31 ottobre 2022 h 17.45)
Cinema Principe Firenze – Viale Giacomo Matteotti

Altri film del regista
// Il bambino nascosto // Conversazione su Tiresia // Una storia senza nome [in breve] //

Teatro al cinema
// La Stranezza (Pirandello) // Drive my car (Cechov, Zio Vanja) // Il sindaco del rione Sanità (Eduardo De Filippo) // Conversazione su Tiresia (Andrea Camilleri) // Favola (dalla commedia teatrale di Filippo Timi) // The Party (impianto teatrale) //

La parola stranezza nel titolo mi fa venire in mente Stranizza d’amuri di Franco Battiato.
Ascoltando la canzone ci si rende conto che stranizza non corrisponde a stranezza; traducendo il testo della canzone in italiano non potremmo sostituire “stranizza d’amuri” con “stranezza d’amore”.
In italiano stranezza ci comunica la difformità dal consueto. Non conosco il dialetto siciliano, ma credo (ascoltando la canzone) che stranizza abbia più a che fare con straniamento che con stranezza.
L’origine è unica, dal latino tardo extraneus (di fuori, straniero, estraneo).
Dal tronco comune si dipartono rami: uno porta all’attuale stranezza (si staccò, forse, quando gli scambi tra le popolazioni si ridussero e il contatto con lo straniero divenne inconsueto), un altro porta a straniamento, che comunica lo sconvolgimento della percezione abituale della realtà, con il conseguente turbamento. Non parliamo di stranezza nel teatro di Brecht ma di straniamento.
Da ignorante della lingua siciliana, ma attento ascoltatore della canzone di Battiato, sono convinto, a meno di autorevoli smentite, che stranizza sia straniamento, e quindi la stranezza del titolo sia stranizza.
È vero che Pirandello (Toni Servillo) dice «Ho in mente una stranezza», ma in una scena successiva con la balia capiamo che si riferisce a una sensazione di straniamento.
Sarebbe banale dire che la struttura di Sei personaggi in cerca d’autore è strana. Forse era strana per l’epoca, ma era molto di più.
Nel film, che si svolge in gran parte in Sicilia, si parla in siciliano stretto; le didascalie intervengono solo dove sono necessarie – ottima soluzione, che ha consentito di non annacquare il testo: rivedrò volentieri questo film, non solo perché è molto bello e divertente, ma anche per ascoltare con piacere la lingua musicale che si parla in Sicilia. Una musica, diversa dal napoletano, che richiama il jazz.

Cu tuppu ‘un t’appi / Senza tuppu t’appi / Ma basta ‘nca t’appi / E comu t’appi t’appi.
È uno scioglilingua citato nel film.
Con il tuppo non ti ho avuta, / senza tuppo ti ho avuta, / ma basta che ti abbia avuta / e come ti ho avuta ti ho avuta.

Il film si sarebbe potuto chiamare come la canzone di Battiato, Stranizza d’amuri, perché è un atto d’amore per il teatro in genere e, in particolare, per Luigi Pirandello, che ha influenzato gran parte del teatro europeo moderno: Eugène Ionesco, Samuel Beckett e, non ultimo, Eduardo De Filippo.
Suppongo (ma di questo non ho le prove) che anche la mia amata (nell’adolescenza) Piccola città (Our Town, 1938) di Thornton Wilder sia stata influenzata dal grande drammaturgo siciliano nello stravolgimento degli spazi e dei tempi ottocenteschi della rappresentazione teatrale. Il direttore di scena parla col pubblico, dalla platea intervengono gli esperti, l’assenza di suppellettili, la scelta di tre momenti della vita, l’ultimo atto nel cimitero di Grover’s Corners.

