(16 febbraio 2022 h 18.30)
Cinema Arsenale Pisa – SALA SAMMARTINO

Voci dalla Cina
// In the mood for love // One second // Mr Long (attore cinese, ambientazione giapponese) // Alla ricerca di Van Gogh //

Mogli, mariti, amanti
// Settembre // Tromperie // In the mood for love // After love // Drive my car // Otto e mezzo // Illusioni perdute // Cold war // Il filo nascosto // The party // Made in Italy //

Il regista cinese Wong Kar-wai si è formato e ha lavorato per molti anni a Hong Kong, il territorio nel sud-est della Cina rimasto autonomo (protettorato britannico) fino al 1997, poi divenuto Regione amministrativa speciale, continuando a godere di una forma di precaria autonomia che in questi anni viene messa in discussione dal potere centrale. La vita di Hong Kong assomiglia alla vita di un gatto messo nella gabbia di una tigre: la tigre lo lascia miagolare, ma tutti sanno che un giorno deciderà che è arrivato il momento di farne un solo boccone.

In the mood for love (2000) è il racconto di una storia d’amore mancato; si svolge negli anni sessanta, quando Hong Kong era protettorato britannico e la gente comune, alle prese con i piccoli problemi quotidiani, subiva le conseguenze della grande storia, della grande politica, dei rapporti (aperture, chiusure) tra Stati Uniti e Repubblica popolare cinese: la tigre era vicina di casa del gatto, non ancora convivente.

Il film ci fa conoscere alcuni aspetti della quotidianità in questo posto molto particolare.

Siamo nel 1962; molti cinesi provenienti dalla Cina di Mao si sono rifugiati a Hong Kong: si è determinata una notevole carenza abitativa.
Mrs Su, sposata Chan, segretaria in un ufficio, e Mr Chow, giornalista, anche lui sposato, devono accontentarsi di camere ammobiliate con uso di cucina, date in affitto dai proprietari degli appartamenti: una sostanziale coabitazione con sconosciuti. I coinquilini si scambiano saluti, fanno conoscenza, ogni tanto pranzano insieme; la padrona di casa, con parecchia enfasidice: «siamo tutta una famiglia».

Il marito di Mrs Su e la moglie di Mr Chow si vedono poco; quando si vedono sono di spalle. Fanno lunghi viaggi all’estero per lavoro, spesso vanno in Giappone; al ritorno portano un regalo ai consorti: roba di buona qualità, molto apprezzata, che si fa notare.
Mrs Su (una donna elegante) e Mr Chow (un uomo educato) si incrociano nel corridoio, entrando e uscendo dalle stanze; si salutano, scambiano qualche parola di cortesia.

La cinepresa è discreta, si muove poco o è ferma; piano americano o piano medio (da sotto le ginocchia o dalla vita in su). Non vediamo molto degli ambienti ripresi.

È passata una settimana da quando ho visto il film (inizialmente pensavo di non scrivere un commento); provo a elencare gli ambienti a memoria, come mi vengono in mente.

La stanza di Mr Chow: solo un letto e un tavolo.
La stanza comune: ripresa dall’ingresso, si vede di scorcio; una parte del tavolo che sembra riempire la stanza, al quale, a volte, i coinquilini si siedono per pranzare insieme o per giocare a carte (Majong).
Lo stretto corridoio dove s’incrociano; la stretta scalinata che porta alla strada e al ristorante dove a volte comprano da mangiare.
Gli uffici. Mr Chow scrive o parla con un amico; Mrs Su, nel suo ufficio, risponde alle telefonate, batte i tasti della macchina per scrivere, parla con il suo superiore (non ho capito se è il capufficio o il padrone dell’azienda) seduto dietro a una scrivania. È un uomo anziano ma non troppo, vestito in modo elegante.
La strada, generalmente piovosa.
La stanza d’albergo in cui, provvisoriamente, i due s’incontrano per scrivere insieme un romanzo sulle arti marziali.

Abbiamo la sensazione di spiare la vita dei personaggi attraverso uno specchio magico: siamo capitati lì davanti per caso e diamo un’occhiata; mi ricorda un altro regista che di questo modo di riprendere ha fatto un’arte: lo svedese Roy Andersson (Sulla Infinitezza, Un piccione seduto … ecc).

