
2 gennaio 2026 h 14.30
The Space Cinema – Novoli
Umorismo (fa bene ridere)
// Buen Camino // Romeo è Giulietta // La Primavera della mia vita // Il discorso perfetto // Una famiglia mostruosa // Mandibules // Odio l’estate // Jojo Rabbit // Tolo Tolo // Il colpo del cane // Stan & Ollie // Moschettieri del re // Il Grinch // Achille Tarallo // L’incredibile viaggio del fachiro // Favola // Una festa esagerata // Metti la nonna nel freezer // Come un gatto in tangenziale // The Disaster Artist // C’est la vie: prendila come viene //
Film di Checco Zalone: “Buen Camino”, regia di Gennaro Nunziante.
En français sur www.giovanniguarino.org
Da alcuni anni festeggio l’inizio del nuovo anno andando al cinema.
Dopo il pranzo di Capodanno (o il 2 gennaio) fa bene allentare il clima forzatamente festoso e agevolare la digestione immergendosi per un paio d’ore in un altro mondo, da soli o con una compagnia selezionata e non obbligata.
Una volta si andava a messa almeno tre volte all’anno: Natale, Capodanno, Pasqua.
Noi adolescenti andavamo al cinema la vigilia di Natale e l’ultimo dell’anno; in quei due giorni i cinema erano aperti di mattina perché, dopo un’abbondante colazione a base di pizza con la scarola e baccalà fritto, si doveva attendere la sera per il cenone. I cinema adeguavano gli orari. Noi del sud, sempre esagerati, facevamo due cenoni a distanza di una settimana.
Queste ricorrenze, a volte faticose, mettevano punti fermi nella vita, anche di chi non credeva che in un dato momento della storia Dio in persona, proprio Lui, abbia deciso di incarnarsi (forse per fare una nuova esperienza) nella cellula uovo di una vergine (“nel seno”, come pudicamente ci insegnavano) e di farsi massacrare su una croce dalle sue stesse creature.
Se è vero (prima o poi, come tutti, lo appurerò o il problema svanirà nel nulla), gli chiederò perché, nella sua infinita intelligenza, tra le tante possibilità (per esempio scendere dal cielo su un carro trainato da cavalli alati, accompagnato da un coro di angeli) abbia scelto questa soluzione astratta e … diciamo … contorta.
A pensarci, solo la grotta o la capanna sotto la neve a Betlemme, il bue e l’asinello, la cantata dei pastori, la cometa che si avvicina alla Terra fino a indicare un posto preciso senza causare danni, Gaspare Melchiorre e Baldassarre hanno consentito a noi poveri semplicioni, bisognosi di concretezza e di miti, di superare concetti astratti come “tre in uno”, “vero Dio e vero uomo”, la straordinaria capacità di un imene di riformarsi dopo il parto.
La religione cristiana non ha speranza per il futuro da quando è finita nelle mani dei Salvini e dei Trump e nessuna voce autorevole si è alzata per cacciarli dal tempio definitivamente. Al primo: «Non ti permettere di strumentalizzare la medaglietta, imbecille!», al secondo: «You have nothing to do with Christ, asshole!»; per chi non spikinglìsh, con l’accento sulla terza i, asshole è l’attributo che meglio si addice a Trump; in italiano: str…o.
Da alcuni anni a Capodanno vado al cinema.
Quest’anno la scelta era obbligata.
Mi è sempre piaciuto l’umorismo dissacrante e scorretto di Checco Zalone.
Ricordo con allegria quando in un film urinò nell’ampolla di Bossi contenente la sacra acqua del Po. In una scena esilarante i leghisti la guardavano estasiati, poi qualcuno notò il colore e, immaginai, l’odore. Molto divertente.
Nessuna fine migliore poteva fare un rito pagano inventato da quattro ignoranti che, nella prima fase anticattolica, avevano cercato di introdurre il “matrimonio celtico”. Siede ancora in Parlamento e propone leggi “porcate” (così definite da lui stesso) uno che ha alle spalle un primo “matrimonio celtico” celebrato nel settembre 1998 e officiato dall’ex sindaco di Milano Marco Formentini. Testimone Bossi, gli “sposi” si scambiarono bracciali (cultura celtica inventata).
L’unione credo sia stata solo simbolica e priva di valore legale (ci mancherebbe!).
Chissà se usarono l’acqua del Po per celebrare il rito! Se non era quella “benedetta” da Checco, avranno trovato altre benedizioni, ben più consistenti.
Finora Checco non aveva perso un colpo: in ogni apparizione televisiva, film, spot per la vaccinazione o per raccogliere fondi a favore delle persone disabili, riusciva a mantenere l’umorismo a un livello alto.
Notevole anche la raccolta di canzoni suonate al pianoforte da Luca Medici e cantate da Francesco De Gregori. Non mi stanco di raccomandare quelle canzoni, una più bella dell’altra, tra le quali una interpretazione di “Pittori della domenica” (Paolo Conte) che non mi stanco di riascoltare.
Anche in quella raccolta Checco punge, con un lamento: i due si rivolgono al proprio …, sì, al proprio …, che si chiama Alejandro (quello di Checco), Pablo (quello di Francesco), accusandolo di non mettersi sull’attenti al momento giusto, come faceva prima.
I versi meritano di essere riportati.
Checco: «Com’è triste la mañana / Quando sorge il sole aqui a Granada / Suona a fiesta una campana / Ma la mi bandera estas amainada / E se siente sino al prato / El mi canto disperado / Alejandro! Ma perché no me respuende? / Si te insulto no te ofiende / Si te mollo, me piende» «Alejandro! / Yo lo so qual è la causia: / Alejandro, Ale-Andropausia».
Francesco: «La mañana en la docha / Me concientro su una vecia amiga / Ma tu Pablo c’hai una faccia / Che recuerda el crollo de una diga / Ora Pablo io soy cierto / Che eri vivo e poi sei muerto».
