
13 gennaio 2019 h 17.30
Cinema Principe Firenze – viale Giacomo Matteotti
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“Vice – L’uomo nell’ombra”, regia di Adam McKay.
Negli ultimi tempi si nota una tendenza delle ombre a ribellarsi.
Prima erano citate come esempio di fedeltà e di obbedienza; si diceva: ti segue come un’ombra. Ora non più.
L’ombra della foto ha deciso di mettere un copricapo per ripararsi dal sole, mentre il proprietario dell’ombra, impegnato a catturare immagini con la macchina fotografica, non ci ha pensato.
È una ribellione. Forse, guardando con attenzione, si nota anche uno sguardo – è difficile individuare uno sguardo in un’ombra, ma qualcosa si vede – ironico, come se pensasse: «Con questo caldo, anziché ripararti dal sole, sempre lì a “catturare immagini”: ti illudi di bloccare il tempo, di fermare l’attimo. In qualche modo catturi una minima parte di ciò che ti sta davanti, la metti in un hard disk e la dimentichi. Tempo perso».
Questo pensa l’ombra che ha deciso di mettere il cappello mentre il suo proprietario è rimasto a capo scoperto.
Prima o poi vedremo un’ombra abbandonare il proprietario, dissociarsi da una scelta che non condivide e andarsene per conto suo. Dopo questo primo gesto di ribellione ne seguiranno altri. Le ombre si staccheranno dagli uomini, resteranno legate solo agli oggetti inanimati, agli alberi, agli animali. Le ombre degli uomini andranno a vivere da sole, poi si organizzeranno, si riuniranno, di mattina o di pomeriggio, mai a mezzogiorno.
Di notte riposeranno, distese alla luce fioca della luna. Sopravviveranno agli uomini; formeranno comunità serene, silenziose, pacifiche.
Lette le anticipazioni sulla trama, visto il trailer, “Vice – L’uomo nell’ombra”, regia di Adam McKay, mi attirava poco, quasi nulla.
Non vado al cinema per seguire le trame dei politici corrotti che cospirano contro la democrazia; mi stufa l’indignazione a comando davanti a uno schermo cinematografico. Si esaurisce presto: il tempo di rimettersi il cappotto, d’inverno, sollevandolo dalla poltrona accanto, andare in bagno, uscire dalla sala.
L’aria frizzante della sera invernale, ma anche l’aria calda estiva, o fresca primaverile, o autunnale, fa dimenticare l’indignazione, l’impegno e i fieri propositi.
Vado al cinema sperando di poter vivere una (piccola o grande) esperienza emotiva, anche solo per farmi quattro risate, non per recitare la parte del bravo cittadino politicamente impegnato.
Che palle i film di Michael Moore!
Michael Moore, il regista che infila direttamente ed esplicitamente nei film le sue interpretazioni politiche degli avvenimenti, interpretazioni spesso condivisibili, per esempio riguardo alla vendita delle armi negli Stati Uniti. Nel cinema il discorso ha una sola direzione; bisogna evitare di farlo diventare predica.
Qualche anno fa è uscito un film, diffuso soprattutto attraverso i DVD distribuiti con un giornale, che denunciava l’uso televisivo del corpo femminile nell’era berlusconiana.
Nonostante condividessi in toto il contenuto del DVD, non riuscii a vederlo fino in fondo: quando mi annoio mi capita di distrarmi in continuazione e qualche volta di appisolarmi dolcemente. Era una predica ai convertiti. I convertiti trovano la conferma di ciò che pensano, gli altri affermano che si tratta di manipolazioni; la cosa finisce lì: nessuno si sposta di un millimetro dalla posizione che aveva prima di vedere il film.
“Vice – L’uomo nell’ombra” era annunciato, nel trailer, come un film di denuncia. Per questo motivo non avevo voglia di vederlo.
Poi G. mi ha raccontato il modo originale di trattare la sequenza temporale degli avvenimenti (va avanti e indietro nel tempo, quando sembra che sia finito ricomincia) e mi ha incuriosito.
