(4 gennaio 2022 h 17.10)
Cinema Spazio Uno Firenze – via del Sole, 10

Non sono cinefilo professionista, nel senso che ho sempre scelto i film in modo disordinato. Alcuni mi piacciono, altri no, ma dietro la mia scelta, o la mia ricerca, non c’è mai stata una regola, uno studio, il desiderio di costruirsi, con impegno, un sistema critico solido. Come in tutti i campi, anche nella critica cinematografica sono un dilettante.

Del regista cinese Zhang Yimou non ho visto i film più noti e premiati. Alcuni sono famosi, se ne è parlato a lungo, ma io non li ho visti.
Ho il vago ricordo di un film che mi aveva fatto molto ridere, anche se certamente non era nato con lo scopo di divertire gli spettatori. Non è un buon segno se un film drammatico ti fa scoppiare in una risata irrefrenabile.

Ho visto La foresta dei pugnali volanti (2004) tanto tempo fa in un cinema estivo: ambiente medioevale cinese, abbigliamento complicato, in contrasto con l’agilità notevole, esagerata, dei personaggi; esercizi ginnici divertenti all’inizio, poi stancanti; imperatore, danzatrice, ribelli, spade, coltelli, arti marziali, rullo di tamburi (piacevole all’inizio, poi stancante); foreste di bambù (pensiero: devo piantare il bambù nell’orto; poi non l’ho fatto). I pugnali volanti colpiscono il bersaglio anatomico con precisione chirurgica; combattimenti all’ultimo sangue. I tavoli e le cristalliere vanno in mille pezzi; le ossa dei combattenti, stranamente, restano intatte; sfide tra banditi a chi le conta più grosse. La trama a me sembrò sconclusionata, assurda (mi ero abbondantemente distratto: pensavo al bambù, che mi sarebbe piaciuto piantare nell’orto e poi non l’ho fatto).

Uno, in abiti sgargianti, raccontava di avere combattuto contro un numero enorme di nemici e di averli uccisi tutti – non ricordo i dettagli. Pensai: «All’anəma da pallə!».
Traduzione: «È una palla gigantesca, una vanteria incredibile!».
L’espressione napoletana è molto più divertente della traduzione.
Dopo averla formulata nella mente, la ripetetti a bassa voce nell’orecchio della ragazza che accompagnavo e scoppiai in una risata sonora, irrefrenabile, che mise in imbarazzo la ragazza. In quel cinema estivo eravamo seduti su sedie raccolte per l’occasione in uno spazio aperto, gli spettatori erano molto vicini tra loro, tutti concentrati, attenti.
Avevo cenato bene, prima della proiezione, bevuto un buon bicchiere di vino, ero già allegro per conto mio. Non ubriaco. Allegro.

Quella scena, e la frase napoletana che mi era venuta in mente, avevano dato l’avvio a una risata rumorosa, accentuata dall’espressione imbarazzata della ragazza e dalla concentrazione religiosa che leggevo sul volto degli altri spettatori.
L’attenzione mistica a una storia assurda nella quale era impossibile trovare il minimo appiglio per l’immedesimazione mi era sembrata comica fin dalle prime scene del film.
I personaggi si sfidavano in lunghi combattimenti, si rincorrevano, facevano salti e capriole al limite dell’animazione, contraddicendo senza pudore la legge di gravitazione universale. Questo allontanamento dalla realtà mi sembrava gratuito, non motivato da esigenze artistiche. Da qui il riso.

A mia giustificazione devo aggiungere che mi ero rotto le scatole, pochi anni prima, con un altro film cinese assai famoso e acclamato: La Tigre e il Dragone (Ang Lee, 2000).
Il combattimento dei due protagonisti sulle cime degli alberi, a colpi di spada e di salti acrobatici incredibili, mi aveva distrutto. Mai viste tante assurdità tutte insieme in un solo film!
Non è vero! Sta girando per le sale cinematografiche un film uscito a capodanno in Italia, che contiene una densità di stronzate mai prima raggiunta, credo. Un vero record! Si chiama The Matrix Resurrections, regia di Lana Wachowski.
Questa volta non mi è venuto da ridere; mi sono sentito offeso dall’esistenza di un film così brutto e palloso (e che incassa milioni di dollari).
Se voglio vedere i cartoni animati, vado a vedere i cartoni animati; se voglio immergermi nella fantasia, cerco Il mago di Oz, mi stendo nella poltrona e mi metto pure a canticchiare: «Somewhere … over the rainbow», in coro con Judy Garland; assai meglio dei noiosi rulli di tamburo del film cinese o della musica elettronica della stronzata americana (Matrix Resurrections).

A ripensarci credo che il mio riso fosse anche una forma di protesta nei confronti degli intellettuali impegnati a dimostrare apertura mentale verso le altre culture, intellettuali che sorbivano tutto come un gelato, annullando completamente lo spirito critico.

Forse se rivedessi ora La foresta dei pugnali volanti non avrei le stesse reazioni, perché sono meno allergico alle mode e al politicamente corretto; è anche vero che se elencassi alcuni capolavori della cinematografia, riconosciuti da tutti come tali, che mi hanno provocato reazioni simili (riso, noia, distrazione), probabilmente sarei denunciato dall’ACSEC: Associazione Cinefili Seri E Compassati.

Dopo l’interruzione natalizia, vissuta, come tutti, tra la speranza e l’ansia per il destino comune (riusciremo a liberarci da questo virus che vuole distruggere la nostra allegria?), ritrovo il regista Zhang Yimou, che avevo completamente dimenticato, in un racconto poetico, un film che è un atto d’amore per il cinema: One second.

Il regista che mi aveva fatto ridere raccontando la Cina medioevale – un racconto mitologico, per me incomprensibile – mi ha emozionato e commosso con quella scena della pellicola accartocciata che un’intera popolazione di un villaggio cinese cerca di pulire con delicatezza, con amore, per avere la possibilità di assistere al miracolo del cinema.

Non importa se il regime maoista, ottuso e oppressivo, sfrutta anche quella forma d’arte per indottrinare la gente (siamo negli anni della cosiddetta “Rivoluzione Culturale”, una delle cose più idiote inventate dall’umanità); non importa se le guardie rosse sono approfittatori ignoranti, se i giovani del villaggio sono bulli violenti, se il “signor Cinema”, il funzionario del regime addetto alle proiezioni, è un vile ipocrita. Non importa.

Il cinema è una bella favola anche quando viene manipolato dal potere. Un brutto documentario (cinegiornale) costruito per propagandare l’impegno del “popolo” per realizzare gli obiettivi di un sistema politico totalitario e repressivo merita qualunque sacrificio, se dentro ci sono pochi secondi di una ragazzina che si è caricata sulle spalle un sacco di grano per cancellare la macchia del padre rinchiuso in un campo di rieducazione. Il padre ha un’unica colpa per i capi e capetti che affermano di “servire il popolo”: reagisce con violenza alla prevaricazione degli approfittatori del regime.
È stato privato di tutto ed è disposto a correre il rischio di morire di stenti, di fame, di sete, pur di rivedere per pochi secondi la figlia sullo schermo del cinema.

Grande film. Cercherò gli altri di Zhang Yimou che, colpevolmente, mi sono perso.