(12 aprile 2022 h 17.00)
Cinema Arsenale Pisa – vicolo Scaramucci, 2

True mothers è la storia di due madri vere che s’incontrano.
Più che incontrarsi, per buona parte del film sembra debbano scontrarsi e arrivano molto vicine allo scontro perché sono due madri dello stesso figlio (una biologica, l’altra adottiva). Poi, siccome sono “true mothers” (madri vere), si riconoscono come tali e ci fanno sperare che la storia volga nel migliore dei modi. Nella scena finale l’emozione in sala è arrivata al culmine e si è trasformata in commozione.

Hikari è madre, non solo perché ha partorito un bambino, ma perché lo ama, desidera tenerlo con sé nonostante tutte le difficoltà.
Ha quattordici anni, ha messo al mondo il bambino con un compagno di classe di cui è innamorata. Ha commesso un errore (insieme al compagno di classe), ma ha il diritto di decidere se ipotecare la propria vita, rinunciare a molte aspirazioni, fare i sacrifici necessari per crescere il bambino.
È una scelta difficile. Il problema è che nessuno chiede il suo parere.

I genitori la costringono a dare il neonato in adozione; si preoccupano dei vicini di casa, dei parenti, degli studi che devono continuare. Cercano di nascondere le cose («A scuola devi dire che hai avuto la polmonite»); si sforzano di far tornare il loro mondo come prima, come se nulla fosse accaduto, allontanando il neonato e costringendo la ragazza a fingere di essere quella di prima.

La madre di Hikari pensa all’avvenire della figlia, ai suoi studi; mette in secondo piano la sua felicità.
Forse crede che la felicità coincida con le grandi carriere, o, forse, ha proiettato sulla figlia le sue ambizioni.
I genitori (il padre è complice della madre) non danno alla ragazza la possibilità di scegliere il proprio destino: le impongono brutalmente di dare in adozione il figlio appena nato.

La madre di Hikari è una vera madre, nel senso che è una madre biologica, non è una madre vera (una true mother).
Un altro personaggio, la signora Shizue Asami, non ha figli biologici, ma aiuta con amore e dedizione le ragazze che si trovano in difficoltà: è madre vera di tutte le ragazze che aiuta.

True mothers si svolge, in parte, a Hiroshima, un posto che abbiamo incontrato in Drive my car (Ryusuke Hamaguchi), di cui abbiamo un segno spaventoso nella memoria collettiva. Quando sentiamo Hiroshima, o pronunciamo Hiroshima, con il dubbio su dove mettere l’accento, un’immagine di corpi bruciati ci appare inevitabilmente: l’incubo di una nuvola a forma di fungo si risveglia.

La madre più madre di tutte, più vera di tutte, è Satoko, una donna dal viso dolcissimo; ha un amore, il marito, e un desiderio: crescere un figlio o una figlia.
Non colpevolizza il marito perché affetto da azospermia (sarebbe stupido colpevolizzarlo, ma alcune lo fanno, perché sono stupide), trova, insieme a lui, la soluzione: l’adozione. Per poter adottare, in Giappone c’è una regola (viene enunciata in questo film, non ne ho notizie da altre fonti): uno dei coniugi deve rinunciare al proprio lavoro. Lei si sacrifica volentieri: vuole crescere adeguatamente il bambino.

È madre vera del bambino adottato, alla fine diventa madre anche di Hikari; va a cercarla, perché ha capito che a quella ragazza è stata tolta la possibilità di essere felice, sottraendole il bambino che per ignoranza, per ingenuità, per errore, per amore, ha contribuito a far nascere, ha sentito crescere nell’utero, ha partorito stando riparata, negli ultimi mesi della gravidanza, in un istituto di accoglienza gestito dalla signora Shizue Asami, collocato in un’isoletta, nella prefettura di Hiroshima.

In questo film si vede Hiroshima in un modo diverso da come l’abbiamo vista in Drive my car.
C’è lo skyline di una città altamente tecnologica, un panorama denso di alte torri; c’è anche il mare, ci sono i boschi, i mandorli e i ciliegi nelle diverse stagioni (meravigliosi quando sono in fiore).

Come in altri film giapponesi è rappresentata una società in cui tutto sembra essere sotto controllo, ma l’individuo è indifeso e si perde facilmente: ragazze ricattate, piccoli delinquenti la fanno da padroni, storie di violenze rimangono impunite.

Fa impressione che per un litigio tra bambini la madre del danneggiato telefoni alla madre del presunto responsabile, un bambino, per chiedere un risarcimento e rinfacci a questa signora: «Abitate ai piani alti, dunque siete carichi di soldi».

Si ha l’idea di una società dura, di rapporti duri tra le persone – mascherati da una gentilezza formale e, spesso, ipocrita – di genitori non disposti a perdonare gli errori che i ragazzi commettono o a rinunciare al loro investimento in sogni e speranze di riscatto sociale.
Si vedono poliziotti severi, unici rappresentanti di uno stato distante dal cittadino, che non aiuta la onlus della signora Shizue Asami a sopravvivere alla sua fondatrice; si intuisce un sistema sanitario che non fa da “madre vera” dell’individuo bisognoso di aiuto.

Un gran bel film questo True mothers di Naomi Kawase, tratto da un romanzo di Mizuki Tsujimura; noto che spesso i film giapponesi sono tratti da romanzi, ma non rinunciano al linguaggio specifico del cinema, al tentativo di realizzare opere autonome, indipendenti dalle opere letterarie che li hanno ispirati. Mi riferisco al concetto che ho cercato di esprimere ed esemplificare nel commento al film Un vita in fuga (regia di Sean Penn).