(30 aprile 2022 h 18.00)
Cinema Teatro Odeon Firenze – piazza degli Strozzi

Altri film: //Il mio capolavoro // Il cittadino illustre (in questo commento) //

Il regista argentino Gastón Duprat è autore, a volte insieme a Mariano Cohn, di alcuni dei film più belli che ho visto negli ultimi anni.
Non solo belli: ti rimangono dentro e ti consentono di fare passi avanti, da diversi punti di vista. Sono film necessari, non bisogna farseli scappare.
Elenco quelli che ho visto e caldamente consiglio di vedere.
Il cittadino illustre (2016), regia di Gastón Duprat e Mariano Cohn;
Il mio capolavoro (Mi obra maestra), 2018, regia del solo Duprat;
Finale a sorpresa (Competencia oficial), 2022, regia di Gastón Duprat e Mariano Cohn.
Tra l’altro sono film anche divertenti.

Il mio capolavoro è commentato su questo sito, con un’ampia digressione su un pittore e su una vicenda che mi emoziona: Modigliani e Jeanne.
Il pittore Renzo Nervi ha vissuto fasi alterne nel mercato dell’arte: in alcuni periodi è stato apprezzato (i suoi quadri si vendevano), in altri dimenticato – qualcuno addirittura credeva fosse morto.
La sua vita è un inno all’egocentrismo, forse necessario perché un artista possa esprimersi in pieno.
Il film pone la domanda: qual è l’obra maestra, il capolavoro di Renzo Nervi?
Secondo me il capolavoro di un artista è la sua vita. Nel commento al film cerco di spiegare il perché.
Occorre precisare: non intendo che un artista per forza abbia o debba avere una vita eccezionale e nemmeno particolare.
Giacomo Leopardi ci mise tanto per riuscire a vedere un po’ di mondo fuori della sua biblioteca e delle grinfie del padre.
Emily Dickinson trascorse, per scelta, molti anni della sua vita tra il letto, la scrivania e un giardino, non vedendo esseri umani diversi dai suoi stretti familiari.
Non molti grandi scrittori hanno avuto la vita avventurosa di Ernest Hemingway o grandi pittori la vita pericolosa di Caravaggio.
Ciò che caratterizza la vita degli artisti e, spesso, la rende un capolavoro, è la coscienza e la volontà, assente nei comuni mortali, di costruirla con le proprie mani. L’artista scalpella la dura pietra della realtà per costruire la propria vita, darle una forma non casuale, non unicamente frutto delle circostanze, ma voluta, persino quando è disastrosa e finisce con un suicidio (come anche succede) o su un letto sporco tappezzato dalle macchie di olio delle scatolette di sardine, ultimo pasto di Amedeo Modigliani prima di morire.
Quella fine, a suo modo gloriosa (lo dico senza nessuna ironia, che non mi permetterei), se l’era scelta lui ed è parte del suo capolavoro, come l’amore di quella ragazza che decise di mettere fine alla propria vita due giorni dopo la morte di Amedeo.

Il mio capolavoro (Mi obra maestra), 2018. Avendo la possibilità, per il confluire di una serie di circostanze, di disegnare la propria vita, di concluderla con un finale a sorpresa – il finale a sorpresa è la chiave dei film di Gastón Duprat e Mariano Cohn – l’artista s’inventa una nuova vita. Con l’aiuto del gallerista che cerca di vendere i suoi quadri e ha per lui una sincera amicizia e ammirazione, crea un vero capolavoro.

«L’artista non copia la realtà, l’artista crea la realtà»; trovo questo pensiero tra gli appunti; non so se è una frase pronunciata nel film o me l’ero segnata come sintesi di ciò che avevo visto sullo schermo il 27 gennaio 2019 (sembra lontanissimo, con tutte le cose che sono capitate dopo).

