
17 gennaio 2020 h 18.30
Cinema Arsenale Pisa – vicolo Scaramucci, 2
“La Storia siamo noi“
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“Herzog incontra Gorbaciov”; titolo originale: “Meeting Gorbachev”; regia di Werner Herzog.
En français: “Rendez-vous avec Mikhaïl Gorbatchev”, réalisé par Werner Herzog; sur Facebook et sur www.giovanniguarino.org
L’ultimo “Segretario generale del partito comunista dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS)” Michail Gorbaciov (così lo chiamavamo in Italia), nato a Privol’noe il 2 marzo 1931, è morto a Mosca il 30 agosto 2022.
Un film del 2018, realizzato dal regista Werner Herzog, raccoglie l’ultima intervista concessa da questo personaggio che da anni era fuori della politica e della vita pubblica.
Un’intervista alla pancia, da cui gli occhi non riescono a distogliersi, alla faccia gonfia che fa pensare a un bambolotto di plastica.
Se si pungesse come un palloncino volante, la testa dell’intervistato si sgonfierebbe con un leggero sibilo, lasciando la pelle appesa, rinsecchita, su cui si vedrebbero ancora la voglia di fragola e gli occhi tondi, inespressivi, che, con un meccanismo interno, prima della puntura con lo spillo ogni tanto si inumidivano.
Un’intervista alle mani, alle dita, anch’esse gonfie, riparate, per buona parte del film, con una fasciatura, di quelle che coprono il polso delle persone sottoposte a ripetute fleboclisi.
Gorbaciov fu intervistato in tre occasioni nel corso di sei mesi nei quali era stato sottoposto a ricoveri in ospedale per interventi in sala operatoria.
Ciononostante, il volto tondo, ormai inespressivo, cerca di sorridere, dimostra entusiasmo quando gli presentano il dono, consistente in un pacco abbondante di cioccolatini privi di zucchero, perché l’ultimo “Segretario generale … eccetera” soffre di diabete e non hanno avuto una buona idea con quel dono: nei cioccolatini non c’è lo zucchero, ma certamente ci sono altre sostanze nocive per la salute di una persona grassa affetta da diabete.
Ogni tanto scorrono immagini di repertorio. Si vedono gli ultimi “Segretari generali del partito … eccetera, eccetera” che precedettero Gorbaciov in quella carica. C’era un Soviet Supremo eletto che ratificava le decisioni prese dall’apparato, principalmente dal capo del KGB, che poteva ricattare tutti.
Dopo alcuni decenni la Rivoluzione di ottobre aveva prodotto un apparato inefficiente, incapace di governare, un sistema privo di libertà e di giustizia.
Purtroppo: fallimento totale, su tutti i fronti. Non c’erano più i nobili e i grandi proprietari, ma c’erano quelli che si erano fatti avanti grazie al conformismo, alla bieca obbedienza e, ove necessario, al ricatto che aveva raggiunto una diffusione minuziosa. Bastava scrivere una lettera anonima per sottoporre ai controlli del KGB un vicino di casa, un collega d’ufficio, un superiore, un familiare – si ebbero casi di figli che denunciarono il padre per il possesso di posate preziose tenute nascoste, ricordo di altri tempi. Stare in guardia era la parola d’ordine: girava dappertutto, soprattutto nelle scuole. Bisognava formare le nuove generazioni e gli insegnanti erano i propagatori dell’ideologia.
Gorbaciov era stato preceduto ai vertici dello stato da Breznev, Andropov, Cernenko.
La carica durava per tutta la vita, come per il Papa, tranne in caso di cospirazioni e disarcionamenti (Krusciov).
Gli ultimi tre, negli ultimi tempi, erano ridotti male, sembravano cadaveri ambulanti, morti viventi. Facevano impressione. Dovevano governare, o fare finta di governare, fino a quando gli uomini dell’apparato si arrendevano e consentivano loro di morire, dopo aver trovato un accordo per la successione.
Ai vertici dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche non si moriva senza permesso.
