
16 novembre 2021 h 17.45
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi
Altri film del regista: // Asteroid City // L’isola dei cani //
Tra realtà e finzione, l’arte dell’illusione
// Povere creature! [Poor things] // Asteroid City // Gli ultimi giorni dell’umanità // Babylon // Everything Everywhere All At Once // Finale a sorpresa // La fiera delle illusioni // Otto e mezzo // The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun // C’era una volta a Hollywood // Notti magiche //
“The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun”, regia di Wes Anderson.
Mentre nelle sale gira “La trama fenicia”, riprendo un film precedente di Wes Anderson; mi piacque molto, a cominciare dal titolo.
Nell’immagine che accompagna il commento ho inserito due copertine della “Domenica del Corriere” che hanno a che fare, ma solo in senso lato, con la trama del film.
Wes Anderson – americano di Houston, Texas – probabilmente ignora la Domenica del Corriere; il giornale del titolo è completamente inventato, ma mi ha ricordato il settimanale della nostra (della mia) infanzia.
La traduzione completa di “The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun” è: “Il supplemento francese del giornale Sole al tramonto di Liberty, cittadina del Kansas”. Sono inventati il giornale americano (Evening Sun) e il suo supplemento stampato in Francia (the French dispatch).
La lingua inglese è molto più sintetica dell’italiano: basta mettere le parole una dopo l’altra e si compone la frase.
Wes Anderson ama accatastare roba.
In due mostre (“Il Sarcofago di Spitzmaus e altri tesori”: Vienna tra il 2018 e il 2019 e Milano tra il 20 settembre 2019 e il 13 gennaio 2020) ha lavorato, insieme alla sua compagna Juman Malouf, sulle migliaia di collezioni di due musei viennesi, estraendone ed esponendo centinaia di oggetti messi in relazione attraverso percorsi storici o analogici (oggetti dello stesso colore, oggetti rari o aventi la stessa funzione in epoche diverse, strumenti di misura, clessidre, ritratti di bambini, di nobili o di persone comuni, coralli, meteoriti, fossili, animali imbalsamati, esotici o comuni, eccetera).
I criteri più diversi, sempre sorprendenti, collegavano gli oggetti esposti. Mancava, o era difficile intravedere, un filo conduttore, se si esclude lo sguardo fantasioso di un bambino che naviga tra le vetrine con gli occhi spalancati per lo stupore. Questa è la personale interpretazione di un incredibile accumulo di oggetti, ciascuno con il suo cartellino e la sua spiegazione. Si finiva col perdersi, ma forse questo era nelle intenzioni dei curatori della mostra.
Anche nei film il regista ama accumulare racconti e personaggi che collega con un filo sottilissimo nel quale la fantasia e l’ironia prevalgono sul ragionamento e sull’unità di tempo, di luogo e di azione.
Utilizza tutte le possibilità che il cinema offre, le più recenti e le antiche; riscopre le vecchie tecniche che gli altri hanno abbandonato da tempo.
Per realizzare “L’isola dei cani”, un film di animazione del 2018, ha utilizzato lo stop motion (in italiano: passo uno), un sistema che il mondo digitale ha fatto sparire.
Consiste nel disegnare o realizzare materialmente i personaggi per poi fotografarli e riprenderli nelle diverse posizioni o espressioni con una cadenza di 24 frame al secondo; il risultato è l’illusione del movimento. Così si faceva una volta.
Ne “L’isola dei cani” Wes Anderson ha ripreso non 24 ma 12 frame al secondo, ottenendo un movimento meno fluido ma più corrispondente alla tradizione richiamata dall’ambientazione giapponese del film.
Nell’animazione made in Japan (si chiama “anime”, mentre i “manga” sono i fumetti stampati su carta) i personaggi da sempre si muovono a scatti: è la carta d’identità dei film di animazione giapponesi.
Lo stop motion è costoso sia in termini economici, sia per la fatica necessaria per realizzarlo (squadre di disegnatori e fotografi), ma, in compenso, rispetto ai programmi informatici attuali gestiti dalla solita IA, dà consistenza, corposità alle scene.
Immagino come Wes Anderson si sia divertito con tutti quei cagnolini che, ripresi con la frequenza di 12 frame al secondo, gli hanno consentito di realizzare un film di animazione moderno per concezione e trama, costruito con una tecnica antica.
