
3 novembre 2022 h 18.15
Cinema Flora Atelier Firenze – piazza Dalmazia, 2r
Politica, temi sociali, visioni del mondo
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“Triangle of sadness” regia di Ruben Östlund.
Piccola parentesi.
Palma d’oro al Festival di Cannes 2025 per Jafar Panahi, dopo anni trascorsi tra carcere, arresti domiciliari, divieto di svolgere il suo lavoro, di rilasciare interviste e di espatriare. Ho letto che è tornato a Teheran e questo mi fa preoccupare. È un errore ficcarsi nelle fauci del mostro fidando sul suo indebolimento. Il mostro è più pericoloso quando è più debole e sembra in procinto di crollare, come si è visto con Navalny: tornò in Russia fidando nella crisi del sistema putiniano. Purtroppo, sappiamo com’è andata!
All’arrivo all’aeroporto di Teheran, dedicato a un fanatico religioso, il regista è stato accolto dai sostenitori del movimento “Donna. Vita. Libertà”. Speriamo!
Fine della parentesi.
Andiamo con ordine. Il film di Ruben Östlund è diviso in tre parti e, di conseguenza, anche il commento.
PRIMA PARTE
Siamo dentro a un casting di modelli. Noi che viviamo all’esterno di quel mondo non ce l’aspetteremmo, ma un casting di modelli gronda di sadismo.
«Cammina, arriva fino in fondo, girati, torna indietro, guarda a sinistra, segui un ritmo, sguardo disteso, sguardo accigliato, puoi andare. Avanti un altro».
Chissà chi ha stabilito le regole nel mondo della moda! Forse le hanno decise quelli che fanno gli esaminatori nei casting, nonostante, nel film, diano l’idea di vivere in un mondo a parte. Neanche agli esami di stato i professori si prendono tanto sul serio. Evidentemente pensano di poter stabilire con certezza, dal modo di camminare, se il modello convince la gente a comprare il vestito o le scarpe che indossa.
Possibile che la gente compri i vestiti se li vede addosso a ragazzi che camminano come hanno deciso gli stregoni del fashion? Siamo sicuri che la gente sia così stupida?
In fondo i modelli non devono saper fare altro che camminare in modo innaturale e assumere un’espressione stereotipata; uno che intrattiene i ragazzi prima del casting spiega che devono sorridere se sfilano per un marchio economico; se invece portano le sneakers defender di Balenciaga, che costano quanto non può permettersi di spendere un giovane di piccola borghesia, devono avere lo sguardo truce.
L’espressione dei modelli che sfilano per un marchio esclusivo fa venire in mente il duce impettito in divisa da maresciallo. È quello il riferimento estetico degli agenti pubblicitari delle maison che vendono ai super ricchi. Poi quelle scarpe, quei vestiti, borse, guanti sono portati in giro dagli africani carichi di borsoni; vengono dalla Cina, dove schiere di operai ubbidienti, inchiodati al loro posto, fanno i capi originali e le copie (non solo in Cina, anche nelle fabbrichette più o meno nascoste in Italia: se ne sa qualcosa a Prato e a Milano, come rivelato da una recente inchiesta di Report).
Si può trovare una copia a prezzo ragionevole che differisce dall’originale solo per la destinazione dei soldi ricavati dalla vendita: la mafia locale, italiana o cinese, o la mafia internazionale proprietaria della maison superba ed esclusiva. La gente sulle spiagge e nei mercatini compra le copie uguali agli originali ed è tutta gente che non ha assistito alle sfilate e ha visto solo di sfuggita quella roba indosso ai modelli con lo sguardo truce identico allo sguardo del duce in divisa da maresciallo nei documentari dell’Istituto Luce.
La roba esclusiva si pubblicizza poco in televisione; la pubblicità è rivolta alla piccola borghesia e al proletariato e riguarda i prodotti accessibili a queste classi sociali che ormai si confondono tra di loro; il guadagno viene dalla quantità. In televisione è tutto un sorridere, un ammiccare amichevole: «Non vi basta? Ve ne diamo due a metà prezzo (tanto … per quello che costa produrli!)».
Questo significa che tutta la costruzione intorno ai casting dei modelli e alle sfilate non è reale, è un capitolo inedito di Alice nel paese delle meraviglie, più fantastico dei capitoli editi, ma meno divertente.
Non sfugge che questo mondo non sia tutto sommerso; c’è anche la parte emersa dell’iceberg, prodotto dell’inventiva e di una sapienza antica delle genti italiche, educate da secoli a coniugare arte e tecnica. C’è il Prodotto Interno Lordo, il lavoro di gente onesta, il benessere finalmente raggiunto da una classe sociale che ha conosciuto la miseria, ma il denaro non circola per effetto del modo di camminare dei modelli e delle modelle.
Le modelle devono sembrare perennemente incazzate, nonostante guadagnino il triplo dei modelli, anche perché sono obbligate ad aprire la porta all’anoressia, oltre, molte di loro, ad aprire la porta della stanza da letto se vogliono aspirare a diventare top.
