
17 gennaio 2026 h 16.00
Cinema Astra Firenze – pzza Beccaria, 9
Religioni e/o superstizioni
// Divine Comedy // Un semplice incidente // Il seme del fico sacro(Islam) // Il mio giardino persiano (Islam) // The Miracle Club (Lourdes) // C’è ancora domani (il matrimonio cattolico) // Kafka a Teheran (Islam) // Rapito (Il Papa Re) // Benedetta (Cattolicesimo) // Holy Spider (Islam) // Profeti (Islam) // Chiara (Cattolicesimo) // Gli orsi non esistono (Islam) // Alla vita (Ebraismo ortodosso) // Il male non esiste (Islam) // Un eroe (Islam) // The Youngest (Ebraismo ortodosso) // Covered up (Ebraismo ortodosso) // Corpus Christi (Cattolicesimo) // Un divano a Tunisi (Islam e psicanalisi) // The dead don’t die (nel commento: fede e dubbio) //Mug Un’altra vita (Cattolicesimo polacco) // Il settimo sigillo (il silenzio di Dio) // L’apparizione (Cattolicesimo) // Cosa dirà la gente (Islam) // Io c’è (religione e denaro) // The Young Pope (Cattolicesimo) //
“Divine Comedy”, “Komedi-e elāhi”, regia di Ali Asgari.
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Premessa (non c’entra con il film): vorrei ripetere qui una risposta a un’amica, a una persona che stimo, a cui voglio bene e che sta dimostrando, negli ultimi tempi, apertura mentale e capacità di sopportazione, perché certamente, leggendo mie frasi, il suo primo istinto sarebbe stato di mandarmi a quel paese.
Vorrei mettere queste parole a disposizione di chi non ce la fa a leggere alcune espressioni che ho adoperato in alcuni commenti ai film.
Non sopporto l’adesione pigra a una narrazione unica; quando mi sembra di individuarla mi irrito e reagisco.
Sono cresciuto con Anna Frank e con Primo Levi, come tanti, come Fabrizia Bertelli: nelle sue classi si è sempre data da fare per valorizzare il giorno della Memoria, per far sì che i ragazzi coltivassero il ricordo amaro, e istruttivo, della Shoah.
Altro che gita ad Auschwitz, come una ministra imbecille si espresse!
Tanti anni fa, a Fiumicino, ho conosciuto famiglie di ebrei che andavano via dall’Unione Sovietica e, in attesa di ricevere i documenti per il trasferimento in Israele, organizzavano mercatini a Ostia, dove i miei trascorrevano le vacanze estive. Da loro comprai la mia prima macchina fotografica reflex a poco prezzo, una Zenith, macchina solida di fabbricazione sovietica.
Feci amicizia e mi affezionai.
In queste famiglie ritrovavo l’organizzazione interna piccolo borghese, la stessa della mia e delle famiglie che frequento da sempre: padre appartato, madre socievole e dotata di senso pratico, fratelli, sorelle; riconoscevo i valori che si definiscono, appunto, piccolo borghesi, tra i quali l’attenzione al non spreco, al risparmio. Le piccole cose di pessimo gusto.
Volevo bene a queste persone, che rimanevano un po’ tra Ostia e Fiumicino, poi andavano via. Non c’era il tempo di stringere i legami. A quei tempi non c’erano i cellulari, le email, la possibilità di conservare facilmente i contatti. Mi capitò di ripensare – quando sentii parlare di guerre, di quello con la benda sull’occhio, di quella che assomigliava alla famosa farmacista del paese (donna Titina uguale a Golda Meir), di attacco terroristico alle Olimpiadi di Monaco, dell’ebreo buttato a mare dalla nave con tutta la carrozzina – di ripensare a quelle famiglie così simili alla mia: che fine hanno fatto?
Non posso sentir parlare male degli ebrei. Di Netanyahu, dei fanatici religiosi di destra, dei coloni penso e parlo male anch’io, ma non degli ebrei.
Non posso sentire la riscrittura della storia di Israele come fosse una sequela di soprusi. I miei amici ebrei, con le loro povere cose, non andavano speranzosi verso un sopruso. Trovarono kibbutz da far fiorire, e li fecero fiorire; trovarono armi spianate e si difesero, a volte esagerando nella difesa, ma: nessuno ci tratterà di nuovo come ci hanno trattato.
