(21 gennaio 2022 h 17.00)
Cinema Spazio Uno Firenze – via del Sole, 10
Altro film del regista: // L’apparizione //

La letteratura è più adatta del cinema a rappresentare e a trasmettere il passaggio del tempo.
Il romanzo Illusioni perdute di Honoré de Balzac si compone di tre parti.
Nella prima racconta, con l’abbondanza tipica di questo grande scrittore, la vita ad Angoulême, un paesino nella Francia centro-occidentale, nella seconda decade dell’ottocento, in piena Restaurazione.
Tra i personaggi emerge il giovane Lucien, figlio di un farmacista morto prima di coronare il sogno di trovare un farmaco per la cura della gotta che avrebbe risolto i suoi problemi economici: la gotta è detta “malattia dei ricchi” in quanto è legata, oltre a fattori genetici, a eccessi alimentari; teniamo presente che in quel posto, in quel secolo, solo i ricchi potevano comprare le medicine.
La madre di Lucien era una bellissima ragazza appartenente alla nobiltà decaduta; la sua famiglia era stata costretta a mimetizzarsi alla fine del secolo precedente, negli anni del terrore, per non finire su un palco a dare uno spettacolo cruento consistente essenzialmente nel distacco traumatico della testa.
La madre aveva sposato il farmacista, considerato poco più di un bottegaio dall’aristocrazia ritornata al potere.

1799, Napoleone Bonaparte Primo Console; 1804, Napoleone I Imperatore; 1815, Waterloo.
1821, Il cinque maggio: «Ei fu. Siccome immobile, / Dato il mortal sospiro, / Stette la spoglia immemore, / Orba di tanto spiro, / Così percossa, attonita / La terra al nunzio sta. / …» (Alessandro Manzoni). Riassunto: Ei fu. E ho detto tutto.
1814 – 1824, Luigi XVIII, fratello minore di Luigi XVI, è sul trono di Francia; in esilio dal 1791 al 1814 e durante i cento giorni di Napoleone; che ne è di Luigi XVII? Decollato, come San Giovanni nel film di Totò.
1824, sale al trono Carlo X, che mal tollera lo spirito liberale; come nel gioco dell’oca, siamo tornati al punto di partenza.

Con la Restaurazione il potere è tornato in mano ai soliti; c’è una differenza rispetto a prima: l’aristocrazia deve vedersela con una classe borghese molto più forte (economicamente), guidata dagli imprenditori.
Lo sviluppo scientifico e tecnico ha dato impulso alla Rivoluzione industriale, che ha cominciato a cambiare l’aspetto del mondo e i rapporti di forza tra i detentori di capitali.
La grande borghesia finanziaria intende liberarsi di tutti i vincoli che ne hanno frenato l’espansione e l’arricchimento e, gradualmente, con alterne vicende e a costo di feroci repressioni dei moti popolari, riuscirà nel suo intento. Abbraccerà il nazionalismo, ma è una finzione, perché la borghesia è naturalmente cosmopolita. Il nazionalismo è l’arma di riserva, che utilizzerà nel secolo successivo, con conseguenze disastrose (fascismo, nazismo). Per il momento non ne ha bisogno, anzi espande i rapporti tra gli stati e promuove l’importazione di prodotti esotici dalle colonie.

La famiglia della mamma di Lucien apparteneva alla nobiltà di provincia, che non era risorta come l’aristocrazia della capitale, era rimasta povera e costretta a sacrifici e a compromessi per sopravvivere.

Lucien ha un doppio cognome: quello del padre (Chardon), il farmacista, che cerca di far dimenticare, e quello della madre (de Rubempré) necessario per aprire le porte dell’aristocrazia. Si presenta col cognome della madre, ma sempre qualcuno gli ricorda l’altro cognome.
Una delle illusioni che alla fine andranno perdute è il riconoscimento definitivo dell’origine aristocratica, un sogno coltivato fin dall’infanzia; immagino il bambino cullato, insieme alla sorella, dai racconti della madre sugli antichi splendori della casata, in contrasto con la realtà attuale.