Cercai gli altri film di Gastón Duprat, che, fino ad allora, mi erano sfuggiti (non sono cinefilo istruito né esperto di cinema; anche ora ne ho visti solo tre).
Mi incuriosì il precedente, diretto insieme a Mariano Cohn: Il cittadino illustre (2016).
Purtroppo non si trova nelle sale – com’è difficile vedere vecchi film al cinema! bisogna aspettare le ricorrenze!
Fui costretto a utilizzare il cosiddetto streaming: scaricare dalla rete.
Con i limiti di uno schermo che non abbraccia interamente lo sguardo (o è lo sguardo che va troppo oltre lo schermo) e non consente di osservare agevolmente i dettagli, anche questo mi sembrò un gran bel film.
Devo ammettere un vantaggio dello streaming: la possibilità di fermare, tornare indietro, rivedere, studiare la sceneggiatura. È come con gli ebook: sono comodi per studiare, prendere appunti, portarseli dietro. Però se voglio abbandonarmi al piacere della lettura ci vuole il libro di carta. Analogamente: il film sullo schermo piccolo per necessità, al cinema per piacere.

Il personaggio principale, come il pittore Renzo Nervi di Il mio capolavoro, è un artista: Daniel Mantovani.
I cognomi italiani ritornano nei film argentini e accarezzano la memoria: ci fanno ricordare che siamo un popolo di emigranti, come testimoniano le immagini in bianco e nero di contadini veneti, liguri o calabresi sulle navi, con le loro povere cose.

Daniel Mantovani è uno scrittore, premio Nobel per la letteratura.
Ha fatto un discorso incisivo nel corso della cerimonia di premiazione; ha dichiarato che il riconoscimento da parte dell’Accademia svedese è inevitabilmente connesso al declino dell’artista premiato, al suo essere divenuto troppo comodo, accettato da tutti, incapace di scuotere; un discorso duro, secondo me anche arrogante, nel momento in cui prendeva il premio. Mentre parlava, il volto dei reali di Svezia e degli accademici si faceva scuro. Poi, come sempre accade, c’è stata l’ovazione del pubblico, a cui si sono associati anche i reali e gli accademici.
Il suo discorso, la reazione delle autorità e l’ovazione finale sembrano quasi un sogno, soprattutto se si pensa a una scena del film più recente dei due registi, Competencia oficial; nella versione italiana il film s’intitola Finale a sorpresa: caso raro di un titolo italiano più efficace del titolo originale (di solito è il contrario).
In Finale a sorpresa un attore serio e orgoglioso del proprio ruolo immagina un discorso analogo che farà quando gli daranno un Oscar e lo rifiuterà (questo è il sogno).
Il premio Nobel a Daniel Mantovani è reale; il discorso e la scena successiva fanno pensare a un sogno coltivato per anni: essere premiato e dichiarare che l’arte non si premia.

Daniel Mantovani è uno scrittore importante, considerato un maestro in Europa; vive a Barcellona in un residence. Dopo il Nobel riceve premi e inviti da tutto il mondo, dalle più prestigiose accademie. Rifiuta sempre.
Anche lui, come Renzo Nervi, ritiene: «gli artisti sono tutti centrati su sé stessi»; l’egocentrismo, per un artista, è necessario. Renzo Nervi è un pittore e applica questo concetto senza riserve, Daniel Mantovani è uno scrittore e lo rende esplicito.
Ha costruito la propria vita lontano dal paese d’origine, l’Argentina. L’ha costruita su misura: il residence è separato dalla città, che Daniel guarda attraverso un vetro o da sopra una terrazza. Una segretaria efficiente gli consulta la corrispondenza e gli risolve i problemi pratici. È còlto in un momento di crisi dell’ispirazione.
Il residence è una bolla isolata dal resto del mondo, come gli ambienti in cui si svolgono le prove di Finale a sorpresa. Con una differenza: i personaggi di quest’ultimo film, la regista e i due attori, rimangono confinati in quel mondo artificiale fino alla fine, artificiale al punto che uno dei tre può risvegliarsi dal coma ed esclamare «hijo de puta» (figlio di puttana); lo scrittore, invece, esce volontariamente dalla bolla e si ritrova nella realtà, nuda e pericolosa.