Non vogliono piangersi addosso ma affermare: nessuno potrà permettersi di trattarci di nuovo come ci hanno trattato.
Vorrei vedere noi come avremmo reagito se fossimo stati sottoposti alla pressione di forti paesi e di gruppi terroristi intenzionati a distruggerci per quasi ottant’anni. Per pressioni esterne assai minori (la paura di essere invasi dai migranti) l’Italia si è affidata, purtroppo, a una destra becera.
L’espressione lobby ebraica mi farebbe mettere mano alla pistola (se l’avessi e la sapessi adoperare).
Questa espressione è buttata lì, con nonchalance, come una carta sporca («e nisciunə sənəmporta», direbbe Pino Daniele), da chi non si rende conto di essere diventato nazista, per pigrizia, per avere assorbito una narrazione unica, che non tiene conto di tutti i punti di vista, delle scelte compiute da tutti i personaggi della storia.
Ridurre la complessità a una visione manichea non è un buon servizio alla propria intelligenza, come ci avverte don Lisander: “[…] tra lo scellerato e l’onesto, la ragione e il torto non si dividono mai con un taglio così netto che l’uno stia tutto da una parte, e l’altro tutto dall’altra” (Alessandro Manzoni – I Promessi Sposi)
In Israele c’è una sinistra che, tra mille difficoltà (anche da noi la sinistra è in difficoltà, anche in Germania e in Francia la sinistra è in difficoltà, per non parlare del caso americano, dell’assenza di reazione al trumpismo agghiacciante), si pone come alternativa al governo attuale.
Fine della lunga premessa.
Si potrebbe dire che “Divine Comedy” sia il proseguimento del film precedente di Ali Asgari e Alireza Khatami: “Kafka a Teheran”.
Si potrebbe dire che ci stia dentro.
In una scena troviamo lo stesso personaggio (un regista in cerca di un permesso per proiettare un film); ha di fronte il burocrate che gli spiega perché non gli darà il permesso e gli dà consigli conditi da minacce.
Allora torniamo a “Kafka a Teheran”, un film che mi ha impressionato quando l’ho visto al cinema nel 2023. Mi sono chiesto: si può fare un capolavoro con così poco?
Girano nei cinema e sui televisori appollaiati nei salotti, nelle camere da letto, film milionari con riprese da punti di vista incredibili e abbondante uso della AS (Artificial Stupidity); poi viene fuori e va a Cannes questo lungometraggio girato in una settimana, con pochissimi mezzi, costituito da dodici inquadrature fisse di attori che parlano verso un interlocutore a noi invisibile, di cui sentiamo la voce.
Mi viene in mente il primo film di Nanni Moretti: “Io sono un autarchico”.
Anche quel film conteneva molte inquadrature fisse; fu girato in Super 8 come allora si giravano le prime comunioni e i matrimoni.
Nanni Moretti dovette passare da un cinema all’altro per proiettare la copia unica e non rischiare di perdere il materiale, un po’ come, per motivi diversi, è costretto a fare il regista di “Divine Comedy”.
In seguito, dato il successo del film e le recensioni entusiaste, la copia fu trasformata in 16mm e 35mm per poter circolare nei cinema senza il rischio di perderla.
Mi vengono in mente altri due film poetici: “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” e “Sulla Infinitezza”, di Roy Andersson.
Già nel titolo, “Kafka a Teheran”, c’è il gusto del cinema d’autore, il desiderio di distinguersi dal popolaresco e dal commerciale.
L’interlocutore verso cui parlano i personaggi che si succedono sullo schermo si trova dietro la telecamera, condivide il nostro punto di vista; i personaggi, dall’altra parte della scrivania, si rivolgono a noi, senza guardarci negli occhi perché tutti, tranne uno, sono impauriti.
Noi siamo seduti dalla parte dei burocrati, dei controllori della morale che usano un tono neutro, a volte suadente, ma improvvisamente possono diventare autoritari, minacciosi.