In coro: «Pablo! Alejandro! / Ma perché no me respuende? / Si te insulto no ti ofiende / Si te mollo, me piende / Pablo! Alejandro! / Yo lo so qual e la causia: / Alejandro, Ale-Andropausia».
Sono andato a vedere questo film perché Zalone mi ha sempre divertito; mi piaceva anche rivedere immagini del Cammino di Santiago.
Ovviamente, nel film, ho rivisto pochi posti (Saint-Jean-Pied-de-Port, i Pirenei, Pamplona, le mesetas, Santiago de Compostela, Finisterre) dei tanti che si incontrano sugli 800 chilometri del Cammino Francese.
Non mi sarei aspettato di vedere le statue dei pellegrini in processione sull’Alto del Perdón, tra Pamplona e Puente la Reina (l’immagine del monumento accompagna il commento) rivestite con gli abiti di Checco e la presa in giro dell’usanza di lasciare pietre e piccoli ricordi in vari punti del percorso.
Forse non gli hanno consentito di prendere in giro l’abbraccio finale, di spalle, alla statua del santo e ho l’impressione che il Botafumeiro (il grande incensiere) oscillante avanti e indietro lungo tutta la navata sia più piccolo di quello che mi ricordo. Secondo me – posso sbagliarmi – non hanno girato la scena nella Cattedrale di San Giacomo: l’hanno ricostruita.
Noi di cultura cattolica, per fortuna, abbiamo superato il fanatismo religioso di massa: accettiamo che sui simboli, importanti per alcuni, si possa scherzare come su qualunque altra cosa.
Spero non si verifichi mai a carico di fondamentalisti cristiani un episodio analogo a quello che determinò la morte del mio fumettista più caro, Wolinski (1934, 2015). Padre ebreo di origine polacca, madre francese di origine italiana; nato a Tunisi, viveva a Parigi. Era un métèque (meticcio) per nascita e per vocazione, non tanto o non solo per la gueule (la faccia, il muso, il grugno, il ceffo a cui si riferisce la canzone di Georges Moustaki), quanto per la forma mentis e, di conseguenza, per il particolare senso dell’umorismo.
TITOLO: “Ils ne pensent qu’à çà”
AUTORE: Georges Wolinski
CASA EDITRICE: Gallimard – Folio
pag. 65 e seguenti:
Un quadrato occupa mezza pagina. All’interno del quadrato, sul lato basso, un uomo passeggia (le mani dietro la schiena).
Dice (pensa nella nuvoletta):
«Amo questo quadrato, certamente. Ma ci sono giorni in cui mi faccio delle domande.
Perché non sono in un cerchio? Oh, credo che sarei divenuto folle in un cerchio.
Dentro un rettangolo? Sarei stato certamente assai diverso se fossi vissuto in un rettangolo: non sarei stato così equilibrato e sicuro di me stesso.
No. Un quadrato è perfetto. Sono fatto per vivere in un quadrato.
Sono felice».
(Si ferma un attimo a pensare).
«Eppure, se questo quadrato, questo cazzo di quadrato, potesse avere un lato un poco, solo un poco, poco poco più piccolo degli altri …».
A che cosa gli uomini pensano sempre? “Ils ne pensent qu’à ça!”. Al sesso, naturalmente.
Io penso agli ultimi momenti che i fanatici islamisti gli fecero vivere. Ta ta ta ta, e se ne andò. Nemmeno il tempo di avere paura. O forse l’ebbe, il caro métèque.
Insieme a lui, il sette gennaio 2015, morirono in dodici nell’assalto a Charlie Hebdo: giornalisti, vignettisti, un addetto alla manutenzione, un poliziotto di origine araba, un ufficiale del servizio di protezione.
Je suis Charlie Hebdo – sia chiaro – Je suis Charlie Hebdo. Anche quando scherzano sui terremotati – Je suis Charlie Hebdo – Anche quando fanno battute su cose sulle quali io non scherzerei – Je suis Charlie Hebdo. Lo scriverei trecento volte e lo metterei esposto sulle scuole e sulle sedi dei giornali.
Se qualcuno si offende, non può vivere tra noi: siamo legati, affezionati alla libertà di stampa, che abbiamo, come comunità, conquistato combattendo.
Rende infelici l’idea che dei giovani, soprattutto studenti, ovviamente campioni di ignoranza, abbiano assaltato la sede della Stampa di Torino, senza rendersi conto di quanto questo gesto li avvicini agli squadristi fascisti, esattamente come i cosiddetti propal, che confondono Netanyahu con “gli ebrei”, sono praticamente nazisti.
Chi confonde Il capo di un governo e un partito religioso di destra (che peraltro è minoritario in Israele, mentre il partito principale della destra, che ha per simbolo la bara di Mussolini, è maggioritario in Italia) con “gli ebrei” è nazista; chi usa l’espressione “lobby ebraica” è nazista, di quelli di una volta. Ça va sans dire: è nazista chi dice: «Hamas ha fatto anche cose buone», come una montagna di presunzione e mossettine che, dall’alto delle sue ricerche squinternate, pretende di avere il diritto di “perdonare se non dici più questo” un sindaco incapace di reagire spaccandole metaforicamente le chiavi della città sulla testa (ripeto: metaforicamente, perché aborriamo la violenza).
Per fortuna a Bologna si sono pentiti e a Firenze hanno fatto un passo indietro. Ci voleva tanto?
Dopo la strage il papa defunto, da alcuni elogiato anche quando sbagliava, fece un’affermazione che, presa alla lettera, porterebbe la chiesa indietro a prima del Concilio Vaticano Secondo.
Interrogato da un giornalista disse: «Se qualcuno insulta mia mamma, deve aspettarsi un pugno. È normale!».
No, caro Francesco. Non è normale. Se disegno Maometto o Gesù Cristo o Budda o Giove in modo da evidenziare i tratti buffi di questi personaggi religiosi o mitologici, e a te dispiace, tu ti devi limitare a non comprare la rivista. Se insulto tua madre esiste la querela di parte, perché andiamo nel personale e tua madre non è un personaggio mitologico, a disposizione di tutti, credenti e non credenti. Meglio reagire da persone civili. Ma solo se offendo tua madre. Non puoi pretendere di impormi le tue credenze.
