
11 maggio 2025 h 16.30
Cinema Il Portico Firenze – via Capo di Mondo, 66
Famiglia (genitori e figli)
// Un inverno in Corea // Ritrovarsi a Tokyo // Il tempo che ci vuole // Dostoevskij // Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato // Enea // Club Zero // Come pecore in mezzo ai lupi // Ritorno a Seul // Beau ha paura [Beau is afraid] // Miracle: Letters to the President // The Whale // Le vele scarlatte // The Fabelmans // Marcel! // True mothers // Una vita in fuga // One second // Cry Macho // È stata la mano di Dio // Madres paralelas // Raw // Titane // Tre piani // La terra dei figli // Favolacce // Tutto il mio folle amore // Un affare di famiglia // La stanza delle meraviglie // Lady Bird /e/ Puoi baciare lo sposo // Tre manifesti a Ebbing, Missouri //
Giappone: non solo manga o anime
// Ritrovarsi a Tokyo // L’innocenza (Kore’eda Hirokazu) // Il ragazzo e l’airone // Perfect Days // Penguin Highway // True mothers // Drive my car // 5 è il numero perfetto (nel commento: Quaderni giapponesi di Igort) // Mirai // Un affare di famiglia (Kore’eda Hirokazu) // Mr Long (attore cinese, ambientazione giapponese) // L’isola dei cani (regista americano, ambientazione giapponese) //
“Ritrovarsi a Tokyo” (A missing part), regia di Guillaume Senez.
In via Capo di Mondo, una ventina di metri dopo il cinema Portico, venendo dalla stazione dei treni (Firenze Campo di Marte), c’è una chiesa moderna.
L’espressione “chiesa moderna” fa pensare a un garage, a una palestra, a un ambiente privo di religiosità, spoglio, all’esterno e all’interno, dei segni che contraddistinguono le chiese frequentate in età infantile da molti di noi, nati e cresciuti in un paese estremamente vario, dal punto di vista storico e geografico, tenuto insieme da un unico filo: la cultura cattolica.
Raramente vado in chiesa; ne ho visitate e fotografate a centinaia lungo il Cammino di Santiago (Cammino francese, da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago de Compostela), affrontato con allegria, non da pellegrino (anche se psicologicamente e “teatralmente” in quei due mesi mi sono sentito pellegrino) ma per fare una lunga passeggiata – ero andato in pensione e volevo segnare il passaggio a un’altra fase della vita.
Da allora sono entrato in qualche duomo solo per ammirare quadri famosi; ho partecipato ad alcuni funerali.
Se la cerimonia funebre si svolge in una chiesa che è lì da tanto tempo – con la sua bella navata centrale, le panche rivolte verso il presbiterio, il tabernacolo al centro dell’altare maggiore, le cappelle con le statue e i quadri dei santi – anche chi, come me, quando esce dalla chiesa non crede, arriva a sperare che una cosa strana e un po’ inquietante come “la resurrezione dei morti” possa verificarsi realmente, prima o poi.
Conclusa la funzione, la cinefilia richiama alla memoria parole e immagini: «Alle ore diciotto: Giudizio Universale» (Vittorio De Sica, 1961). Si torna con i piedi per terra.
La chiesa del Sacro Cuore, poco dopo il cinema Portico, è moderna ma non trasmette la desolazione di una palestra o di un garage. È stata costruita tra il 1956 e il 1962 ampliando ma conservando la struttura di una chiesa preesistente eretta nel 1874 accanto a un convitto realizzato da Padre Ludovico da Casoria, al secolo Arcangelo Palmentieri, religioso appartenente all’ordine dei Frati Minori Francescani, proclamato santo nel 2014 da Papa Francesco.
In una tavola esplicativa posta all’ingresso della chiesa si legge: “Al suo arrivo a Firenze, nel 1869, padre Ludovico da Casoria fondò una compagnia di laici e sacerdoti detta dei Frati Bigi, con lo scopo di assistere i bisognosi”.
L’aggettivo “bigi” mi incuriosisce.
