
14 dicembre 2025 h 17.20
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto
Nuovo Cinema Corea
// Un inverno in Corea // The Chaser // Ritorno a Seul // Cane che abbaia non morde [Barking dogs never bite] // Next Sohee // Miracle: Letters to the President // Nido di vipere // Parasite //
Famiglia (genitori e figli)
// Un inverno in Corea // Ritrovarsi a Tokyo // Il tempo che ci vuole // Dostoevskij // Quando tutto tornerà a essere come non è mai stato // Enea // Club Zero // Come pecore in mezzo ai lupi // Ritorno a Seul // Beau ha paura [Beau is afraid] // Miracle: Letters to the President // The Whale // Le vele scarlatte // The Fabelmans // Marcel! // True mothers // Una vita in fuga // One second // Cry Macho // È stata la mano di Dio // Madres paralelas // Raw // Titane // Tre piani // La terra dei figli // Favolacce // Tutto il mio folle amore // Un affare di famiglia // La stanza delle meraviglie // Lady Bird /e/ Puoi baciare lo sposo // Tre manifesti a Ebbing, Missouri //
En français: “Hiver à Sokcho“, réalisé par Koya Kamura; sur: www.giovanniguarino.org
“Un inverno in Corea”, regia di Koya Kamura.
Soo-Ha è una ragazza coreana appassionata della lingua francese; l’ha approfondita pur non essendo mai stata in Francia.
Ce n’è abbastanza per identificarmi, anche se sono stato in Francia, molto meno di quanto avrei desiderato. Come la ragazza venticinquenne, sono autodidatta assoluto nello studio della lingua francese.
La differenza di sesso e di età potrebbe ostacolare l’identificazione con questo personaggio – ma sono ostacoli che al cinema e nei libri si superano facilmente. Da ragazzi ci identificavamo non solo con gli eroi, ma anche con le eroine scovate nei film o nei grandi romanzi. Leggendo Anna Karenina ci sentivamo alternativamente Konstantin Levin o la infelice protagonista del romanzo. Pur essendo eterosessuali, ci innamoravamo di Vronskij, eravamo abbandonati e, alla fine, ci buttavamo sotto un treno in una stazione fuori Mosca (ricordo ancora lo stridore delle ruote).
Viceversa, le donne erano colpite dallo spensierato personaggio interpretato da Vittorio Gassman ne “Il Sorpasso” e si identificavano in lui.
Si innamoravano del timido Roberto (Jean-Louis Trintignant) ma si vedevano come Bruno, soprattutto se avevano conquistato con sacrificio e in età adulta o avanzata la libertà dal “senso del dovere”, che, di solito, è inculcato nelle bambine soprattutto dalle madri.
Come Bruno, nel film, non si faceva condizionare dal ruolo di “padre e capo di casa”, così loro non si facevano condizionare dal ruolo di “madre e angelo del focolare”.
Soo-Ha è figlia di una donna coreana che l’ha concepita con un ingegnere francese di passaggio a Sokcho per lavoro, sparito dopo avere appreso di essere prossimo a diventare padre.
Alla ragazza manca la figura paterna.
La mamma si è fatta un mazzo così per crescere la bambina, molto più alta delle altre bambine e delle amiche coreane. La chiamano “spilungona”.
La mamma spera per la figlia un buon matrimonio che realizzi ciò che lei, costretta a lavorare anche quando non ce la fa e ha i sintomi della pleurite, non è riuscita a realizzare.
Siamo a Sokcho, una cittadina di mare molto vicina alla Corea del Nord. In questo posto, tra pescatori, mercato e ristoranti, si vive principalmente di frutti di mare.
Grande cura dei dettagli nella rappresentazione dei vari modi in cui il pescato viene elaborato da cuochi sopraffini (non famosi e ricchi come i nostri televisivi), che arrivano a preparare con grande abilità un pesce contenente una neurotossina e a sfilettarlo fino a renderlo appetibile e, naturalmente, non velenoso. Solo cuochi forniti di apposito diploma possono trattare questo pesce (bogeo in Corea, fugu in Giappone, in italiano: pesce palla).
Soo-Ha è fidanzata con un ragazzo bello (così dicono tutti) che vuole trasferirsi a Seul per fare il modello ed è disposto anche a fare un ritocchino per realizzare il suo sogno: uno stronzo (dice: «A Seul non è come in questo posto di provincia. A Seul conta l’apparenza»).