Daniel Mantovani vive come gli piace vivere, soddisfatto di sé, solo; ritroveremo la solitudine nelle scene iniziali di Finale a sorpresa: l’industriale multimiliardario, per il suo ottantesimo compleanno, si ritrova solo, avendo vicino unicamente il “fedele” assistente personale, che gli smista la posta, prende appunti ed esegue gli ordini.
Notiamo un altro elemento presente nei film della coppia Duprat – Cohn: l’assistente personale. Se vogliamo, nel film che Duprat ha girato da solo, Il mio capolavoro, la sua funzione è svolta, in via amichevole, soprattutto dopo il ricovero in ospedale del pittore e l’inizio di una nuova vita, dal gallerista che vende i quadri e risolve i problemi.
In Finale a sorpresa hanno un assistente personale (qualcosa di più di un segretario o di una segretaria) anche l’affermata regista Lola Cuevas e l’attore famoso Félix Rivero.

Il grande scrittore si nega; rifiuta i premi, le interviste, le partecipazioni a eventi.
Rifiuta di tornare nel paesino dove ha vissuto la giovinezza e ha trovato i personaggi dei suoi romanzi: Salas – nella provincia di Buenos Aires (provincia molto estesa).
Il sindaco del paesino lo ha invitato per dargli un riconoscimento come cittadino illustre, chiedergli di partecipare alla giuria di un premio di pittura e di tenere un corso di letteratura per i suoi lettori, desiderosi di conoscerlo.
Manca da quarant’anni dal paese d’origine, che ha nutrito i suoi libri con i personaggi incapaci di scappare da quell’ambiente ristretto. Dice: «Credo di avere fatto una sola cosa nella vita: scappare da quel posto. I miei personaggi non erano capaci di andarsene, io di tornarci».

Non ha più rapporti, legami; solo ricordi. Per quarant’anni non è voluto tornare nel “natio borgo selvaggio” (non è una metafora, perché il paese è veramente abitato da selvaggi muniti di automobili).
I ricordi non sono tutti buoni, il suo modo di vivere è lontanissimo dal modo in cui si vive in quel paesino sperduto, alla mercé dei potentati locali che usano metodi spicci per affermare i propri interessi e le proprie ragioni.

Qui si vede l’originalità dei due autori. Di solito il ritorno ai luoghi dell’infanzia è rappresentato come un ritorno agli affetti, ai valori del tempo antico, abbondantemente mitizzati.
Anche in Nuovo Cinema Paradiso, di Giuseppe Tornatore, il ritorno a casa del regista, diventato anch’egli “cittadino illustre”, fuggito da giovane per aprirsi delle possibilità che il paesino siciliano non poteva offrirgli, è colmo di romanticismo.
Nel film di Duprat – Cohn, invece, i compagni di scuola, l’ambiente rimasto arretrato, inchiodato al passato, sono l’inferno da cui lo scrittore ha fatto bene a fuggire via e nel quale ricasca. Un po’ mi ricorda Cane di Paglia (Sam Peckimpah, 1972), dove a tornare a casa è la ragazza, che si trascina dietro il matematico imbranato e incapace di difendersi, all’inizio.

Dopo avere rifiutato l’invito a tornare nel paesino per ottenere il riconoscimento di “cittadino illustre”, Daniel ci ripensa e accetta, forse spinto dall’idea di trovare nuovi stimoli per la scrittura.
Li troverà, anche se a caro prezzo.

Ritrova il primo amore, Irene, che lasciò per darsi la possibilità di una vita diversa. Irene è, evidentemente, ancora innamorata di Daniel; rimasta sola, ha sposato Antonio, un uomo rozzo, bestiale, compagno di scuola dello scrittore.
Antonio e Irene hanno una figlia che si butta letteralmente nel letto di Daniel perché desidera scappare via dalla grettezza del paese.

I notabili si irritano quando Daniel boccia i loro tentativi di produrre cultura (la loro concezione della cultura) dipingendo quadri ridicoli.
Ben presto l’ammirazione iniziale per il cittadino illustre si trasforma in delusione (ognuno aveva da chiedergli qualcosa, come a un taumaturgo), poi in astio che gradualmente produce aggressività e sfocia nella violenza.