Questo è il cinema, anzi: il Cinema – nato, cresciuto come forma d’arte e attività commerciale, invecchiato ma capace di ringiovanire improvvisamente, quando nemmeno ce l’aspettiamo, con un regista poco più che quarantenne che non c’era o era un bambino quando gli italiani, i francesi, gli americani – qui potrebbe seguire un lungo elenco di nazionalità – gli iraniani (Abbas Kiarostami) facevano capolavori.
Sullo schermo vediamo la città, Teheran, passare gradualmente dalla notte al giorno.
Una bambina, come tutte le bambine, ama ballare ascoltando musica allegra nelle cuffie. Per la sua festa vorrebbe indossare abiti colorati. Impossibile. È la cerimonia di ingresso nell’adolescenza e la bambina deve vestire nei modi stabiliti nel libro. Pare che chi ha scritto o dettato il libro dia molta importanza agli abiti che la bambina indossa e abbia deciso: solo abiti grigi che coprono tutto il suo piccolo corpo lasciando libera una parte del volto.
La bambina, delusa dopo avere provato i vestiti grigi della festa, si libera delle palandrane, mette le cuffie e riprende a ballare. È un avviso rivolto ai capi religiosi: potete obbligarci, tramite i vostri sgherri, con le minacce esplicite o velate. Non ci cambierete dentro.
La bambina è l’unico personaggio che guarda senza paura verso di noi: il futuro è suo. Quando i burocrati e i sacerdoti fanatici spariranno nel nulla, lei ci sarà.
Assistiamo all’interrogatorio di cittadini inermi, terrorizzati. Ogni personaggio rappresenta una situazione.
Davanti ai burocrati, ai poliziotti, agli impiegati degli uffici pubblici sfilano persone che vorrebbero vivere nel mondo di oggi e sono obbligate a piegarsi ad antiche credenze e superstizioni. Si controlla se il comportamento di chi ha fatto una richiesta o è stato chiamato per essere interrogato è confacente a quanto prescritto nel famoso libro di dubbia origine e arbitraria interpretazione.
Qualcuno dice che quel libro non si interpreta, ma solo gli ignoranti e i superficiali possono esprimere un pensiero tanto elementare. Anche la frase “la signora si è svegliata alle nove” viene interpretata in funzione del contesto e di chi l’ha scritta: può essere l’inizio di un giallo, di un romanzo sentimentale, di una biografia; può corrispondere a un fatto, se la signora veramente si è svegliata alle nove, o essere stata prodotta dalla fantasia. Può essere falsa, se chi l’ha scritta non sa se ciò che descrive sia accaduto ma vuole far credere di saperlo, vuole farlo credere per interesse o perché è convinto che il fatto sia vero.
Leggendo la frase la interpretiamo e la carichiamo di tutte le altre nostre conoscenze.
Siamo all’ufficio anagrafe. Un giovane deve scegliere il nome del figlio appena nato. Non può scegliere il nome che più aggrada a lui e alla sua compagna. Il funzionario ha l’elenco dei nomi consentiti, desunto, evidentemente, dal famoso libro.
«Impossibile!» è la risposta a qualsiasi richiesta rivolta ai quadri intermedi incaricati di controllare il popolo prigioniero.
I quadri intermedi sono controllati dai funzionari superiori; di grado in grado si arriva agli ayatollah, dai quali emana “la verità”.
È impossibile quasi tutto. In sostanza è impossibile agire di testa propria, anche in ambiti strettamente personali. La conseguenza è un continuo di situazioni kafkiane che invadono la vita di tante persone.
Alcuni (potrebbero essere la maggioranza) accettano volentieri le limitazioni e il controllo; sono schiavi che hanno interiorizzato la schiavitù, si sono affezionati alle catene e desiderano estenderle a tutti. Anche se fossero la maggioranza, non hanno il diritto di imporre una fede religiosa (Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – articolo 18: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione”).
Vi sono ragazze che hanno la fortuna di vivere in una democrazia liberale (in Europa) e scelgono di indossare il simbolo di sottomissione, il cencio medioevale che nasconde i capelli, come disse Oriana Fallaci quando intervistò Khomeini e riuscì a far incavolare la “guida suprema”, con nostra grande soddisfazione.