Se un film mi attira, vado dovunque; se penso che non possa piacermi, per andare a vederlo devo avere voglia di fare quattro passi nella zona dove si trova il cinema.
Il film era in programmazione, a Firenze, al cinema Principe, in viale Giacomo Matteotti, una trentina di metri da piazza Libertà.
In Toscana ho sempre lavorato e abitato in provincia, mai in città.
Tanti anni fa – tanti da poterli contare sulla punta delle dita delle mani e dei piedi, volendo soddisfare questo bizzarro desiderio, solo a patto di chiedere ad altre tre persone di mettere a disposizione le proprie estremità per completare il conto, che così diventerebbe laborioso, ma affascinante nella sua inutilità – avevo una padrona di casa, una signora ottantenne, sola, che d’estate abitava in campagna, d’inverno riparava in un appartamento fornito di riscaldamento in via Madonna della Tosse (in fondo alla strada l’antica chiesetta), una traversa di piazza Libertà, dunque non lontano dal cinema Principe.
Per affrontare il freddo invernale la signora Olga si trasferiva a Firenze e dava in affitto la casa in campagna, dalle parti di San Casciano Val di Pesa. Avevo bisogno della casa solo quando le scuole erano aperte, dunque il nostro accordo era perfetto.
Per riscaldarmi, d’inverno, utilizzavo il camino: compravo la legna e mettevo da parte le pigne che raccoglievo nella pineta (qui le chiamano “pine”).
In seguito, finché è stata tra i viventi, anche dopo essermi trasferito altrove, ogni tanto le facevo visita in via Madonna della Tosse. Quando andavo al cinema passavo prima da casa sua e conversavo con lei per una mezz’ora, un’ora. Mi mostrava vecchie fotografie e mi raccontava qualche episodio della sua giovinezza, stimolata dalle mie domande.
Le ero grato perché mi aveva aiutato a risolvere un problema, ma ci andavo non solo per questo.
Mi piaceva il suo modo di parlare.
Le parole e le espressioni che avevo trovato nei libri affioravano sulle sue labbra senza alcuno sforzo, senza alcun segno di affettazione.
Mi piaceva anche il percorso a piedi dalla stazione Santa Maria Novella fino a quella zona che nel Settecento era campagna, punteggiata di ville e casolari, poi era diventata periferia, poi, all’epoca del trasferimento della capitale a Firenze, fu collegata al centro storico, esternamente, con i grandi Viali di circonvallazione. All’interno le antiche vie cambiano gradualmente fisionomia in funzione della presenza dei turisti.
Una volta la signora Olga mi aprì la porta per farmi entrare; fin qui niente di strano.
Il citofono non funzionava in quel vecchio appartamento: si pigiava con discrezione un pulsantino posto accanto a una di numerose targhette situate sul muro esterno dell’edificio che era stato razionalista e ora era solo lugubre.
Passava qualche minuto e il portoncino esterno veniva aperto a fiducia, o, forse, dopo un accurato controllo attraverso le persiane chiuse di una delle finestre tutte uguali, precise, che ricoprivano il grande edificio, su più piani, per tutta la sua lunghezza.
Non sempre riuscivo a preavvertire la signora Olga del mio arrivo con una telefonata (non c’erano i cellulari); a volte decidevo all’ultimo minuto, trovandomi a Firenze in anticipo rispetto all’orario di inizio dello spettacolo, di farle visita, a ciò autorizzato da lei: «Non si preoccupi, venga quando crede, l’unico rischio è che non mi trovi in casa; se ci sono le apro volentieri».
Salivo cinque rampe di scale (non mi fido dei vecchi ascensori) e mi trovavo davanti alla porta aperta in cui si stagliava la figura della signora Olga, vestita come se stesse per uscire a fare due passi con le amiche.
