(26 febbraio 2022 h 17.45)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Come si rovina un film ambientato ad Ascoli Piceno nel tragico ventennio fascista?

Presto detto: basta inserire una inutile discussione sui diritti delle donne tra una cameriera e un gruppo di fascistoni seduti al tavolo di un ristorante.
La ragazza ha ragione, ovviamente, ma c’è un problema: è ebrea e gira con documenti falsi.
Possibile che attiri l’attenzione su di sé, rischiando di suscitare sospetti, di farsi scoprire, quando, invece, sarebbe più logico che cercasse di passare inosservata?
Sostiene la sua tesi, mette in evidenza una contraddizione tra ciò che Mussolini prometteva all’inizio della sua impresa e ciò che aveva realizzato, come si trovasse in un dibattito televisivo attuale.
Non si capisce per quale motivo intavoli la discussione con gli ottusi, prepotenti, pericolosi fascistoni.
Vuole convincerli? Si aspetta che prendano in considerazione la sua opinione? Se anche la prendessero in considerazione, che gliene importa?
La ragazza ebrea gira con un falso nome (Anna al posto di Esther), è arrivata affamata a chiedere un lavoro; l’ha ottenuto perché il proprietario del ristorante, interpretato da Riccardo Scamarcio, nonostante la sua evidente lentezza di comprendonio, è una brava persona. Possibile che Esther si metta in pericolo di essere scoperta per inchiodare alle loro contraddizioni i maiali seduti al tavolo?

Resisto all’impulso di alzarmi e uscire dalla sala; se vedessi il film in televisione cambierei canale.
Sono al cinema: vediamo come va avanti – la ricostruzione dell’epoca è convincente, il racconto potrebbe migliorare e indurmi a sorvolare su quest’episodio.
Niente da fare! Il regista e gli sceneggiatori hanno deciso di distruggere il film.

Inseriscono un personaggio assurdo: un partigiano francese isterico che non sopporta l’isolamento nella cantina di un ristorante dove si nasconde, nonostante possa mangiare, leggere e ricevere la visita della moglie.
Ogni tanto si fa prendere dal nervosismo, ascolta la radio a tutto volume, come se non temesse di essere scoperto. È chiaro che all’attore importa poco essere scoperto, glielo leggiamo in faccia, lo capiamo dalla fissità del suo sguardo, ma al personaggio dovrebbe importare. Non si sa che cosa abbia intenzione di fare in quel posto; quando è apparso, la moglie non sembrava molto contenta di vederlo, anche perché nel frattempo aveva stabilito un legame con il proprietario del ristorante, lento di comprendonio ma veloce nel conquistare la ragazza.
Il “partigiano” non prende mai iniziative (tranne riguardo al sesso), non è capace di prendere precauzioni per evitare di farsi scoprire: manca poco che si lamenti per il menù («Non ci sono escargot? Oh là là! Merde! Come si fa la resistanza senza les escargot?»).

Viene scoperto casualmente da un ragazzo nevrotico che entra nella cantina mentre lui si intrattiene con la moglie lasciando la porta aperta. Se non fosse intervenuto Scamarcio con una bottigliata ben assestata sulla testa del nevrotico, il “partigiano” si sarebbe fatto catturare come un fesso. Fortunatamente Scamarcio (non ricordo come si chiama il personaggio e non ho voglia di andare a vedere) è lento di comprendonio ma svelto di mano.
Quando il ragazzo si risveglia cerca di convincerlo a fare come se nulla fosse accaduto, confermando di avere difficoltà a comprendere fino in fondo la situazione. Non ha capito che il ragazzo lo odia, forse odia anche la madre, ama solo i fascistoni nei quali si identifica.
Ma Scamarcio ha imparato i vecchi trucchi, forse nei fumetti o al cinema (non credo al fronte, dove ci si sparava dalle trincee), e anche questa volta se la cava, riesce a togliere definitivamente dalla circolazione il ragazzo nevrotico.
A questo punto la vicenda raccontata sullo schermo ha perso ogni residua credibilità. Bisogna spiegare agli sceneggiatori – non ho voglia di controllare se il film è tratto da un libro, se ha un solo sceneggiatore o ne ha una ventina – che i veri partigiani sapevano soffrire ed erano capaci di nascondersi. Se fossero stati come quello del film non avrebbero dato un grande contributo alla sconfitta del fascismo.

Alla fine, miracolosamente, appare in mare una barca che viene a caricare partigiano e consorte sulla spiaggia, per condurli a una nave, anch’essa apparsa all’orizzonte: un saltello per salire sulla barca e via verso la libertà.

Non viene spiegato in che modo, con quali traffici e conoscenze, il padrone del ristorante sia riuscito a organizzare questo viaggio clandestino per i due fuggitivi.
Scamarcio non ha legami con la resistenza, anzi è amico di fascisti, sebbene dubbioso: come ha fatto a trovare questo collegamento risolutivo? Mistero.
Solo di passaggio Scamarcio (non ho proprio voglia di mettermi a cercare il nome del personaggio) racconta alla ragazza di essere stato al mare e di avere prenotato una partenza: immaginavamo avesse comprato un biglietto su una nave in partenza da un porto e, non si sa come, si fosse procurato i documenti falsi per il partigiano. Invece: niente biglietto, niente documenti, niente porto.

La barca e la nave sono un’apparizione miracolosa: nessuna spiegazione viene data sulle circostanze che le portano a materializzarsi in quel momento davanti alla spiaggia dove Scamarcio ha condotto i due nella sua macchina d’epoca.

L’attore fa il possibile per rendere credibile il padrone del ristorante, eroe della prima guerra mondiale, come tanti disposto a dare credito al fascismo, nonostante gli squallidi personaggi che lo circondano.
Alla fine capisce la fregatura, ma sembra mosso soprattutto da un amore problematico e generoso per la bella ragazza, dal canto suo divisa in modo equanime tra i due uomini; il padrone del ristorante non dà l’idea di avere maturato una riflessione politica sui disastri che il regime sta portando a termine con l’entrata in guerra.

Due personaggi secondari sono riusciti meglio, grazie agli attori che li hanno interpretati.
La aiutante cuoco che parla in dialetto ascolano: l’attrice si chiama Flavia Alluzzi e fa, su Instagram, forse anche su altri social, video molto divertenti in dialetto ascolano. Mi sarebbe piaciuto sentirla parlare di più, una volta capito che la storia aveva un andamento assurdo; almeno ci sarebbe stato un momento simpatico, divertente, che avrebbe allentato la noia.

Il secondo personaggio, interpretato da Antonio Salines (il servo Smerdjacov dello sceneggiato televisivo che ci fece conoscere I fratelli Karamazov), purtroppo morto prima dell’uscita del film, conferma che per un grande attore non esistono piccole parti. Con poche battute, movimenti del corpo, delle sopracciglia, con l’atteggiamento, lo sguardo perso o impaurito, fa vivere un personaggio drammatico, il più vero, l’unico vero, di tutto il film.

Sorvoliamo sui fascisti da operetta (purtroppo quelli veri erano feroci e avrebbero indagato in modo più approfondito sul delitto), sul personaggio “attrice di successo malinconica non si sa perché”, sulla canzone Parlami d’amore Mariù, buttata lì senza nessun legame con la storia raccontata, cantata in coro con la bella ragazza che interpreta il ruolo di una improbabile Esther/Anna.