Se alcune donne si piacciono così agghindate, facciano pure, perché no?
Se alcune donne hanno fatto questa scelta non per motivi estetici ma perché liberamente hanno deciso di accettare una fede o una tradizione, facciano pure. Noi non vogliamo imporre nulla. Però non provino a imporre la loro fede.
Molte donne che hanno sopportato i padri, hanno sopportato i mariti, sopportano la condizione di inferiorità anche rispetto ai figli maschi, sono le più feroci nel reprimere i comportamenti liberi delle figlie.
La speranza poggia sui giovani che nei paesi dominati dal fanatismo religioso vogliono liberarsi, in particolare sulle ragazze.
Infatti il regime è feroce soprattutto con i giovani. Alcuni ragazzi sono stati impiccati alle gru in piazza, a titolo di ammonimento per gli altri, già dopo le manifestazioni che scoppiarono in seguito all’assassinio di Mahsa Amini (16 settembre 2022), arrestata perché il cencio medievale lasciava scoperta una parte dei capelli.
Il film è basato su esperienze concrete dei due registi e dei loro amici.
In un episodio un regista si confronta con un lecchino del regime che ha l’incarico di supervisionare le sceneggiature dei film per dare o negare la necessaria approvazione.
Il testo è rifiutato dal lecchino perché rappresenta una storia famigliare drammatica, vera. Il padre del personaggio regista picchiava la moglie e, con il suo comportamento, ne ha determinato la malattia e la morte. Il personaggio vorrebbe raccontare il dramma vissuto dalla madre, vittima di una società in cui la donna non ha alcuna possibilità di difendersi. «Impossibile!». Il neorealismo del dopoguerra italiano non è consentito nell’Iran attuale. Il funzionario invita a «parlare dei buoni sentimenti», come accade in tutti i regimi che esaltano la falsità nella descrizione dei rapporti umani.
Un cagnolino è stato catturato dagli agenti e non si sa dove sia. La signora anziana lo cerca nel posto di polizia. La avvertono: per non avere fastidi farà bene a non insistere nella ricerca. Il suo diritto di riavere indietro il cane non conta nulla.
Un giovane poliziotto ha pietà della signora; le dice: «Per il suo bene, non insista! Prenda un cane qualsiasi di quelli catturati!».
Per sopravvivere bisogna abbassare la testa, accettare ogni prepotenza.
Impossibile una scelta estetica personale non regolata dalla legge. Il burocrate non si limita a controllare i dati, i precedenti, ma può imporre a un giovane che ha chiesto il rinnovo della patente di spogliarsi per verificare se ha dei tatuaggi.
Una donna non può scoprire la testa all’interno della propria autovettura.
La fotografia scattata dall’autovelox fa intravedere la guidatrice priva di hijab. La ragazza si difende dicendo: «Non ero io al volante, era mio fratello». Non è importante l’eventuale infrazione del codice della strada, è importante stabilire se in macchina c’era un uomo con i capelli lunghi o una donna.
Se c’era una donna ha commesso un reato. Per questo reato alcune ragazze sono state fermate, picchiate, uccise.
Se c’era un uomo con i capelli lunghi si può sospettare un’infrazione ai canoni sessuali rigorosi che gli ipocriti religiosi desumono dal famoso libro e vogliono imporre a tutti.
I quadri intermedi, i kapò, sempre presenti dove si tortura la gente, si divertono negli interrogatori dei presunti colpevoli. Tutti sono presunti colpevoli per i nevrotici messi a dettare le regole.
Uno dei kapò inquisitori costringe un disoccupato in cerca del permesso di lavoro a mimare il lavaggio che deve precedere la preghiera. «Come è prescritto che bisogna lavarsi? Lo sai? Fammi vedere. Dimostrami che conosci le regole».
È una scena che sarebbe comica se non fosse drammatica, umiliante per il pover’uomo obbligato a mostrare come lava le mani (prima la sinistra, poi la destra, o viceversa … non ricordo) fino all’avambraccio; come lava i piedi (il sinistro, fino … eccetera), per prepararsi alla preghiera che avviene prostrandosi con il sedere in aria e la fronte appoggiata sul tappeto.