Stesso discorso per i modelli riguardo alla porta della stanza da letto (lo dice quello che intrattiene i ragazzi prima del casting); però loro devono essere in carne, non nel senso del grasso ma nel senso del muscolo. Esercizi in palestra e anabolizzanti.
Tutti, modelli e modelle, devono avere la pelle perfetta, priva di qualunque anche microscopica increspatura, soprattutto in una zona situata sulla fronte, tra le sopracciglia, che si chiama triangolo della tristezza (da cui il titolo). Se l’increspatura c’è, si ricorre al botox.
Il mondo della moda è una farmacia. Vanno molto gli ansiolitici.
È ovvio che un modello e una modella che si sono fidanzati tra loro (succede anche questo) non siano capaci di scambiarsi quattro chiacchiere normali a cena, soprattutto perché la top model è anche influencer e viene pagata con inutili prodotti di consumo se si fotografa facendoli entrare nell’inquadratura e mettendo le fotografie sui social.
Così è un continuo fotografarsi, ripassare il trucco, fotografarsi di nuovo, fingere di addentare una mela o una forchettata di spaghetti (senza masticarli, per via della celiachia) e non rimane molto impegno disponibile per la conversazione.
Siamo sempre nella PRIMA PARTE del film.
Fine della cena, in un ristorante appartato, naturalmente esclusivo.
Nella vita fantastica, che perseguita i due anche quando sono in pausa, irrompe il cameriere con la realtà del conto.
La modella si concentra ancora di più sul telefonino – come a dire, con sereno distacco: il conto non è affar mio – e il povero modello (relativamente povero: due terzi delle entrate in meno) scopre che molte femministe dimenticano i principi di parità tra i sessi quando si tratta di pagare il conto al ristorante.
Qui parte una estenuante discussione, lui sempre più irritato perché non ha il coraggio di dire apertamente: «Sei troppo furba, per non dire altro! Tu fingi di essere distratta o impegnata con il telefonino, ma hai visto benissimo lo scontrino poggiato sul tavolo dal cameriere; questa volta paghi perché non sono un milionario grassone e repellente da sfruttare!».
Il modello è troppo abituato alla falsità per riuscire a fare un discorso sincero, si disperde nelle chiacchiere, nelle puntualizzazioni (tu avevi detto …, avevamo detto …, voglio solo stabilire un principio, dobbiamo essere uguali, eccetera) e prende l’aria imbronciata di un bambino maltrattato. Lei capisce che le tocca fare un passo e, mostrandosi offesa, dice «Va bene! Vorrà dire che pago io». Così sembra che la discussione possa interrompersi, ma la modella mette giù una carta di credito fasulla e quando il cameriere ritorna con la realtà dello strumento elettronico che esegue il controllo e la verifica («Riprovi!», «L’ho provata più volte: non funziona!») assume un’aria innocente, come volesse dire: «Il gesto l’ho fatto, che vuoi di più? Ora paga!».
Il modello quasi si mette a piangere. Non gli va di essere preso per i fondelli; la discussione potrebbe durare in eterno, ma lui ricorda le parole di un tassista (quando mia moglie vuole discutere, mi alzo e esco) e reagisce: paga, si alza e va via da solo.
Al ritorno nella camera d’albergo la modella cede, ammette di essere brava a manipolare gli altri (ce ne siamo accorti) e rivela i suoi timori per il futuro: «Devo pensare al mio avvenire. Quando non farò più la modella potrò solo diventare il trofeo di qualcuno».
Con questa frase ammette la sua fragilità, il suo dolore, ma anche confessa di non amarlo («Ci piaciamo, il nostro rapporto fa aumentare i follower … che vuoi di più?»).
Lui è un romanticone e scommette: «Ti farò innamorare di me». Per mantenere il proposito e l’impegno dovrebbe stilare un programma preciso con, al primo punto, l’abbandono dell’attuale modo di vivere irreale. Nessuno dei due è disponibile a fare questo passo, dunque la vita continua come prima.
SECONDA PARTE
Troviamo i due modelli, che si chiamano Carl e Yaya, immersi in un microcosmo, in una bolla navigante sull’oceano.
Si trovano sul ponte di uno yacht di gran lusso, prendono il sole insieme a miliardari in vacanza, partecipano a una crociera guadagnata con l’attività pubblicitaria.
Non hanno pagato la vacanza (niente mosse furbe di Yaya per non cacciare la sua parte), ma devono fotografarsi in continuazione.
Accanto a loro un magnate oligarca russo che «si è arricchito vendendo merda» (fertilizzanti; è contento quando racconta in questo modo il suo lavoro), una coppia di anziani inglesi proprietari di una fabbrica che produce mine antiuomo (sono contenti quando spiegano di essere riusciti a ignorare le limitazioni imposte dall’Onu), uno che vende algoritmi ed è ricco «oltre ogni limite» (così dice) e altri ricchissimi personaggi.
Questi sono i padroni. Poi ci sono gli schiavi: la ciurma che lavora tra i motori che spingono avanti la nave, gli invisibili, addetti alle pulizie, i camerieri che girano con i vassoi e i bicchieri da riempire di champagne, comandati da una kapò bionda con i capelli corti guidata da un solo principio: ai padroni si ubbidisce qualunque cosa chiedano, noi abbiamo un solo scopo, un solo obiettivo: money, money, money.