Interessante la risposta a una domanda, nel corso di una conferenza per presentare l’ultimo libro, che s’intitola Il cittadino illustre appunto. Daniel racconta la sua avventura nel paese natio.
La domanda è: «Quanto c’è nel suo libro di pura fantasia e quanto di realtà?» Risposta: «Questo non ha importanza. La realtà non esiste. Non ci sono fatti, ci sono interpretazioni.»
L’artista crea la realtà: l’avventura vissuta dallo scrittore tornando a casa dopo quarant’anni è vera anche se non fosse avvenuta. È vera perché si trova raccontata nel libro e perché l’abbiamo vista nel film.

In Finale a sorpresa (Competencia oficial), i personaggi sono gente del cinema e del teatro.

Per fortuna l’Odeon (anche lo Spazio Uno) ci dà la possibilità di vedere i film in lingua originale con sottotitoli in italiano. Mi fa piacere sentire la bella lingua spagnola e considero un delitto doppiare le voci di tre attori di gran classe: Penélope Cruz, Oscar Martinez, Antonio Banderas (ringiovanito rispetto a Dolor y gloria di Pedro Almodóvar e, probabilmente, rispetto alla sua età). Gli italiani possono capire a orecchio la lingua spagnola, con l’aiuto delle didascalie.

C’è un vecchio imprenditore, ricchissimo, circondato da inutili regali per gli ottant’anni, che avverte il vuoto della sua vita e cerca di riempirlo con un progetto in cui buttare un po’ di soldi.
Che cosa faccio? Si domanda: il solito ponte? No, butterò i soldi in un film che serva a ricordare il mio nome per l’eternità e oltre: questa è la mentalità dei vecchi miliardari (milionari in euro) rincoglioniti; per fortuna non possono comprare vita: immagino Berlusconi come si butterebbe nell’impresa.
Gli servono i diritti di un libro famoso. Li compra senza neanche preoccuparsi di leggerlo.
Su suggerimento dell’assistente personale, dà incarico di dirigere il film alla migliore regista in circolazione. Dà carta bianca alla regista per la scelta dei migliori attori.

La regista, naturalmente eccentrica, sceglie due attori che sono agli antipodi: uno, Félix Rivero, è una star hollywoodiana, l’altro, Iván Torres, è un attore di teatro, docente di recitazione, rigoroso difensore della superiorità della propria arte rispetto ai gusti del volgo ignorante; desidera vincere il premio Oscar per avere la soddisfazione di rifiutarlo. Intanto prepara il discorso di rifiuto davanti allo specchio. È questa la scena che richiama l’incipit di Il cittadino illustre, con un riferimento ironico, anche perché interpretata dallo stesso attore.

Nel film che vediamo noi si fanno le prove di un film tratto da un romanzo che parla della competizione tra due fratelli a cui corrisponde la competizione, che si manifesta con tante azioni di guerriglia, tra i due attori impegnati nelle prove, consistenti in esercizi strani e divertenti ma non lontani dalla realtà di quest’arte un po’ bizzarra.
Entriamo dietro le quinte del mondo del cinema, un mondo in cui tutto è finzione: la roccia di cinque tonnellate è di cartone, i premi importanti e i premi del cuore si possono ridurre in pezzettini, gli appelli di Félix per salvare il delfino rosa fanno ridere; anche la malattia e la morte sono finte e dal coma ci si risveglia mormorando «hijo de puta».
Immagino un film successivo, un sequel, con il fratello “resuscitato”, la stessa regista, lo stesso Félix Rivero – che ha stretto la mano, provvisoriamente, di Iván Torres redivivo – lo stesso produttore che non ha buttato i soldi ma ne ha accumulato altri, come Paperon de’ Paperoni, grazie a questa attività imprenditoriale.
Assistiamo alla esibizione di due concezioni antitetiche dell’arte di recitare e alla follia pura di attori e registi che ogni tanto produce un’opera d’arte.
Prova superba di Penélope Cruz, Oscar Martinez, Antonio Banderas; film molto divertente e istruttivo.