(2 febbraio 2020 h 18.00)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Aldo, Giovanni e Giacomo sono tornati – uguali a prima, anche se un po’ usurati.

Conosciamo i personaggi a memoria, tanto da confonderli con gli attori che li interpretano; crediamo di vedere i tre sullo schermo esattamente come sono nella vita: un po’ invecchiati, ma sempre divertenti.

Può una maschera invecchiare?

Una maschera non invecchia, ma Aldo, Giovanni e Giacomo non sono maschere: troppo simili a noi, in tutti i dettagli, troppo pieni di dettagli. Non hanno l’astrazione delle maschere.
A parte i classici (Pulcinella, Arlecchino, Charlot, Totò, i fratelli Marx, Stanlio e Ollio), tra i comici attuali mi sembra che il solo Checco Zalone possa aspirare a diventare maschera (dipende anche dalla capacità di amministrare il proprio talento).
Infatti riesco facilmente a distinguerlo da Luca Medici, di cui è un estratto alterato. Luca Medici è un personaggio complesso, pieno di dettagli (per esempio una laurea); Checco Zalone è un’astrazione.
Ogni volta che viene intervistato, Luca Medici, quasi senza volere, manifesta una profondità inaspettata, quando non indossa la maschera Checco Zalone.

Anche Roberto Benigni è stato una maschera, poi l’ha messa da parte: una scelta giusta, perché quella maschera può essere indossata solo da un giovane ruspante, da vecchio sarebbe ridicola.
Mettendola via, ha determinato uno strano effetto: sembra un’altra persona. Quello che vediamo in televisione, nei film giovanili, nelle interviste di quando indossava la maschera, non è neanche un suo lontano parente. Non gli assomiglia neppure; segno di quella capacità di cui dicevo: amministrare il proprio talento.

Massimo Troisi indossava la maschera di Pulcinella, dimostrando una caratteristica delle maschere classiche: si adattano a ogni tempo, sono sempre attuali. Poi, purtroppo, se n’è andato. Credo che se fosse ancora tra noi avrebbe fatto una scelta analoga a quella di Benigni: si sarebbe trasformato e avrebbe mostrato altri aspetti della sua personalità. Purtroppo non ha fatto in tempo.

Aldo, Giovanni e Giacomo sono se stessi anche quando si dissolvono nella sabbia, come le meduse spiaggiate.

Secondo me veramente Aldo Baglio ha il mito di Massimo Ranieri e ritiene che il degrado della scuola sia dovuto alla disattenzione verso le canzoni del festival di Sanremo.
Non a caso i tre personaggi hanno gli stessi nomi degli attori. Se ricordo bene, questo succede in tutti i film.

O, forse, Aldo esagera di proposito, per scherzare, ma anche il personaggio del film scherza, dice cose strampalate perché gli piace far ridere il bambino al quale il padre e la madre si rivolgono in modo troppo serio.

Credo che Aldo abbia veramente coltivato per anni il sogno di cantare sul palco Se bruciasse la città insieme a Massimo Ranieri: «Non ci posso credere! …» avrà urlato fendendo l’aria con entrambe le mani nel suo gesto tipico, quando ha saputo che il suo sogno si sarebbe realizzato.

Secondo me veramente Giovanni, invecchiando, perde le parole (capita a tutti) e cerca di inserire i problemi della vita dentro un cerchio e di risolverli costruendo delle regole – e gli piace sillabare: re-go-le – ma gli altri si annoiano, non lo seguono, preferiscono andare avanti come capita.
L’unico suo consiglio di buon senso («che sarà mai uno scappellotto!»), che Giacomo segue, causa un guaio, perché i ragazzi di oggi possono provocare i loro genitori fino all’estremo, possono mancare di rispetto quanto vogliono, possono prendere a schiaffi i genitori con le parole e l’atteggiamento, ma se il padre o la madre, esasperati, mollano uno scappellotto, è subito tragedia, fuga, grave offesa, da lavare con l’umiliazione e la resa totale senza condizioni.

Discutendo con la figlia, Giovanni è rassegnato ad avere torto. È il destino della sua generazione: avere torto. È anche una giusta punizione per chi ha voluto cancellare il concetto di autorità senza sostituirlo con qualcos’altro: se non l’autorevolezza, difficile e sempre contestabile, almeno l’affetto, il rispetto per chi ha un’età (a sessant’anni avete voluto fare i giovani con due gi, prendetevi i calci in faccia da quelli che giovani lo sono davvero).

Giacomo non fa il dentista, lo sappiamo, fa l’attore, ma, siccome non ha la struttura fisica tipica dell’attore classico (faccio fatica a immaginarlo in calzamaglia o vestito da principe danese declamare «essere o non essere»), immagino che per lui sia stato molto difficile affermarsi, all’inizio, in questo lavoro.
Forse avrebbe potuto fare il dentista (in realtà, Giacomo ha fatto l’infermiere) e combinare guai per la sua tendenza a distrarsi mentre inforca il trapano.

I due capifamiglia, per modo di dire capi e per modo di dire famiglia, Giacomo e Giovanni, nascondono i guai perché non si aspettano solidarietà.
Giovanni passa il tempo nell’antico negozio privo di clienti; vende stringhe e altri supporti per calzature e non si domanda quanta gente può avere bisogno delle stringhe di ricambio.

