(17 gennaio 2023 h 16.50)
Cinema Adriano Firenze – via Giandomenico Romagnosi, 46

Altro film del regista
// Come un gatto in tangenziale //

Teatro
// Anton Cechov [Il gabbiano] // Grazie ragazzi [S. Beckett; Aspettando Godot] // La Stranezza [Luigi Pirandello; Sei personaggi …] // Drive my car [Cechov, Zio Vanja] // Il sindaco del rione Sanità [Eduardo De Filippo] // Conversazione su Tiresia [Andrea Camilleri] // Favola [dalla commedia di Filippo Timi] // The Party [impianto teatrale] //

Se i detenuti che hanno seguito un laboratorio teatrale fossero veri detenuti, l’attore che li ha guidati fosse Antonio Albanese (non un attore disoccupato interpretato da Antonio Albanese), la direttrice del carcere fosse la vera direttrice della Casa Circondariale di Velletri (non l’attrice Sonia Bergamasco), il regista avrebbe seguito e ripreso le fasi del laboratorio teatrale: i dubbi, i problemi, i ritardi, i risultati, l’eventuale trionfo finale, i baci, gli abbracci, le lacrime liberatorie.
Sarebbe stato un altro film, non necessariamente un documentario. Gli sceneggiatori avrebbero costruito una storia legandola ai fatti reali: cinema verità.
Mi viene in mente uno splendido esempio di cinema verità (da non confondere con il neorealismo, che è un’altra cosa): Alla ricerca di Van Gogh, un film del 2018 di Yu Haibo e Yu Tianqi Kiki (commento su questo sito).
Sarebbe stata un’esperienza importante, qualunque fosse il risultato del laboratorio, anche se si fosse risolto in una esercitazione non rilevante dal punto di vista artistico. La rilevanza principale di un’attività teatrale all’interno di un carcere è un’altra.

Invece il laboratorio teatrale di cui si parla nel film è una finzione, i detenuti sono attori.
Di conseguenza, quando i detenuti si impegnano per interpretare i personaggi di Aspettando Godot devono compiere un doppio salto mortale: la finzione nella finzione.
In questo esercizio i giovani e meno giovani interpreti sono molto bravi: Vinicio Marchioni (Diego – Estragone), Giacomo Ferrara (Aziz – Vladimiro), Giorgio Montanini (Mignolo – Pozzo), Andrea Lattanzi (Damiano – Lucky), Bogdan Iordachiolu.
Li cito uno per uno per sottolineare che alcuni passaggi poco credibili della trama non dipendono da loro. Hanno svolto al meglio il proprio compito e cercato di dare personalità a personaggi appena abbozzati.
Il film è il remake di un originale francese che, a sua volta, prendeva spunto da un’attività teatrale svolta realmente in un carcere svedese.

Un attore disoccupato non calca il palcoscenico da tre anni e si arrangia con il doppiaggio di film porno.
Vediamo il pover’uomo spostarsi avanti e indietro nella città, in metropolitana, dall’appartamento in zona Ciampino. Si sveglia col rumore degli aerei che decollano dal vicino aeroporto.

A quest’uomo disperato (sembra non abbia realizzato nulla nella vita, ha una figlia lontana di cui soffre l’assenza) arriva una proposta di lavoro da un amico più fortunato, un attore e regista che dirige un teatro pieno di locandine con la sua immagine.
In realtà l’amico vuole scaricargli un lavoro che il teatro non può rifiutare, sul quale non ha voglia di impegnarsi («Queste cose le ho fatte all’inizio della carriera, ho già dato»).
È arrivato il finanziamento per un laboratorio teatrale in carcere. Sono quelle cose che servono a qualche politico per farsi bello, proposte e finanziate senza avere le idee chiare su cosa si vuole ottenere. Si butta giù un progetto con quattro frasi fatte, si cercano i soldi, poi si deciderà con chi e in che modo saranno spesi: un raccomandato certamente si troverà. In questo caso la fortuna vuole che l’attività finisca nelle mani di una persona coscienziosa.
L’amico propone all’attore disoccupato di fare l’insegnante del corso di recitazione.
Il malinconico Albanese, un po’ a malincuore, accetta.
La direttrice del carcere, anche lei a malincuore, accetta: «Basta che non si sconvolgano i ritmi del carcere, che non si creino problemi aggiuntivi alle guardie carcerarie».

All’ingresso nel carcere non può mancare – pare che gli sceneggiatori e Albanese non possano farne a meno – la gag scontata, per niente divertente e nel contesto assurda. Abbiamo già visto, più volte, giocare sul lavoro dei doppiatori di film porno, è inaccettabile la pretesa di rappresentare un dramma inserendo nella trama una barzelletta. Se una guardia carceraria avesse visto i gesti e sentito i mugolii emessi dal docente all’ingresso nel carcere – «Scusi un attimo», dice, e svolge per telefono il proprio lavoro – ne avrebbe riferito alla direttrice e il laboratorio sarebbe finito prima di cominciare.
Sono i dettagli, anche della trama, che rovinano un film; è la somma che fa il totale (la somma delle idiozie rende assurdo il totale).