Mi ha sempre meravigliato e riempito di ammirazione la capacità di queste signore di trovarsi in ordine in qualsiasi momento. Io vado in difficoltà se bussa il postino o una vicina di casa; il suono del citofono mi fa trasalire come se avessi qualcosa da nascondere e stesse per entrare il commissario Montalbano: c’è sempre qualcosa che mi sembra fuori posto, nella stanza d’ingresso, nel mio abbigliamento, quando sono costretto ad aprire la porta senza preavviso.
Quella volta dovette verificarsi l’eccezione che conferma la regola: la signora Olga, dopo avere aperto la porta, la richiuse, aspettò un minuto e la riaprì facendomi entrare.
Mentre mi accoglieva con frasi gentili, mi invitava ad accomodarmi e mi preparava un caffè, ripetendo, come ogni volta: «Spero le piaccia, anche se non è un caffè napoletano», mi domandavo che cosa fosse accaduto in quel momento di pausa, dietro la porta chiusa.
Nella mia testa si era creata una distrazione, una sospensione, come in un film di Hitchcock (un po’ vera, un po’ per gioco).
Gli elementi c’erano tutti: la vecchia signora sola; l’antico palazzo (i due aggettivi si possono invertire), abitato in prevalenza da anziani autosufficienti (in quell’epoca le badanti erano rare, chi non ce la faceva era trasferito nelle case di cura e preparazione al riposo eterno). Incuriositi dal rumore dei passi sulle scale, i coinquilini appoggiano l’occhio allo spioncino: non vedono un tubo (sono miopi e la luce è fioca); aprono un pochino la porta lasciando attaccata la catenina che limita l’apertura, per proteggersi da un’eventuale invasione di barbari o di marziani (non si sa mai). Se abitano al piano superiore si sporgono leggermente, gettando un’occhiata prudente sulla tromba delle scale.
Il ricordo di un rumore sordo, mentre salivo a piedi fino al quinto piano («Commissario le ho già detto: non mi fido dei vecchi ascensori»).
«Che rumore?» mi avrebbe chiesto il commissario.
«Non saprei. Un rumore sordo».
«Possibile che quando riferite di un rumore non potete fare a meno di dire che era sordo?».
Il commissario, esperto di letteratura poliziesca, ha cominciato ad alterarsi. Sbraita: «Incredibile! Un solo aggettivo per descrivere il rumore, per giunta copiato dai telefilm doppiati. Ha mai sentito un rumore acuto, basso, metallico, continuo, intermittente, stridulo, fluttuante, impulsivo?».
Qui comincio a confondermi.
«Ha mai sentito parlare del rumore rosso, con rimbombo, come quando il treno esce dal tunnel o sta per arrivare alla stazione della metropolitana? Ha mai sentito parlare del rumore bianco – un ronzio continuo – del rumore rosa – la pioggerellina primaverile – del rumore marrone, basso, come il borbottio dei tuoni in un temporale che si avvicina? Era il rumore di un oggetto pesante trascinato? Com’era questo rumore? Lo descriva!».
«… Mhmhmh …!».
Il commissario, sempre più alterato: «Quanto è durato?».
«Non ricordo».
«Non saprebbe, non ricorda! Ma che mi racconta? Io intanto l’arresto per sospetto occultamento del cadavere».
«Non c’è nessun cadavere!».
«Appunto. Confessi! Dove l’ha nascosto?».
Il thriller cominciava ad articolarsi (una trappola architettata dai nipoti che non si facevano mai vedere ed erano in probabile attesa di un’eredità) quando un leggerissimo filo di saliva, appena visibile sotto al labbro inferiore, mi rivelò il mistero: in quel momento di pausa dietro la porta la signora Olga aveva messo la dentiera. In un attimo ero passato da Hitchcock alla commedia all’italiana.