Giovanni ha la faccia così malinconica da non meritare la brutta avventura: l’incontro con un ex compagno di scuola deciso a umiliarlo per vendicarsi degli scherzi che gli facevano. È veramente dispiaciuto per essere stato maligno, al punto da suscitare un odio duraturo, anche perché nell’umorismo di Giovanni c’è sempre stato un pizzico di sadismo, per cui è credibile che, da ragazzo, quando il sadismo si dispiega quasi senza limiti, fosse il più pronto a prendere in giro un compagno che puzzava di pesce.

Sto ancora confondendo personaggi e attori, del tutto arbitrariamente, perché i tipi psicologici incarnati dai tre amici sullo schermo mi sembrano perfettamente sovrapponibili ai tipi psicologici dei tre attori (non li conosco personalmente, è solo un’ipotesi).

Per questo, pur proponendo, da anni, sempre gli stessi personaggi, non annoiano e mettono gli spettatori nello stato d’animo giusto per seguire un’allegra commedia.
Sono come vicini di casa, vivono la vita di tutti, la stessa vita che viviamo noi, ma hanno il dono della comicità, del non prendersi troppo sul serio, per cui ci intratteniamo volentieri a parlare con loro, mentre evitiamo quello del terzo piano che vuole investirci del suo desiderio di rivalsa verso tutto e tutti.

Quando sulle scale incontriamo Aldo, ma anche Giovanni, anche Giacomo, siamo contenti, perché sappiamo che, alla fine della breve conversazione, con le loro esagerazioni, col loro gusto del paradosso, prenderanno in giro se stessi e ci aiuteranno a prenderci in giro («Ridete, ridete! Ridevano anche i Maya, infatti si sono estinti»).

Non stiamo a sottilizzare sulle tante assurdità che si svolgono sullo schermo: è una commedia divertente, con un ospite d’eccezione, Michele Placido. Si diverte anche lui a incarnare un improbabile maresciallo alle prese con la gi della tastiera che col caldo si blocca, giustamente annoiato dalla presenza dei turisti nevrastenici che, fino a settembre, infestano l’isola.

La commedia stona solo quando, verso la fine, devia nel patetico, nel lacrimoso, nel sentimentale.

Un po’ usurati, si diceva all’inizio, i personaggi, perché i nostri amici sono invecchiati e, probabilmente, sono un po’ usurati anche loro. Invecchiando succede a tutti.

Non fa niente, gli vogliamo bene lo stesso, perché ci hanno fatto molto ridere ai tempi della Gialappa e con i primi film, soprattutto, per me, Tre uomini e una gamba e il film americano: Al, John e Jack.

Il titolo Odio l’estate è tratto dalla bellissima canzone di Bruno Martino (musica) e Bruno Brighetti (testo): «Estate / sei calda come i baci che ho perduto / sei piena di un amore che è passato / che il cuore mio vorrebbe cancellare / … … …».

Bruno Martino un po’ ce l’aveva con l’estate, infatti un’altra famosa canzone, che aveva scritto con Franco Califano (testo Califano – Zanin, musica Bruno Martino) e cantava col suo caratteristico stile, faceva: «E la chiamano estate / Questa estate senza te / … … …».
«Tu come la chiameresti?» mi sarebbe venuto di chiedergli. Ho un bel ricordo legato a questa canzone, ma me lo tengo per me; lo scrivo solo come segnalibro personale.

In questo film, si diceva, Aldo, Giovanni e Giacomo sono i capifamiglia, diciamo così, di tre famiglie che fanno una vita di merda, una di quasi, le altre due di merda completa.

Sembra salvarsi solo Aldo, che ha con la moglie attività sessuali frequenti e soddisfacenti per entrambi, recita il malato immaginario, quasi fino alla fine sembra un furbo che trova tutte le scuse per riposarsi, invece ha un segreto da cui scaturisce la parte lacrimosa finale.

Delle altre due famiglie tutti i componenti sono insopportabili (tranne i nostri amici): le mogli, i figli, persino il cane, che, però, appartiene a Aldo, ma diventa antipatico quando fa amicizia con gli altri personaggi.
Si capisce che il cane e il bambino sono una scusa per dare ai tre la possibilità di mettersi nella situazione in cui si trovano meglio: un lungo viaggio in macchina.

Effettivamente danno il meglio quando, in macchina, si stuzzicano a vicenda, senza interferenze di altri personaggi, un po’ come gli Amici miei di Mario Monicelli.
Non potendo un lungo viaggio in macchina entrare nella trama, lo hanno diviso in due: una volta alla ricerca del cane, una volta alla ricerca del bambino.

Uno dei tre è alla guida (cambia il guidatore per non rifare pari pari la scena già vista in altri film), uno a fianco agita le mani, l’altro ogni tanto si sporge da dietro; tempi comici perfetti.
Questa volta la squadra avversaria della inevitabile partita sulla spiaggia, al suono della più bella canzone di Vinicio Capossela (era già una citazione, quindi è la citazione della citazione) non è costituita da immigrati africani, ma da nordici biondi e baffuti.

Giovanni, finalmente allegro, entusiasta, si esibisce nella sua famosa scivolata sulle ginocchia, a gambe aperte, piegate. Un colpo di testa, le proteste, la tensione del calcio di rigore, la rete, gli abbracci. Fine della partita. Aspettiamo la prossima, sperando che non ci deludano troppo.