13 febbraio 2018
Schermo televisivo (Rai1 – RaiPlay)

Ricordi
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C’è gente che dà grande importanza alle canzoni e ai suoi autori.

Io, per esempio, qualche anno fa ho fatto una specie di pellegrinaggio laico a Sète, in Francia, per visitare la tomba di Georges Brassens, nei confronti del quale ho, da tanto, una profonda ammirazione (conosco a memoria molte sue canzoni).

L’ammirazione è legata all’imprinting, cioè alla circostanza in cui ho “scoperto” Brassens: in una casa bretone, una mattina perfetta, una ragazza gioiosa appoggiò un disco su un giradischi e mi spiegò (non conoscevo il francese, utilizzavamo l’inglese per comunicare) quelle canzoni dalla musica semplice (apparentemente) e dal significato allegro, ironico, colto, intelligente.

Anche Fabrizio De André ammirava Brassens e, nei primi tempi della sua attività, si ispirava al suo stile. Fra i suoi primi testi ci sono molte traduzioni, ottime traduzioni, di canzoni di Brassens.
Per esempio: «Matrimoni per amore, matrimoni per forza / ne ho visti di ogni tipo, di gente di ogni sorta …» è la traduzione di La Marche Nuptiale («Marriage d’amour, marriage d’argent / j’ai vu se marier toutes sortes de gens …»).
Qualche volta, come nella canzone che contiene una reminiscenza pavesiana («La morte verrà all’improvviso, avrà le tue labbra e i tuoi occhi / ti coprirà d’un velo bianco, addormentandosi al tuo fianco …»), prendeva la musica che Brassens aveva collegato a una poesia di Théodore de Banville (Le verger du Roi Louis) e non traduceva ma adattava un suo testo. Risultato: due bellissime canzoni originali, una in francese, l’altra in italiano.

Quando decise di dedicarsi seriamente al lavoro di cantautore, dopo il successo di La canzone di Marinella cantata da Mina, Fabrizio trovò una strada personale, riuscendo sempre a rinnovarsi, a cambiare restando fedele a se stesso.

Uno dei ricordi più emozionanti della mia giovinezza è legato a un gruppo che, una sera settembrina di tanti anni fa, in una piazza di Napoli, cantava le canzoni di De André, in particolare Il suonatore Jones e le altre di Non al denaro, non all’amore né al cielo. Comprai il 33 giri nel negozio Ricordi nella Galleria Umberto il giorno dopo e lo conservo ancora, anche se non ho più il giradischi.

Ero in un momento particolarmente felice, che concludeva un periodo complicato.
Avevo finito gli esami all’Università, stavo preparando la tesi di laurea, stavo per dare una svolta radicale alla mia vita, avevo incontrato l’amore eterno (fu così eterno da durare qualche anno, da resistere a due trasferimenti; fu stroncato dal terzo).

La ragazza era dovuta tornare a casa dei genitori, lontano da Napoli, così quella sera mi trovai da solo nella piazza, da solo ma insieme a tanti giovani, come spesso capitava a quei tempi (eravamo il risultato del boom), ad ascoltare questo gruppo che cantava le canzoni di De André.

Per capire la mia emozione bisogna tornare indietro, ai tempi che avevano preceduto quella serata, alla sensazione di non combinare niente, di oscillare tra scelte diverse, durata alcuni anni. Alla fine di quell’estate tutto si stava risolvendo, e tutto a modo mio: ero riuscito a evitare di “sistemarmi” definitivamente vicino casa, di incapsularmi da solo, per mancanza di alternative, in una famiglia nuova di zecca, uguale a quelle in cui ero cresciuto.

Il volo era pronto, preparavo le ali: dopo la laurea, Londra. Poi: dove la fortuna mi avrebbe portato, completamente libero. Quell’estate, nell’ostello per la gioventù Villa Camerata a Firenze, avevo incontrato la compagna che si sarebbe unita al volo, almeno per qualche tempo, com’è giusto che sia. La situazione, che prima sembrava bloccata, si era aperta.

Raggiunsi il massimo dell’emozione quando il giovane chitarrista barbuto cantò Un malato di cuore e scandì, cercando di imitare, se non la voce, il modo che aveva allora Fabrizio di pronunciare le parole con esattezza:

«Quelle sue cosce color madreperla / rimasero, forse, un fiore non colto».

Mi emozionai perché avevo colto il fiore, ma avevo rischiato anch’io di non coglierlo, come il malato di cuore della poesia di Spoon River Anthology. Avevo rischiato di non riuscire a prendere fiato, di accontentarmi della poca aria necessaria per sopravvivere, di rassegnarmi a una vita priva di rischi, di nuove esperienze, di sorprese, di sogni. Mi sembrò che Fabrizio questa canzone l’avesse scritta per me.

Questo mi succede sempre con l’arte: quando guardo La Primavera agli Uffizi ho l’impressione che Botticelli l’abbia dipinta per me, mi meraviglio di non trovare la dedica in un angolo (al mio amico Giovanni, firmato: Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, Sandro). Come mai non ci ha pensato, nonostante l’antica amicizia? Certamente una dimenticanza. Una volta ho provato a correggere l’errore dell’amico: mi sono avvicinato al quadro munito di una grossa biro. Purtroppo è suonato l’allarme; un nugolo di nerboruti guardiani poco disponibili al dialogo mi ha impedito una buona azione. Così va il mondo!

«Ma che la baciai, questo sì lo ricordo, col cuore ormai sulle labbra. Ma che la baciai, perdio sì lo ricordo! E il mio cuore le restò sulle labbra».

Due esperienze felici, avvenute in tempi diversi, si legano, nel ricordo, a due cantautori che hanno molti tratti in comune. Senza di loro sarebbero state ugualmente felici (la felicità non derivava dalle canzoni) però sarebbero svanite nel buco nero che ingoia il passato, come tante altre esperienze, felici e infelici. I due artisti hanno messo un timbro su quelle esperienze, su quei momenti, con le loro elaborate combinazioni di parole e musiche.

Il collegamento sarebbe potuto accadere con una statua, con un quadro, con una sinfonia, con una poesia.
L’esperienza insegna che alle persone semplici come me accade quasi sempre con le canzoni.

Chissenefrega se la canzone non è poesia! È una cosa diversa dalla poesia che, nella forma attuale, non ha bisogno della musica, invece necessaria alla canzone (per favore, non mettete La guerra di Piero nelle antologie scolastiche! È una canzone, va cantata, non letta).

Le scene finali, prima di Bocca di rosa, con Fabrizio che gira per le vie della vecchia Genova e attraversa «i quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi» le abbiamo viste più volte, sono facilmente reperibili sul web; nelle registrazioni Fabrizio è un po’ invecchiato, un po’ ingrassato e gonfio (forse era già stato colpito dalla malattia che lo portò alla tomba), con la cicatrice sulla guancia destra, un segno che si vede in ogni ripresa video ravvicinata

«… aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso» (Il pescatore).

Nel film una cosa c’era, che si ritrova immancabilmente nei video del vero Fabrizio: la sigaretta tra le dita o sulle labbra.

Ho lett che il film è stato visto da un gran numero di spettatori e, quindi, per come vengono valutati i programmi televisivi, è stato un successo.
Ciò che conta è il numero di spettatori, non c’è un indice di gradimento.

Anch’io ho visto il film, quasi per caso.

L’alto indice di ascolto, o come si chiama, denota solo, secondo me, che in tanti siamo interessati alle canzoni e alla vita di questo grande cantautore. Che poi siamo rimasti soddisfatti di come è stato rappresentato nel film, è un altro discorso.