Il caffè era fatto con la stessa macchinetta, la stessa polvere, la stessa acqua che si usa a Napoli, dunque era lo stesso che si beve in una qualunque casa napoletana, ma probabilmente nella mente della signora fiorentina girava ancora un mito ottocentesco. Dopo l’invenzione della moka si fa lo stesso caffè in tutte le case (con il cambio di proprietà della Bialetti si dovrebbe parlare di caffè cinese); in un recente servizio di Report è stato sfatato anche il mito del caffè nei bar napoletani. Forse si potrebbe evidenziare la passione dei napoletani per il caffè, che trovo in me stesso, ma per parlare di un prodotto “speciale” si dovrebbe ridurre il guadagno immediato di chi investe in questa industria, accentuare la qualità, non garantita dai baristi ignoranti intervistati nel servizio di Report.
Il caffè della signora Olga mi andava bene, ma, soprattutto, ero innamorato delle tazzine, dei cucchiaini, dei piattini, della zuccheriera … una delizia; facevano pensare che è veramente esistito un mondo in cui anche per la gente comune la qualità contava più della quantità. La signora Olga aveva lavorato in un ufficio da qualche parte, la sua famiglia apparteneva alla piccola borghesia; eppure nella sua casa, a Firenze, ma anche in campagna, nell’appartamento ammobiliato che mi dava in affitto, c’era un gusto particolare per la bellezza.
Entravi in quella casa e ti sentivi a tuo agio, come se ci fossi nato.
Niente era esagerato o pacchiano, tutto era semplice. Della casa in campagna ricordo il tavolo di legno, le sedie impagliate, le tendine alle finestre, il camino. Già! Il camino. Ora mi viene in mente un altro camino, ma non cambiamo argomento! (Ah sì? Che cosa hai fatto finora? Non fai altro che cambiare argomento!).
In quelle case si avvertiva una bellezza rilassante. Appartenendo a una signora anziana, si erano salvate dal trionfo del consumismo, dai mobili “usa e getta”.
C’è stato un tempo in cui la gente voleva sorbire il caffè da tazze non solo pratiche, ma belle; un tempo in cui la Richard Ginori era italiana e prosperava (ora appartiene al gruppo Gucci, a sua volta controllato da una società francese; non so quanti dipendenti le siano rimasti). Sul viale Apua (tra Marina di Pietrasanta e Pietrasanta) c’era un grande stabilimento, ora abbandonato, invaso dalla sterpaglia: lo guardo con tristezza ogni volta che ci passo vicino, nelle mie camminate estive.
Torniamo al film.
Non mi attraeva ma era raccomandato da G., il personaggio misterioso, di cui non rivelerò il nome neanche sotto tortura: ne va della sicurezza dello stato! (Si fa per dire, potrei anche cedere alle insistenze; non sarebbe necessario ricorrere alla tortura).
I gusti di G., in fatto di film e di libri, non sempre coincidono con i miei; infatti, conscio della responsabilità, dopo le prime espressioni di entusiasmo si era improvvisamente raffreddato e mi aveva avvertito: «A me il film è piaciuto, a te potrebbe non piacere; se hai tempo va a vederlo»; ripeteva «se hai tempo», come se si fosse pentito di avere raccomandato un film con la certezza di esporsi all’elenco dettagliato delle mie critiche, subdolamente estese a tutti gli spettatori che non le avessero condivise in anticipo, fra i quali, evidentemente, c’era anche lui.
Il mio non gradimento del film, ampiamente prevedibile, si è puntualmente verificato, ma ne parleremo in conclusione del commento, se mai ci arriveremo.
Mi andava di fare una passeggiata sul percorso che facevo tanti anni prima, quando andavo a trovare la signora Olga: l’andata lungo via Cavour (dalla stazione, passando per San Lorenzo) fino a piazza Libertà, il ritorno percorrendo via San Gallo, per cambiare.
Difficilmente al ritorno percorro all’inverso la strada dell’andata; è un’altra delle mie fissazioni. A volte faccio giri lunghissimi per evitare di rifare la stessa strada; lo scrivo nel caso qualcuno, vedendomi all’andata, decidesse di aspettare per incontrarmi di nuovo: perderebbe tempo.