Lucien ha ereditato i tratti delicati e la bellezza della madre e desidera liberarsi dalla cappa fumosa della provincia; il lavoro nella tipografia gli consente il contatto con i libri; ama leggere. Scrive poesie; è apprezzato dai pochi amanti del genere nell’ambiente ristretto di Angoulême, dalla sorella e dal cognato; sogna di diventare un grande poeta romantico.
Una relazione affettiva, nel senso completo del termine, con una nobildonna che combina due condizioni psicologiche: ama la letteratura ed è insoddisfatta del marito – gli consente di dare l’avvio al sogno.
Si trasferisce a Parigi insieme alla nobildonna. 
Scoprirà che il sesso ci rende uguali a letto, ma non nei salotti, non nei palchi dell’Opera. La differenza tra un corpo vestito con abiti dimessi e un altro, anche meno attraente, che indossa abiti eleganti, ha molta importanza per una nobildonna di provincia, desiderosa di entrare nell’aristocrazia che conta e timorosa di esserne esclusa per colpa di un toy boy con cui si è divertita (sto riducendo in modo volgare un complesso di sentimenti e di relazioni assai intricato che Balzac impiega molte pagine, bellissime, a dipanare).
Dal canto suo, anche il giovane di belle speranze (alla fine: illusioni) e di bell’aspetto (nudo o vestito in modo adeguato) coglie al volo la differenza tra una nobildonna matura incontrata in un paesino dove “ogni pərtusə è puortə”, come si dice a Parigi (“ogni buco ha l’apparenza di un porto”), e le giovani attrici nella grande città che “non dorme mai” (qui ci vuole la musica di New York, New York).

Il film si occupa soprattutto della seconda parte del libro: l’avventura parigina di Lucien – dopo un rapido accenno alla prima parte. Non potrebbe essere diversamente.

Interessante la descrizione della sfavillante Parigi nella seconda decade dell’Ottocento, dei suoi affollati boulevard, dell’ambiente che Balzac ha frequentato e ama descrivere: gli operatori culturali e massmediatici (scrittori e giornalisti) si confrontavano in una lotta senza esclusione di colpi per “raspare” (come dice uno dei personaggi) una parte del denaro che gli editori dei libri e dei giornali accumulavano sfruttando gli uni e gli altri.

Come tutti i libri di uno scrittore prolisso (Honoré de Balzac era prolisso in modo sublime, come Victor Hugo, come Charles Dickens), Illusioni perdute non si legge in una sola volta: ogni tanto bisogna interrompere la lettura e riprenderla più tardi, per assolvere necessità primarie. Le pause aiutano ad accompagnare in modo naturale Lucien, dalla provincia alla capitale e ritorno, dalla costruzione delle illusioni alla loro perdita. Riprendendo la lettura lo ritroviamo ogni volta un po’ cambiato.
In due ore e mezza il film non ci dà la possibilità di metabolizzare i cambiamenti del protagonista: si susseguono in modo tumultuoso.
È troppo veloce il passaggio dalla vita grama ad Angoulême al confronto con i giovanotti eleganti che passeggiano nel faubourg Saint-Germain, al palco all’Opera, vestito, pettinato in modo inadeguato, accolto come un corpo estraneo, all’espulsione dai salotti aristocratici in quanto è monsieur Chardon (non monsieur de Rubempré, come si presenta), al rischio di finire nella Senna per disperazione e per fame, ai successi di giornalista ricercato perché dotato di una penna velenosa e disposto a stroncare un libro per partito preso (nel senso di un giudizio critico venduto al miglior offerente), all’inserimento nel giornale e nel gruppo politico dei liberali, al tentativo non riuscito di passare a quello dei monarchici legittimisti, per avere, finalmente, il riconoscimento del cognome nobiliare.
È tanta roba per due ore e mezza di film.