Il ragazzo, anche se bello, non attira sessualmente Soo-Ha: quando sono a letto e lui inizia un approccio, lei regolarmente si sposta, cambia posizione, si alza (lui non si fa una domanda; dev’essere completamente scemo).
Soo-Ha lavora come cameriera e cuoca in una pensioncina gestita da un brav’uomo. In questo film non si approfitta delle donne; l’ha fatto solo l’ingegnere francese e l’hanno fatto gli altri occidentali che accorsero a ricostruire la Corea del Sud dopo la guerra del 1950 – ‘53. Doveva essere facile per i cialtroni presentarsi come semidei davanti a povere ragazze che avevano patito la fame!
Nella pensione si presenta un turista francese e chiede una camera.
I nostri registi sentimentali avrebbero immaginato la storia di un padre che cerca, o s’imbatte senza volere, per caso, nella figlia.
In mano a molti registi italiani attuali avremmo preparato i fazzolettini di carta per asciugarci le lacrime. Ma Koya Kamura, il regista di madre francese e padre giapponese, e Elisa Shua Dusapi, la scrittrice franco-svizzera di madre sudcoreana, sono persone serie.
Il nuovo arrivato è Yan Kerrand, un autore, famoso in Francia, di fumetti (ora si chiamano romanzi grafici) in cerca di ispirazione. È una specie di ZeroCalcare, meglio ancora: ricorda Gipi, per l’età e per lo stile grafico. Nella sua opera si ispira anche a Corto Maltese, il personaggio inventato da Hugo Pratt.
È un uomo alle soglie della vecchiaia.
Naturalmente avviene il contatto e l’amicizia tra i due, agevolata dalla lingua che solo lei parla in quell’ambiente.
Soo-Ha lo conduce a visitare Sokcho, cerca di insegnargli l’uso delle bacchette coreane, lo accompagna a visitare la zona smilitarizzata costituita dopo l’armistizio del ‘53. Separa le due Coree e separò le famiglie da una parte e dall’altra del confine. La ragazza racconta che ci sono persone che ancora sperano di rivedere i figli o i fratelli, dopo settant’anni.
Tenere presente che la Corea del Nord è un paese privo di democrazia, è una prigione a cielo aperto dominata da un dittatore che l’ha ereditata dal padre, uno strano personaggio provvisto di bombe nucleari.
La separazione è il tema, come di “Ritorno a Seul”, regia di Davy Chou, che mi è molto piaciuto e ho già commentato su fb.
La separazione di Soo-Ha dal padre sconosciuto che lei crede inconsapevole della sua esistenza. Più volte chiede alla madre perché non lo ha mai cercato, ma la poveretta non sapeva nulla di lui e non poteva andare in Francia.
Yan Kerrand, il nuovo arrivato, è veramente un artista alla ricerca disperata di una nuova idea e non è uno stronzo. Non approfitta della disponibilità emotiva della ragazza e per questo fortemente la delude e la fa soffrire. È scontroso, duro, ma si potrebbe dire giustamente duro, per non indurre la ragazza a costruire illusioni, a cercarlo per riempire un vuoto.
Lei è alla ricerca di una figura paterna, alla ricerca di un rapporto.
Spinta da una matassa di sentimenti contorti, la ragazza si è innamorata di un uomo che ha il doppio della sua età e vuole vivere a modo suo, da artista inquieto.
Alla delusione si unisce una sofferenza ancora maggiore, quando scopre, per bocca di una malefica pettegola, che il padre non si era allontanato senza sapere che la madre era incinta. Lo sapeva e se n’è andato proprio per questo.
Soo-Ha è stata abbandonata alla nascita dal padre.
Dopo avere superato la crisi e avere allontanato il vanesio modello, la ragazza ritrova le persone solide che ha vicino: la madre e il buon proprietario della pensione.
Finirà l’inverno, la pensione si potrà rimodernare, arriveranno altri clienti da osservare e aiutare.
La vita continuerà. Tuttavia (non so se è un pensiero del film, del libro o solo mio), se vuole aprire una nuova prospettiva di vita, Soo-Ha deve cercare di trasferirsi in Francia: affrontare le difficoltà, i pericoli, ma vivere, almeno per un po’, nella cultura che tanto le manca e, non conoscendola bene, tende a mitizzare.
Nel film c’è il tentativo di rappresentare attraverso animazioni il groviglio dei pensieri di Soo-Ha. Queste piccole interruzioni non danno fastidio, ma, diciamo la verità, non aggiungono molto al racconto e sono “sanza infamia e sanza lodo”: normali prodotti non particolarmente originali.
Il film potrebbe anche farne a meno.