L’accordo si comunicava all’esterno mettendo il nuovo segretario generale in prima fila, al primo posto a ricevere le condoglianze e il bacio sulla bocca, con il volto atteggiato a sofferenza. La sofferenza era garantita dall’alito dei dirigenti comunisti, soprattutto di quelli quasi fatti cadaveri: rientrava nella categoria dei gas asfissianti vietati dalla convenzione di Ginevra.
I giornalisti scrutavano la fila e capivano, in base alla posizione, chi era stato scelto come nuovo segretario generale e quale ruolo, più o meno importante, avevano gli altri.
Se qualcuno mancava, voleva dire che era stato defenestrato.
“Più del 15% di coloro che avevano firmato varie petizioni per esigere il rispetto della legalità in occasione del processo Galanskov & Ginsburg è stato defenestrato nello spazio di un mese; quasi tutti i membri del partito comunista sono stati esclusi.” – da Andrej Amalrik, “Sopravviverà l’Unione Sovietica fino al 1984?” – Coines Edizioni, pag. 97.
L’introduzione di Carlo Bo s’intitola: “Amalrik un testimone per il futuro“.
L’edizione italiana, tradotta dalla lingua russa, fu pubblicata nel 1970. Dunque gli elementi per capire come le cose sarebbero andate a finire c’erano già allora; bastava togliersi le fette di prosciutto dagli occhi per vedere una realtà che era davanti a tutti: il sistema sovietico non reggeva.
Considerando che alla fine degli anni ‘80 (venti anni dopo la pubblicazione del libro in Italia) ho sentito difendere la “democrazia sostanziale sovietica” da alcuni che avevano studiato all’università, mentre masse di tedeschi della Germania est si riversavano per le strade a piedi o sulle Traband per attraversare il confine in direzione della libertà («Quelli vogliono più comunismo» dicevano alcuni dei nostri compagni che avevano goduto del boom economico ed erano particolarmente legati a un sogno), devo dire che non doveva essere facile togliersi le fette di prosciutto dagli occhi, soprattutto se si era affezionati a questo simpatico orpello.
Nel corso del funerale di Konstantin Cernenko – un esponente dell’ala conservatrice del partito, malato grave per l’intero anno in cui aveva finto di governare, manovrato come un pupazzo – toccò a Michail Gorbaciov ricevere per primo, con la faccia compunta, le condoglianze dai capi di stato esteri e dai segretari dei partiti comunisti occidentali.
Chissà quante volte era stato costretto a baciarlo sulla bocca nelle manifestazioni e commemorazioni ufficiali!
Sarebbe bastato un sorrisino di soddisfazione per l’incarico finalmente raggiunto e per essersi liberato di un cadavere ambulante per metterlo in disgrazia e farlo spostare all’ultimo posto nella fila dei dirigenti comunisti.
Dura la vita dei politici in ascesa nell’Unione Sovietica!
Compensavano l’abitudine all’ipocrisia e a guardarsi continuamente alle spalle con un livello di benessere incomparabile con i sacrifici che chiedevano al popolo, al quale promettevano il paradiso in terra, continuamente spostandolo in avanti nel tempo; si erano impegnati a sottrarre alla povera gente anche la speranza di guadagnarlo all’altro mondo.
Comandava l’apparato.
Dietro alla facciata c’era un gruppo di capi militari, di dirigenti del KGB (nel quale Putin aveva iniziato la sua carriera di spia nella Germania est), sempre provvisti di dossier da utilizzare per ricattare (Putin ha imparato la lezione).
Se mancavano i dossier si ricorreva ai veleni più sofisticati o ai sicari.
Anche su questi metodi alternativi Putin ha dimostrato di avere imparato alla perfezione: il veleno nelle mutande di Navalny e l’incidente aereo che pose fine alla minaccia di Prigozin (il capo della Wagner si era ribellato) raggiungono le vette dell’arte in questo campo.
Di fronte all’arte ci inchiniamo, anche se la successiva eliminazione di Navalny a mezzo gulag rappresenta un ritorno al passato e denuncia un calo della fantasia.
Proibito ragionare con la propria testa o manifestare ambizioni confliggenti con le ambizioni dei capi degli apparati politici e militari.
I detentori del potere si tradivano a vicenda, complottavano nel chiuso di ambienti impenetrabili, fino a trovare una sintesi da presentare all’esterno, alle masse plaudenti.
