(9 dicembre 2019 h 18.30)
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

Uno dei tre personaggi – il regista, lo sceneggiatore e l’attore – che la ragazza aspirante giornalista incontra nella sua trasferta a New York per un’intervista, dice che la ragazza gli sembra una quindicenne.
Lei prontamente precisa: «Non è vero, ho ventun anni. Posso farti vedere un documento» e apre la borsetta per cercare il documento.

Questa battuta, questa breve scena, sembra collegarsi al problema che accompagna, da qualche anno, la vita di Woody Allen.
Noi sappiamo che la ragazza è una studentessa universitaria, quindi probabilmente maggiorenne, comunque lontana dall’età pericolosa quando si parla di sesso.

In Manhattan la deliziosa Tracy, interpretata da Mariel Hemingway, nipote del grande Ernest, ha diciassette anni, ma sembra più giovane; Isaac Davis, detto Ike, il personaggio interpretato da Woody, ne ha quarantadue.
Tracy ha un tono di voce adolescenziale, quasi infantile, buffo; lui la prende in giro: «stai facendo la voce del topo dei cartoni animati di Tom e Jerry».

Nel ristorante, dove cenano con i due amici, la coppia Yale e Emily, Tracy dice che non può fare tardi perché ha un esame da preparare per il giorno dopo; Ike esclama, tra lo stupore e il divertimento: «Incredibile! La mia ragazza deve fare i compiti!».
Poi, a letto con Ike, la sentiamo proporre di fare sesso in un modo strano, come non l’hanno mai fatto (un po’ «o famo strano» di Claudia Gerini nel film di Carlo Verdone) e Ike dice, più o meno, «ora prendo il mio equipaggiamento da sub e ti faccio vedere» e, in un’altra occasione, «batteremo un paio di record (di prestazioni sessuali), se non ci sarà prima un’irruzione della polizia»

I personaggi di Manhattan sono intellettuali, Ike scrive per la televisione, Yale è professore; vivono nel mondo dello spettacolo e della cultura newyorkese anni settanta (il film è del ’79). Rispetto al clima attuale (soprattutto dopo il Me Too): un’altra era. Se la ragazza aveva più di sedici anni non si temeva che dopo trenta, quarant’anni potessero venire fuori denunce di stupro, soprattutto mediatiche, da parte di chi aveva condiviso il letto ripetutamente; si poteva scherzare anche sull’irruzione della polizia.

Ora che gli odiatori da tastiera e quelli che non hanno bisogno della magistratura per emettere una sentenza definitiva hanno preso di mira il regista, dopo l’accusa di avere commesso delitti infamanti non dimostrati e smentiti da un figlio adottivo della ex moglie, confermati da una figlia adottiva (parte di una numerosa tribù), accusa partita dalla ex moglie che dava l’idea di essere furiosa e decisa a vendicarsi, meglio abbondare e portare in alto l’età della ragazza, che sembra aperta a nuove esperienze sessuali e anche sembra superficiale, influenzabile, un po’ scema.

Niente a che vedere con la deliziosa Tracy (ho già usato l’aggettivo, ma definisce perfettamente il personaggio, anche l’attrice, in quel momento) che ha un po’ la voce dei cartoni animati ma dice cose molto intelligenti nell’ultima scena, cose su cui un quarantenne che non vuole decidersi a diventare adulto è indotto a riflettere. In questo modo interpreto l’ultimo sguardo di Ike.

Woody Allen è stato ricco fin da ragazzo, non di famiglia (piccola borghesia), ma per la sua capacità di mettere a frutto il talento comico.
Era giovanissimo quando cominciò a scrivere testi comici per giornali e trasmissioni televisive di successo, guadagnando parecchio, poi avviò l’attività cinematografica, come regista, autore e attore, realizzando film indimenticabili, alcuni dei quali io ricordo battuta per battuta.

Credo che anche altri della mia generazione, che li hanno visti quando sono usciti la prima volta (non perdevamo la prima visione di un film di Woody Allen), li ricordino battuta per battuta.
Non tutti li amavano senza riserve, o forse li amavano ma non lo ammettevano.
Alcuni preferivano film più impegnati politicamente; era difficile ammettere di divertirsi con la presa in giro del dittatore dello stato libero di bananas: con quel cappello e la barba, con quella divisa, ricordava un mito dell’immaginario collettivo di una generazione.

Certamente ricordano tutte le battute quelli che fra le cose importanti, irrinunciabili, per cui valga la pena di vivere, mettono, nell’elenco che Ike ne fa verso la fine del film, l’umorismo: il sale della vita.
Lo stesso Ike inserisce Groucho Marx in quell’elenco.

Io sottoscrivo in pieno: i film dei fratelli Marx sono una delle cose per le quali vale la pena vivere. Senza l’umorismo forse la vita potrebbe essere passabile, sopportabile (non so, non ne ho idea), ma sarebbe irrimediabilmente sciapa, come si dice in Toscana: insipida.