Non basta: il poveretto in cerca di lavoro deve dimostrare di ricordare a memoria i versetti del libro di dubbia origine e arbitraria interpretazione; guai a confondere una parola con un’altra! Per lavorare nell’edilizia bisogna superare un esame di memoria.
Si avverte il divertimento dell’inquisitore di chissà quale infimo rango nell’umiliare un proprio simile. Quando la persona umiliata è una ragazza si avverte il sottofondo sessuale, il tentativo di approccio, l’irritazione se la ragazza resiste. «Non sia così rigida. Vuole un tè, qualcosa da bere?»; «Non ho sete»; «Chieda pure. Che cosa desidera?». Lei capisce che basterebbe un cedimento per precipitare da donna a oggetto.
Che cosa c’è dietro a tutto questo?
Innanzitutto, onnipresente, la repressione sessuale, poi il gusto del potere (forse sono la stessa cosa).
L’uomo ha da sempre, in molte culture, cercato di imbrigliare le donne perché ha avvertito il loro potenziale sessuale, che fa paura soprattutto a chi si crede forte, potente, invincibile, o, semplicemente, teme di non essere all’altezza.
Il gusto collegato al sesso di esercitare il potere sugli altri si trasmette lungo i gironi infernali in cui è organizzata la banda. Al vertice ci sono i ridicoli sacerdoti coi turbanti. Pieni di sé, si illudono di possedere la verità (alcuni ci credono, molti fingono). Detengono il potere assoluto; solo loro possono dare l’interpretazione autentica (negando che sia interpretazione), arbitraria, del testo al quale è obbligatorio sottomettersi.
Il fanatismo religioso è legge in molti paesi, non solo in Iran, con molteplici varianti.
Nel passaggio da “Kafka a Teheran” a “Divine Comedy” si notano alcuni cambiamenti, in una situazione generale immobile, cambiamenti dovuti al tempo che passa. Col tempo cadono le foglie dagli alberi e i capelli dalla testa degli uomini (le foglie ricrescono, i capelli sono sempre meno).
Il personaggio regista, pur essendo giovane, ha una bella chierica, larga, e gli dispiace, ne parla con la sua ragazza produttrice, ne parla col fratello ricco, che ha rifatto i capelli.
Questo film ricorda “Ecce Bombo”, oltre, ovviamente, a “Caro Diario”, soprattutto per l’umorismo che aiuta il regista, il personaggio e Ali Asgari, a staccarsi dalle situazioni.
Ricorda, i due film ricordano. Sempre questo accade nel Cinema: più è d’autore più contiene citazioni, più è personale più fa riferimento allo stato dell’arte e alla storia del Cinema. Questo accade anche nella pittura; accade nella letteratura, ma ce ne accorgiamo di meno.
In Divine Comedy il personaggio regista si chiama Bahram (nota bene: Bahram), la sua ragazza si chiama Sadaf.
Grossi cambiamenti sono intervenuti nella società iraniana rispetto al film precedente. Dopo questo film siamo arrivati all’esplosione attuale, purtroppo spenta con la forza brutale e con gli omicidi di massa, documentati dai video usciti dall’Iran.
Un cambiamento riguarda la tecnica cinematografica adottata dal regista.
“Kafka a Teheran” è statico. La struttura, come ho scritto sopra, è la seguente: una camera fissa inquadra una parte dell’ufficio nel quale varie persone sono chiamate a rendere conto del proprio comportamento, o sono venute per chiedere un permesso, rinnovare la patente, dare il nome al figlio appena nato, cercare il cane, o altro.
I burocrati, che danno le autorizzazioni o controllano e “educano” i sudditi, sono dietro la telecamera, invisibili a noi. Gli unici a muoversi, poco, sono i sudditi.
Divine Comedy, invece, è pieno di movimento, per quanto fosse possibile senza dare troppo nell’occhio quando è stato realizzato (è semiclandestino); i personaggi e gli oggetti si muovono, a cominciare dall’allegra vespa rosa sulla quale Bahram viene condotto da Sadaf, produttrice del film, in giro per la città per trovare un posto nel quale proiettarlo.
