(7 dicembre 2019 h 18.10)
Cinema Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r

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Un film natalizio, non nel senso dei noiosi cinepanettoni.
Nel senso dei film che si proiettavano la vigilia di Natale e l’ultimo dell’anno, di mattina, perché nel pomeriggio, in quei due giorni, le sale cinematografiche erano chiuse per consentire agli addetti alle biglietterie di godersi il cenone.

È un ricordo che si accompagna alle immagini e agli odori del Natale nelle vie del paese, e accomuna chi ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza in provincia. A Napoli c’erano altre possibilità, altre risorse; al nord e al centro non so come si svolgessero le cose, probabilmente in modi analoghi, ma con altri odori e altri sapori.

Per i ragazzi degli anni cinquanta, sessanta, in quei due giorni, inseriti nella lunga vacanza natalizia, il sapore della libertà era più completo.
Eravamo lontani dal rientro a scuola, lontani dalla Befana.
L’abitudine a parlare in dialetto ci suggeriva la metonimia: il nome della vecchia con la scopa sostituiva il nome della festa, l’Epifania, e indicava l’ultimo giorno di vacanza scolastica.
La Befana non era accompagnata dall’attesa della calza con i regali e con il finto carbone. Queste cose sono arrivate molto tempo dopo, portate, probabilmente, dalla televisione.
A casa mia, ma credo in tutte le famiglie piccolo borghesi, le feste non erano associate a doni individuali per i bambini, tranne per la ricorrenza dell’onomastico (nel sud il compleanno non si festeggiava); quando arrivava una festa, il dono comune, che rendeva tutti allegri, era costituito dalle prelibatezze alimentari specifiche: Natale uguale pizza con la scarola e dolci vari, Pasqua uguale pastiera di grano, Carnevale uguale migliaccio, san Giuseppe uguale zeppole.
Per l’Epifania (la Befana) c’era un po’ di diffidenza, negli ambienti cattolici, nei confronti di una festa che aveva un senso pagano molto più accentuato del senso religioso. Nelle prediche i preti insistevano sull’arrivo dei Magi, ma era assai più evidente, nell’immaginazione e nel commercio, nella pubblicità che si andava sviluppando, la vecchia sulla scopa.
Natale era un’altra cosa. Paganesimo e cristianesimo, angeli e salsicce sul presepe, spirito e carne, erano mescolati insieme e si potevano gustare senza il timore di risvegliare forze oscure. L’amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, anche le più carnali, si trasferiva nella tenerezza per il bambino nato in una capanna, riscaldato dal bue e dall’asinello.

Nell’infanzia, fino alla prima adolescenza, i due giorni speciali dell’anno erano la vigilia di Natale e l’ultimo giorno dell’anno.
Liberi di alzarci tardi dal letto – com’era dolce dormire! – ci lavavamo più del solito, facevamo un’abbondante colazione a base di pizza con la scarola – una delizia agrodolce: l’agro veniva dalla verdura, dalle acciughe, il dolce dalla farina – baccalà fritto e/o lesso, strufoli con il miele – uscivamo per strada, avendo libera una lunga parte della giornata, fino al cenone, che cominciava tardi.

Piazza Santa Sofia (per i cattolici), Matteotti (la stessa piazza, per i compagni), era occupata dalle postazioni dei venditori di capitoni; avevano trascorso la notte all’aperto per essere pronti fin dalle prime luci dell’alba a vendere le lunghe anguille, somiglianti a grossi serpenti, dalla pelle lucida, viscida, scivolosa, dotate di una enorme vitalità.
Portato a casa come un trofeo, il cartoccio con i capitoni vivi era aperto con cautela, stando attenti a non farli sgusciare per terra. A questo punto c’era l’esame dei membri adulti della famiglia che non avevano partecipato all’acquisto (di solito mio padre acquistava, mia madre valutava).
La valutazione teneva conto soprattutto del comportamento vitale, meglio se esuberante, che i pesci mostravano di avere conservato; guai a scoprirne una (si trattava di anguille femmine) immobile o rassegnata alla fine imminente: poteva essere indizio di un pesciaiolo imbroglione che aveva mescolato capitoni vivi con capitoni moribondi.
Superato l’esame, dopo un passaggio in acqua, si staccava la testa del capitone trattenendo il resto del corpo viscido, avvolto in uno straccio, con la mano non impegnata con il coltello. Lo straccio serviva a rendere meno scivolosa l’anguilla, a tenerla ferma mentre veniva decapitata con un colpo netto. Decapitata, tagliata a pezzi, l’anguilla, o ciò che rimaneva di essa, continuava ad agitarsi e a contorcersi, per un riflesso meccanico, dunque non doloroso, alla base del movimento.
Questa constatazione attutiva la drammaticità del momento e aggiungeva un elemento di osservazione scientifica alla contemplazione di quei pezzi di capitoni, privi di testa, che continuavano a muoversi.