Questa esperienza ha influenzato i film successivi: “The French Dispatch”, “Asteroid City” e l’ultimo, complicato, che sta girando attualmente nelle sale. Non solo contengono intere sequenze di animazione, ma fanno pensare ai cartoni animati la postura degli attori, i loro movimenti a scatti, l’elasticità del corpo, la sopravvivenza a qualunque accidente, – in “La trama fenicia” si seguono attentati, atterraggi forzati di aeroplani che si riducono in monconi fumanti da cui il personaggio principale esce ammaccato, ferito, con un occhio gonfio e un organo interno in una mano, ma salvo – le lotte a colpi di karate, le cadute a ripetizione dalle scale.
Wes Anderson possiede la collezione completa del periodico statunitense The New Yorker (fondato nel 1925 e ancora pubblicato nel 2025 con cadenza settimanale); ama le riviste che, insieme ai quotidiani, hanno fatto la storia del giornalismo nel secolo scorso.
Da noi quel tipo di giornale era rappresentato da La DOMENICA del CORRIERE (1899 – 1989). Notare che era nato più di venti anni prima del New Yorker: si sa che siamo stati maestri in molti campi, anche se non di tutti possiamo essere fieri.
Immagine a colori pastello sulla copertina – colori che Wes Anderson predilige nei suoi film – per richiamare il tema più emozionante del momento e più adatto a coinvolgere i lettori. Disegni e fotografie illustravano gli articoli, divisi per argomenti; il lettore sfogliava il giornale e trovava le rubriche di maggiore interesse.
Grandi giornalisti e scrittori mossero i primi passi sulle pagine della DOMENICA del CORRIERE: Luigi Barzini, Dino Buzzati, Indro Montanelli, che ne fu anche direttore per breve tempo nel primo dopoguerra.
La domenica, purtroppo, non si distingue più dagli altri giorni della settimana, è diventato la fine del weekend, il giorno più leopardianamente sfigato.
Dove sono finiti la messa, la visita degli zii, il pranzo in famiglia, tutto il calcio minuto per minuto? La giornata della domenica cominciava, dopo il lento risveglio, con la pulizia settimanale del corpo che avveniva, prima della diffusione di vasche da bagno e docce, a zone (parte inferiore, intermedia, superiore) e si concludeva con lo shampoo all’uovo (marca diffusa e pubblicizzata con questo nome).
Con l’apertura dei supermercati nel giorno un tempo dedicato al riposo e al sacro molto materiale presente nel cattolicesimo, credevamo si rovinasse solo la domenica delle commesse (il consumatore, egoista per definizione, pensava: chi se ne frega). Sbagliavamo. Si è allargata l’ideologia consumistica. Il supermercato aperto la domenica funziona? Fa aumentare le vendite? Mettiamone dieci, venti, solo apparentemente diversi, dentro a uno scatolone di cemento da cui sia difficile scappare. È nato il CENTRO COMMERCIALE, una specie di buco nero che attrae tutto ciò che ha una massa, tutto ciò che è consumo, praticamente tutto.
Per molti (troppi!) la passeggiata domenicale è diventata la passeggiata sulle scale mobili, tra gli scaffali, dietro ai carrelli, dentro corridoi enormi di cemento armato e vetro, somiglianti alle ali nuove dei cimiteri, progettate dagli stessi architetti. Fare la spesa si è trasformato da necessità in passatempo a cui dedicarsi nel giorno di riposo.
Nell’epoca di «Domenica è sempre Domenica / si sveglia la città con le campane …» (Renato Rascel) le tirature della DOMENICA del CORRIERE raggiunsero e superarono il milione di copie vendute. Sulla sua scia nacquero molti settimanali: Oggi, Europeo, Epoca, Panorama, L’Espresso; cito solo quelli che mi vengono in mente. Si rivolgevano a lettori diversi: le clienti dei parrucchieri (i maschi trovavano il giornale sportivo dal barbiere), i pazienti in attesa negli studi medici, le persone fornite dell’istruzione media, che intanto, con l’obbligo scolastico, si diffondeva.
Portarono nelle case l’abitudine alla lettura, alla riflessione sugli avvenimenti politici, di cronaca, di costume, molto più approfondita delle attuali chiacchiere televisive nei talk show. Non perché la gente fosse più intelligente, ma perché la lettura è un’operazione più intelligente dell’ascolto passivo. Senza contare che la partecipazione, attualmente agevolata dalla diffusione di internet, è stata presa in ostaggio dai bulli da tastiera.