Non possiamo esplorare gli ambienti. Non riusciremmo neanche a distinguerli se il regista non ricorresse all’accortezza di un’immagine tipica che si ripete ogni volta che passiamo dall’uno all’altro: una specie di logo. L’immagine dell’ufficio, l’immagine dell’ingresso, l’immagine della stanza di Mr Chow, eccetera, sempre le stesse. Dopo un po’ non ci badiamo più, ci concentriamo sui personaggi.
La nostra attenzione è catturata dai due protagonisti principali, in misura ridotta dagli altri coinquilini, che fanno fuggevoli apparizioni: la padrona di casa, la cuoca, gli impiegati negli uffici, tra i quali un amico di Mr Chow, una specie di latin lover cinese (chinese lover), sempre a caccia di donne e di soldi in prestito.

Le persone riempiono completamente l’inquadratura, a volte la condividono in due, delle quali una è rivolta verso di noi, l’altra è di spalle. I piedi e le parti inferiori delle gambe, sotto al ginocchio, ottengono l’interesse del regista in rapide sequenze: difficilmente le vediamo insieme al resto del corpo.

Un po’ mi sono annoiato.

Non voglio sminuire un film di venti anni fa, famoso, di un regista considerato un maestro, pluriosannato dai critici e pluripremiato dai festival (chi sono io per giudicare?). Però credo di poter dire che non mi ha preso, non mi ha catturato. Forse perché le reazioni dei personaggi non sono quelle che mi aspetterei (è un mio limite).
Per esempio: nel film c’è una scena che a me fa l’effetto di un horror. Mrs Su, in primo piano, parla col marito, ripreso di spalle per tutta la sequenza. Gli chiede spiegazioni riguardo al suo comportamento: ha capito che lui la tradisce.
Il marito mangia, risponde in modo elusivo e mangia, tace e mangia, emettendo gorgoglìi di soddisfazione estremamente fastidiosi, disgustosi, orribili. Inquadrato di spalle, vediamo la sua testa abbassarsi per catturare il grosso boccone, probabilmente si tratta di noodles; sentiamo i gorgoglìi.
Mi domando: questi rumori non bastano a Mrs Su per cacciarlo a calci nel sedere e chiedere il divorzio? Uno che mangia in quel modo disgustoso può essere rimpianto se, inoltre, tradisce la moglie? Evidentemente può essere rimpianto, nonostante i gorgoglìi.
Si può obiettare che in Giappone, e forse anche in Cina, fare rumore mentre si mastica e s’ingoia è considerato un segno di apprezzamento del cibo, gradito dal cuoco. Però quando mangiano Mrs Su e Mr Chow non si sentono quei rumori. Sono più occidentalizzati? Non saprei. Io so che se fossi stato Marco Polo e, invitato a pranzo dall’Imperatore, avessi sentito quei rumori, avrei detto: «Maestà (o come cavolo si chiama), purtroppo mi è venuto in mente che ho un appuntamento urgente a Venezia. Mi scusi se non termino il pranzo e, se vuole, posso fare qualche rutto per gratificare il cuoco, ma devo lasciarla».

Non vediamo mai la faccia del marito di Mrs Su (il gorgoglione) e della sua amante: la moglie di Mr Chow.
I due hanno stabilito un legame nascosto e lo mantengono approfittando delle lunghe assenze da casa, dei lunghi viaggi di lavoro. Sono affetti da una dabbenaggine che rasenta l’idiozia.

Il gorgoglione e la moglie di Mr Chow hanno portato dai loro viaggi due regali uguali, uno per la o il consorte, uno per l’amante.
Il fastidioso gorgoglione ha regalato due borse identiche, una a Mrs Su, l’altra alla moglie di Mr Chow, l’amante; la moglie di Mr Chow ha regalato due cravatte identiche, una a Mr Chow, il marito, l’altra al gorgoglione, l’amante.
La poca fantasia dei due ha fatto scoprire la relazione ai rispettivi consorti, i quali, lasciati soli per mesi (“viaggi di lavoro” è la scusa) e abitando in camere ammobiliate che fanno parte di appartamenti vicini, fatalmente hanno fatto due più due e scoperto la magagna.
«Mi scusi, Mr Chow, sua moglie le ha regalato la cravatta? Mio marito ne ha una identica».
«Mi scusi, Mrs Su, suo marito le ha regalato la borsa? Mia moglie ne ha una identica».