A proposito: sto aspettando di vedere in televisione “L’ultima tentazione di Cristo”, il film di Martin Scorsese che, per fortuna, riuscii a vedere al cinema nei pochi giorni in cui fu distribuito e non si è più visto. Ho il ricordo di un film iperrealista e fortemente simbolico, dunque lontano dai miei gusti e dai film che più amo del maestro americano, ma interessante. È mio diritto rivederlo e se il papa si offende, guardi un’altra cosa, porca miseria!
In “Buen Camino” Checco si presenta come il figlio paradossale di un industriale atterrato da un ictus; si gode le ricchezze accumulate dal padre e ha divorziato dalla moglie modella perché la donna è diventata intellettuale.
Checco Zalone è mescolato con Luca Medici, che non si fa vedere, e produce una serie di battute a catena, molto divertenti.
Poi la trama non regge, diventa inconsistente. I due si separano e, per la prima volta, prevale il laureato sentimentale.
Eppure il tema è molto meno insidioso rispetto a quello trattato nel film precedente, “Tolo Tolo”, in cui si parla dell’immigrazione prendendosi la libertà di non essere sempre politicamente corretti, in un quadro complessivo che, come sempre accade con Checco, è giusto, più che corretto, ma nella sostanza.
Un esempio di questo si vede nello spot per i disabili. Checco finge di litigare con un ragazzo disabile, fino quasi a venire alle mani. Poi conclude: voglio dare tanti soldi alla ricerca su queste malattie, cosicché guarisca e possa mandarlo a quel paese. Sublime: scavalcare il politicamente corretto e andare al sodo.
Questa volta gli è venuta una sola idea: il contrasto tra un super ricco ignorante e la figlia desiderosa di una spiritualità molto televisiva e alla moda, che non rinuncia ai suoi privilegi.
Con una sola idea non si fa un film, al massimo una scenetta, e dunque via con un personaggio assurdo (la suora in incognito innamorata di un uomo che Checco crede suo competitore perché non ha capito che è Cristo); via con i problemi fisici che l’uomo incontra dopo i cinquant’anni e si risolvono troppo facilmente: un intervento veloce, come fosse l’otturazione di un dente, e il dito guantato del medico sfruttato troppo per far ridere.
L’umorismo cala, e, per andare avanti, sale il sentimentalismo.
Purtroppo, anche Checco Zalone non è più quello di una volta!
L’inno alla prostata sui titoli di coda un po’ recupera.
Ora veniamo al mio Cammino di Santiago, che mi ha lasciato il ricordo di una delle cose più belle e più utili fatte negli ultimi anni.
All’inizio del cammino, nel centro di assistenza dei pellegrini di Saint-Jean-Pied-de-Port (Accueil “Les Amis du Chemin de Saint-Jacques”), gli amici del Cammino di San Giacomo mi dettero la Credenziale, il documento che serve a raccogliere i timbri dei posti visitati, necessario per ottenere, alla fine, la Compostela, l’attestato, in latino, del pellegrinaggio completato.
Di questo certificato sono orgoglioso, tanto che alla parete della mia stanza da letto non è esposta la laurea o altro titolo (non ci tengo né ci tesi mai – diceva Petrolini): è esposta la Compostela.
Dopo avermi invitato a scegliere in un cesto la conchiglia che mi avrebbe accompagnato per tutto il Cammino, mi chiesero di scrivere i motivi (spirituali, culturali) che mi spingevano a intraprendere quell’esperienza.
Scrissi: per dimagrire.
Era vero in piccola parte. Non ero particolarmente grasso, solo un po’ sovrappeso, ma mi dava fastidio la localizzazione del grasso in eccesso. Non ero contento quando uscivo dalla doccia e vedevo la mia immagine riflessa nello specchio di fronte.
Quella collinetta, che un po’ si appiattiva se il corpo era orizzontale, supino, sporgeva con tutta la sua prepotenza quando ero in piedi, nudo, davanti allo specchio. Era il segno di tutte le cose brutte, deprimenti, che accadono dopo una certa età e trasformano un periodo della vita in una malattia.
La vecchiaia è un problema perché spesso si tende ad abbandonarsi alla decadenza fisica, come se fosse inevitabile cominciare a morire in anticipo.
Avevo provato a risolvere il problema della pancia camminando e cercando di fare un po’ di attività fisica.
Camminavo in campagna, nelle città d’arte, ma non avevo mai fatto percorsi complicati.
Se m’iscrivevo a una palestra o a una piscina, la prima settimana ci andavo due volte, poi una, poi dopo quindici giorni, poi mi dimenticavo, trovavo altro da fare.
Anche quando, da giovane, ho vissuto per cinque anni a Trento e a Cavalese, mi piaceva fare giri tranquilli – non sugli sci, che mi sembravano dotati di vita autonoma.
Percorrevo a piedi sentieri facili, dove la neve non si era accumulata o aveva cominciato a sciogliersi. Prendevo la funivia, raggiungevo un rifugio, mi sedevo in quel calduccio buono e ordinavo la polenta con i funghi o con la luganega (variante della salsiccia), bevevo un buon bicchiere di vino rosso, mangiavo una fetta di strudel, chiudevo con un grappino e un caffè.
Questa era la mia idea di escursione in montagna.
Preferivo restare per conto mio, ma non rischiare di rompermi una gamba. Non ho mai avuto un buon rapporto con gli atleti: mi annoiavano i loro discorsi sui vari tipi di sciolina.
Ero magro. Potevo permettermi questo atteggiamento un po’ snob.
Il metabolismo faceva tutto da solo.
Ora sembrava in sciopero.
Dovevo aiutarmi sapendo che avrebbe remato contro, la carogna; dovevo mettermi in una condizione che non mi consentisse una via di uscita comoda.
Pensavo: sulla via per Santiago de Compostela camminerò fino al limite delle forze, dissiperò l’energia in eccesso e i lipidi accumulati.