Woody Allen ha cominciato a fare soldi con le sue battute fin da quando era molto giovane.
Ciononostante, per tanto tempo è riuscito a rappresentare sentimenti e situazioni in cui anche noi potevamo riconoscerci.
Da un certo punto in poi non l’ho più seguito, soprattutto dopo il film che girò a Roma, che fu una grande delusione e una grande noia, e dopo l’altro, a Parigi, con la ex modella, moglie del pezzo grosso francese di cui non si sente più parlare.

Come Ike, il personaggio di Manhattan, Woody Allen «funziona solo a New York» (è una battuta di Yale, il professore suo amico, che gli passa l’amante e poi se la riprende).

Sono andato a vedere Un giorno di pioggia a New York con la speranza di ritrovare il Woody Allen newyorkese interpretato da un giovane attore.
Mi sarei accontentato di scoprire non un imitatore, ma un attore giovane capace di reinterpretare quel personaggio, che è stato vivo, nel mondo di oggi.

Timothée Chalamet non ha il senso dell’umorismo fisico di Woody Allen, a cui basta un gesto, un movimento, uno sguardo, per sottolineare e rendere irresistibile una battuta.
Il suo corpo non comunica; il volto è bello, ma deprimente: gli occhi sempre abbassati, l’espressione malinconica cucita sulla faccia anche quando canta (benissimo) e suona il piano (o forse finge di suonare, non saprei).
In Lady Bird (commento 20/3/2018) interpreta uno studente cantante e sfoggia, ogni volta che appare, la stessa espressione depressa.

Forse Woody Allen lo ha scelto per questo, forse lui adesso è così, ma non è riuscito a dargli le battute fulminanti che s’imparavano a memoria e facevano passare la depressione anche quando parlava di cose tristi, come la paura della morte o l’oppressione di una madre castrante.

Timothée Chalamet è stato protagonista di Chiamami col tuo nome (Luca Guadagnino); il film mi è sfuggito (questione di tempo, di orari, anche di trailer, per me, spesso, decisivo); non so se abbia mostrato, in quel film, un volto meno malinconico.

L’ambiente in cui si svolge Un giorno di pioggia a New York è ricchissimo.
Il ragazzo si toglie dalle tasche i dollari stropicciati, guadagnati giocando a poker e vincendo sempre – nel poker, secondo me, vince chi ha più soldi, se non è deficiente, perché non ha paura di bluffare e di rischiare (è l’opinione di uno che non sa giocare a poker).
Il giovane può permettersi suite in alberghi esclusivi, la madre ha sposato un miliardario e vuole godersi gli ambienti che è riuscita a conquistare: organizza feste odiose, con ospiti insopportabili, e vorrebbe spingerlo a frequentare la cosiddetta buona società; la sua ragazza è figlia di un banchiere.

Insomma, in questo film Woody Allen rappresenta un mondo totalmente staccato dalla realtà, in cui non esistono disoccupazione, immigrati, bambini che muoiono in braccio ai genitori per attraversare il confine con il Messico, riscaldamento globale, scioglimento dei ghiacciai, giovani armati che sparano a chi capita. Si tratta di un’America trumpiana, guidata da gente soddisfatta di sé, che pensa solo ai propri affari, ai propri meschini interessi: maiali, a cui, purtroppo, il popolo si affida al momento del voto, pur avendo tutto da perdere.

Anche la conquista sessuale, in questo ambiente, è fatta di arrapamento privo di partecipazione emotiva; l’amore sembra un orpello superato, quasi un fastidio: il sesso è una forma di ginnastica, che si potrebbe fare in palestra, con un trainer a controllare le pulsazioni.

Il fratello del protagonista sta per sposarsi con una che lo rende impotente se ride (effettivamente quella risata stupida renderebbe impotente chiunque). Gli amici dei genitori sono una pubblicità vivente a favore del controllo delle nascite (nel senso che i loro genitori avrebbero fatto meglio a usare il preservativo).

Homo sapiens americano, sottospecie wasp, sovrappeso, affarista, ignorante, protestante, di origine anglosassone, con l’hobby dell’arte, coltivato procurandosi quadri senza badare troppo alla provenienza.

Come si fa a immedesimarsi in questi personaggi? Impossibile. Manichini che passano il tempo partecipando a feste e per fingere di divertirsi devono bere fino a stonarsi. Alcuni si dedicano a fare film a cui non credono neanche loro, altri a fare soldi con i luridi giochini finanziari che portano gli operai di una multinazionale dei frigoriferi, a Napoli, a trascorrere un Natale pieno di preoccupazioni.

Se avesse raccontato storie riguardanti marziani o scimmie antropomorfe sarebbe stato più facile identificarsi; con gli strani personaggi di questo film è proprio impossibile.