Il film è stato mandato all’estero (solito sistema: chiavette o DVD nascosti tra i bagagli, internet) ed è stato visto da migliaia di spettatori dei paesi liberi; non può essere visto in Iran senza permesso.
Già nell’incipit c’è un cambiamento: il clima non è lugubre come nel film precedente, qualcosa è accaduto nella società.
Il regime ha capito che non può imporre un clima di terrore continuo: molti giovani sono disposti a sfidarlo nonostante le minacce, gli arresti, le esecuzioni.
Non può più imporsi come faceva prima … la cronaca attuale dimostra che i guardiani della rivoluzione sono disposti a tornare ai metodi più brutali e all’omicidio se avvertono il pericolo di un tracollo dell’intero sistema.
Nel periodo in cui Ali Asgari ha girato “Divine Comedy” c’era come una pausa e alcuni controlli si erano allentati.
Per esempio non c’era più il controllo ossessivo dei capelli. Molte giovani donne avevano cominciato a non indossare il velo e Sadaf, la fidanzata del regista, può andare in giro con il casco o anche mostrando una bella capigliatura verde. Alla faccia dei sacerdoti col tubino.
Ci sono ancora in giro molte donne coperte dalla testa ai piedi.
Il controllo di fondo sui sudditi rimane, esercitato attraverso le guardie della rivoluzione e i burocrati che danno i permessi.
Bahram va a chiedere il permesso necessario per proiettare il film al Ministero della cultura.
Questo è l’Inferno.
La scena potrebbe entrare pari pari nel film precedente.
Prima di entrare, Bahram chiede a Sadaf di non accompagnarlo, perché sa che la sola presenza di quella ragazza con i capelli verdi indisporrà il funzionario.
Sadaf si offende, dice: io sono la produttrice (ha investito i suoi risparmi nella realizzazione del film), non devi accettare i loro limiti, le loro imposizioni.
Poi si convince e rimane fuori, ad attendere sulla vespa.
Bahram conta sulla sua capacità di persuasione.
Il portiere del Ministero non vuole farlo entrare.
Bahram è azero: la sua lingua madre non è il farsi ma il turco (l’Iran è una realtà complessa, multietnica e multilingue).
In un momento molto divertente Bahram convince il portiere, anche lui di origine turca, a farlo passare, nonostante non abbia un appuntamento, fingendo di essere il suo fratello gemello, molto apprezzato come regista di film popolari.
Un’altra differenza rispetto a Kafka a Teheran: Divine Comedy è attraversato da una comicità sottile, che ha provocato scoppi di risa nel cinema Astra a Firenze, in una proiezione (17 gennaio 2026) che aveva previsto la presenza di Ali Asgari, bloccato in Iran all’ultimo momento.
Bahram ha un fratello gemello, Bahman (nota bene: Bahman) e ha cominciato a coltivare insieme a lui la passione per il Cinema fin da piccolo, nonostante provenissero da una famiglia povera.
Il film rievoca i rapporti tra i due fratelli con una serie di fotografie, dall’infanzia, insieme al padre, attraverso l’adolescenza fino all’età adulta; rievoca la loro passione per il Cinema e i sacrifici fatti per coltivarla.
Per inciso: il regista di Divine Comedy (non il personaggio Bahram, ma Ali Asgari) ha trascorso alcuni anni a studiare Cinema in Italia. Per indicare il passaggio dall’Inferno, al Purgatorio, al Paradiso mette sullo schermo e fa recitare in farsi alcuni versi della Divina Commedia. Naturalmente i sottotitoli sono quelli che conosciamo. Per me è emozionante. Noi italiani siamo questo nel mondo della cultura, e con questo abbiamo arricchito il mondo.
Il fratello gemello di Bahram, Bahman, ha accettato di soggiacere alla volontà del regime di utilizzare il Cinema per distrarre la popolazione dai sacrifici dovuti alla situazione economica disastrosa e realizza film di cassetta molto richiesti dai distributori. Bahman è ricco e vive in una bella casa, mentre Bahram non riesce a pagare l’affitto.
