(7 aprile 2022 h 16.00)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Sean Penn è un bravo attore.
Ricordo, in particolare, la sua interpretazione del chitarrista di Accordi e disaccordi (Woody Allen, 1999).
In quel film attore e personaggio s’incontrarono magicamente, fino a confondersi l’uno con l’altro.

Sean Penn è anche regista.
Nessun film di cui ha curato la regia mi è rimasto impresso, neanche il più famoso: Into the Wild (2007).
Grosso modo ricordo la trama (la conoscono tutti), ma non ha lasciato il segno, almeno per me.
L’ultimo film, Una vita in fuga [Flag Day], è la trasposizione di un libro di Jennifer Vogel – Flim-Flam Man: The True Story of My Father’s Counterfeit Life – traduzione: L’imbroglione: la storia vera della vita da contraffattore (o della vita contraffatta) di mio padre.

Mi sono chiesto: è partito da un libro sbagliato o ha rovinato un bel libro?
Il personaggio merita un approfondimento; allo scopo mi sono lanciato nella lettura faticosa del libro di Jennifer Vogel; l’ho scaricato sul lettore di ebook in lingua originale: non è tradotto in italiano.
Ho notato che è molto più facile leggere in inglese Jonathan Swift (Gulliver’s Travels, 1726) o Charles Dickens (David Copperfield, 1849) che un testo americano attuale (Jennifer Vogel vive a Minneapolis, Minnesota).
Mi limito a osservare che gli americani fanno un uso smodato di frasi idiomatiche, hamburgher e pollo fritto, di molto superiore alla dose massima consigliata dai medici; inoltre amano in modo particolare il linguaggio gergale.
La mia impressione è che si tratti di un gran bel libro (non l’ho letto tutto, mi riprometto una lettura più rilassante, più distesa, sulla spiaggia, con l’aiuto di una buona traduzione che, spero, stia per arrivare).
Ne so abbastanza per risolvere il dubbio iniziale: Sean Penn ha trascritto nel modo peggiore il racconto autobiografico, interessante, che lo ha ispirato.
Forse il punto è questo: ha trascritto, non ha tradotto in un linguaggio diverso.
Mettere una dopo l’altra le vicende principali raccontate nel libro non vuol dire tradurlo in un film.
Se fosse questo il lavoro da fare, ci sarebbe da chiedersi: a che serve il film?

La scrittura e il cinema, è banale dirlo, sono due linguaggi diversi.
Arancia Meccanica di Stanley Kubrick non è fatto di pagine (ma no! chi l’avrebbe detto!), di righe da interpretare ricorrendo al vocabolario; è un’altra cosa rispetto al libro che lo ha ispirato (Anthony Burgess).
Senza la traduzione (l’ultima, edizione Einaudi, molto divertente) il libro per me sarebbe incomprensibile (anni fa ci ho provato, ma mi sono arreso presto); davanti allo schermo del cinema bastano un’occhiata veloce alla didascalia, all’espressione dell’attore, al movimento. La comunicazione, in un film, utilizza più canali. Non c’è il problema delle frasi idiomatiche, delle parole inventate, del linguaggio gergale. Dallo schermo partono più segnali, diversi, convergenti (mettiamoci pure la musica, i rumori, i silenzi, il taglio delle immagini, l’inquadratura, il fuoco, i colori, eccetera, eccetera). C’entra pure il montaggio e, in generale, gli strumenti che il regista usa per suscitare il nostro interesse: strumenti diversi da quelli a disposizione dello scrittore.
I film, se ben diretti e ben interpretati, ci fanno diventare poliglotti. Capiamo Parasite (Bong Joon-ho, 2019) in lingua originale: bastano le didascalie e il grande schermo del cinema – sul piccolo si fa fatica, si perdono i dettagli: tutti perdono dettagli fondamentali, i miopi, come me, ne perdono parecchi, per questo odiano guardare i film in televisione, un po’ meno sul computer con schermo grande, che si può tenere più vicino agli occhi rispetto allo schermo televisivo.