All’interno dei settimanali si trovava il fatto di cronaca nera con le interviste all’assassino, ai vicini di casa, ai parenti, al prete, al poliziotto, al morto. Le imprese di Walter Bonatti e dei vari scalatori ed esploratori, come, in precedenza, la sfortunata spedizione al polo nord del generale Nobile sul dirigibile Italia, erano temi prediletti e approfonditi, con interviste agli eroi, agli accompagnatori, ai salvatori, agli sherpa in un caso o agli orsi polari nell’altro.
Gli autori degli articoli erano giornalisti e scrittori che andavano nei posti o facevano credere di esserci andati e arricchivano il racconto con gli strumenti della letteratura. Per questo motivo i loro testi si leggevano, e si leggono ancora oggi, con piacere.
I lettori si informavano, imparavano l’italiano, sognavano, aiutati dai disegni di Achille Beltrame, poi di Walter Molino.
Mi sono riferito a La DOMENICA del CORRIERE per ‘tradurre” il tema del film perché questo settimanale fa parte dell’esperienza e dei ricordi più remoti degli appartenenti alla mia generazione. Anch’io ho sempre amato sfogliare i vecchi giornali.
Quando stavo a Napoli passavo ore nella Biblioteca Nazionale a leggere il “Giornale del Regno delle Due Sicilie”, soprattutto del periodo immediatamente precedente e successivo allo sbarco dei garibaldini a Marsala.
Negli anni settanta La DOMENICA del CORRIERE imboccò la fase calante che la portò alla chiusura nel 1989.
Gli studenti non leggevano i “giornali della borghesia”; leggevano i fogli ciclostilati dei gruppuscoli o severe riviste come “I Quaderni Piacentini” (Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi, Goffredo Fofi).
A salvaguardare il senso dell’ironia, per fortuna, restavano i fumetti, i libri, i film; si affermavano alcuni programmi e personaggi televisivi (a partire da “Un due tre” di Tognazzi e Vianello).
Gli adulti giravano con il giornale piegato e inserito nella tasca della giacca; dalle grandi tasche usciva la testata: Unità, Corriere della sera, il Mattino, la Nazione, il Messaggero, Paese sera. Il giornale si portava dietro perché si leggeva interamente, dalla prima all’ultima pagina, necrologi compresi. L’articolone (o articolessa) di terza pagina si rileggeva e si discuteva nel bar o nella Casa del Popolo.
A sinistra (in casa PCI) si leggeva Rinascita, rivista fondata da Palmiro Togliatti; sospese le pubblicazioni nel 1989 per eccesso di debiti (stesso anno della chiusura della DOMENICA).
Con la direzione di Alberto Asor Rosa ci fu un estremo tentativo di resuscitarla; seguì una polemica corrosiva, con colpi bassi, pubblicazione di lettere private (le mail e i tweet erano di là da venire) tra il neo direttore e Massimo Cacciari che, dopo un’iniziale adesione al progetto, non era entrato nella resuscitata Rinascita perché Asor Rosa intendeva metterla dalla parte del no al cambiamento del nome del partito proposto da Achille Occhetto (si discusse a lungo su “la cosa”, nome provvisorio, e Nanni Moretti ne ricavò un film-documentario). L’inserto Cuore de L’Unità uscì, se non ricordo male, con il titolo in prima pagina: ci chiameremo Partito Comunistissimo.
Rinascita risorse, ma rimase in vita precaria fino al febbraio 1991, quando la pubblicazione fu interrotta definitivamente.
Eravamo entrati in un altro mondo: dopo la caduta del muro di Berlino non avevamo più voglia di informarci attraverso il filtro di disegni color pastello che addolcivano le cose brutte della realtà e esaltavano le belle o di severe riflessioni di filosofi che pensavano di poter indirizzare il corso della politica.
Il giornale amato da Wes Anderson, americano del Texas, ovviamente non è La DOMENICA del CORRIERE, è The New Yorker.
L’Evening Sun e il suo supplemento francese sono giornali immaginari, perfetti nella forma, nei contenuti, nei personaggi che li realizzano e li animano.
L’omaggio di Wes Anderson al giornalismo come si faceva una volta si realizza costruendo un giornale perfetto in tutte le sue componenti: articoli, direttore, redattori – tra i quali uno che mangia in continuazione, legge un libro, si disinteressa a ciò che accade e non scrive mai.
