17 gennaio 2020 h 18.30
Cinema Arsenale Pisa – vicolo Scaramucci, 2

La Storia siamo noi
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I vecchi
// Il mio giardino persiano // Giurato numero 2 [Juror #2] // Finalement // The Miracle Club // Perfect Days // Adagio (vecchi delinquenti) // Coup de chance e The Old Oak (vecchi registi) // Bassifondi // Scordato // La quattordicesima domenica del tempo ordinario // Il Sol dell’Avvenire // Il ritorno di Casanova // Non così vicino [A man called Otto] // Orlando // Il piacere è tutto mio // Astolfo // Rimini // Nostalgia // Settembre // Belfast // Callas Forever // Cry Macho // Boys // The father [Nulla è come sembra] // Nomadland // LONTANO LONTANO // Le nostre anime di notte (commento al libro) // Herzog incontra Gorbaciov // The Irishman // Dolor y Gloria // Stan & Ollie [Stanlio & Ollio] // Can you ever forgive me? [Copia originale] // Il Corriere [The Mule] // Moschettieri del re // Lucky // Loro // L’ultimo viaggio // Ricomincio da noi // Ella & John //

L’apparato diede un ultimo guizzo: cospirò e cercò di disarcionare Gorbaciov dall’asino su cui l’aveva messo fidando nella sua obbedienza.
Poi tutto finì nelle mani tremolanti di un ubriacone (Eltsin).
Dopo il trauma, la paura del disfacimento, i poveri russi cercavano un salvatore della patria. Lo trovarono in quello che piace ai nostri sovranisti da quattro soldi (per l’esattezza: 49 milioni di euro), ai sovranisti francesi (Marie Lepen è stata condannata per finanziamenti provenienti dalla Russia) e al sovranista ungherese Orban che ha dimenticato la rivolta di Budapest: fu rivolta contro il comunismo, per la libertà, contro la Russia, percepita come potenza straniera occupante (in Ungheria, che ho frequentato a lungo negli anni ottanta, molti si rifiutavano di studiare la lingua russa).

Torniamo al film.
Questo lungometraggio di Werner Herzog è, come tutti i documentari del grande regista, un film e, come tutti i suoi film, un documentario. I fatti narrati e rappresentati alternandoli con l’intervista trasmettono quella che Herzog chiama la “verità estatica”, la sua concezione opposta al Cinéma Vérité (Edgar Morin e Nouvelle Vague).
Secondo Herzog
Il Cinéma Vérité confonde tra loro i fatti e la verità, e perciò passa l’aratro sulle pietre. Eppure a volte i fatti hanno un potere strano e bizzarro che fa sembrare incredibile la loro verità intrinseca”.
… … … …
Ci sono strati più profondi di verità al cinema, e c’è una sorta di verità poetica, estatica. È misteriosa ed elusiva e può essere colta solo per mezzo di invenzione, immaginazione e stilizzazione. I registi del Cinéma Vérité assomigliano a turisti che scattano fotografie in mezzo alle rovine dei fatti.
Da: Werner Herzog – Incontri alla fine del mondo – ed. Minimum fax – pag.404

Ho riportato queste parole di Herzog perché mi vengono in mente ogni volta che leggo, all’inizio di un film, proiettata sullo schermo, la frase “Questo film racconta la verità” o frasi simili (in Blackkklansman di Spike Lee “La fottuta verità”). Si dovrebbe aggiungere una parolina: la verità estatica, o poetica, di cui parla Herzog.
Qual è l’argomento del film, quali sono i fatti che rappresenta?
Apparentemente sono i ricordi di Gorbaciov; in realtà è la vecchiaia.
L’ho pensato non solo vedendo “la panza” costantemente inquadrata, ma anche quando ho visto un altro protagonista molto popolare degli anni del crollo dei regimi comunisti, il polacco Lech Walesa. Sindacalista degli operai di Danzica, era bello, dotato di un paio di baffoni che all’epoca erano di moda. Intervistato in questo documentario è irriconoscibile.
Forse c’entrano i liquori forti di cui – è una mia esperienza, non voglio contrabbandarla come regola – i polacchi non si privavano; ne ho conosciuti quando sono rimasto a Londra per sei mesi alla fine degli anni settanta. I giovani polacchi erano disposti a fare i lavori più umili pur di non rientrare nelle grinfie e nella tristezza senza fine del regime; fare festa, per questi miei amici, voleva dire ubriacarsi. Non è una regola, è solo un’esperienza personale.

Un film sulla vecchiaia fatto da un vecchio che porta bene l’età, con tre matrimoni alle spalle e film indimenticabili (uno per tutti: L’enigma di Kaspar Hauser), in alcuni dei quali si interrogava sul trascorrere del tempo.
Le vecchie fotografie in bianco e nero aiutano a capire da dove è sbucato Gorbaciov. Bambino accanto al padre e alla madre, giovane contadino nei campi, premiato insieme al padre; vediamo la falciatrice sulla quale passava molte ore al giorno, lo vediamo studente a Mosca, provinciale che deve digrossarsi, politico in carriera, capo della seconda potenza mondiale. Poi, gradualmente, la trasformazione: ingrassato, imbolsito, lento nei movimenti, irriconoscibile. Questa è la vecchiaia, sembra dirci, o ricordarci, Herzog.