Ma non era solo questo l’obiettivo che mi spingeva a intraprendere un viaggio così impegnativo.
Avevo voglia di perdermi nei passi, di portare la mia attenzione, per un tempo abbastanza lungo, unicamente sulle gambe, sui piedi, sul corpo impegnato in uno sforzo costante.
Volevo anche ripetere un’esperienza che mi aveva portato bene in gioventù, quando ero partito con un sacco sulle spalle per Londra.
Soprattutto: volevo mettere un punto e andare a capo.
Andare a capo, ricominciare, non da zero: ricominciare da tre (grande Massimo Troisi!).
Riesco a essere razionale quando voglio (non sempre); mi rendevo conto della necessità di capire come funzionavano le cose. Così divisi il Cammino in due parti: estate 2011 – da Saint-Jean-Pied-de-Port a Logroño (circa 150 km); estate 2012 – da Logroño a Santiago de Compostela (circa 650 km).
Perché scelsi Logroño, capitale della Rioja, come tappa intermedia da raggiungere per ricominciare l’anno seguente? Perché ho da sempre un problema: i viaggi in pullman mi fanno venire la nausea. Da studente mi ero abituato e mi era passato, ma solo nel 160 nero che andava avanti lentamente ed era aerato (finestroni e nessun puzzo di benzina); guai a prendere il “provinciale” per Porta Capuana! Quando accompagnavo gli alunni in gita ero sempre un po’ teso, ma riuscivo a gestire la situazione facendo attenzione a dove ero seduto, a cosa, quanto e quando mangiavo, a come mi muovevo e sceglievo gite che non prevedevano troppe curve. Così, per quarant’anni, mi è andata bene.
Per un viaggio che si può definire di piacere scelsi come limite tra le due tappe un posto che mi consentisse di fare una prova “consistente” e fosse fornito della stazione ferroviaria. Avevo tutto il tempo necessario: mi assicurai il rilassamento per la partenza (alla fine della prima parte) e per la ripartenza (l’anno dopo).
Mi procurai una macchina fotografica piccola (Canon G12) e, cinque giorni dopo l’ultimo Collegio Docenti della mia vita (in appendice alla riunione: la festa per il pensionamento), partii in treno con un sacco sulle spalle.
Direzione: i Pirenei.
«Signorina, dica lei dove sono i Pirenei», cantava Natalino Otto; «Professore non saprei, forse sono dietro a lei».
Ce l’ho nelle orecchie, anche se non è una canzone della mia generazione. Non sono così vecchio. Piaceva a mia madre, che diceva «Pirinei». Evidentemente non era un’intellettuale, pur essendo molto intelligente.
Come sempre: nessuna prenotazione.
Biglietteria della stazione, coincidenze sui grandi tabelloni. A quei tempi non c’era, o, se c’era, non sapevo sfruttare la possibilità di fare il biglietto sul cellulare.
Avevo lo smartphone BlackBerry; lo usavo come un registratore portatile. Mi servì per ascoltare musica e versi di Dante letti dal grande Vittorio Sermonti (che Dio l’abbia in gloria!), soprattutto nelle lunghe ore di cammino solitario nelle mesetas, circondato da campi di grano a perdita d’occhio. Chi ha fatto il Cammino di Santiago sa di cosa parlo e alla parola mesetas gli si risveglia uno struggimento difficile da definire; forse la stessa sensazione di dolce naufragio nell’infinito che Giacomo (un amico si chiama per nome) provava davanti all’ermo colle.
I radi contadini, da sopra i trattori, ci guardavano con noncuranza: facevamo parte del paesaggio.
Avevo in tasca una mappa del percorso (per non trovarmi da tutt’altra parte) e un librettino Michelin del Camino de Santiago, in spagnolo (non l’avevo trovato in italiano), con le caratteristiche di ogni tappa consigliata – in pianura, in salita, in discesa, in campagna, in montagna, dura, normale, facile – la lunghezza del percorso, l’indirizzo degli ostelli.
Il librettino mi ha accompagnato per tutto il cammino e si è riempito di nomi, indirizzi, numeri di telefono, annotazioni, correzioni (in previsione di un riutilizzo).
Siccome Lourdes è sulla strada, fuori del cammino, sul percorso in treno da Ventimiglia a St-Jean-Pied-de-Port, vi feci tappa per un paio di giorni, non per devozione ma per curiosità. Qualche osservazione su ciò che vidi si trova nel commento a un bellissimo film: “L’apparizione”, di Xavier Giannoli.
Dopo Lourdes raggiunsi, su un treno locale, in poche ore, il punto in cui è tradizionalmente fissato l’inizio del Cammino Francese, in Francia, al confine con la Spagna: Saint-Jean-Pied-de-Port.
In realtà c’è tutto un percorso (altri 800 km) che si chiama via Podiensis, si svolge in Francia e parte da Le Puy-en-Velay, dipartimento Alta Loira, regione Auvergne.
Volendo, si potrebbe partire ancora più a Nord, seguendo percorsi medioevali più o meno conservati, più o meno recuperati, almeno nelle tappe principali. Si partiva da tutta l’Europa, seguendo antichi cammini tracciati dai pellegrini, affrontando pericoli e grandi difficoltà per raggiungere le reliquie di San Giacomo Maggiore, uno dei discepoli di Cristo. Le altre due mete erano Roma (via Francigena, percorsa dai romei) e i luoghi dei vangeli (meta dei palmieri).
Ho camminato sulla via Podiensis nel 2013, da Le Puy-en-Velay a Aumont-Aubrac, prima di farmi prendere dalla pigrizia e appendere la conchiglia al chiodo; non è un modo di dire, in questo momento la vedo sulla parete di fronte alla poltrona in cui sono sprofondato per scrivere. È appesa a un chiodo.
Non voglio essere ingiusto con me stesso. Sull’interruzione dei miei cammini non ha giocato la pigrizia, non all’inizio. Il ritmo si è interrotto nel 2014 per vicende personali impegnative; poi non ho avuto più la voglia di riprenderlo, anche quando avrei potuto.