Certamente si riferisce alla tonaca, al cappuccio, a qualcosa che gli appartenenti alla Compagnia indossavano quando svolgevano le attività assistenziali.
Bigio vuol dire “di colore grigio cenere”; è un aggettivo che ricorre nel parlato toscano, non nell’italiano di chi ci ha insegnato la lingua moderna dopo avere risciacquato i panni in Arno, non nell’italiano di un umile frate francescano campano.
Mi domando dove avesse preso, il frate, un aggettivo che probabilmente non aveva mai usato a Casoria. Lo aveva trovato a Firenze, dove si era o era stato trasferito nove anni dopo la Spedizione dei Mille e, da persona intelligente, lo aveva fatto suo.
Certamente non conosceva, quando fondò la Compagnia, i versi di Carducci, stampati la prima volta nel 1887 nel volume “Rime nuove”.
«… / ma un asin bigio, rosicchiando un cardo / rosso e turchino, non si scomodò: / tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo / e a brucar, serio e lento, seguitò».
Davanti San Guido s’imparava a memoria; sono contento di ricordarla dopo tanto tempo. Italo Calvino suggeriva di imparare le poesie a memoria. Diceva: fanno compagnia.
Già prima di entrare in chiesa, sul portale, un campanile snello, slanciato, altissimo, visibile da lontano, accoglie il visitatore; fa pensare alla rampa di lancio di un missile. I fiorentini, affettuosamente, lo chiamano “sparacristi” o “lanciacristi”.
Una scritta incisa a mezza altezza ci informa che risale alla ricostruzione della chiesa (ANNO DOMINI MCMLXII), poco meno di un secolo dopo l’arrivo di Arcangelo.
Se dovesse diventare reale la scena immaginata da De Sica, certamente gli abitanti del posto sarebbero avvertiti non dalla televisione o dagli smartphone, ma da una voce vera, non virtuale, con accento fiorentino, proveniente dall’alto di questo campanile: «Alle ore disciotto: Resurrezione dei morti. Tutti alla hasa del popolo».
Il “lanciacristi” ambisce a proiettarci verso l’alto; che ci riesca è un altro discorso, ma è bello se un edificio esprime un’intenzione con la sola presenza fisica. Quando ciò accade l’architettura diventa arte.
Veniamo al film che ho visto al Portico, una comodissima sala in una via normale, non particolarmente bella, in periferia: alti edifici squadrati, marciapiedi interrotti dai portoni, finestre, ingresso del cinema, aiuole delimitate da muretti di cemento, chiesa.
È importante, uscendo dal cinema, ritrovare la vita normale, dopo la parentesi vissuta nell’immaginazione (quando riesce bene).
Come al solito, il titolo italiano non rende il contenuto del film. Molto meglio l’originale: “A missing part”, una parte mancante.
Al personaggio principale, e ad altri, manca una parte di se stessi che l’autorità della legge ha sottratto: dopo la separazione il giudice ha affidato il figlio (in questo caso la figlia) a uno dei genitori (in questo caso alla madre) impedendo all’altro ex coniuge di vederlo fino al raggiungimento della maggiore età. Ma allora il padre sarà un perfetto sconosciuto e la figlia avrà creduto di essere stata abbandonata.
Questo capita in Giappone ai genitori che si sono dimostrati poco affidabili al momento della separazione.
Per esempio Jay, il personaggio di cui si racconta la tragedia, è un francese che ha sposato una giapponese e ha avuto una figlia, Lily. Quando la bambina aveva tre anni i suoi genitori hanno cominciato a litigare. Jay si ubriacava; ammette di avere rivolto minacce alla famiglia della moglie separata, che gli impediva di vedere la bambina.
Ci fu una denuncia e il giudice decise l’affidamento di Lily alla madre, tolse a Jay il diritto di incontrare la figlia, di sapere dove abitava; stabilì l’obbligo del padre di contribuire al mantenimento della bambina con la sottrazione automatica di una somma mensile dal reddito.
Jay non vede la bambina da nove anni. Lily non vede il padre da quando aveva tre anni; potrà decidere di conoscerlo al raggiungimento della maggiore età.