Il giornale viene “tradotto” in film.
Ci lavorano impiegati, un’esperta di grammatica, il fattorino, il cameriere con il vassoio in equilibrio su una mano sola – l’altra gli serve per aprire le porte, versare le bibite nei bicchieri, accendere le candeline sulla torta quando si festeggia una data.
In bella evidenza le macchine per scrivere e le rotative.
Non è un omaggio malinconico alle “buone cose di pessimo gusto”. C’è allegria e ironia.
Artista è chi crea la realtà. Wes Anderson ce lo ricorda con almeno due storie estratte dal giornale e raccontate dai redattori che le hanno seguite.
(Prima storia) Il pittore pazzo rifà sempre lo stesso quadro astratto, un nudo in pose diverse attentamente studiate: «Vedete la ragazza? No? Fidatevi! Lei c’è» dice Julian Cadazio agli zii che guardano stupiti il quadro.
(Seconda storia) Lo chef cinese scopre un gusto nuovo, interessante, nel veleno aggiunto a un pasto per sventare un rapimento. Quando ricomincerà a cucinare sicuramente aggiungerà al menù il Tortino di Merlo al veleno (per stomaci forti).
Riprenderò queste due storie più avanti (è ovvio che chi non ha visto il film ed è sensibile allo spoiler fa bene a interrompere la lettura).
Ripetiamo. Il supplemento settimanale dell’Evening Sun di Liberty in Kansas viene stampato in Francia e spedito ai lettori americani interessati a conoscere la cultura europea (rimanendo abbarbicati alla propria cultura).
I suoi articoli sono, insieme al direttore, ai giornalisti e agli scrittori, i personaggi principali del film.
Lunghi articoli più un necrologio che i redattori, riuniti nella sede per festeggiare il compleanno del direttore improvvisamente scomparso mentre era al suo posto di combattimento, si accingono a scrivere insieme – in presenza del cadavere che non si è potuto spostare per uno sciopero degli addetti all’obitorio – per ricordare l’uomo che ha guidato e amministrato il giornale con metodi personali, imponendo una sola regola: non si piange nel mio ufficio (nel caso qualcuno fosse licenziato).
Per il resto il direttore Arthur Howitzer Junior (un grande Bill Murray) accettava le richieste, a volte dispendiose, degli scrittori che lavoravano per il supplemento – le migliori penne americane sparse in Europa – dando solo qualche consiglio sulla scrittura, per esempio: «Fallo sembrare come se tu l’avessi scritto così di proposito», «Just try to make it sounds like you wrote it that way on purpose».
La chiave è nell’espressione “fallo sembrare …”, “make it sounds like …”, (letteralmente) “fa che suoni come se …”. Saggio consiglio per un giornalista, per uno scrittore, per chiunque scriva qualcosa con l’intenzione, o la speranza, di farlo leggere agli altri. Se la prima parola non fosse anche, in italiano, un sostantivo che si presta ad equivoci, “fallo sembrare” potrebbe essere il motto di una casa editrice o di un giornale. Lo scrittore deve essere capace di scrivere in modo da far sembrare che abbia scritto così di proposito.
«Il poeta è un fingitore. / Finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente». (Fernando Pessoa). Va bene anche sostituendo poeta con scrittore, anzi mi sembra vada meglio.
Il primo articolo raccontato dal giornalista che lo ha scritto si chiama “Il reporter in bicicletta”, un giro della cittadina francese Ennui-sur-Blasé dove ha sede la redazione del supplemento. La guida è Owen Wilson in bicicletta (il personaggio si chiama Herbsaint Sazerac).
Ennui-sur-Blasé, frutto della fantasia del regista, come il giornale e il supplemento, un po’ assomiglia a Parigi.
Il giro in bicicletta serve a presentare, in sintesi e per quadri che dividono in due lo schermo (prima e dopo), i cambiamenti avvenuti nella cittadina negli ultimi duecentocinquanta anni.
Il passato, il presente e, qualche volta, il futuro: il quartiere dei muratori, il quartiere delle macellerie, il quartiere dei ladri, eccetera; a sinistra com’erano, a destra come sono nel tempo presente dell’articolo o come diventeranno in futuro.