Il rapporto tra i due fratelli gemelli è simpatico: quando s’incontrano ognuno rimprovera le scelte dell’altro, un po’ si prendono in giro e si capisce che si vogliono bene.
Bahram va di fronte al funzionario del Ministero della cultura, che non vediamo perché è dietro alla telecamera fissa (in questa scena: stessa tecnica del film precedente).
Vediamo Bahram seduto dietro a un tavolo cercare di ribattere alle imposizioni del funzionario. Sul tavolo c’è un tè in un bicchiere.
Il funzionario minaccia: se non cambierai, la prossima volta non ti offrirò un tè.
La scena andrebbe bene nel film precedente, sebbene il comportamento del regista sia questa volta più reattivo: è più sicuro di sé, tiene testa al funzionario nonostante le minacce.
Qualcosa è successo: i dissidenti non si sentono più isolati dal resto della società (i moti più recenti sono partiti dai commercianti, stroncati dalla mancanza di prospettive).
Alla fine Bahram se ne va e riprende il giro in vespa insieme a Sadaf, alla ricerca di una sala in cui proiettare il film senza permesso (se gli spettatori sono più di cinque è reato).
Qui comincia il Purgatorio e vediamo Michele Apicella (Nanni Moretti), per esempio quando Bahram si gira indietro nella sala dove proiettano un film commerciale e guarda inorridito gli spettatori che si scompisciano dalle risa.
In questi giri incontra alcuni personaggi fuori di testa: il proprietario completamente fumato di un cinema, un attore famoso che ha aperto una sala e sniffa cocaina con molto realismo.
Così scopriamo che dopo tanti anni di indottrinamento sul profeta, la società iraniana è immersa – almeno in alcune sue componenti – nella droga.
D’altra parte, come si può sopravvivere in una società repressiva che nega la vita, se non aiutandosi con le sostanze artificiali?
Mentre fa i suoi giri in vespa Bahram viene intercettato da un funzionario governativo che lo fa seguire addirittura da un drone e lo convoca in un locale pauroso per indurlo ad accettare i suoi “consigli”. Dal cognome del funzionario spia Bahram ha il sospetto che sia russo. Il funzionario, mellifluo, sorridente, lo invita a realizzare un film in Siria, dove, garantisce, la situazione è sotto controllo.
Dopo avere rifiutato le offerte, Bahram e Sadaf riescono a trovare una casa appartenente a una signora ricca e animalista, che ha una sala; portando le sedie si può proiettare il film dopo aver venduto i biglietti online e facendosi prestare dal fratello gemello l’apparecchio per la proiezione.
Questo è il possibile Paradiso.
Vediamo arrivare nella sala una nutrita rappresentanza della società iraniana, che ha comprato il biglietto e si porta ad assistere alla proiezione. Si tratta di una società giovane, molto attenta ai fatti culturali e disposta anche a rischiare.
Dopo una breve introduzione dell’autore la proiezione inizia, ma deve essere sospesa perché il cane della signora, sentendo abbaiare nel film, comincia ad abbaiare senza sosta e sovrasta le voci che vengono dallo schermo.
Bahram cerca inutilmente di convincere la signora a chiudere per un’ora il cane in una stanza, ma a quel punto arriva il funzionario governativo con i suoi scagnozzi.
Stanno per sequestrare tutto, quando si diffonde la notizia che il regime siriano di Assad è crollato (c’era un forte legame tra Assad, gli ayatollah iraniani e la Russia di Putin).
Lo schermo è utile per collegarlo al televisore e, via internet, consentire a tutti di accedere alle ultime notizie: spettatori, guardie, la signora, il regista, la sua ragazza e il funzionario.
Il film si conclude con il volto pietrificato di quest’ultimo che vede crollare una certezza: aveva parlato dei suoi scambi economici con la Siria e aveva garantito che la situazione era assolutamente stabile e sotto controllo, tanto da proporre a Bahram finanziamenti con denaro di provenienza siriana.
Il volto del funzionario è pietrificato dalle immagini della popolazione che distrugge le statue di Assad e penetra nel suo palazzo.
Con l’immagine di questo volto non più sorridente e mellifluo come prima, ma terrorizzato, paragonato al muso del cane, appaiono i titoli di coda.