È ciò che i nostri dirigenti del PCI chiamavano centralismo democratico e cercavano di applicare nel loro piccolo (rispetto al colosso sovietico), fortunatamente non sempre riuscendovi. Cossutta cercava di imporre a tutti le direttive di Mosca, ma c’era sempre un Giorgio Amendola, figlio di Giovanni Amendola, un grande liberale ucciso dagli squadristi, che non si faceva applicare le manette dell’ortodossia.
I tre principi cardine del centralismo democratico in Unione Sovietica: 1) vietato pensare con il proprio cervello; 2) su qualunque argomento il cervello del partito prevale su ogni altro cervello; 3) il cervello del partito è l’apparato; creato e controllato da Stalin, controllava i segretari che seguirono alla sua morte.
Purtroppo il Partito Comunista Italiano impiegò troppo tempo per capire che la spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre si era esaurita.
Questa espressione (l’esaurimento della spinta propulsiva) fu utilizzata da Berlinguer nel 1981 a commento del colpo di stato del generale Jaruzelski in Polonia.
Berlinguer, trattenuto dalla zavorra (vedi alla voce Cossutta), non riuscì a trarne tutte le conseguenze.
La spinta propulsiva si era esaurita fin dai tempi delle “purghe” di Stalin, che non erano rimedi alle difficoltà di evacuazione dell’intestino di cui il dittatore georgiano probabilmente soffriva. Erano la sistematica eliminazione fisica, con ogni mezzo, dei dissidenti.
Per completezza bisogna aggiungere (ho trovato l’informazione seguente, che non conoscevo, in un post nel profilo di Alfio Squillaci, corredata dagli opportuni riferimenti bibliografici): nel 1984, nel programma Mixer di Giovanni Minoli, alla domanda precisa su quale fosse un personaggio politico di riferimento, Berlinguer rispose: Janos Kadàr. Indicò il repressore della rivolta di Budapest del 1956, che aveva fatto sparare sugli operai (tra 2.500 e 3.000 vittime ungheresi), arrestare, processare e condannare all’impiccagione Imre Nagi.
Bisogna dirlo per contrastare la tendenza, a sinistra, a mettersi in adorazione di santini, spesso meno dotati di capacità taumaturgiche dei santi cattolici. Se avvertite il bisogno di mettervi in ginocchio, fate una cosa: entrate in una chiesa! Non costruitevi un altarino laico! Altare laico è un ossimoro.
Con l’intervista di Herzog a Gorbaciov abbiamo visto come si sarebbe presentato, a conclusione del suo mandato, ai nostri giorni, tranne cospirazioni e disarcionamenti, l’ultimo Segretario generale del partito comunista dell’Unione Sovietica se l’Unione Sovietica non fosse crollata dall’interno: si sarebbe presentato su quei palchi, tra le altre marionette, come un bambolotto ingessato.
Avremmo visto la mano gonfia uscire dal cappottone di foggia militare che copriva interamente i dirigenti sovietici – un anticipo della bara – per salutare la folla plaudente (la mano di Breznev era magrissima, sembrava finta).
Gorbaciov ha avuto la fortuna di non essere obbligato a nascondere la malattia in attesa che l’apparato decidesse il successore.
Forse non avrebbe fatto la fine dei suoi predecessori, perché Gorbaciov aveva modificato molte cose, aveva confidenza con i media, sembrava vivo, nonostante ricoprisse quella carica mortuaria, addirittura allegro quando si presentava davanti alle telecamere con la moglie Raissa.
In effetti fu proprio questo cambiamento il segnale del prossimo crollo del sistema.
L’apparato diede un ultimo guizzo: cospirò e cercò di disarcionare Gorbaciov dall’asino su cui l’aveva messo fidando nella sua obbedienza.
Poi tutto finì nelle mani tremolanti di un ubriacone (Eltsin).
Dopo il trauma, la paura del disfacimento, i poveri russi cercavano un salvatore della patria. Lo trovarono in quello che piace ai nostri sovranisti da quattro soldi (per l’esattezza: 49 milioni di euro), ai sovranisti francesi (Marie Lepen è stata condannata per finanziamenti provenienti dalla Russia) e al sovranista ungherese Orban che ha dimenticato la rivolta di Budapest: fu rivolta contro il comunismo, per la libertà, contro la Russia, percepita come potenza straniera occupante (in Ungheria, che ho frequentato a lungo negli anni ottanta, molti si rifiutavano di studiare la lingua russa).