Lungo viaggio in treno, cambi a Ventimiglia, a Nizza, a Lourdes, sosta di due giorni, di nuovo in treno per Saint-Jean-Pied-de-Port.
Qui giunto, ero dove volevo essere, completamente libero, nel cuore dei Pirenei, all’inizio del Cammino di Santiago de Compostela, mentalmente attrezzato per affrontare ogni difficoltà, e anche per rinunciare, se fosse stato necessario.
Sapevo che non avrei rinunciato, anche perché, diciamolo, non è come scalare la cima dell’Everest.
Non è un’impresa sportiva, ognuno procede col proprio ritmo, cammina fino a quando ce la fa, quando è troppo stanco cerca un ostello, si ferma. Il giorno dopo riprende.
Se non riesce a recuperare, chiede di restare una notte in più o cammina fino al primo ostello successivo. Spesso lo trova dopo pochi chilometri. Se non lo trova, va avanti, un passo dopo l’altro, e si accorge che poteva farcela, non era al limite delle forze, come gli pareva poche ore prima.
Questa è la differenza rispetto alle camminate vicino casa: non hai alternative, devi spingere più avanti il tuo limite, sei costretto a scoprire che sei molto più forte di quanto credevi.
Dopo, davanti a una birra fresca, ci ripensi: ma guarda! mi sembrava di essere morto, volevo sedermi per terra e piangere come un bambino, invece ce l’ho fatta e ora mi sento proprio bene.
Un senso di rilassamento completo invade il corpo, dopo una tappa che sembrava impossibile.
Siamo molto più forti di quanto pensiamo. Basta non avere vie d’uscita e non affrettarsi.
La fretta fa perdere energia, l’ansia distrugge, la sofferenza causata dalla stanchezza dev’essere gestita.
Io sono contrario al dolore, preferirei morire se la mia vita fosse invasa dal dolore fisico senza rimedio. Non credo in un Dio sadico, che ci fa soffrire per il nostro bene. Ma forse non credo in Dio; dico forse nel senso che sono agnostico: non ho certezze.
Altra cosa è la sofferenza causata dalla stanchezza: passa e fa diventare più forti; basta non drammatizzare.
Il Cammino di Santiago non è un’impresa sportiva.
Non si tratta di vincere una gara in competizione con gli altri; la competizione è con se stessi.
Gli amici ciclisti si spostavano sulle strade statali e si vantavano dei tempi di percorrenza (capitava di incontrarli in alcuni ostelli, mai sul cammino).
Noi no. Noi camminatori medioevali – soprattutto pensionati e giovani studenti – andavamo piano, guardandoci intorno. La sfida con se stessi (con l’altro se stesso, quello pigro) riguardava la resistenza, non la velocità.
A crearmi problemi era la tendenza innata a trascurare lo scorrere del tempo: chi mi conosce sa che non ho mai sopportato gli orari.
Partivo tardi la mattina (mi ritrovavo da solo nell’ostello quando tutti erano già usciti da ore, qualcuno al buio), dopo essermi lavato con calma, avere fatto colazione al bar. Sulla strada poteva capitare, di rado, di fermarmi in un ristorante per gustare un piatto tipico che mi era stato consigliato, per esempio il pulpo gallego, a Melide, tra Palas de Rei e Arzua, da bagnare con vino blanco de Rioja.
Finito di mangiare, rimanevo un po’ tranquillo, prendevo un caffè. Il cameriere mi chiedeva: espresso? (Che me lo chiedi a fare! Non mi hai sentito parlare? Non hai capito che sono italiano?). Riprendevo il cammino.
Questo accadeva raramente, solo se sul percorso c’era un posto interessante dal punto di vista alimentare o storico nel quale non era possibile fermarsi (avevo tempo, ma entro certi limiti).
Generalmente preferivo separare nettamente la stanchezza e il riposo.
Feci molte più tappe di quelle proposte dalla guida Michelin: volevo godermi il Cammino.
Scelsi di spezzettarlo (tappe di circa 20 chilometri, ma anche meno) perché altrimenti sarei dovuto partire all’alba per arrivare in ostello, massimo, all’una. La “controra”, in quella parte della Spagna, è terribile, fa un caldo pazzesco.
Nonostante la brevità dei percorsi (rispetto agli altri), spesso mi trovavo a camminare da solo nel caldo pomeridiano e mi è capitato addirittura di scavalcare la controra, di arrivare di sera, naturalmente stanchissimo, alla meta prevista.
Di sera non vuol dire al buio e forse neanche al tramonto: in quella parte della Spagna sembra che il sole non tramonti mai; la gente, allegra, rumorosa, passeggia per strada in piena luce, fino a tardi.
Raggiunto l’ostello, facevo la doccia, lavavo i panni (c’erano lavatrici e asciugatrici), preparavo il letto.
Si trattava di un posto in una camera piena di letti a castello; a volte era possibile avere una stanza da solo (evviva, stanotte si dorme senza il solito sottofondo di suoni vari!)
Andavo a mangiare: paella, tortilla, ensalada de bacalao, bacalao alla Rioja, sopa de aio, sopa de pescado, estufado de toro. I carboidrati alzavano bandiera bianca: ci arrendiamo! ti promettiamo: non ci trasformeremo in lipidi.
La pancia lentamente scendeva e una bella muscolatura gonfiava i polpacci, abbronzati dietro (camminando, prevalentemente nella prima parte della giornata, in direzione ovest, il sole picchia alle spalle).
Torniamo all’inizio; sono al punto di partenza del Cammino francese, in procinto di dirigermi verso la Route Napoleon, che inizia con una strada asfaltata e prosegue con un sentiero, per i primi chilometri in territorio francese, il resto in territorio spagnolo.
Arrivare in quel piccolo villaggio, una settimana dopo l’ultimo Collegio Docenti (altri ce ne sono stati, ma erano incubi notturni), era un’applicazione (come quelle che usiamo sullo smartphone) che mi sarebbe piaciuto utilizzare per impostare l’intera vita.