Un legame è stato spezzato.
Avendo lavorato come cuoco a Tokyo, Jay conosce il giapponese; per mantenere il suo impegno economico ha trovato un lavoro di tassista dipendente di una ditta.
Nel film sono rappresentate diverse situazioni simili; pare che in Giappone non sia previsto il cosiddetto affidamento congiunto.
Dunque questo sarebbe un caso in cui la legislazione italiana è più giusta della legislazione giapponese.
A me risulta che in Italia, nonostante la possibilità di affidamento congiunto, si verificano casi simili; l’estate scorsa ho assistito a una protesta presso il tribunale dei minori di Firenze, organizzata dai nonni materni di due bambini a cui il padre separato impediva di vedere la madre. I nonni protestavano perché il giudice non aveva interrotto la situazione di (secondo loro) illegalità.
Ero molto amico della nonna (purtroppo, nel mese di dicembre, è morta) e per questo mi ero portato anch’io davanti al tribunale per esprimere solidarietà sulla fiducia basata sulla stima e per rendermi conto di ciò che era accaduto. Non voglio fare alcun parallelo tra il caso reale e il caso descritto nel film. Le situazioni sono molto diverse e del caso reale conosco solo una versione di parte. Lo cito per dire che, nonostante la nostra legislazione sia meno rigorosa, forse più umana, della legislazione giapponese, anche da noi un genitore separato o divorziato può trovarsi nella condizione di essere escluso dalla possibilità di partecipare alla crescita di un figlio.
Il film è costruito dalla parte dell’uomo a cui è stato sottratto un pezzo di se stesso e ci spinge a solidarizzare con lui.
Mi domando: fanno bene o fanno male i giudici giapponesi a preoccuparsi innanzitutto della serenità dei bambini?
Si capisce la situazione disperata in cui si trovano questi genitori, ma se hanno manifestato mancanza di controllo o altri problemi quando i figli erano molto piccoli e bisognosi di vivere in un clima sereno, che cosa deve fare il giudice? Faccio questa domanda a me stesso, riferendomi alla trama del film, non a ciò che la famiglia della mia amica ha vissuto.
Verrebbe spontaneo pensare che il giudice dovrebbe dare una possibilità in più a quest’uomo: ha sbagliato (minacce, ubriachezza), desidera recuperare; ma se riprendesse il suo comportamento incontrollato, se provocasse una tragedia, che cosa diremmo? Con chi ce la prenderemmo? Probabilmente con il giudice.
La domanda cruda e terribile che si pone alla coscienza è la seguente: è giusto condannare in modo così drastico e definitivo una persona che in un periodo di crisi non ha saputo fare il padre o la madre (tenendo presente il danno che i figli ricevono)?
Io non ho una risposta.
La trama del film prevede che Jay casualmente incontri la figlia, si faccia riconoscere, riesca a strappare alcune ore da trascorrere insieme, pagando molto duramente la parentesi di felicità di cui anche la bambina (dodicenne) aveva bisogno.
Dettaglio commovente: Jay per farsi riconoscere (ha avuto l’incarico di sostituire un collega che accompagna Lily in taxi ogni giorno a scuola) attacca allo specchietto retrovisore un giocattolino da cui non si separa da nove anni. La bambina, che (noi capiamo) ha riconosciuto il giocattolino, per un po’ finge indifferenza, poi gli dice qualche frase in francese. A questo punto il nostro cuore è spezzato in due, dalla storia e dalla bravura di Romain Duris.
Il film ha il pregio di farci girare in taxi per Tokyo, la città protagonista di “Perfect days” di Wim Wenders. In entrambi i film c’è un uomo solo che ne ha passate di tutti i colori.
Jay vive con agitazione il dramma quotidiano causato dallo strappo che ha subito. È stato pescato dal dolore, si agita e rimane sempre più invischiato nella rete che lo ha catturato.
Hirayama, nel film di Wenders, cerca di vivere nel presente, in armonia.