Il reporter che ci guida mostra tutto, resiste alle spinte del direttore tese ad addolcire gli argomenti (Herbsaint Sazerac tronca il discorso con «Non mi piacciono i fiori»). Il direttore cede sempre, si limita a qualche piccolo consiglio.
Il giornalista mostra anche le colonie di ratti nei sotterranei della ferrovia metropolitana, le colonie di gatti sui tetti, le colonie di anguille nei canali, le prostitute e i gigoló in attesa, ora come allora, dei clienti.
Così va avanti la descrizione, molto divertente, con gli incidenti dovuti alla distrazione del giornalista in bicicletta che con una mano regge il manubrio, nell’altra porta il taccuino e guarda verso di noi.
In questa parte, ma un po’ in tutto il film, mi è venuto in mente Zelig di Woody Allen (1983).
Come il film di W.A., The French Dispatch, con l’apparenza del documentario, ricostruisce una realtà utilizzando a piene mani l’inventiva dell’autore, il tutto condito da dosi abbondanti di ironia.
È molto più complesso di Zelig, contiene una quantità enorme di riferimenti. Per coglierli tutti ci vorrebbe la cultura cinematografica di Wes Anderson (purtroppo non siamo più in tempo per costruirla) e la possibilità di rivedere il film al rallentatore, data la rapidità estrema. Siamo continuamente sollecitati da cambi di tempo e di luogo.
Ciascun articolo, declamato dal giornalista o dalla giornalista, o commentato e illustrato in un’intervista, è preceduto dalla pagina del giornale, con l’indicazione esatta della rubrica in cui è inserito.
In alcuni punti è difficile seguire il parlato veloce in due lingue (francese e inglese), anche perché le immagini sono così belle da spingerci a trascurare i sottotitoli, a volte necessari per lo slang e per la rapidità del parlato.
Potrebbe aiutare il doppiaggio, ma se si ha la possibilità di vedere il film in lingua originale, come è capitato a me, è sempre meglio. Wes Anderson ha accatastato parecchi grandi attori, come fa sempre, alcuni per particine minuscole, veri e propri cammei.
Dopo il giro in bicicletta, un lungo articolo (Prima storia). La scoperta di un pittore astratto, naturalmente pazzo, detenuto in un manicomio criminale francese per avere decapitato due avventori di un bar in un momento di follia annunciata da una specie di ruggito compresso (grande Benicio Del Toro).
Le capacità artistiche di questo pittore sono prima scoperte da Simone (nome francese, femminile), una guardia addetta alla sorveglianza e alla realizzazione di corsi d’arte per i detenuti.
Simone diventa amante dell’artista, sua modella ispiratrice e guida.
Si mette in pose scolpite, mantenendo sempre il controllo della relazione, poi si riveste da guardia, rimette addosso al folle la camicia di forza e lo riporta in cella.
Un mercante d’arte, Julian Cadazio, detenuto per evasione fiscale, scopre le qualità artistiche del folle assassino, compra i suoi primi quadri promettendo grandi somme e, intanto, pagandolo con sigarette e marron glacé. Uscito di prigione, lo porta all’attenzione del mondo intero, investendo sulle sue opere.
L’artista crea l’opera, il mercante d’arte crea l’artista.
La storia è così densa di svolte inaspettate che non è possibile, e sarebbe inutile, raccontarla in tutti i dettagli. Mi fa ancora ridere, nel ricordo, l’espressione del volto di zio Nick e zio Joe, interpretato da Henry Winkler, il vecchio Fonzie di Happy Days: un piacere rivederlo. I due vecchi seguono passivamente le scelte del nipote (Adrien Brody) che investe i loro denari sul pittore pazzo, ma non riescono a evitare uno sguardo oscillante tra lo stupore e la disperazione.
Fra gli omaggi e i riferimenti ad altri film, ne ho individuato uno a The Young Pope (2018) di Paolo Sorrentino: quando Simone cammina al rallentatore davanti alla sequenza degli affreschi su cemento armato. Sono pochi fotogrammi; mi hanno ricordato la camminata del giovane papa, che si ripeteva all’inizio di ogni puntata della serie. Possibile sia un omaggio a un collega stimato? È possibile.
Segue l’articolo sul maggio francese, scritto da una giornalista di mezza età che osserva, partecipa e descrive i moti degli studenti e teme solo una cosa: essere presa per una vecchia zitella. In questo personaggio e in tutto l’articolo c’è un sottile gioco, che riguarda anche il modo in cui si manifestò il femminismo in quegli anni.