Dico sul serio: gusto per l’avventura, disponibilità ad affrontare gli imprevisti, nessuna programmazione (ho sempre odiato gli inutili fogli che gli insegnanti presentano all’inizio dell’anno scolastico), nessuna fretta (per quale motivo correre, dal momento che, prima o poi, troviamo il segnale di chiusura dei lavori?).
Vedere tanti pellegrini che convenivano da tutto il mondo fu un’emozione che ancora ricordo.
Da subito mi sentii parte di una comunità.
Questo è un sentimento che mi ha accompagnato per tutto il viaggio: ero un Pellegrino.
È strano come un non credente, un agnostico, possa compenetrarsi profondamente in una rappresentazione che ha una base religiosa e sentirsi orgoglioso quando uno sconosciuto in giacca e cravatta, un probabile impiegato di banca, in una città moderna e indaffarata come Burgos, avendo notato, in un bar, la concha appesa al sacco, gli rivolge il saluto: «Buen Camino».
È bellissimo trovarsi nei villaggi sperduti, ma ancora di più nelle città, a Pamplona, Logroño, Burgos, Leòn, Astorga, Santiago de Compostela, dove si svolge la vita normale (uffici, negozi, scuole, traffico), sentendosi dentro a una rappresentazione.
La gente ti guarda, ti vede vestito in un modo particolare, vede la concha e pensa: «Ecco un pellegrino».
Fai un prelievo in banca, la guardia ti osserva perplesso. Sul volto gli si legge: «A quei tempi esisteva il bancomat?».
Manca poco che ti chieda spiegazioni: scusi, lei è un pellegrino medioevale? Com’è possibile che disponga di una carta bancomat?
San Miniato, dove vivo, è sulla via Francigena; ogni tanto vedo passare qualche pellegrino che va verso Roma, un collega romeo. Porta lo zaino, ha le gambe muscolose, a volte ha un bastone: lo guardo con simpatia, spero mi chieda un’informazione, per avviare una conversazione, capire quanto sia pellegrino, che percorsi abbia fatto (ci sono storie incredibili).
Potrebbe essere un turista, ci vuole occhio per distinguerlo. Come farà a evitare di prendere il treno per Firenze, per Pisa? Come farà a evitare di trasformare un viaggio devozionale in un giro turistico?
Troppa arte lo circonda da noi per riuscire a concentrarsi su un percorso diritto che nel Cammino spagnolo è fatto di chiese e castelli medioevali che si ripetono, sentieri di campagna e villaggi montani che si ripetono, mesetas, cittadine più o meno grandi da percorrere passo passo, seguendo la conchiglia.
Da noi nessuno inquadrerà quel viandante allampanato come pellegrino, e quindi non è un pellegrino, perché non c’è la rappresentazione. Senza contare che dovrà cercare da solo la strada, il posto dove dormire.
A San Miniato c’è il convento di San Francesco, c’è un ostello della gioventù, ma non sono pieni esclusivamente di pellegrini, tutti sulla stessa via Francigena. Quella via che in molti tratti è una statale percorsa da automobili e camion.
La Francigena ha la sua storia, ma non siamo riusciti a mantenere un clima, un’atmosfera, una rappresentazione.
Gli spagnoli sono stati intelligenti: hanno segnato con la conchiglia tutto il cammino, hanno previsto deviazioni dove la strada antica non c’è più, in modo che il pellegrino si trovi sempre a camminare su sentieri che, se non sono antichi, ricordano (a volte vagamente) i percorsi dei pellegrini medioevali.
Nella rappresentazione teatrale la scenografia è importante.
I segnali sono presenti dovunque, nei villaggi sperduti e sui marciapiedi delle città; sono importanti i muri a secco delimitanti i campi, che sopravvivono grazie ai finanziamenti europei.
Un tale, alla mia osservazione – «i muri a secco sono conservati benissimo» – mi guardò con aria saccente e con tono criptosovranista disse: «li riparano con le tasse che trasferiamo all’Europa. Anche tu contribuisci a mantenerli.»
Credeva forse di avermi rivelato una verità irritante che mi avrebbe indotto ad associarmi al suo tono. Per evitare equivoci gli feci sapere che sono contento di contribuire (nel mio piccolo, con le tasse che ho sempre pagato) a conservare le costruzioni presenti su quell’antico Cammino e a dimostrare che la frase attribuita a un ex ministro di un governo berlusconiano, da lui più volte smentita (“c’è la crisi: non è che la gente la cultura se la mangia”) – spero smentita non per vergogna, ma perché veramente non l’ha detta – è sbagliata, anzi: è una stronzata. Con la cultura non solo si mangia: si vive.
Arrivato all’inizio del Cammino di Santiago, immediatamente mi sono sentito un Pellegrino.
Sono convinto che se trascorressi quindici giorni in un convento di monaci tibetani, dopo un po’ mi metterei a girare la ruota e a fare disegni sulla sabbia, immedesimandomi nel personaggio.
Ci dev’essere un po’ di Zelig (quello del film di Woody Allen) nella mia psicologia (non è esattamente un complimento).
Non mi sfugge l’aspetto teatrale: l’attore non finge ma ricerca in sé il personaggio che deve rappresentare.
Sulla strada per Santiago de Compostela non ero uno che fa una lunga passeggiata o uno che cammina per dimagrire. Con quella conchiglia ero un pellegrino che porta a compimento un antico percorso devozionale.
Questa è la spinta: a volte sei stanco, a volte ti sembra di non farcela, ma vai avanti. Arriva il momento in cui, in un certo senso, ci credi, o, meglio, non ti domandi se ci credi; accogli con affetto la benedizione che i preti, i monaci, spargono sul tuo capo alla fine di ogni funzione religiosa.
In particolare ricordo l’emozione di una funzione antichissima nella cattedrale di Roncesvalles, dopo avere portato a termine la durissima prima tappa.