Mi sembra che lo stesso regista del film abbia suggerito la sostituzione della parola in una bellissima scena con Aurora Quattrocchi, che interpreta la balia defunta: il fantasma della balia ricorda a Pirandello come lo calmava quando, da bambino, gli pigliava la stranizza; prima di scomparire, la balia gli dice: «Ti faccio passare la stranizza». Una balia affezionata non ricorderebbe mai la stranezza di un bambino e, da adulto, non potrebbe fargliela passare.
A cosa è dovuto il senso di inquietudine, il turbamento che Luigi Pirandello sta vivendo quando, nel 1920, torna in Sicilia per fare personalmente gli auguri a Giovanni Verga che compie ottant’anni?
Arriva in paese e scopre che la balia è morta e, siccome voleva un bene dell’anima a quella donna, si preoccupa di organizzarle un degno funerale in un posto dove anche al cimitero si andava avanti a furia di mazzette.
Ma non è questo il motivo principale della sua stranizza.

Giovanni Verga è deluso, amareggiato, gli confida che si sente trascurato, dimenticato e riconosce a Pirandello la rivoluzione che sta realizzando nella letteratura.
Neanche questo è il motivo della stranizza.

Si fanno avanti nell’immaginazione del drammaturgo alcuni personaggi; alla fine saranno sei. Si presentano ogni notte. Vogliono farsi rappresentare, vogliono che l’artista faccia loro il dono della vita. Sono veri, ma solo l’arte può renderli vivi.

Il capocomico: «Sta bene, sta bene. Ma che cosa vuol concludere con questo?».
Il padre: «Niente, signore. Dimostrarle che si nasce alla vita in tanti modi, in tante forme: albero o sasso, acqua o farfalla … o donna. E che si nasce anche personaggi».

I sei sono nati personaggi. Non hanno un indirizzo, un certificato di esistenza in vita che si possa chiedere all’ufficio anagrafe del comune; cambieranno faccia secondo l’attore che li interpreterà – io sono legato alla versione della “Compagnia dei Giovani” che andò in onda in televisione negli anni settanta, sono legato a Ferruccio De Ceresa (il direttore di scena capocomico), a Romolo Valli (il padre), Elsa Albani (la madre), Rossella Falck (la figliastra), Piero Sammataro (il figlio).

Si esprimono in una lingua inesistente (non parlano siciliano pur essendo siciliani, non sbagliano un congiuntivo), ma sono veri, esattamente come sono veri i due becchini del film, Bastiano e Nofrio, interpretati dai bravi Salvatore Ficarra e Valentino Picone, come è vero Luigi Pirandello, interpretato da Toni Servillo.

Il padre: «Oh, signore, lei sa bene che la vita è piena d’infinite assurdità, le quali sfacciatamente non han neppure bisogno di parer verosimili; perché sono vere».

Roberto Andò rappresenta il tormento di un artista che ha dentro di sé, nei propri ricordi, nella propria carne – i casi umani che ha conosciuto e quelli che ha vissuto, tra i quali la pazzia della moglie – una nuova opera d’arte e deve trovare la forma per renderla viva.

Il padre: «No, scusi, per lei dicevo, signore, che ci ha gridato di non aver tempo da perdere coi pazzi, mentre nessuno meglio di lei può sapere che la natura si serve da strumento della fantasia umana per proseguire, più alta, la sua opera di creazione».

È questa la stranizza. Diciamolo in modo riduttivo: l’ansia dell’artista che sente nascere in sé l’opera d’arte.
Il regista immagina che ad aiutare Pirandello a risolvere i suoi tormenti contribuiscano, senza saperlo, due addetti alle pompe funebri, «dilettanti ma professionisti del teatro» e la loro scalcinata compagnia teatrale che rappresenta nel teatrino della parrocchia la vita stessa del paesino siciliano: gli amori, i tradimenti, la gelosia, il rapporto con la morte, il comico e il dramma.
«Ho scritto una tragedia!» ripete uno dei due becchini, l’autore dei testi che ha ambizioni di scrittura; ma, suo malgrado, la rappresentazione si trasforma inevitabilmente in commedia sul palcoscenico, finché uno degli spettatori si alza rabbioso perché si è riconosciuto in un personaggio e s’intavola una discussione accesa tra attori e pubblico.
Notare, tra le finezze di questo film, che il suggeritore si chiama Luigi Battaglia, ha il nome vero dell’attore che interpretava il suggeritore nella edizione della Compagnia dei Giovani, con la regia di Giorgio De Lullo, a cui ho fatto cenno prima.