Torniamo al film.
Questo lungometraggio di Werner Herzog è, come tutti i documentari del grande regista, un film e, come tutti i suoi film, un documentario. I fatti narrati e rappresentati alternandoli con l’intervista trasmettono quella che Herzog chiama la “verità estatica”, la sua concezione opposta al Cinéma Vérité (Edgar Morin e Nouvelle Vague).
Secondo Herzog
“Il Cinéma Vérité confonde tra loro i fatti e la verità, e perciò passa l’aratro sulle pietre. Eppure a volte i fatti hanno un potere strano e bizzarro che fa sembrare incredibile la loro verità intrinseca”.
… … … …
”Ci sono strati più profondi di verità al cinema, e c’è una sorta di verità poetica, estatica. È misteriosa ed elusiva e può essere colta solo per mezzo di invenzione, immaginazione e stilizzazione. I registi del Cinéma Vérité assomigliano a turisti che scattano fotografie in mezzo alle rovine dei fatti.”
Da: Werner Herzog – Incontri alla fine del mondo – ed. Minimum fax – pag.404
Ho riportato queste parole di Herzog perché mi vengono in mente ogni volta che leggo, all’inizio di un film, proiettata sullo schermo, la frase “Questo film racconta la verità” o frasi simili (in Blackkklansman di Spike Lee “La fottuta verità”). Si dovrebbe aggiungere una parolina: la verità estatica, o poetica, di cui parla Herzog.
Qual è l’argomento del film, quali sono i fatti che rappresenta?
Apparentemente sono i ricordi di Gorbaciov; in realtà è la vecchiaia.
L’ho pensato non solo vedendo “la panza” costantemente inquadrata, ma anche quando ho visto un altro protagonista molto popolare degli anni del crollo dei regimi comunisti, il polacco Lech Walesa. Sindacalista degli operai di Danzica, era bello, dotato di un paio di baffoni che all’epoca erano di moda. Intervistato in questo documentario è irriconoscibile.
Forse c’entrano i liquori forti di cui – è una mia esperienza, non voglio contrabbandarla come regola – i polacchi non si privavano; ne ho conosciuti quando sono rimasto a Londra per sei mesi alla fine degli anni settanta. I giovani polacchi erano disposti a fare i lavori più umili pur di non rientrare nelle grinfie e nella tristezza senza fine del regime; fare festa, per questi miei amici, voleva dire ubriacarsi. Non è una regola, è solo un’esperienza personale.
Un film sulla vecchiaia fatto da un vecchio che porta bene l’età, con tre matrimoni alle spalle e film indimenticabili (uno per tutti: L’enigma di Kaspar Hauser), in alcuni dei quali si interrogava sul trascorrere del tempo.
Le vecchie fotografie in bianco e nero aiutano a capire da dove è sbucato Gorbaciov. Bambino accanto al padre e alla madre, giovane contadino nei campi, premiato insieme al padre; vediamo la falciatrice sulla quale passava molte ore al giorno, lo vediamo studente a Mosca, provinciale che deve digrossarsi, politico in carriera, capo della seconda potenza mondiale. Poi, gradualmente, la trasformazione: ingrassato, imbolsito, lento nei movimenti, irriconoscibile. Questa è la vecchiaia, sembra dirci, o ricordarci, Herzog.
Margaret Thatcher sostenne con Gorbaciov l’opportunità di non accedere a un trattato con gli Stati Uniti per il disarmo nucleare; lo racconta lui.
L’argomento della Thatcher era: sedere su una bomba nucleare, rischiare l’estinzione della specie umana, è positivo perché evita lo scoppio di tante guerre convenzionali. Altro segno di un film sulla vecchiaia, perché la Thatcher era vecchia già allora, è sempre stata vecchia (in una foto all’asilo ha la stessa pettinatura, lo stesso sguardo ottuso); seguiva una logica tutta sua, anche in campo economico, una logica che si può definire thatcheriana, basata sul principio: basta che io possa sorseggiare il tè alle cinque del pomeriggio con la regina, di tutto il resto me ne fotto.