Dopo averli eviscerati e lavati, i pezzi erano conservati al freddo, per cuocerli e portarli a tavola durante il cenone, dopo gli spaghetti con le vongole, perché il pesce andava cotto e mangiato.
Il capitone era cucinato in vari modi: fritto, arrostito, al forno, in umido; nelle previsioni c’era sempre una parte che si conservava sottaceto e si consumava in quei giorni (mai sentito invocare il capitone fuori delle feste natalizie).
In realtà piaceva solo ai vecchi e a qualche adulto; i ragazzi mangiavano altro, le ragazzine li odiavano (forse era troppo esplicito il riferimento a pensieri segreti). In quell’epoca, ancora per poco tempo, il gusto degli adulti prevaleva.

Negli anni settanta, con la definitiva conquista del potere mediatico da parte dei giovani, cominciò il declino dei capitoni, che sopravvissero (in senso metaforico) per un po’ solo per accontentare qualche vecchio a cui, peraltro, il medico della mutua aveva sconsigliato quel cibo ricco di grassi (a livello popolare e nella medicina di base non si faceva ancora distinzione tra grassi saturi e insaturi, cattivi e buoni).
Quando mio padre cominciò a manifestare i malesseri dovuti all’età (soprattutto la pressione alta), avrebbe voluto continuare a mangiare i capitoni nei giorni delle feste natalizie. Mia madre cercava di ostacolarlo, con scarso successo. In quei giorni c’era una guerra continua, con vittorie e sconfitte sui due fronti e ricerca di alleanze. Non ho ancora capito chi dei due avesse ragione.

Non so se quest’anno ci saranno le postazioni dei pesciaioli in piazza Matteotti; sicuramente si è verificato un cambiamento del gusto prevalente, perché i vecchi di allora avevano imparato a mangiare i capitoni nell’infanzia e nell’adolescenza. Noi no.

Nel cenone non poteva mancare la cosiddetta insalata di rinforzo (vari prodotti dell’orto, conditi con olio e aceto, le “papaccelle”, peperoni piccoli, i cavolfiori, i capperi, le olive) e frutta secca in abbondanza.

La regina della tavola, apprezzata da tutti, in quei giorni e fino quasi alla Befana, era la pizza con la scarola. Quando finiva l’ultima pizza voleva dire che si doveva cominciare a pensare ai compiti per le vacanze, che attendevano minacciosi dal 23 dicembre nel buio della cartella (nei primi anni di scuola) o nel cassetto centrale della scrivania (negli anni successivi, quando la cartella era stata sostituita da un elastico di gomma che riusciva a tenere insieme un paio di libri e un paio di quaderni).

A pensarci, non riesco a capacitarmi di avere dato compiti per le vacanze per quasi quarant’anni, dal momento che li avevo odiati, quando toccava a me farli.
In realtà odiavo anche correggerli, ma mi sottoponevo a questo tormento pensando che facesse parte dei miei doveri.
Forse, devo ammettere, c’entrava un pensiero meschino: il pensiero di mostrarsi efficiente con i genitori (è bravo, li fa lavorare).
In questo modo il tormento dei compiti per le vacanze si trasmette da una generazione alla successiva. 