Si sveglia, ripiega il materasso arrotolabile (futon) su cui ha dormito, si spazzola i denti, accorcia i baffi, spruzza l’acqua sulle piantine, indossa la tuta da lavoro con la scritta “Tokyo toilets”, carica in macchina gli attrezzi che utilizzerà nel lavoro, beve da una lattina estratta da un distributore automatico, raggiunge il primo bagno pubblico e comincia a pulirlo coscienziosamente. È il suo lavoro. Non ci sono azioni più degne di altre di essere eseguite cercando di raggiungere la perfezione.
Se qualcuno entra nella toilette, educatamente esce e aspetta. Poi rientra e riprende le pulizie, sempre con metodo e rigore. Raccoglie le cartacce, passa la spugna sul water, raggiunge le parti meno visibili.
La sua precisione è disinteressata: nessun controllore, credo anche in Giappone, lancerà più di un’occhiata superficiale e basta un utilizzatore poco pulito per costringerlo a ricominciare.
È un lavoro al servizio dei bisogni che la biologia ci impone. Bisogni basilari, comuni a tutti i viventi (nella lotta incessante tra catabolismo e anabolismo delle sostanze organiche), di cui ognuno vorrebbe occuparsi in proprio, in situazioni di intimità, senza interferenze degli altri, di nascosto, nel senso che si sa ma non se ne parla. Non sempre è possibile mantenere la riservatezza, non a tutti e in tutte le situazioni. L’imbarazzo è evidente quando una signora accenna a entrare e Hirayama interrompe il lavoro. Si porta all’esterno, discreto e silenzioso; aspetta senza dare segni di impazienza; non si muove. Aiuta il bambino che ha perso la mamma, la signora che non riesce ad accendere la luce. Mentre lavora è a disposizione degli altri.
Continua a lavorare fino alla pausa. Poi raggiunge il parco, si siede su una panchina e mangia qualcosa per colazione. Scatta una foto, una sola, delle chiome degli alberi. Scopre una piantina sbucata ai piedi di un albero altissimo. La raccoglie con tutte le radici, la mette in un vasetto con un po’ di terreno per portarla a casa. Riprende il lavoro negli altri bagni pubblici; pulisce con scrupolo, senza fretta, anche negli angoli più difficili da raggiungere, fino a eliminare ogni traccia di sporco visibile.
Quando ha finito il turno è raggiunto da un altro lavoratore, un giovane che non condivide il suo atteggiamento. Hirayama non si fa influenzare e non giudica: vive a modo suo.
Nel suo passato c’è un dolore che riaffiora quando incontra la sorella, che vede raramente, e scoppia a piangere.
«Lo faremo un’altra volta» dice alla nipote che si è allontanata da casa per contrasti con i genitori, ha trovato un punto di riferimento nello zio e vorrebbe programmare qualcosa da fare; «Un’altra volta?», domanda la nipote. «Un’altra volta è un’altra volta» ripetono insieme saltellando allegramente per strada.
Hirayama vive momento per momento: cerca di aderire alla realtà senza farsi influenzare dai ricordi del passato e dalle speranze, o dai timori, del futuro.
Gli basta ascoltare una canzone degli anni settanta (“Perfect day” cantata da Lou Reed) mentre in una vecchia macchina si reca al lavoro, lavarsi in un bagno pubblico (i famosi bagni pubblici di Tokyo in cui anche Jay si lava), cenare nel solito ristorante, fotografare le chiome dei faggi illuminate dal sole, salvare una piantina sperduta nata nel parco, raccogliendola e portandola a casa per farla sopravvivere; in chiusura della giornata, di sera, gli basta svolgere il futon (materasso), distendersi, leggere un libro prima di piombare nel sonno.
Sono due uomini che hanno vissuto e hanno problemi, difficoltà, sofferenze: uno coltiva il sogno impossibile di ritrovare la figlia e si agita nella rete, rimanendo sempre più imprigionato, l’altro seppellisce il dolore nel passato, cerca di vivere ogni attimo e di assaporare la gioia che danno le piccole cose.