Via San Gallo mi ha da subito – dal nostro primo incontro: un vero colpo di fulmine, un amore a prima vista, certamente ricambiato – ricordato certe strade di Napoli intorno all’Università Federico II, in via Mezzocannone, per i negozietti, le trattorie, le librerie, il selciato sconnesso, le facciate altissime delle case, coperte, ai vari piani, da una selva di persiane che proteggono finestre da cui, quando la temperatura lo consente, spuntano la testa, le spalle e parte delle braccia di una signora affacciata, sempre la stessa: capelli neri ondulati, ben pettinati, un bel viso tondo; come si spiega? Chi è quella signora? Non so.
Ogni tanto si incontra un edificio imponente: Università di Firenze, liceo artistico, chiesa di San Giovannino, ingentilita, nella parte alta, da eleganti ghirigori con esatta simmetria bilaterale e, al centro, la croce dei Cavalieri di Malta.
Qualche portone è aperto: dà su uno stanzone semivuoto e in fondo, oltre una porta finestra, un giardino. Attraverso i vetri si intravedono foglie e rami.
Sulla strada, proseguendo, rivendite di tabacchi, vestiti, biciclette, ferramenta. Una mesticheria (oggetti utili per la casa), un forno, un negozio che sembra di antiquariato e si chiama L’olandese volante.
Mi piace osservare, in questa via, la targa o l’insegna di qualunque studio tecnico, dentistico, di medicina generale, di consulenza fiscale, perché al nome si associa sempre la dizione Studio San Gallo; la caffetteria si chiama Il posticino di via San Gallo; una bella libreria si chiama anch’essa San Gallo, come a rivendicare un’identità, un’appartenenza di cui si è orgogliosi. Ci si aspetta che i residenti in questa via, parlando di sé, anche lontano da Firenze, dicano: «Sono fiorentino, sì, di via San Gallo».
Questa antica via è cambiata poco nel tempo: posso testimoniare da quando la conosco. Forse non è cambiata, a parte le macchine in sosta, dai tempi di Giuseppe Giusti che dal paesello (Monsummano, in provincia di Pistoia) si trasferì a Firenze per lavorare come praticante nello studio dell’avvocato Cesare Capoquadri; nelle sue lettere molti accenni alla vita goliardica condotta prima all’università di Pisa, poi a Firenze, insieme ad altri scapestrati, occupandosi svogliatamente di studi giuridici, secondo il volere paterno (i padri di una volta, convinti di dover decidere il destino dei figli!).
Così la vedeva Aldo Palazzeschi, che parla di queste strade (non solo) e dei personaggi che vi abitavano, nel libro, secondo me, più bello, anche più di Sorelle Materassi, un libro che non mi stanco di leggiucchiare ogni tanto: Stampe dell’800. Ormai è ridotto in fogli sparsi tra i quali era difficile raccapezzarsi, finché ho trovato un magnifico Oscar Mondadori fuori catalogo che mi ha reso felice nel momento in cui l’ho ritirato alla Libreria Feltrinelli Red di piazza Repubblica: un bel posto per prendere un caffè, mangiare qualcosa e sfogliare i libri.
Così vedeva via San Gallo la signora Olga, la mia padrona di casa (mi piace molto quest’espressione) che mi raccontava, con la bella parlata fiorentina, episodi della sua vita in tutto e per tutto simili a quelli che zia Tanina (contrazione di Gaetanina), sorella di mia nonna, mi raccontava con la bella parlata napoletana.
Zia Tanina iniziava ogni racconto con «Pə tə fa capacə a te».
Il simbolo /ə/ designa la vocale centrale media caratteristica della lingua napoletana, come nella seconda e terza sillaba delle parole sdrucciole “mammətə” = tua madre, “sorətə” = tua sorella.