Il desiderio di farsi apprezzare dai genitori, o, almeno, di non creare contrasti difficili da risolvere, è un elemento onnipresente nel lavoro degli insegnanti: non ne ho conosciuti che ne fossero esenti. Negli anni si è andato progressivamente accentuando, col maggior potere di controllo dato ai presidi (ora si chiamano dirigenti scolastici), divenuti, con un colpo di bacchetta magica, funzionari, manager di una piccola impresa.
Non c’è niente di peggio che sentirsi sottoposti alla valutazione soggettiva da parte dei capi d’istituto e dei genitori, questi ultimi pronti a scaricare i propri sensi di colpa sugli insegnanti.

Il problema è che valutare un insegnante non è facile, non è come stabilire se un operaio o un tecnico dà un valido contributo all’azienda.
Come si fa a valutare l’amore per i libri, per lo studio, per i propri alunni, uno per uno?

Forse solo i ragazzi possono valutare un insegnante, ma si tratta comunque di una valutazione soggettiva, perché, abituati dai genitori ad avere sempre ragione, molti si aspettano che tutti gli adulti diano loro sempre ragione.

Io stesso ho buoni ricordi di insegnanti che non erano apprezzati da altri e mi meravigliavo nel constatare la stima che circondava alcuni che, nel mio intimo, disprezzavo, soprattutto perché vedevo in loro un atteggiamento ruffiano, verso i presidi, verso i genitori, addirittura verso gli alunni.
Non c’è un criterio oggettivo; sarebbe pericoloso introdurre una lista di gradimento, con un punteggio affidato agli alunni. Si avvierebbe una gara a chi si dimostra più debole.

È un casino, non se ne esce. Per questo io consiglio ai giovani di mettersi su questa strada solo se hanno una grande vocazione.

Dopo questa digressione, torniamo a quei due giorni, la vigilia di Natale e l’ultimo dell’anno, nei lontani anni cinquanta e sessanta.
Dopo avere bighellonato e curiosato intorno per un po’, avere fatto una partita a biliardo – pronunciando bigliardo, correttamente alla francese senza saperlo – nel retro del bar Pirozzi (via Roma), o una partita a calcio balilla (che chiamavamo bigliardino) in un bar qualsiasi, o una partita a scopa nel circolo dei vecchi, non sapendo cosa altro fare (c’era un vuoto da riempire e non si poteva ammettere di stare annoiandosi), si andava al Cinema Moderno o, in seguito, al Cinema Urania, dove, di solito, mandavano per l’ennesima volta i colossal religiosi: I dieci comandamenti, Ben-Hur. La comicità dissacrante di Totò e la violenza dei western sembravano poco adatte alla festività natalizia ed erano sottoposte ad autocensura da parte dei gestori dei cinema, che cercavano di non crearsi problemi con le autorità ecclesiastiche.

L’alternativa, quando non ci costringevano a rivedere per l’ennesima volta Charlton Heston nei panni di Mosè o del personaggio principale di Ben-Hur, era costituita, negli anni cinquanta da Charlie Chaplin o Buster Keaton, nei sessanta da uno di quei film americani ottimisti che, in forma di favola moderna, raccontavano com’è bella la vita, come i problemi si risolvono sempre, eventualmente con l’intervento di un angelo, e come la bontà alla fine prevalga sulla cattiveria umana.

Regista per eccellenza di questo tipo di film era il grande italoamericano Frank Capra: grande come regista e come uomo (basta leggere la sua autobiografia per rendersene conto, o la testimonianza di James Stewart, o anche, solo, vedere i suoi film).

Il Paradiso probabilmente un po’ assomiglia a quei film.
Vediamo: Buster Keaton c’è sicuramente, non è necessario spiegare perché; lo vedrebbe anche un bambino.
Nel film c’è un po’ di Charlie Chaplin.

Secondo me la regia ricorda anche Frank Capra, non nel senso della visione del mondo espressa da quella canzone di Louis Armstrong che mette allegria non appena si avvertono le prime note: What a wonderful World!

«I see trees of green, / red roses too / I see them bloom for me and you / And I think to myself / What a wonderful World! / I see skies of blue and clouds of white / The bright blessed day, / the dark sacred night. / And I think to myself / What a wonderful World! / The colors of the rainbow / so pretty in the sky / Are also on the faces / of people going by / I see friends shaking hands / saying how do you do / They’re really saying / I love you / And I think to myself / What a wonderful World!».