Mrs Su e Mr Chow, vicini di stanza, accomunati dalla malinconia, cominciano a frequentarsi: vogliono capire che cosa abbia indotto al tradimento i rispettivi coniugi.
Decidono da subito di non diventare amanti, perché non vogliono comportarsi come i “traditori”.
È Mrs Su a prendere questa decisione e a mantenerla fino alla fine (il povero Mr Chow si adegua), nonostante i due intensifichino i rapporti, tanto da suscitare qualche chiacchiera che la proprietaria dell’appartamento, nota medaglia d’oro alle olimpiadi del pettegolezzo casalingo, riporta con brevi accenni, confermando la sua indiscussa professionalità nel campo.

Si mangia spesso in questo film: mangiano roba dall’apparenza molle che a me sembra poco appetibile (de gustibus …).
I contenitori della roba da mangiare – cotta, già pronta, basta versarla nel piatto aiutandosi con i bastoncini – vanno avanti e indietro e fanno passare l’appetito solo a vederli; basta guardare la roba informe che ne esce fuori per allontanare l’idea di andare in un ristorante cinese dopo il film. Ma io non faccio testo: a me fanno schifo anche molte delle cose che si vedono nei piatti dei clienti dei ristoranti italiani. 
Sono sicuro che la cucina cinese sia più appetibile di come appare: sicurissimo, anche se ho provato, non sono riuscito, a mangiare i noodles, ma forse non erano cucinati come si deve; sull’abilità di cucinare i noodles è basato un film divertente che ho visto il 5 settembre 2018 (come passa il tempo!) e commentato su questo sito: Mr Long, regia di Sabu.

La signora Su indossa vestiti attillati che sembrano rigidi e devono essere scomodi – soprattutto per il collo molto alto (non di Mrs Su, del vestito).
La signora non si mette in libertà quando è costretta a passare una notte intera nella stanza di Mr Chow, di cui forse è innamorata, per non essere scoperta da alcuni coinquilini impegnati in una lunga partita notturna di Majong e dalla solita padrona di casa che ha fatto la scelta religiosa di non farsi mai gli affari suoi.
Forse c’è amore tra i due, o solo amicizia, o sono attratti dalla scoperta, fatta insieme, di essere stati traditi dai rispettivi compagni di vita.

L’ambiente esterno è fortemente piovoso; Mr Chow si inzuppa fino alle ossa, ma non decide mai di comprarsi un ombrello. Chissà che cosa ha contro gli ombrelli!

Il racconto prosegue con questo legame di stima, di complicità, che i due stabiliscono tra loro, un legame che, tuttavia, non si consolida mai in un rapporto affettivo e sessuale, tanto che le vicende della vita li portano a separarsi definitivamente.

È un film sulla esitazione, questo del regista Wong Kar-wai: i due protagonisti esitano a portare più avanti la loro relazione, temono il giudizio degli altri, reprimono il desiderio di esprimere i propri sentimenti, non prendono le redini della vita e, alla fine, rimangono con la sensazione di qualcosa che avrebbe potuto essere grande e non è stato.
A Mr Chow non resta che soffiare il suo segreto nella cavità di una statua, secondo un’antica tradizione. Che malinconia!

After Love è il primo film che ho visto nella sala SAMMARTINO del cinema Arsenale. Uno spazio nuovo (per me nuovo) che si affianca alla sala VR (realtà virtuale), dove mi riprometto di sperimentare le “magnifiche sorti e progressive” promesse dagli occhialoni che consentono (consentirebbero, non li ho mai provati) di entrare in un altro mondo. Non vedo l’ora: ci vuole il prodotto multimediale giusto.
La sala SAMMARTINO, che si aggiunge a quella storica di vicolo Scaramuzzi (fotografato nel commento a After Love) si trova nella vicina via San Martino (naturalmente stiamo parlando di Pisa).
Questa via mi piace molto, per i vicoli stretti che la intersecano e per i negozi, osterie, pizzerie e bar molto frequentati dai giovani e non solo.
In particolare il Caffè Letterario “Volta Pagina” (foto in testa al commento), dove è rilassante sedere ai tavoli di legno, prendere un caffè, mangiare qualcosa, conversare, scrivere, riflettere, perdere tempo. Perdere tempo, soprattutto, una delle attività umane più utili e, purtroppo, trascurate.