Questo è l’unico appunto, generale, che mi sento di fare a un film molto ben curato, piacevole, istruttivo, che ricostruisce un’epoca ed è interpretato da bravi giovani attori e attrici; tra gli attori non più giovani si fa ammirare la grande naturalezza di Gérard Depardieu, sempre più espanso, in gara, forse, con l’universo, perfetto nel ruolo di Dauriat, il proprietario analfabeta della casa editrice, uno degli imprenditori che si proponevano di scovare scrittori per vendere libri e fare soldi, lontani da ogni idea di mecenatismo o di sacralità della letteratura.
In Italia abbiamo avuto, nel novecento, un personaggio del genere: Angelo Rizzoli (il fondatore, non il nipote), cresciuto nel Collegio dei Martinitt a Milano (accoglieva orfani, bimbi abbandonati o appartenenti a famiglie estremamente indigenti), tipografo, fondò la casa editrice che ci ha consentito di leggere i classici (compreso Balzac) spendendo poco (BUR: Biblioteca Universale Rizzoli) e produsse film come 8 e mezzo e La dolce vita (casa produttrice e di distribuzione cinematografica CINERIZ: Cinema Rizzoli, scomparsa). Angelo Rizzoli non era analfabeta, ma neanche un intellettuale, come i fondatori di altre case editrici più blasonate. Eppure, quando leggo BUR, come sulla copertina del libro appoggiato sul letto, sento qualcosa dentro, torno all’adolescenza.
Tanti capolavori della letteratura sarebbero stati mangiati dai topi insieme ai quaderni rimasti nei cassetti se questi imprenditori poco versati nelle lettere non avessero avuto fiuto, investito denaro e capito che anche con la cultura si può fare impresa.
Siccome la realtà si può vedere da almeno due punti di vista, ci possiamo chiedere se grandi capolavori, che avrebbero potuto dare un contributo alla crescita della civiltà, siano stati stroncati da una realtà mercantile vocata unicamente al profitto. Va a saperlo!

Trasferito a Parigi carico di speranze, il nostro Lucien è conquistato e distrutto dal cinismo della società sopravvissuta agli eccessi della liberté, egalité, fraternité, e alla tragica fine del sogno napoleonico, una società che non crede più a niente – correggo: crede solo al denaro e al titolo nobiliare – in una parola: al potere.

Sottolineato il limite di una forma d’arte, il cinema, poco adatta a rappresentare lo scorrere del tempo – con fondamentali eccezioni (basti pensare a C’era una volta in America, a Via col vento, a Il dottor Zivago; film di durata notevole) – vediamo i pregi.

Il pregio principale è ovvio: l’evidenza delle immagini.
È difficile, leggendo, immaginare le carrozze, i costumi, le feste, Parigi negli anni venti dell’ottocento, i volti dei giornalisti, degli attori e delle attrici sui boulevard, nei teatri, i volti e i corpi degli spettatori, dei mercanti, delle puttane che affollano gli Champs-Élysées.

Il secondo pregio è la sintesi.
Un racconto alla Balzac, letto da una voce fuori campo, ci fornisce il quadro completo, la descrizione puntuale, con esempi e note a margine, della borghesia francese, quindi europea (a parte il colore locale), sempre più cosciente di sé, sempre più cosmopolita, in cammino su una strada che la porterà a conquistare l’intero pianeta (o quasi).
La voce del narratore ci spiega con distacco e ironia – cinismo è la parola giusta – il dietro le quinte di ogni scelta dei personaggi sullo schermo. Nessun vincolo morale frena chi non crede più in niente e ha deciso di vendersi al miglior offerente.

Un personaggio come Singali (Jean-François Stévenin, purtroppo deceduto prima dell’uscita del film), organizzatore scientifico di claque a teatro, con tanto di prove (come si fa ora in televisione), inventore di apparecchiature geniali per applaudire e fischiare a teatro, precursori degli applausi registrati, pronto a vendersi fino all’ultimo minuto, quasi come una missione, è il simbolo di quella società.

Gli editori dei giornali non hanno scrupoli; i giornalisti, gli scrittori, non hanno scrupoli: la parola scrupolo è bandita.

Lucien aveva, all’inizio, una visione romantica della letteratura, ma impara presto ad adeguarsi alle richieste degli editori, prostituendo il proprio talento e conservando il romanticismo solo nel rapporto con le donne della sua vita: la povera Coralie, coeva delle tante eroine dei melodrammi destinate a morire di tisi o di tubercolosi, e la marchesa Louise de Bargeton, protettrice di artisti ad Angoulême, coraggiosa o abbastanza infelice da tentare una nuova vita a Parigi, destinata a non reggere il confronto con le avvenenti ragazze della capitale; la signora matura che, anche lei, a un certo punto, non sa più che farsene del bel toy boy (semplifico, naturalmente).

Altri elementi dell’attualità si ritrovano nel film e nel libro: i mercanti ricchissimi mantengono le giovani attrici o aspiranti tali (oggi le chiamiamo olgettine e escort); le false notizie create e diffuse per influire sulla politica e sugli affari: le chiamiamo fake news, a quei tempi le chiamavano “anatre” (i giornali liberali) o “piccioni” (i giornali monarchici).