Margaret Thatcher sostenne con Gorbaciov l’opportunità di non accedere a un trattato con gli Stati Uniti per il disarmo nucleare; lo racconta lui.
L’argomento della Thatcher era: sedere su una bomba nucleare, rischiare l’estinzione della specie umana, è positivo perché evita lo scoppio di tante guerre convenzionali. Altro segno di un film sulla vecchiaia, perché la Thatcher era vecchia già allora, è sempre stata vecchia (in una foto all’asilo ha la stessa pettinatura, lo stesso sguardo ottuso); seguiva una logica tutta sua, anche in campo economico, una logica che si può definire thatcheriana, basata sul principio: basta che io possa sorseggiare il tè alle cinque del pomeriggio con la regina, di tutto il resto me ne fotto.

La macchina da presa gira intorno alla statua di Lenin, ci ricorda la valanga che trascinò in un attimo una costruzione che sembrava indistruttibile, insieme a chi reggeva la costruzione (i burocrati dell’apparato e gli spioni del KGB) e a chi aveva avviato la valanga (Gorbaciov). Un attimo e gli ungheresi tolsero i chilometri di filo spinato al confine con l’Austria; un attimo e i tedeschi orientali, in massa, abbatterono il muro di Berlino; un attimo e le Repubbliche socialiste sovietiche dichiararono l’autonomia, costringendo Gorbaciov a dimettersi da una carica che non esisteva più.

Alcuni ritengono che il crollo fosse inevitabile, non merito (o colpa, secondo i punti di vista) di Michail Gorbaciov: il sistema era assurdo e, dopo avere distrutto risorse enormi di una potenza che era stata tra le prime nel mondo, proiettata verso occidente e verso oriente, non poteva che piegarsi su se stesso. Probabilmente Herzog pensa che la forza, la lucidità, la capacità di quell’uomo siano state decisive per trasformare un sistema diventato nello stesso tempo mostruoso e inefficiente.
A questo regista sono sempre piaciute le imprese impossibili (qualcuna l’ha compiuta nella vita), per esempio in Fitzcarraldo racconta di uomini che riescono a portare una nave, nella giungla, in cima a una montagna(«Chi sogna può muovere le montagne» è una battuta del film).
Suscitano il suo interesse e la sua simpatia gli uomini al centro di vicende eccezionali, come Kaspar Hauser (un ragazzo trovato in una piazza di Norimberga nel 1800, rimasto chiuso in una cella, isolato dal mondo, dalla nascita), come l’ambientalista Timothy Treadwell, vissuto tra il 1990 e il 2003 tra gli orsi Grizzly dell’Alaska e mangiato da un orso insieme alla sua compagna.

Herzog dimostra grande simpatia per Gorbaciov, in tutta l’intervista, e scarica sul sistema la tragedia conseguente alla perdita di controllo della centrale nucleare di Chernobyl e al sostanziale immobilismo di quel colosso dai piedi di argilla: grande potenza ma basi fragili.
Gorbaciov racconta che il presidente dell’Accademia delle scienze (se ricordo bene l’attribuzione dello scienziato) lo aveva tranquillizzato. Secondo lui ciò che rischiavano le persone colpite dalle radiazioni non era nulla che non potesse passare andando a dormire dopo avere bevuto un bicchiere di wodka. La competenza era stata sostituita da un unico valore: la fedeltà.
In conseguenza di questo grave incidente – a cui il regime reagì male, in ritardo, confermando la sua inconsistenza – si capì che il sistema era arrivato a un punto di non ritorno.

Io credo che Herzog dia a un uomo politico, prodotto di un apparato in un momento di crisi, più importanza di quella che realmente ebbe; Krusciov aveva cercato di introdurre delle novità e provato a rivedere l’eredità staliniana, senza successo perché i tempi non erano maturi, nel senso che i frutti di quell’apparato non erano abbastanza marci.
Siamo nel campo delle opinioni.

«Àdda vənì baffonə!» diceva, dalle mie parti, chi subiva un’ingiustizia, esprimendo una speranza che non poteva realizzarsi, perché, per fortuna, baffone non poteva venire da noi (nel 1976 Berlinguer dichiarò, in un’intervista a Giampaolo Pansa: «Mi sento più sicuro sotto l’ombrello NATO che sotto il patto di Varsavia»). Se fosse venuto baffone, ci avrebbe portato solo guai e un cadavere imbalsamato dentro a un cappottone a fingere di governare una nazione.
Nota: in occasione della morte di Gorbaciov Marco Rizzo, segretario del Partito Comunista (esiste ancora?) dichiarò in un tweet: «Dal 1991 aspettavo di stappare la bottiglia migliore».
Aggiunse: «La mia è una provocazione voluta, quasi di tipo dadaista».
In un attimo si passa dalla tragedia alla farsa, di cui Marco Rizzo è degno interprete.