La rappresentazione ha molti momenti comici, che inducono anche noi spettatori nella sala Principe di Firenze a partecipare con risate e, alla fine, con un applauso. Anche noi siamo entrati in scena.

Pirandello superò la stranizza d’arte, superò il turbamento, l’inquietudine, la crisi che lo rendeva stranito (termine più moderno appartenente alla stessa famiglia) e portò a compimento Sei personaggi in cerca d’autore; riuscì a trovare la forma per dare vita ai personaggi, una forma che sconvolge definitivamente il rapporto tra palcoscenico, regista, attori e pubblico.
Realizzò un’opera così nuova che, in tutta onestà, non possiamo prendercela con gli spettatori del Teatro Valle che si ribellarono alla fine della prima rappresentazione, nel 1921, e inveirono contro l’autore.
Il drammaturgo aveva eliminato la parete di separazione tra gli spettatori e il palcoscenico, parete immaginaria di protezione. Finché c’era quella parete, sul palcoscenico accadevano cose che non riguardavano il pubblico o lo riguardavano solo nel tempo limitato dello spettacolo. Calata la tela, si poteva dimenticare tutto.

I sei personaggi entrano dalla platea e riappaiono alla fine come ombre, tra le tavole del palcoscenico; anche i due becchini, alla fine del film, rimangono chiusi nel teatro. Il regista, con un tocco pirandelliano, ci propone il dubbio: Bastiano e Nofrio sono davvero esistiti?
In quegli anni si diffondeva lo sguardo acuto del dottor Freud e dei suoi allievi sulla nostra psiche, la rivelazione, fortemente contrastata all’inizio dal mondo accademico, poi sempre più accettata e diffusa, dell’esistenza di una parte di noi sconosciuta a noi stessi. Pirandello aveva studiato a Bonn, conosceva il tedesco e certamente aveva avuto modo di leggere le opere di Freud prima che fossero tradotte in italiano.
Sei personaggi in cerca d’autore, dopo i fischi iniziali, fu applaudito nelle rappresentazioni successive e divenne un punto di riferimento nel teatro europeo.

Ho espresso un giudizio negativo su due film precedenti di Roberto Andò: Il bambino nascosto (2021) e Una storia senza nome (2018) (in cima a questo testo i link).
Quando un film si basa su una sceneggiatura solida, come nel caso di La stranezza, il resto viene di conseguenza, soprattutto se sostenuto da bravi attori e da un regista che ha dato il meglio di sé.
Chapeau, dicono i francesi.

Segue il testo di Stranizza d’amuri di Franco Battiato (su youTube si trova facilmente questa bellissima canzone).

Ndo vadduni da Scammacca
i carritteri ogni tantu
lassaunu i loru bisogni
e i muscuni ci abbulaunu supra
jeumu a caccia di lucettuli …
a litturina da Ciccum-Etnea,
i saggi ginnici, ‘u Nabuccu,
a scola sta finennu.

Man manu ca passunu i jonna
Sta frevi mi trasi ‘nda lI’ossa
‘Ccu tuttu ca fora c’è ‘a guerra
Mi sentu stranizza d’amuri
L’amuri

E quannu t’ancontru ‘nda strata
Mi veni ‘na scossa ‘ndo cori
‘Ccu tuttu ca fora si mori
Na’ mori stranizza d’amuri
L’amuri

Stranizza d’amuri
L’amuri
E quannu t’ancontru ‘nda strata
Mi veni ‘na scossa ‘ndo cori

‘Ccu tuttu ca fora si mori
Na’ mori stranizza d’amuri
L’amuri
Man manu ca passunu i jonna

Sta frevi mi trasi ‘nda lI’ossa
Stranizza d’amuri
L’amuri