«Vedo alberi verdi, rose rosse che sbocciano per noi. E penso: com’è meraviglioso il mondo! Vedo cieli blu, nuvole bianche, la luce benedetta del giorno, il sacro buio della notte, e penso, tra me e me: com’è meraviglioso il mondo! I colori dell’arcobaleno, così belli nel cielo, sono anche sulle facce della gente che va in giro; vedo amici che si danno la mano, che si salutano cordialmente. In realtà si stanno dicendo: ti amo. E penso, tra me e me: com’è meraviglioso il mondo!»

No, decisamente non ci sono in questo film «friends shaking hands saying how do you do», amici che si danno la mano salutandosi calorosamente.
Però c’è lo sguardo pulito, quasi infantile, del regista attore protagonista, che osserva con stupore il mondo, la bellezza del creato («skies of blue and clouds of white»), come nella bellissima immagine del manifesto, dove non ci sono le nuvole ma s’indovina l’ammirazione di quel piccolo uomo che guarda l’orizzonte. Rivolgendo lo sguardo in basso, verso gli uomini, vede comportamenti irrazionali, talvolta incivili, aggressività pronta ad esplodere.

Si passa dal vicino di casa a Nazareth che ruba senza ritegno nell’orto del protagonista, addirittura cura i limoni, li pota, perché, tanto, è come se fossero suoi, a uno che piscia su un muro davanti ai poliziotti, unicamente interessati a farsi dare due binocoli da un venditore ambulante.

Come nei film di Frank Capra, il passaggio dalla realtà al surreale avviene quasi senza accorgersene, fino a rappresentare l’inseguimento comico di un angelo da parte dei poliziotti in pieno Central Park a New York.

Fra le maschere di Halloween c’è questa ragazza munita di ali, inseguita come in un film di Charlot; una volta raggiunta dai poliziotti, che credono di averla catturata e messa in un sacco, sparisce, lasciando le ali per terra.
Poi la ritroviamo mentre corre allegramente in bicicletta, sempre con le ali attaccate alle spalle.

A Parigi circolano enormi, paurosi carri armati, il rumore minaccioso degli aerei interrompe il silenzio, i poliziotti inseguono i delinquenti in monopattino, con movimenti ritmici che li fanno assomigliare ad automi.

A New York la gente normale gira per la città armata di tutto punto, come se dovesse partire per la guerra; la cassiera del supermercato porta un kalashnikov sulle spalle, pronto per essere imbracciato; un signore anziano scende con la moglie da un taxi e, aiutato dal tassista, scarica i bagagli e un bazooka.
Si passa tranquillamente dal reale al surreale.

Un uccellino – scena deliziosa – ha fatto amicizia con lo scrittore e lo infastidisce saltando continuamente sulla tastiera del computer.
Mi piacerebbe capire come hanno fatto a realizzare questa scena, ma temo sia solo un’animazione, molto ben fatta.
Fra un po’, già ora, non riusciremo più a distinguere tra immagini riprese e modificate e immagini costruite interamente con il computer.

Il Paradiso probabilmente è un’appassionata dichiarazione d’amore per il cinema, che non ha bisogno di molte parole (la dichiarazione d’amore) e riesce a esprimere una vasta gamma di pensieri (il cinema) inquadrando solo uno sguardo, un dettaglio.

L’homo sapiens è osservato come l’insetto da un entomologo, senza mai modificare l’espressione: curiosità e un po’ di stupore.

Il protagonista cerca un mondo libero dalle follie di Nazareth e cerca anche un produttore per il suo film; cerca la sua casa, ma la sua casa (lasciata quella di Nazareth) non è a Parigi, non è a New York.

Dappertutto c’è la stessa irrazionalità della vita palestinese attuale; dappertutto la stessa paura di essere l’oggetto della minaccia che i nostri simili mettono continuamente in atto per prevalere sugli altri.

Come i giovani muniti di bastoni che corrono in una strada solitaria («ce l’hanno con me?»); come i due fratelli che accusano l’oste di avere dato vino nascosto nel pollo alla sorella e si calmano solo quando il pover’uomo offre loro del whisky e, forse, non gli fa pagare il conto; a quel punto la sorella riprende a mangiare.