L’espressione «Pə tə fa capacə a te» si può tradurre «Per renderti edotto, farti capire bene e convincerti di ciò che sto per dire», più qualche sfumatura di significato veicolata dallo sguardo, dalla piega delle labbra, dalla postura, in funzione del tipo di evento – drammatico, luttuoso, nostalgico, allegro – che si accingeva a raccontare.
Tutto introdotto e riassunto da «Pə tə fa capacə a te».
Il rafforzativo (“Pə tə fa” = per farti; “a te”) non è un errore di grammatica (in italiano sarebbe un errore, un’inutile ripetizione); serve a concentrare l’attenzione di chi ascolta («Bada che sto parlando proprio con te»).
Quando si era assicurata, guardandomi negli occhi, la mia disponibilità a rendermi “capace” – non nel senso italiano del termine, nel senso napoletano, che implica un atto della volontà, implica attenzione, rispetto, disponibilità ad accettare la comunicazione e la realtà di ciò che viene detto (come nell’espressione “fattə capacə” = renditi conto, convinciti) – cominciava a raccontare.
Da persona intelligente, anche se semplice, forse intelligente perché semplice, innanzitutto sgombrava le vie di comunicazione. Immagino come avrebbe reagito, ora che alcuni ragazzi ascoltano gli adulti tenendo le cuffie sulle orecchie, le dita sulla tastiera, gli occhi sullo schermo!
La signora Olga, alle mie domande, rispondeva: «Cosa vuole che le dica, gli è passato tanto di quel tempo!»; un po’ esitava, si scherniva, sembrava non voler rivangare cose morte e sepolte. Poi cominciava a raccontare e, era evidente, si divertiva a far rivivere il passato, usando con disinvoltura vocaboli che, fino ad allora, avevo trovato solo nei libri: “impiantito”, “popóne”, “codesto”, “mézzo” = bagnato, umido; dove l’ho letto?
Inferno, Canto VII (127 – 130)
”Così girammo de la lorda pozza
grand’arco tra la ripa secca e ‘l mézzo
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.”
La rima insegna la giusta pronuncia della doppia zeta: /mezzɔ/ (e chiusa, zeta sorda).
In sostanza erano gli stessi racconti di zia Tanina.
La gioventù spensierata e ingenua, i corteggiamenti, la vita prima della guerra, la guerra, i bombardamenti, la paura, gli affetti antichi, quei padri che sembravano monumenti, a cui i figli davano il voi, quelle madri che morivano troppo presto, prima di incanutirsi e non arrivavano mai ad ammalarsi di Alzheimer. Madri eroiche: sopportavano i maschi di casa, i padri, i mariti, vivevano per i figli, poi se ne andavano, lasciando un vuoto colmato dalle immagini della Madonna, nelle chiese e su tutti i tavolini, dentro ai comodini, agli armadietti, ai cassetti pieni di figurine, corone del Rosario, librettini con le preghiere specifiche, come le prescrizioni mediche, per ogni evento della vita, per ogni grazia da chiedere o disgrazia temuta.
Se poi la grazia si faceva attendere, subentrava la rassegnazione, l’accettazione della “volontà di Dio”, una medicina che ha perso la sua efficacia da quando abbiamo acquisito la convinzione di essere artefici del nostro destino.
A parte qualche dettaglio, qualche particolarità di stile, il paesaggio e il clima diversi, tra la periferia della città (Firenze) e il paesone agricolo (una diecina di chilometri da Napoli) non c’era grande differenza: la piccola borghesia viveva allo stesso modo, ancorata ai valori – dignità, rispetto – che neanche un’alleanza assurda (che cosa avevamo in comune con le bestie naziste?) e una guerra feroce erano riuscite a intaccare.
Al tentativo di farci diventare “popolo di guerrieri” reagiva l’arguzia, lo scetticismo della piccola borghesia fiorentina o napoletana: i ricchi alto borghesi, sommersi dai vizi – i nobili fatui e inconsistenti – i proletari in perenne attesa di una rivoluzione perennemente rimandata – i sottoproletari, disposti a dare manforte a qualunque potere, furono facilmente infinocchiati; la piccola borghesia subì, come si subisce un terremoto.