Obiezione, vostro onore! Sempre questi riferimenti ai grandi, ai capolavori, come se gli onesti lavoratori, gli artigiani del cinema, non potessero fare cose meritevoli di essere viste!
Obiezione accolta. Cambiamo l’esempio.

Gira per le sale il film di un regista islandese sconosciuto ai più (tra i quali ci sono anch’io): Valdimar Jóhannsson.
Il film si chiama Lamb (Agnello).

Nelle desolate terre dell’Islanda, battute dai venti e dalle tempeste, vive una coppia di giovani in una fattoria sperduta che sembra dimenticata da Dio e dagli uomini.
In realtà in Islanda neanche una pecora si perde, neanche un cane, neanche uno spillo. Dio e gli uomini si ricordano di tutti, di ogni filo d’erba destinato ad alimentare le pecore giganti, lanose, che sembrano indossare un maglione, sono fornite di corna attorcigliate e hanno un’espressione poco amichevole.

Da noi una pecora o un uomo possono perdersi. In quello spazio enorme e poco abitato, in Islanda, ognuno sa badare a sé stesso e se si ritrova da solo, di notte, al freddo, sa come cavarsela.
Da noi ti perdi nella folla, ti dimenticano dentro uno di quegli appartamenti tutti uguali che caratterizzano la periferia delle grandi città. Se sei un vecchio rimasto solo, o una vecchia rimasta sola, può capitare, è capitato (si legge sui giornali) che tu muoia in completa solitudine e i vicini di casa se ne accorgano dopo una settimana, dopo quindici giorni, dopo un mese, dopo anni. Ti eri perduto senza saperlo.

Questo non accade negli spazi enormi dell’Islanda, misteriosi, coperti dall’erba, con pochi alberi perché le pecore – che vivono libere per buona parte dell’anno (gli islandesi le ritrovano) – mangiano tutto ciò che cresce.
È appena il caso di sottolineare che non sono mai stato in Islanda e ciò che ho scritto si riferisce al film di Valdimar Jóhannsson; è l’Islanda del film.

Se il lettore di questo commento non ha visto Lamb e odia lo spoiler, farà bene a rimandare la prosecuzione della lettura.

In questo posto dove nessuno si perde puoi trovare un esserino intermedio tra una pecora e un uomo, e, alla fine, puoi essere ucciso dal padre di quell’esserino, munito di corna attorcigliate, ma anche di gambe e di braccia con cui imbraccia un fucile e prende la mira.

Una storia assurda.
Assurda.

Si riferisce a oscure leggende della mitologia nordica.
Queste leggende si trovano anche in un film svedese: Border, regia di Ali Abbasi (commento su questo sito). Non sto parlando di capolavori della cinematografia; sono bei film, girati come si deve da registi capaci di suscitare attenzione, interesse, curiosità, stupore.
La storia può essere vera, verosimile, assurda … non importa. Mentre scorrono le immagini sullo schermo sospendiamo il controllo di verosimiglianza, non per simpatia nei confronti dei personaggi, ma perché il regista ci costringe a farlo, ci sorprende, ci emoziona.
Questo per dire che la regia richiede un talento particolare, diverso dal talento dell’attore. Pochi riescono a fare l’una e l’altra cosa ad alto livello.

Torniamo al film di Sean Penn.
Il libro racconta il rapporto tra la scrittrice e suo padre, John Vogel, un uomo che viveva non dentro ma accanto alla realtà, tra sogni e bugie, imbrogli, illeciti di vario tipo, fino a concludere la propria esistenza da ricercato dalla polizia in quanto stampatore di milioni di dollari falsi.

È la vita di un uomo impermeabile ai limiti posti dalla realtà, sempre pronto a ricominciare dopo ogni sconfitta.
Compra una fattoria che non può pagare (la fatica per metterla a posto, per arredarla … poi: fuga in macchina con tutta la famiglia); porta i figli in vacanza sul lago e viene raggiunto dai creditori che lo picchiano; si dà alle contraffazioni (le counterfeit del titolo) con discreto successo iniziale (sempre all’inizio le cose gli riescono); è convinto che il 14 giugno (National Flag Day) gli americani festeggiano il suo compleanno.
La vita dei figli è un continuo oscillare tra allegria e paura.