Il laboratorio giunge a conclusione tra le difficoltà di rapporto con i discenti, poi nella testa del docente si accende la lampadina. Altro che insegnare a recitare favolette per i bambini! I carcerati vivono in continua attesa e, secondo il personaggio interpretato da Albanese, sono i più adatti a rappresentare Aspettando Godot di Samuel Beckett.
Portare il teatro vero nel carcere non è un’idea nuova.
Non parlo di Cesare deve morire, il film dei fratelli Taviani del 2012, perché non l’ho visto.
Oltre al film francese di cui Grazie ragazzi è il remake (si chiama Un Triomphe, regia di Emmanuel Courcol, 2020), c’è un esperimento, condotto nel famoso (famigerato) penitenziario di San Quintino in California negli anni sessanta (San Quentin Drama WorkShop) che ebbe tra i suoi protagonisti un ergastolano, Rick Cluchey, graziato nel 1966 per meriti artistici, dopo 12 anni di reclusione, dal governatore della California.
Rick Cluchey ebbe un’importante carriera di attore, iniziata in carcere (soprattutto in opere di Beckett), e autore di teatro. Negli anni settanta fu scelto dallo stesso Beckett come aiuto regista in una rappresentazione di Aspettando Godot a Berlino; in seguito fu diretto dall’autore in altre sue opere.

Un esperimento più recente, in un carcere svedese, portò all’evasione di tutti gli attori.

I drammi di Beckett, non privi di una vena comica, dovevano spiazzare gli spettatori. All’inizio ci riuscivano; gli spettatori restavano immobili domandandosi: «Che cosa ho visto!? Mi hanno preso per i fondelli!?». Alcuni reagivano con urla e proteste. Alla prima a Parigi, nel 1952, En attendant Godot fu stroncato dai critici (Le Figaro).
Poi la gente si è abituata al linguaggio del teatro dell’assurdo e mette in conto di assistere a una rappresentazione che si svolge in una pausa del tempo, accetta che sul palcoscenico non accada nulla. Le reazioni di stupore e di rabbia, che investivano le sale negli anni cinquanta, sono finite da tempo: si esce dal teatro discutendo sul significato delle battute e delle situazioni; probabilmente queste discussioni farebbero andare in bestia Samuel Beckett.

Il docente riesce ad avviare il progetto.
Sono un po’ miracolosi i progressi degli aspiranti attori nella corretta emissione della voce, ma i giovani si appassionano e, superando ostacoli dovuti all’interferenza della loro condizione di detenuti, si arriva al debutto in teatro. Un trionfo. Abbastanza prevedibile.
Seguono le richieste di vari teatri in tutt’Italia e si realizza una vera tournée.

Nel giro per i maggiori teatri gli attori tendono a dimenticare i limiti a cui i carcerati sono sottoposti per evitare il pericolo di fuga. A Pisa si svolge un’altra scenetta che sposta momentaneamente il film dal dramma alla farsa: i detenuti scappano dal teatro, vanno in un salone di bellezza, si comportano in modo aggressivo senza che nessuno chiami la polizia, tornano nel teatro come niente fosse.
Alla fine della tournée, il giorno prima della vigilia di Natale, gli attori dovrebbero raggiungere l’apice del successo. Ho abbreviato un po’ la trama; chi non ama l’anticipazione dei punti salienti si fermi qui.

L’ultima rappresentazione si svolgerà nel teatro Argentina di Roma.
Con grande sorpresa, non di noi spettatori (dato il precedente pisano), i detenuti approfittano ancora una volta della relativa libertà di cui godono in quanto attori e scappano, lasciando tutti (ingenuo docente, cinico amico del docente, direttrice del carcere, autorità varie, pubblico elegante) con un palmo di naso.

Questa conclusione fa pensare che gli autori (del film italiano o del film francese) abbiano voluto accentuare i dubbi e sottolineare le difficoltà riguardo alle possibilità di recupero dei detenuti attraverso il lavoro in carcere.
I laboratori teatrali, come le altre attività (giardinaggio, informatica, cucina, scuola) sono svolti allo scopo di dare ai detenuti la possibilità di sperimentare un altro modo di impiegare il tempo, lontano dal modo di vivere che li ha condotti in carcere. Per esempio di verificare che è meglio impegnare le proprie energie per coltivare piantine che per svaligiare una banca. Si ha più soddisfazione, si corrono meno pericoli, si è più sereni.
Nel caso dei detenuti di San Quintino l’esperimento riuscì; nel caso del carcere svedese non riuscì.

Se, a conclusione dell’attività, i detenuti scappano (dimostrando, nel caso immaginario rappresentato nel film, scarsa gratitudine per l’insegnante) vuol dire che l’attività non ha raggiunto il suo scopo.
I carcerati che fanno teatro potrebbero anche non essere bravi nell’interpretazione dei personaggi di Aspettando Godot; gli applausi potrebbero essere di educazione o di incoraggiamento.
Non importa che i detenuti rivelino capacità attoriali.
Importa che degli uomini disperati, attraverso un laboratorio teatrale (ma potrebbe essere un laboratorio di cucina o di scrittura creativa), facciano un passo avanti, comincino a capire che si può mettere mano alla propria vita e, avendo fatto danni, sappiano aspettare di avere finito di pagare il debito con la società per inserirsi nuovamente con piena dignità: per ricominciare a vivere.