La macchina da presa gira intorno alla statua di Lenin, ci ricorda la valanga che trascinò in un attimo una costruzione che sembrava indistruttibile, insieme a chi reggeva la costruzione (i burocrati dell’apparato e gli spioni del KGB) e a chi aveva avviato la valanga (Gorbaciov). Un attimo e gli ungheresi tolsero i chilometri di filo spinato al confine con l’Austria; un attimo e i tedeschi orientali, in massa, abbatterono il muro di Berlino; un attimo e le Repubbliche socialiste sovietiche dichiararono l’autonomia, costringendo Gorbaciov a dimettersi da una carica che non esisteva più.
Alcuni ritengono che il crollo fosse inevitabile, non merito (o colpa, secondo i punti di vista) di Michail Gorbaciov: il sistema era assurdo e, dopo avere distrutto risorse enormi di una potenza che era stata tra le prime nel mondo, proiettata verso occidente e verso oriente, non poteva che piegarsi su se stesso. Probabilmente Herzog pensa che la forza, la lucidità, la capacità di quell’uomo siano state decisive per trasformare un sistema diventato nello stesso tempo mostruoso e inefficiente.
A questo regista sono sempre piaciute le imprese impossibili (qualcuna l’ha compiuta nella vita), per esempio in Fitzcarraldo racconta di uomini che riescono a portare una nave, nella giungla, in cima a una montagna(«Chi sogna può muovere le montagne» è una battuta del film).
Suscitano il suo interesse e la sua simpatia gli uomini al centro di vicende eccezionali, come Kaspar Hauser (un ragazzo trovato in una piazza di Norimberga nel 1800, rimasto chiuso in una cella, isolato dal mondo, dalla nascita), come l’ambientalista Timothy Treadwell, vissuto tra il 1990 e il 2003 tra gli orsi Grizzly dell’Alaska e mangiato da un orso insieme alla sua compagna.
Herzog dimostra grande simpatia per Gorbaciov, in tutta l’intervista, e scarica sul sistema la tragedia conseguente alla perdita di controllo della centrale nucleare di Chernobyl e al sostanziale immobilismo di quel colosso dai piedi di argilla: grande potenza ma basi fragili.
Gorbaciov racconta che il presidente dell’Accademia delle scienze (se ricordo bene l’attribuzione dello scienziato) lo aveva tranquillizzato. Secondo lui ciò che rischiavano le persone colpite dalle radiazioni non era nulla che non potesse passare andando a dormire dopo avere bevuto un bicchiere di wodka. La competenza era stata sostituita da un unico valore: la fedeltà.
In conseguenza di questo grave incidente – a cui il regime reagì male, in ritardo, confermando la sua inconsistenza – si capì che il sistema era arrivato a un punto di non ritorno.
Io credo che Herzog dia a un uomo politico, prodotto di un apparato in un momento di crisi, più importanza di quella che realmente ebbe; Krusciov aveva cercato di introdurre delle novità e provato a rivedere l’eredità staliniana, senza successo perché i tempi non erano maturi, nel senso che i frutti di quell’apparato non erano abbastanza marci.
Siamo nel campo delle opinioni.
«Àdda vənì baffonə!» diceva, dalle mie parti, chi subiva un’ingiustizia, esprimendo una speranza che non poteva realizzarsi, perché, per fortuna, baffone non poteva venire da noi (nel 1976 Berlinguer dichiarò, in un’intervista a Giampaolo Pansa: «Mi sento più sicuro sotto l’ombrello NATO che sotto il patto di Varsavia»). Se fosse venuto baffone, ci avrebbe portato solo guai e un cadavere imbalsamato dentro a un cappottone a fingere di governare una nazione.
Nota: in occasione della morte di Gorbaciov Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista (esiste ancora?) dichiarò in un tweet: «Dal 1991 aspettavo di stappare la bottiglia migliore».
Aggiunse: «La mia è una provocazione voluta, quasi di tipo dadaista».
In un attimo si passa dalla tragedia alla farsa, di cui Marco Rizzo è degno interprete.