Anche la religione può attuare le sue liturgie solo ricorrendo alla violenza, alla Bud Spencer, come nella divertentissima scena iniziale della processione.

Alla fine il protagonista non trova la casa, non trova un posto dove vivere tranquillo, perché, come diceva uno spiritual dei neri d’America, «non c’è un posto quaggiù dove nascondersi».

Ritorna a Nazareth, si adatta al vicino ladro, accontentandosi di fargli innaffiare anche il piccolo limone che ha piantato prima di partire, e osserva i giovani impegnati in un ballo moderno.

In quale posto è possibile sentirsi veramente a casa?
È la domanda che aleggia sul film, la domanda che, alla fine, passa agli spettatori.
La mia risposta è la seguente: mi sento a casa dappertutto nel Mondo.

Mi sembrerebbe limitativo rispondere: mi sento a casa dappertutto in Italia, mi sento a casa dappertutto in Europa, mi sento a casa dappertutto sulla Terra.
Perché limitarmi alla Terra?

Se esiste nell’Universo un altro corpo celeste dove è possibile essere liberi, in pace con sé stessi, perché affermare che quella non può essere la mia casa, solo perché, casualmente, sono nato su questo pianeta?
L’Universo mi sembra una limitazione.

Che ne so? Che ne sappiamo?
L’Universo, di cui conosciamo una minima parte, potrebbe essere limitato; al di fuori di esso potrebbero esistere altri Universi, regolati da leggi fisiche diverse.
Non la solita, banale, legge di gravitazione universale di Isaac Newton, che ci fa stare in ansia quando camminiamo o scendiamo le scale, con la paura di romperci il femore; non la simpatica teoria della relatività di Albert Einstein, che ci fa sognare il viaggio nel tempo, ma non ci spiega come realizzarlo; non il noioso principio di Archimede di Siracusa, che un po’ ci rassicura, ma non troppo, quando decidiamo di farci una nuotata.

Desideriamo un Universo dove un corpo immerso in un fluido riceva una spinta dal basso verso l’alto maggiore del peso del volume di fluido spostato, non uguale, così da riuscire a librarci in volo facilmente, senza neanche la necessità delle ali. Non ci basta poter galleggiare, come ci assicura Archimede, vogliamo volare (senza mongolfiere, pericolose, senza motori a scoppio, rumorosi e inquinanti).

Se esistono altri Universi, con un’altra fisica, e la possibilità di essere liberi, in pace con sé stessi, perché affermare che in quei mondi non possiamo sentirci a casa?
Chi se ne frega della pizza con la scarola! Chi se ne frega dei ricordi e di un’atmosfera che nei ricordi sembra dolce!

Il passato non esiste, non conosciamo il futuro. Non sappiamo che cosa accadrà tra un’ora, o tra qualche minuto, tra cinque secondi.

Perché farci influenzare dalla limitatezza del nostro essere, che vorrebbe costringerci ad ancorarci a una realtà definita, a odori, sapori, immagini che si sono fissate nella mente?
L’unica realtà è questo momento, l’unica qualità della vita a cui non si può rinunciare è la libertà, la possibilità di essere in pace con sé stessi. Conta solo questo, dovunque nel mondo.

I think to myself: What a wonderful World!

Nota

TITOLO: Il giardino dei sentieri che si biforcano (in Finzioni)
AUTORE: Jorge Luis Borges
CASA EDITRICE: Mondadori – I Meridiani Collezione – Borges Tutte le opere

(Pag. 691)
Salii nella mia stanza; chiusi a chiave, assurdamente, la porta e mi stesi sullo stretto letto di ferro. Dietro la finestra aperta c’erano i tetti di sempre e il sole obnubilato delle sei.
Mi parve incredibile che questo giorno senza premonizioni né simboli fosse quello della mia morte implacabile.
Con tutto questo: che mio padre era morto; con tutto questo: che ero stato bambino nel simmetrico giardino di Hai Feng: io, ora, stavo per morire?
Poi riflettei che ogni cosa, a ognuno, accade precisamente, precisamente ora.
Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti; innumerevoli uomini nell’aria, sulla terra e sul mare, e tutto ciò che realmente accade, accade a me.