Lo so: sto generalizzando. Lo so: anche la piccola borghesia produsse “fascisti della prima ora” e, più tardi, rivoluzionari fanatici e assassini. Ma mi riferisco ai racconti di due vecchie signore che ho avuto la fortuna di conoscere, all’aria pulita che mi facevano respirare con i loro racconti, nell’infanzia napoletana e nell’età adulta fiorentina.
I racconti onesti, i libri, i film, quando sono buoni, hanno questa magia: moltiplicano i ricordi delle esperienze che hai vissuto (alcune nella vita reale, altre nell’immaginazione) – quando sono buoni, come diceva Eduardo del caffè: quando è buono ti fa iniziare bene la giornata, e aggiungeva, dopo una pausa, guardando fisso Pupella Maggio: «Chést’è na ciofèca» (Questo è una schifezza).
Vediamo se “Vice – l’uomo nell’ombra” è buono o è na ciofèca.
Il film inizia con una dichiarazione che a me dà fastidio: la storia raccontata è vera.
Perché partire ricattandoci? Lascia decidere a noi, a ciascuno di noi, se siamo disposti a ritenere vero il tuo racconto. Ognuno ha diritto alla sua verità, la mia non è uguale a quella di un altro, ogni “fatto” può essere avvenuto in mille altri modi diversi, i fatti possono essersi concatenati in un milione di modi diversi da come tu li presenti.
Hai fatto un film, non hai impiantato una nuova religione; è inutile presentarmi un credo da sottoscrivere a fiducia. Io non ho fede in cose molto più affidabili di un film; figuriamoci se mi fido di Adam McKay.
Poi, alla fine, il regista ci ripensa, e parte un’altra scritta: la storia è quasi vera, è quasi tutta vera, forse è vera. Non ricordo esattamente quale delle affermazioni precedenti sia riportata.
Qualunque sia la seconda nota, è inutile; sappiamo bene che i film non raccontano mai fatti veri, nella comune accezione del termine, ma sempre, solo, fatti riprodotti, falsificati, raccontati dal punto di vista del regista, del produttore, dello sceneggiatore, del fotografo, del costumista, dell’attore o dell’attrice, delle comparse, della sala, della poltrona su cui sono seduto (per la cronaca: fila L, posto 13, nel caso qualcuno volesse confrontare le verità recepite dai singoli spettatori).
Il film è sempre un racconto fantastico che parte da una realtà (un fatto realmente accaduto, un prodotto della fantasia, un sogno), non è la verità.
L’unica cosa vera che possiamo ricavare da un film, se è fatto bene (se è buono, come il caffè di Eduardo) è la percezione di un ambiente, di un modo di vivere.
Questo film è fatto bene, per cui ne usciamo con alcune informazioni su come si vive alla Casa Bianca e nello stretto entourage del Commander in Chief: il Presidente degli Stati Uniti d’America, l’uomo, si dice, più potente del mondo. Si dice scandendo le parole, come se questa potenza, la possibilità di decidere sulla vita di tanti uomini, contasse davvero qualcosa nel destino di un Homo Sapiens che, come tutti gli altri, combatte ogni giorno, ogni momento, per tenere insieme le sostanze organiche che costituiscono il suo corpo.
Quest’uomo ha un metabolismo, deve mangiare, bere, respirare, eliminare i rifiuti come tutti, come il più misero barbone abbandonato su una panchina.
Certamente a lui sarà più facile controllare, anche con l’aiuto degli schiavi in servizio permanente, i processi che tenderebbero alla disgregazione della carne; per lui sarà più facile che per il barbone tenersi in vita, ma il suo destino, in un arco di tempo limitato, in fondo è lo stesso. Tutti cominciano a morire appena nati, anche quelli che diventeranno presidenti degli Stati Uniti e potranno impegnare i weekend in lunghe partite sui campi da golf a Maralago mentre la povera gente muore di fame.
