti anni) con nuove situazioni estratte dal database: i personaggi si muovono da soli.
Nell’intervista parlava di questa operazione, la scrittura di un nuovo racconto, come di una cosa semplice da fare, ed è semplice se si ha il talento di Camilleri.

Durante la consueta vacanza agostana in Versilia ho letto, di Andrea Camilleri, Esercizi di memoria (Rizzoli), scritto quando aveva più di novant’anni, era cieco ed era aiutato, nel trasferimento del pensiero su un supporto digitale o analogico, da un’assistente.
Il titolo è di quelli che mi catturano: amo molto la letteratura della memoria.
Il vecchio scrittore siciliano, in vacanza estiva sul monte Amiata, ogni mattina si alza presto e si sbarba da solo, nonostante sia cieco (si sbarba a memoria); intanto riflette su ciò che sta scrivendo. Non smette mai di scrivere, qualunque cosa stia facendo, anche senza la penna, che, peraltro, non gli serve. La scrittura ha una premessa interamente mentale.
Quando è pronto si siede nella sua poltrona e comincia a dettare all’assistente, che, intanto, ha preso posto davanti alla scrivania.
Questa è l’immagine che mi sono costruito con l’aiuto di alcune interviste.
Parte il flashback.
Il nostro Tiresia è un giovane studente liceale, appassionato di letteratura, un po’ spavaldo; si presenta al gerarca fascista di Agrigento insieme ad altri giovani, compagni di scuola, per reclamare le ceneri di Pirandello.
Nessun risultato. Pirandello aveva aderito al fascismo, ma, in alcuni periodi, era stato critico rispetto alle scelte del regime. Al gerarca non importava nulla delle sue ceneri; certamente gli sembrava strano, forse equivoco, l’atteggiamento di baldi giovani che manifestavano tendenze intellettuali, ai suoi occhi, lontane dalla fierezza mascolina, militaresca, esaltata dal duce.
Chissà cosa pensò fra sé e sé il gerarca, come apostrofò nella sua mente questi giovani imbelli, dopo averli fatti uscire dal suo ufficio! In napoletano riuscirei a immaginarlo, in siciliano mi mancano le parole.
Finita la guerra, crollato il regime fascista, gli stessi giovani si presentano al prefetto di Agrigento con la stessa richiesta: nuovamente respinta. Per il motivo opposto: perché Pirandello si era compromesso con il fascismo.
Non si arrendono: scrivono a un deputato delle loro parti, eletto nelle file della Democrazia Cristiana, e, attraverso una serie di passaggi che oscillano tra il comico e il grottesco, alla fine raggiungono l’obiettivo: far sì che le ceneri di Pirandello siano seppellite dove egli desiderava. 
Immagino che qui ci sia una interruzione della dettatura per prendere un caffè insieme alla giovane assistente; Tiresia si accende un sigaro; sa che all’assistente non dà fastidio. Il sigaro ha un buon odore e non deve danneggiare troppo la salute, a giudicare dall’età raggiunta dal vecchio.
Tira una boccata di fumo e fa ripartire il flashback.
Quando racconta sembra di assistere a un film: ridiventa giovane studente, ragazzino nella casa di campagna dei nonni, osservatore attento dei personaggi che gravitano intorno alla sua famiglia; si laurea in Lettere a Palermo, si trasferisce a Roma per studiare regia all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico; frequenta giovani che “saranno famosi”; diventa regista teatrale, poi delegato alla produzione della nascente Rai RadioTelevisione Italiana; promuove la registrazione delle commedie di Eduardo De Filippo, donandoci momenti di grande gioia (a casa era una festa quando la signorina annunciava: «Per il Teatro di Eduardo trasmetteremo …»); diventa scrittore di successo; riceve premi e riconoscimenti, in Italia e all’estero. 