Sean Penn è riuscito a rendere scontato il personaggio principale, ma ancora di più i personaggi secondari.
Il fratello del protagonista cerca di aiutare i nipoti come può; di lui, nel film, non sappiamo niente: è un’ombra che appare, sposta le valigie da una macchina a una casa e scompare.
La moglie del protagonista subisce trasformazioni che non si spiegano (ci vuole il libro per trovare una continuità tra le diverse fasi del personaggio, il film non basta): moglie innamorata (segue il marito in tutte le cazzate), poi alcolizzata (si fa disprezzare e abbandonare dai figli), compagna cinica di un alcolizzato (non difende la figlia da un tentativo di stupro), infine brava madre (aiuta la figlia a trovare la sua strada). Non sembra lo stesso personaggio.
Persino la rinascita di Jennifer, dopo un lungo giro che la porta quasi al suicidio, è oscura: non si capisce come avviene, con quali spinte, attraverso quali passaggi. Il regista ha accorciato la parte più interessante del libro.
Sean Penn non ha il tocco magico dei registi capaci di farti leggere la psicologia dei personaggi con un dettaglio, con uno sguardo, con un gesto (a pensarci, anche come attore il suo viso è abbastanza statico).
È banale persino la poliziotta che, alla fine, cerca di consolare la ragazza raccontandole i guai che ha passato con il padre drogato.
Non si capisce chi sia John Vogel, il personaggio dalla vita contraffatta interpretato da Sean Penn: è uno psicopatico, un delinquente ingegnoso che trova il modo di falsificare alla perfezione i dollari e ne stampa milioni, un pover’uomo che cerca inutilmente di mostrarsi meritevole dell’affetto della figlia?

La scena madre, che Sean Penn ha riservato a sé stesso nella parte finale, non cattura la partecipazione dello spettatore: un suicidio mandato al rallentatore per farlo durare di più. Cercare di costruire un’emozione dilatando i tempi. Non si fa! Un mezzuccio.
Naturalmente non è colpa dell’attore Sean Penn se quella sequenza è recitata così male da risultare falsa, nonostante il liquido rosso che macchia abbondantemente la testa del personaggio. È colpa del regista Sean Penn: non ha saputo dirigere il suo attore preferito (nonché i figli del suo attore preferito: Dylan Penn e Hopper Jack Penn) e non ha trovato un modo più efficace per rappresentare la fine di un uomo, forse psicopatico, davanti alla figlia che assiste al suicidio guardando, in un bar, lo schermo di un televisore.

Domenica (17 aprile 2022) sarà una Pasqua macchiata dalla guerra che un dittatore folle, un ex spione del KGB, ha voluto.
Auguri agli eroici ucraini.

Si dice: nella Costituzione è scritto “L’Italia ripudia la guerra …”, senza mai citare il comma per intero.
“Art. 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; …”
Dunque l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa, non come strumento di difesa. D’altra parte, se rifiutasse la guerra come strumento di difesa saremmo un paese di pastafrolla, un paese di vigliacchi non disposti a difendere le proprie famiglie, la libertà, come stanno facendo gli eroici ucraini, che meritano ogni forma di sostegno.
Per usare la diplomazia come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali occorre che l’altro sia disposto a venire a patti, a sedersi intorno a un tavolo prima di mandare i carri armati. Con Hitler non fu possibile, spero che, grazie all’eroismo degli ucraini, Putin sia obbligato a trattare o, ancora meglio, sia cacciato dai russi.
Arrendersi non è una soluzione: l’aggressore si sentirà confermato nella propria forza e alla fine chi si crede al sicuro e vuole solo farsi gli affari suoi si accorgerà che non gli è convenuto girare la testa da un’altra parte (oltre alla vigliaccheria insita in questo atteggiamento).
Non è necessario scatenare la terza guerra mondiale, è opportuno aiutare in tutti i modi gli ucraini a resistere, accettando i sacrifici necessari, per evitarne altri di molto più duri.