Siamo tornati al dente che duole, all’attuale inquilino della Casa Bianca, al bullo col ciuffo giallastro e il ditino alzato che si vanta di essere implorato dagli altri capi di stato. È invecchiato anche lui, è goffo, morirà come tutti.
Il film si riferisce a un altro Presidente degli Stati Uniti: George W. Bush. Ce lo ricordiamo?
Anche lui credeva di essere potente, anche lui credeva di essere eterno. È finito, come tutti (non so se sia morto, ma non m’interessa).
Dovendo confrontarci con il bullo attuale siamo costretti a rimpiangere il burattino figlio di presidente che in gioventù aveva sconfitto l’alcolismo con il fanatismo religioso.
C’è qualcosa di marcio nel sistema americano! La più antica democrazia liberale può portare al potere persone rispettabili o burattini. Manca la selezione della classe dirigente, manca un modo per liberarsi dei burattini che non sono in grado di svolgere i compiti richiesti a un capo di stato ma vogliono trovarsi in quel posto, anche per compensare i complessi d’inferiorità (la manina alzata di Trump, il suo ditino continuamente proteso dice qualcosa?). Da noi un presidente del Consiglio che facesse gli errori di Trump sarebbe sfiduciato dal parlamento e sostituito. Invece pare sia difficile liberarsi del bullo, per quanti errori o attentati alla democrazia faccia nel corso del suo mandato.
Tornando al film, supponiamo che – ferma restando l’arbitrarietà dei fatti raccontati, da sottoporre a verifica attraverso una ricerca storica che non ha niente a che vedere con il film – l’ambiente descritto, i personaggi siano cuciti su quelli veri: è la cosa più semplice da fare e pare che, in questo caso, sia abbastanza riuscita.
Come vive questa gente che s’illude di comandare il mondo e riesce solo a distruggerlo?
In particolare: come mangia?
Malissimo, mangia malissimo.
A un certo punto Bush junior (l’attore che lo interpreta) rosicchia delle costatine di maiale in un modo così disgustoso da far diventare vegetariano anche un macellaio.
Rosicchia e parla, parla e rosicchia (Bush senior e Barbara non gli avevano insegnato che non si parla con la bocca piena); alla fine si lecca le dita: disgusting!
Possibile che la scena rifletta il comportamento del vero Bush?
Speriamo di no.
Anche Dick Cheney, che sfoggia un panzone da far paura, mangia i croissant alla crema e parla con la bocca piena; anche lui si lecca le dita: che schifo!
Possibile che i destini del mondo fossero, siano, nelle mani di gente così disgustosa!?
Quei letti!
Cuscini altissimi, testa piegata in modo innaturale: per forza poi gli vengono gli infarti! Subiscono trapianti di cuore con la stessa facilità con cui la mia padrona di casa metteva la dentiera: chiudono la porta, i medici affondano le mani guantate e insanguinate dentro di loro, aprono la porta e il gioco è fatto; c’è sempre un cuore palpitante pronto per tirare avanti la loro carcassa ancora per qualche anno.
La moglie di Cheney!
Come viveva!? Quanto pensava di poter vivere attaccata al potere come una cozza allo scoglio!?
Che se ne faceva del potere!?
Quel Cheney!
La testa sempre piegata (dipende anche dai cuscini), scodinzola dietro alla moglie, dietro al Segretario alla Difesa, una specie di gangster sghignazzante, fino a quando trova un presidente più ex alcolizzato di lui (George W. Bush – la doppia vu sta per doppio whisky) e si prende la soddisfazione di ordinare bombardamenti a tappeto.
Sempre con la testa piegata e il tono di voce di uno che sta morendo.
Il vero Cheney sarà morto?
Ma quello è morto da sempre: la gente così non vive, poveraccia!
“Ché, col peggiore spirto di Romagna,
trovai di voi un tal che, per sua opra,
in anima in Cocito già si bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.”
Dante, Inferno, Canto XXXIII (154 – 157).