Tranquilli! Nessun cambiamento di fronte: basta il ritorno alla vita normale, dopo che, alla fine del viaggio, è calata la tela, per far tornare i dubbi – primo tra tutti: perché ha deciso di entrare nella storia proprio in quel momento, circa 2000 anni fa? Per darci un modo convenzionale per contare gli anni?
Mentre sei in fila all’aeroporto di Santiago de Compostela rifletti sulla rappresentazione teatrale vissuta, guardi gli altri viaggiatori: hanno l’aspetto di turisti che tornano alla vita di sempre. Il sano, sereno atteggiamento agnostico si risveglia, dopo essersi messo in stand by all’arrivo a Saint-Jean-Pied-de-Port.
Per questo dico che non potrò mai fare una scelta religiosa definitiva. Se la facessi, un angolo della mente si metterebbe in stand by, mi guarderebbe sornione: bravo! Hai trovato un bel personaggio e lo stai interpretando proprio bene; hai imparato a convincerti di non avere dubbi. Mi complimento con te. Però sta attento: sta per finire il primo atto. Che farai quando, anche solo per dieci minuti, sarà calata la tela? Che farai nell’intervallo?
Che farai alla fine del secondo atto? E alla fine del terzo?
Alla fine del terzo atto non c’è da preoccuparsi, perché la commedia è in tre atti. Si tratterà solo di fare un inchino, ricevere l’applauso, salutare.
La prima parte durò un mese (ero impreparato), la seconda parte due mesi e mezzo, più i quindici giorni a Finisterre (me la presi comoda, avevo tutto il tempo) a bagnarmi nelle acque dell’Oceano Atlantico.
Credo di avere visitato ogni chiesa sul percorso: solo poche erano chiuse.
La chiesa che mi ha colpito più di tutte, che mi ha sorpreso in modo positivo – potrei dire: mi ha entusiasmato – è la cattedrale di Santo Domingo De La Calzada.
Non mi sarei mai aspettato di vedere una chiesa maestosa con, all’interno, un pollaio vero e funzionante in cui alcune galline razzolavano mentre si svolgevano le funzioni.
Una cosa bellissima. Se abitassi a Santo Domingo De La Calzada andrei a messa tutte le mattine … anche solo per vedere le galline.
È bella la statua del santo, rappresentato con due galli ai piedi; nelle pasticcerie ci sono dolci, tipo cornetti, a forma di gallo; si chiamano milagros, miracoli.
Trovo questo molto interessante e indicativo, al di là della leggenda che ha dato origine alla devozione, della carnalità della religione cattolica.
Ho fotografato un numero enorme di drammatici crocifissi, di dolci giovani madonne e di madonne severe, anziane – coperte di tessuti dorati da cui esce solo il viso – di teneri gesùbambini, di dolorose pietà, di santi che mi guardavano arcigni, quando non avevano le pupille rivolte verso l’alto, le mani giunte, l’atteggiamento tranquillo, mentre lance e frecce trafiggevano il loro corpo. A Belorado, nella Iglesia de Santa Maria, un santo regge con la sinistra la testa barbuta separata dal collo. Il collo è scoperto, tagliato di netto, il volto mostra un sereno distacco, come se il santo, in quelle condizioni, si accingesse a fare due passi.
In quel lungo periodo ho cambiato letto quasi ogni notte; ho consumato i pasti seduto ogni volta a un tavolo diverso, con una compagnia diversa; mi sono lavato dentro a servizi igienici di igiene varia, non sempre impeccabile.
Ho affrontato il problema delle bolle sulla pianta dei piedi, un malanno che affligge molti pellegrini. Un podologo che esercitava in un ostello (non gli ho chiesto il titolo di studio) mi ha risolto il problema con una fasciatura stretta che potevo tenere anche sotto la doccia (la vescica si deve riassorbire; è un guaio, in quella situazione, se si apre).
Ho incontrato un gran numero di persone. Quasi tutte sono diventate immediatamente amiche – un’amicizia veloce, poco impegnativa – senza la noia dei rapporti formali.
Ho partecipato a funzioni religiose come non avevo mai fatto, godendo di quel ritorno all’infanzia, di quell’aria mistica, agevolata dalla bellezza della lingua spagnola (abolito il latino, i canti religiosi si capiscono, purtroppo, ma hanno perso mistero e poesia).
Ho corso qualche rischio per la mia mancanza di consuetudine con i controlli preventivi della salute (cerco di stare attento, ma non ho voglia, finché posso, di passare il tempo tra prenotazioni, analisi, sale di attesa).
La prima tappa, sui Pirenei, è la più difficile, anche perché non consente soste intermedie: non ci sono ostelli. Si attraversa a piedi il confine tra Francia e Spagna, passando dai 200 metri di St-Jean-Pied-de-Port ai 950 metri di Roncesvalles e raggiungendo, sui sentieri di montagna, molto più di 1000 metri.
Si va in salita per 18 km, poi comincia la discesa, ancora più faticosa, soprattutto per le ginocchia, per altri 8 km.
Tutto ciò, nel mio caso, con un sacco troppo pesante, che poi alleggerii regalando i doppioni di tante cose, comprese le scarpe, che mi ero portato dietro.
La liberazione, nella seconda parte del viaggio, avvenne con la scoperta di un servizio presente nei tratti più faticosi: era possibile lasciare lo zaino, di mattina, con pochi euro e sbarrando con una crocetta l’indirizzo dell’ostello che si pensava di raggiungere quel giorno, scegliendolo in un elenco. Ritrovavo il sacco all’arrivo, dopo avere camminato in modo assai più comodo. Unico inconveniente: dovevo per forza completare il percorso, non potevo fermarmi prima, anche se avevo trovato una difficoltà imprevista. Di solito prevedevo tratti troppo lunghi (ecco perché qualche volta sono arrivato di sera) però il cammino divenne molto più piacevole. Prima di allora avevo invidiato quelli che viaggiavano facendosi accompagnare da un asino, il mezzo di trasporto, insieme al cavallo, dei pellegrini medioevali, come si vede nel Monumento al Pellegrino (Alto del Perdón) riprodotto in testa.