Ogni tanto nel testo, soprattutto negli episodi siciliani, quelle parole e frasi saporite in dialetto che mi piace masticare ad alta voce, cercando di riprodurne il suono (non è facile): «all’annegatu petri d’incoddu» (dai pietre addosso all’annegato; significa: al peggio non c’è mai fine); «tu resta’cca!» disse Carmela, «iu vaio a chiamari a Don Massimè», «veni cu mmia», «Don Nenè, non s’apprioccupassi, vossia sarà ‘n omu fortunato picchì la merda fortuna porta, cchiù merda e cchiù fortuna», «… urla di sberleffo e cachinni …», «… cadeva una pioggia sottile e rada, quella che dalle parti nostre viene definita “assuppaviddranu”, cioè a dire “inzuppa il contadino”, perché il contadino, con una pioggia così, continua a lavorare il suo campo e poi alla sera, quando torna a casa, si trova con gli abiti completamente inzuppati d’acqua da strizzare.»
Il seguito e la conclusione di questi coloratissimi ricordi è la Conversazione su Tiresia, interpretata dall’autore sul palcoscenico del Teatro Greco di Siracusa.

Avevo visto questo spettacolo, trasmesso in televisione la sera della morte di Andrea Camilleri, provando un’emozione davanti a tanta capacità di affabulazione di un autore e attore cieco, che si spostava con fatica e con l’aiuto di due giovani, fino a raggiungere una poltrona al centro del palcoscenico.
L’avevo rivisto in seguito, quando fu proiettato sul grande schermo del Cinema Teatro Odeon di Firenze (oggi libreria Giunti e cinema solo dopo le ventuno), riprovando la stessa emozione.
La sala era il più bel cinema di Firenze (le poltrone della platea sono state sostituite da un’esposizione di libri) e consentiva di vedere film in lingua originale o di assistere a presentazioni di attori e registi, sapendo di essere circondati da chiese, campanili, battisteri, piazze, canti (ovvero angoli, incroci di strade), musei, ponti sull’Arno, che Andrea Camilleri certamente amava.
Affondati nella poltrona, in una sala piena, davanti le immagini gigantesche, in primo piano, dello scrittore cieco che ci raccomandava le sue riflessioni con la voce rauca per i tanti sigari fumati – in una lingua bella, precisa, resa calda dal dolce accento siculo – si aveva l’impressione di trovarsi nel Teatro Greco di Siracusa o in un luogo senza tempo.
Del vecchio – nel senso di novantatreenne, ma anche nel senso di antico, come il Teatro Greco di Siracusa e il centro di Firenze in cui eravamo immersi noi spettatori – seduto per tutta la serata nella poltrona che aveva raggiunto all’inizio dello spettacolo con l’aiuto di due giovani, in piedi, alla fine, per i saluti – s’indovinava lo sguardo dietro agli occhiali scuri ma non troppo, lo sguardo di un cieco che vede molto più lontano di noi.
Ogni tanto si levava la coppola, la rimetteva, muoveva le mani per caricare un’espressione del personaggio, Tiresia, o del povero Zeus, che non può modificare ciò che è stato, ciò che la sua consorte, Era, ha deciso; può solo compensare la cecità donando al nostro vecchio la preveggenza e la possibilità di vivere sette vite. Ora che ne ha concluso una, starà da qualche parte vivendo la seconda. O, forse, quella che abbiamo conosciuto era l’ultima, la settima.
Cambiando continuamente il tono della voce e l’espressione del volto, il nostro Tiresia ripercorse la propria vita (alcune vite delle sette) per ridiventare, alla fine, Andrea Camilleri, lo scrittore di successo che, alle soglie della partenza, ha avvertito «l’urgenza di capire cosa sia l’eternità». Solo su quelle pietre antiche, dichiara in conclusione, è riuscito a intuirla.
In piedi, aiutato da due giovani, accenna un inchino verso il pubblico e interrompe gli applausi per regalarci il suo saluto, il suo augurio: «Mi piacerebbe che ci incontrassimo di nuovo, in una sera come questa, tra cent’anni».
La morte può essere una gran rottura di cabasisi, ma – chissà? – può essere anche l’apertura di uno spazio nuovo. Non sappiamo.
Andrea Camilleri ora lo sa.
Ciao maestro. Speriamo davvero di incontrarti di nuovo, insieme a quelli che ci mancano, in un punto dello spazio e del tempo che tu hai visto.