28 marzo 2022 h 17.00)
Cinema Teatro La Compagnia Firenze – via Cavour, 50r

Come sempre accade in tutte le società maschiliste – dai seminari cattolici al Comitato Centrale del Partito Comunista Sovietico  – anche nel Far West si oscillava tra l’omosessualità più o meno nascosta e la competizione feroce.
Dei seminari cattolici conosciamo le conseguenze (molte vite spezzate), nel Politburó è noto che circolavano chiacchiere intorno a Breznev, stimolate anche dalle immagini dei baci sulla bocca che i governanti dell’Unione Sovietica si scambiavano con grande trasporto.

Nel Far West i cosiddetti uomini “veri”, uomini rudi, che non si lavavano per non sembrare effeminati, in fondo (ma non troppo in fondo) erano desiderosi solo di protezione, possibilmente da parte di una figura paterna.
Le donne erano messe male. Ridotte al rango di mogli, madri, cameriere, prostitute (i ruoli erano intercambiabili), avevano poca scelta, potevano solo occuparsi di uomini che si lavavano poco.
Alle donne non era consentito pensare a sé stesse, al proprio piacere, per cui spesso si rifugiavano nell’unica libertà concessa: dopo avere completato le faccende domestiche, accudito il marito, accudito i figli, accontentato i clienti, si concedevano il conforto racchiuso in una bottiglia di whisky tenuta ben nascosta.

Questo è il quadro dell’ambiente descritto da Jane Campion nel film Il potere del cane, tratto dal romanzo omonimo di Thomas Savage.
Phil Burbank, proprietario, insieme al fratello George, di un ranch con molti dipendenti e mandrie di buoi, più che valori ha miti.
In testa a tutti, il mito dell’uomo forte, coltivato sull’esempio di un mandriano che gli aveva insegnato tutto: cavalcare, intrecciare corde di pelle, guardare le colline con occhio profondo (non so che cosa significhi, ma è un’idea di Phil).

Il mandriano si chiamava Bronco Henry ed era divenuto un mito per due motivi: 1) era defunto 2) in una notte gelida di tanti anni prima, in un posto selvaggio in cui si erano accampati, aveva coperto con il suo il corpo di Phil per ripararlo dal freddo; il giovane allievo si era sentito protetto dal maestro.

Phil non sopporta George, il fratello grassoccio che non condivide i suoi miti e la sua idiosincrasia nei confronti della vasca da bagno e delle abluzioni in genere.
Nella mentalità del rude cow boy, capace di castrare un bue strappandogli i coglioni con le mani nude, non protette dai guanti, l’uomo vero deve puzzare. In questo senso George lo considera, per esperienza, un “uomo vero”, ma poco presentabile nell’alta società a cui ambisce di appartenere.

Phil preferisce bruciare le pelli inutilizzate piuttosto che regalarle agli indiani, ormai ridotti all’elemosina.

È ovvio che la rudezza, la mancanza di generosità, i miti esibiti, mascherano tendenze omosessuali che, represse, ogni tanto hanno bisogno di uno sfogo. Lo sfogo è agevolato con riviste di pseudo culturismo maschile tenute ben nascoste in un rifugio segreto.

Trovandosi in una locanda per cenare insieme ai suoi uomini, nel corso della transumanza, infastidito dai canti, dai balli, dall’allegria di una festa di matrimonio e dallo strimpellio del pianoforte, non si trattiene dall’imporre agli invitati di interrompere la baldoria; per quieto vivere e scarsità di forze dell’ordine gli invitati obbediscono.
Nella stessa serata aveva preso in giro il giovane figlio della locandiera, un ragazzo che non nasconde, anzi manifesta apertamente, senza inibizioni, la sua dolcezza e la sua sensibilità.

George, che guarda Phil come si guarda un troglodita, anche se fratello, gli fa la sorpresa di sposare Rose, la locandiera, forse per interrompere la condivisione della stanza da letto.
Non si può dire che Phil manifesti simpatia nei confronti della donna; anzi: Rose gli sta sullo stomaco e, naturalmente, non lo nasconde. La convivenza diventa ben presto difficile, soprattutto per la donna, che si trova in una condizione di inferiorità (i due uomini sono i padroni della casa e del ranch).
Il marito, nonostante la sua buona volontà, non l’aiuta molto; sembra solo desideroso di farsi accettare da quelli che contano e crede di avere sposato una pianista per averla sentita strimpellare sui tasti del pianoforte in un cinema. Decisamente anche George Burbank, l’uomo dalla faccia tonda come Charlie Brown, non è molto intelligente, però sa tacere e mostrarsi civile.

Nella lotta con la donna Phil riesce vincitore, anche perché gioca in casa. La donna, sconfitta, come molte casalinghe, si rifugia nell’alcol.
A questo punto entra in gioco il ragazzo sensibile, figlio di Rose, studente di medicina (elemento fondamentale della trama).
Phil, pur continuando a prenderlo in giro – lo fa per rispettare il ruolo che si è scelto – è evidentemente attratto dal ragazzo e finisce col prenderlo sotto la sua protezione.
Qui avviene una svolta: dopo avere fatto venire a galla le tendenze omosessuali del bestione, il ragazzo risolve il problema che sta uccidendo sua madre; allo scopo utilizza una corda di pelle che Phil si è intestardito a intrecciare per fargliene dono. La pelle è stata sottratta a una mucca morta di antrace, una malattia contagiosissima. Phil non lo sa, intreccia la corda avendo, per giunta, una ferita alla mano; s’infetta, muore.

Il povero Phil (in fondo è un poveraccio), che ha sconfitto facilmente la povera Rose (anche lei non è messa bene, in quanto donna in una società maschilista), è sconfitto definitivamente dal giovane studente di medicina, portatore di un dramma (il suicidio del padre), di tendenze omosessuali non nascoste e di un grande amore per la madre, che Phil stava uccidendo con la sua aggressività.
Alla fine il ragazzo è chiaramente soddisfatto quando vede la madre finalmente serena, al ritorno dal funerale.

Il bestione riposerà in pace? Non sappiamo, ma è improbabile.
Mai un sorriso sul suo volto, solo un ghigno feroce quando ha pensato che la donna fosse definitivamente messa fuori gioco.

Un film e una regia si giudicano soprattutto dalla capacità di tenere gli spettatori attaccati allo schermo. Devo dire che Il potere del cane ci riesce. Per questo credo meritato l’Oscar per la regia assegnato a Jane Campion.

La foto in testa al commento mostra uno dei luoghi che definiscono il grado di civiltà di una città moderna, in questo caso Firenze: il cinema La Compagnia in via Cavour, 50r.
Tutto, in questo cinema, funziona alla perfezione, dalla programmazione delle proiezioni (attualmente la rassegna “XX Secolo – L’invenzione più bella”), al bar che fa un buon caffè, ai servizi igienici; in questo cinema sono ampi, comodi, rispettosi della riservatezza degli utenti, mentre in alcune sale cinematografiche sono ricavati dentro bugigattoli striminziti. Prima o poi farò una graduatoria dei cinema in base all’efficienza dei servizi igienici: all’ultimo posto ci sarà una sorpresa (non sempre alla magnificenza della sala, agli stucchi dorati, alla bellezza esteriore corrisponde la qualità dei bagni: … ci siamo capiti).