Tante volte mi ero pentito di non avere preso in affitto un asinello (anche questo è possibile: si prende all’inizio, si consegna alla fine). Mi aveva distolto da questa scelta la necessità di programmare le tappe (bisogna prenotare la sosta dell’asino) e la mancanza di familiarità con questi animali; qualcuno diceva che se decidono di non andare avanti su una strada non c’è modo di smuoverli. Non so se sia vero.
Nella prima tappa del cammino il peso sulle mie spalle era eccessivo, forse avevo molti peccati da espiare.
Sulla strada per Roncesvalles due pellegrine francesi, vedendomi in difficoltà (avevo finito l’acqua e si era di molto abbassata la pressione), mi diedero una bottiglina di acqua, succo di limone e sale, di cui ero sprovvisto.
Con questo aiuto la pressione risalì (stavo quasi per svenire) e riuscii ad arrivare fino in fondo. A Roncesvalles alleggerii il peso.
Sul cammino si trovano spesso simpatiche costruzioni new age dedicate al sincretismo, contenenti un miscuglio di simboli religiosi di origine differente: la Madonna, i totem, Shiva e Buddha uno accanto all’altro. All’interno, solitamente, un personaggio barbuto, trasandato, dall’aspetto vagamente hippy, un po’ fumato, inoffensivo.
Comprendo chi crede che sul cammino ci siano gli angeli.
Perché no? Anch’io ne ho visti due che mi hanno aiutato a superare il momento di crisi che ho descritto prima. Devo dire che i miei angeli custodi hanno un bell’aspetto e parlano una delle tre lingue che, a pari merito, amo di più (italiano, napoletano, francese). Sono convinto che il solo sentirmi appellare con un «Bonjour, ça va?» mi fece stare meglio.
Anche in altre occasioni, meno importanti di questa, sono stato aiutato dall’apparizione di qualche sconosciuto. Soprattutto mi è capitato quando mi distraevo e mi veniva il dubbio di avere sbagliato strada (sono stato attento alla conchiglia che indicava la direzione giusta?). Ma forse gli angeli sono persone dotate di grande disponibilità verso gli altri, capaci di trovarsi nel posto giusto nel momento giusto, quando qualcuno ha bisogno di aiuto, e di non voltarsi dall’altra parte. Così credo: sono agnostico, non sono ateo. La mia guida è il dubbio.
Alla fine del Cammino, al ritorno da Finisterre, presi un aereo da Santiago de Compostela a Fiumicino. Per tornare a casa da Roma dovevo prendere il treno per Pisa.
Nella libreria della stazione notai un libro di Paulo Coelho che s’intitola Il Cammino di Santiago (non ricordo la casa editrice). Mi sembrò il completamento ideale di quella esperienza. Non avevo mai letto un libro di Paulo Coelho.
Mi proposi di leggerlo nelle tre, quattro ore complessive tra attesa alla stazione e viaggio in treno e cominciai nel ristorante, davanti a un piatto di spaghetti.
Riuscii a leggere poche pagine. Non ce la feci a continuare un racconto pieno di invenzioni prive di fantasia, che non erano solo false, erano spudorate, e a me sembravano offensive. Se conoscessi l’autore gli toglierei il saluto.
Ci vuole un po’ di pudore quando si inventa una storia, un po’ di rispetto nei confronti del lettore; non si deve tentare di propinargli delle balle su qualcosa che potrebbe avere vissuto. Venivo da un’esperienza concreta, che ho cercato di descrivere anche nei suoi aspetti spirituali e religiosi, naturalmente da un’angolazione personale.
In questa esperienza ho trovato gioia e sofferenza, solitudine desolata e allegra compagnia, emozioni e abbondante sudore.
Il sudore si è asciugato, è bastata una sosta per cancellare la stanchezza, ritrovare il sorriso, la gioia di essere dentro a una piccola avventura, un po’ folle.
Per me il cammino è stato anche una rappresentazione teatrale, un gioco, mai un sogno psichedelico.
Anche i santi nelle chiese, gli angeli nelle strade erano molto carnali (le due ragazze francesi avrebbero risvegliato un moribondo).
Non solo non condividevo il punto di vista dell’autore del libro (o del personaggio che parla in prima persona), ma la storia è estremamente noiosa, i luoghi sono irriconoscibili, appesantiti dai simboli, i personaggi inesistenti.
Non ce la facevo ad andare avanti, ma oramai l’avevo comprato. Soluzione: riciclaggio della carta; non credo che quel libro meritasse un destino migliore.
Poco prima delle restrizioni dovute al coronavirus, nell’attesa di un treno alla stazione di Firenze, scorrendo con curiosità e un po’ di tristezza i titoli dei libri esposti sugli scaffali della libreria Feltrinelli – la tristezza è dovuta al numero di libri che non leggerò, perché, diceva Massimo Troisi, loro sono in tanti a scrivere, io sono solo a leggere – scoprii il libro di Coelho in una edizione recente della casa editrice La nave di Teseo.
Mi sedetti in una delle comode poltrone che costituivano la dotazione standard delle grandi librerie e – ahimè! – sono scomparse, e, per verificare un’impressione (sono sempre disposto a cambiare opinione sui libri, meno sulle persone), lessi l’incipit, dove l’io narrante racconta di trovarsi a León, sul Cammino di Santiago, con tale Petrus, la sua guida spirituale, in procinto di compiere un rituale di RAM (ho capito solo che non si tratta di memoria random del computer), alla ricerca di una spada (di una spada? Ma questo è pazzo!).
Mi tornò in mente la noia, la fatica, l’irritazione della prima lettura, le palpebre cominciavano ad abbassarsi; mi risvegliava il nervosismo indotto dal desiderio di reagire, di prendere a male parole l’autore (mi succede con i libri e con i film). Rischiavo di perdere il treno. Rimisi il libro sullo scaffale. Questa volta non ero costretto a riciclarlo.