A proposito della storia immaginaria raccontata nel film, devono imparare che è sbagliato minacciare un detenuto per sottrargli la parte, anche se si ha una motivazione commovente: farsi vedere dal figlio durante la recita.
L’educatore non dovrebbe accettare la logica mafiosa del più forte che sovrasta il più debole, del boss che comanda fuori e dentro il carcere, decide chi partecipa alle attività e può imporre a un detenuto di dedicarsi alle piantine e rinunciare al teatro quando la cosa è diventata seria. Se si verifica una situazione del genere, è più educativo interrompere il progetto, toglierlo a tutti per dare una lezione di vita civile. Impareranno che dove il più forte comanda tutti subiscono danni, non solo la vittima.
In ogni caso non bisogna darla vinta al boss, anche se ha una motivazione commovente.

Il film rappresenta un esempio di insuccesso su tutti i fronti di quel tipo di esperienza. Diciamo che fa riferimento all’esperimento nelle carceri svedesi, non all’esperimento nel penitenziario californiano di San Quintino.

Da: Aspettando Godot di Samuel Beckett
Einaudi Collezione di teatro 1981; traduzione di Carlo Fruttero; pag.24 e sg.
ESTRAGONE
(ritorna al centro della scena e guarda verso il fondo) Un luogo incantevole. (Si volta, avanza fino alla ribalta, guarda verso il pubblico) Panorami ridenti. (Si volta verso Vladimiro) Andiamocene.
VLADIMIRO
Non si può.
ESTRAGONE
Perché?
VLADIMIRO
Aspettiamo Godot.
ESTRAGONE
Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?
VLADIMIRO
Cosa?
ESTRAGONE
Che lo dobbiamo aspettare.
VLADIMIRO
Ha detto davanti all’albero. (Guardano l’albero) Ne vedi altri?
ESTRAGONE
Che albero è?
VLADIMIRO
Un salice, direi.
ESTRAGONE
E le foglie dove sono?
VLADIMIRO
Dev’essere morto.
ESTRAGONE
Finito di piangere.
VLADIMIRO
A meno che non sia la stagione giusta.
ESTRAGONE
Ma non sarà poi mica un arboscello?
VLADIMIRO
Un arbusto.
ESTRAGONE
Un arboscello.
VLADIMIRO
Un … (S’interrompe) Cosa vorresti insinuare? Che ci siamo sbagliati di posto?
ESTRAGONE
Dovrebbe già essere qui.
VLADIMIRO
Non ha detto che verrà di sicuro.
ESTRAGONE
E se non viene?
VLADIMIRO
Torneremo domani.
ESTRAGONE
E magari dopodomani.
VLADIMIRO
Forse.
ESTRAGONE
E così di seguito.
VLADIMIRO
Insomma …
ESTRAGONE
Fino a quando non verrà.
VLADIMIRO
Sei spietato.
ESTRAGONE
Siamo già venuti ieri.
VLADIMIRO
Ah no! Non esagerare, adesso.
ESTRAGONE
Cosa abbiamo fatto ieri?
VLADIMIRO
Cosa abbiamo fatto ieri?
ESTRAGONE
Sì.
VLADIMIRO
Be’ … (Arrabbiandosi) Per seminare il dubbio sei un campione.
ESTRAGONE
Io dico che eravamo qui.
VLADIMIRO
(Con un’occhiata circolare) Forse che il posto ti sembra familiare?
ESTRAGONE
Non dico questo.
VLADIMIRO
E allora?
ESTRAGONE
Ma non vuol dire.
VLADIMIRO
Però, però … Quell’albero … (voltandosi verso il pubblico) … quella torbiera …
ESTRAGONE
Sei sicuro che era stasera?
VLADIMIRO
Cosa?
ESTRAGONE
Che bisognava aspettarlo?
VLADIMIRO
Ha detto sabato. (Pausa). Mi pare.
ESTRAGONE
Dopo il lavoro.
VLADIMIRO
Devo aver preso nota. (Si fruga in tutte le tasche, strapiene di ogni sorta di cianfrusaglie).
ESTRAGONE
Ma quale sabato? E poi, è sabato oggi? Non sarà poi domenica? O lunedì? O venerdì?
VLADIMIRO
(Guardandosi intorno, affannatissimo come se la data fosse scritta sul paesaggio) Non è possibile.
ESTRAGONE
O giovedì.
VLADIMIRO
Come si fa?
ESTRAGONE
Se si è scomodato per niente ieri sera, puoi star sicuro che oggi non verrà.
VLADIMIRO
Ma tu dici che noi siamo venuti, ieri sera.
ESTRAGONE
Potrei sbagliarmi. (Pausa). Stiamo un po’ zitti, se ti va.
VLADIMIRO
Mi va.