Carl conferma subito di non avere capito che l’amore è un’esperienza della realtà, non esiste nel mondo fantastico in cui vive. Fa licenziare un marinaio colpevole solo di avere mostrato il torace (i crocieristi girano quasi ignudi) e di avere suscitato la sua gelosia. Carl sente che non può competere con un marinaio che non ha gonfiato i bicipiti grazie agli anabolizzanti ma col duro lavoro, guardato con interesse dalla sua ragazza. Chiede alla kapò di allontanarlo. Un motoscafo porta via il marinaio licenziato.
Dopo avere creato la bolla in navigazione (un microcosmo fatto di schiavi e padroni), il regista si diverte a farla cozzare con la furia degli elementi, che svolgono la stessa funzione del cameriere con il conto nella prima parte.
I movimenti della nave causati dalla tempesta determinano nei passeggeri, ingozzati di cibo innaffiato abbondantemente con coppe di champagne, sommovimenti interni all’apparato digerente, con abbondante produzione di vomito e diarrea. Un po’ le scene ricordano “La grande abbuffata”, ma, tolto il particolare dei water che saltano, il paragone è improponibile. Ne dovrà mangiare di sale, Ruben Östlund, per arrivare allo stile essenziale di Marco Ferreri!
Il personaggio più riuscito, interpretato con distacco e umorismo da Woody Harrelson, è il capitano della nave che non vuole farsi vedere dai crocieristi, odia gli ultra ricchi e si è stufato di fare scena; la cena con il capitano fa parte del pacchetto che hanno comprato e alla fine, dopo essersi chiuso in camera (nella cabina) e averle tentate di tutte per sottrarsi, deve arrendersi. Si arrende mentre infuria la tempesta, tutto salta intorno e il capitano, marxista, si lancia al microfono in una gara di aforismi con il rivale oligarca russo, capitalista che ha trascorso l’infanzia nel socialismo reale.
Ė una gag divertente e un po’ distrae dalle insistite perdite di liquami, dalle bottiglie che rotolano nella sala e dai carrelli che sbattono nel corridoio. Il mattino seguente, quando la tempesta si è placata, i pirati assaltano la nave e fanno scoppiare una bomba. Con il naufragio finisce la seconda parte.
TERZA PARTE
Alcuni crocieristi, tra cui Carl e Yaya, si sono salvati su un’isola deserta.
Qui siamo dalle parti di Lina Wertmüller (“Travolti da un insolito destino …”), ma molto lontani dalla freschezza dell’originale.
C’è da obiettare sul trucco dei personaggi.
Carl ha i capelli corti e ben pettinati dopo giorni e giorni sull’isola, in contrasto con la barba lunga del grassone oligarca russo; sul suo torace e sulle gambe di Yaya non ricrescono i peli, nonostante la ceretta, in quelle condizioni, sia improbabile.
Non è credibile l’aspetto dei naufraghi dopo giorni di dieta a base di grissini, di polpo e della carne di un’asina catturata e cucinata alla brace. Il regista imbruttisce l’oligarca russo, che già era brutto sulla nave, ma lascia gli altri personaggi, in particolare i due modelli, com’erano prima.
La signora tedesca, crocierista sopravvissuta a un ictus (riusciva solo a ripetere «in den Wolken», nella nuvola) lasciata giorno e notte in un canotto, priva di assistenza, se la cava abbastanza bene, forse troppo bene, data la situazione.
I naufraghi credono di essere novelli Robinson Crusoe perché a nessuno è venuto in mente di farsi un giretto che l’avrebbe portato a scoprire di trovarsi in una specie di reality televisivo. Quando Yaya e la donna delle pulizie (praticamente Gennarino Carunchio di Giancarlo Giannini) si decidono a fare un giro, scoprono l’ascensore tra le rocce.
È come essersi trasferiti all’Isola dei famosi. Non succede, ma ci aspetteremmo: «In questa edizione abbiamo riunito un oligarca russo, un venditore di algoritmi, due modelli influencer, uno sconosciuto dall’aspetto piratesco, una kapò disponibile a essere schiavizzata da chiunque e Abigail, la ex addetta alle pulizie capace di pescare i polpi a mani nude, di accendere il fuoco e – udite udite! – di cucinare e tagliare a pezzettini la carne di un’asina per conservarla e utilizzarla come arma di ricatto per mantenere il potere».
Il finale è aperto: non sappiamo se Yaya riuscirà a tornare alla vita precedente o Abigail glielo impedirà atterrandola con un sasso.
Ho molto apprezzato “The Square” (2017) di Ruben Östlund; “Triangle of Sadness” ha un difetto: sembra tre film mescolati male.
Delle tre parti a me è piaciuta la prima: il regista prende in giro, come sa fare, un mondo che o è ignorato o viene esaltato. Avrei accolto con entusiasmo i titoli di coda. La seconda parte ha una tesi troppo scoperta (la crisi del mondo occidentale capitalista); la terza parte contiene evidenti incongruenze che distraggono. Si vede che il regista si era stancato prima di noi.