La giornalista è interpretata da Frances McDormand, per fortuna scappata dal furgoncino di Nomadland (uno dei film più brutti di questa brava attrice).
Lo studente contestatore è Timothée Chalamet; finalmente interpreta un personaggio ironico, si prende un po’ in giro o prende in giro gli ultimi personaggi che lo hanno reso famoso: ha il volto immobile che esibisce in “Dune” e in “Un giorno di pioggia a New York”, assomiglia allo studente chitarrista che interpretava in “Lady Bird”. Qui è in partita: non è un campione, secondo me, però, con un regista come Wes Anderson, fa il suo gioco e segna o manda in goal la vera fuoriclasse: Frances McDormand.
Fisico asciutto, adolescenziale, sigaro perennemente tra i denti, si chiama Zeffirelli – non ho idea se ci sia un riferimento al nostro, ma non lo vedo, non credo; si fosse chiamato Bernardo o Jean-Luc il riferimento sarebbe evidente, ma credo rappresenti un tipo umano che ebbe successo in quel periodo, più che uno specifico regista o scrittore o personaggio famoso.
È lo studente che si pone naturalmente, ed è accettato, alla testa del movimento: gli altri gli girano intorno.
Zeffirelli, quello del film, va a letto con la giornalista americana di mezza età che teme di passare per zitella. La giornalista corregge gli errori di grammatica nel manifesto e aggiunge di sua iniziativa un’appendice respinta dalla studentessa contestatrice che si avvia sulla strada del fanatismo ideologico. Qui c’è la evidente presa in giro delle discussioni infinite che impegnavano gli studenti dei gruppuscoli nella redazione dei manifesti, discussioni che non evitavano gli errori di grammatica.
Gli adulti (genitori, autorità) non capiscono la situazione. Solo la giornalista capisce, risolve la discussione con la contestatrice invitando i due a fare l’amore. Fra tutte quelle chiacchiere non ci avevano pensato, se n’erano dimenticati. La ragazza dice: «Sono vergine!» Zeffirelli dice: «Anch’io! Tranne …» e guarda la giornalista; i due ragazzi partono insieme sulla moto.
Zeffirelli muore in un incidente sull’antenna della torre radio pirata e diventa, ovviamente, una specie di Che Guevara.
Segue l’articolo a cui si è già accennato (Seconda storia): cucina e cronaca nera.
Il grande cuoco cinese Nescaffier, al servizio del commissario di Ennui-sur-Blasé, riesce a liberarne il figlio rapito da una banda che si è asserragliata in un edificio e minaccia di uccidere l’ostaggio.
Chi può rinunciare a un pasto cucinato dal famoso chef? Nessuno. Nemmeno una banda di rapitori. La soluzione è inviare alla banda, in una pausa delle sparatorie con la polizia, un pasto avvelenato preparato da Nescaffier.
Il capo della banda non si fida: dev’essere lo stesso Nescaffier a servirli e deve mangiare per primo.
Lo chef porta un tortino di merlo contenente veleno.
Mangia per primo, sapendo che il suo stomaco soffrirà ma, abituato a tutto, resisterà al veleno.
Sa che il ragazzo non mangerà un pasto contenente ravanelli, li detesta e non li ha mai mangiati.
Il tranello funziona, i rapitori muoiono avvelenati, ma lo chef non ha calcolato che l’autista della banda odia i ravanelli, anche lui.
L’autista si porta via il ragazzo in macchina.
Segue un inseguimento per le vie di Ennui-sur-Blasé: una lunga, divertente sequenza animata che finisce con la liberazione dell’ostaggio.
L’articolo è raccontato dall’autore in una intervista televisiva nella quale si alternano le descrizioni paradossali degli ambienti interni al commissariato con il commento dello scrittore dotato di memoria tipografica (non ha memoria fotografica, anzi ha scarsa memoria, ma ricorda tutto ciò che è stampato con i caratteri tipografici).
Ho parlato di Zelig; mi viene in mente un altro esempio di questo modo di raccontare, un esempio che non viene dal cinema ma dalla letteratura: Il Circolo Pickwick di Charles Dickens.
Qualcuno può pensare che sia un’affermazione eccessiva, motivata dalla passione per un autore che mi ricorda i grandi del passato, per esempio Lubitch. Forse qualcuno non ha tutti i torti.

