25 maggio 2022 h 18.30)
Cinema Principe Firenze – Viale Giacomo Matteotti

Altri film del regista: // Qui rido io //
// Il sindaco del rione Sanità //
Testo collegato: // Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese (commento) //

I primi scrittori napoletani del lunghissimo dopoguerra – arriva fino agli anni duemila – riempirono la scena in una città teatro che chiedeva solo di essere raccontata.
Risposero volentieri all’aspettativa della città, descrivendo con lo stesso amore le sue bellezze e le sue brutture, mettendo tanta devozione nei loro racconti, tanta passione, da far diventare belle anche le cose più brutte.
Le case costruite una sull’altra, partendo dai “bassi”, sotto il livello stradale, i vicoli stretti dominati da palazzoni pieni di finestre, terrazzini e funi con i panni stesi ad asciugare, la violenza dei prepotenti, l’umiliazione dei poveri, la miseria nera, indegna di una città europea, nei loro libri divennero poesia.
Tutti, a Napoli e, soprattutto, fuori Napoli, amammo quei libri. Schiere di lettori, grandi volumi di vendita, premi importanti agli autori – che si chiamano Giuseppe Marotta, Raffaele La Capria, Luigi Compagnone, Domenico Rea, Ermanno Rea, Anna Maria Ortese. Cito quelli che ho conosciuto attraverso i libri e gli articoli sui giornali. Altri, ugualmente importanti, purtroppo ho conosciuto poco. Della generazione successiva aggiungerei Domenico Starnone (soprattutto Ex cattedra e Via Gemito) e Roberto Saviano (Gomorra).
Poca roba, lo so. Ma come si fa? Diceva Massimo Troisi: quelli che scrivono sono in tanti, io sono solo a leggere!

Generalmente erano legati e affezionati al Partito Comunista e all’ambiente (socialista, cattolico popolare, libertario) che aveva nutrito l’antifascismo meridionale in tempi bui ed era riuscito ad armarsi per opporsi agli oppressori e piegarli, almeno per quattro giorni (Le quattro giornate di Napoli).
Scrivevano generalmente sui giornali di sinistra (L’Unità, poi La Repubblica, …), ma non disdegnavano il giornale della borghesia, Il Mattino, allora di proprietà del Banco di Napoli (così diceva mio padre e credo che questa informazione lo rassicurasse almeno quanto allontanava me).

Giuseppe Marotta dovette trasferirsi a Milano per riuscire a vivere di scrittura (era stato operaio).
Anna Maria Ortese ruppe definitivamente la solidarietà di gruppo, se ne andò a Milano, prese a viaggiare, per rifugiarsi, alla fine, a Rapallo.
Ermanno Rea, da giornalista e fotografo, girò il mondo; morì a Roma.

Conoscevano bene la nostalgia, che trasuda dai loro libri.
Nostalgia, di Ermanno Rea (Narratori Feltrinelli, poi Universale Economica Feltrinelli), fu pubblicato dopo la morte dell’autore: sulla copertina una bambina che accudisce due bambini (fotografia di Mimmo Jodice).
Ognuno ha un’immagine personale che fa scattare la nostalgia. Per me sono le famose scale nei vicoli. Non le avevo mai viste prima nel paese agricolo (allora) da cui provenivo, quando, ragazzino, cominciai ad andare avanti e indietro da piazza Dante sul 160 nero (i compagni di scuola lo chiamavano ”’a cafoniera”, in modo non aggressivo, quasi affettuoso). Alle scale, ai vicoli, si collegano i ricordi di ampi giri, di lunghe “cammənatə”.
(Se si ha un dubbio riguardo al simbolo ə utilizzato nelle parole napoletane, basta andare al film Achille Tarallo, su questo sito; nella nota al commento c’è la spiegazione; qui anticipo solo che non ha niente a che fare con la proposta di utilizzare il simbolo fonetico schwa per superare il binarismo “maschio – femmina”, con prevalenza del maschile, nella grammatica della lingua italiana).

Ho citato i tre scrittori (tra quelli che conosco dai libri) che andarono via da Napoli e ne restarono lontani per diversi anni. Più profonda e dolorosa fu la nostalgia di quelli che non lasciarono Napoli, non in modo definitivo, e raccontarono i ricordi (tutti raccontano i ricordi) mentre assistevano impotenti alla chiusura della libreria Guida (per dirne una).
Per quale motivo percorrere Port’Alba, se non si poteva fermarsi da Guida? Passava la voglia di passeggiare da quelle parti (o dalle parti di via Chiaia, o di piazza dei Martiri), nei lunghi anni in cui la libreria fu chiusa.
Le fotografie risalgono al 2015. Ho sentito che quegli spazi, fortunatamente vincolati dal riconoscimento come bene culturale (non possono metterci un negozio di vestiti o un supermercato) sono rinati o rinasceranno (non lo so). La “Saletta rossa”, dove gli scrittori presentavano i libri, rinascerà. La libreria diventerà (o è diventata?) un “polo di attrazione socio – culturale”.
Da: Il Mattino 1 luglio 2020, parlano i nuovi padroni: “Lo spazio è enorme e ci sembrava sprecato solamente per una libreria, stiamo cercando di capire come coniugare l’arte e la cultura in un concept che vada oltre il semplice scambio commerciale. Vogliamo valorizzare, ad esempio, i giovani designer, il made in Naples, la moda, l’arte e l’innovazione. Vogliamo svecchiare quel luogo, ma senza snaturarlo”.
Voi volete svecchiare, ma noi vecchi siamo conservatori, vorremmo che il mondo non cambiasse, neanche, apparentemente, in meglio (la moda in una libreria è il meglio? I soliti vestiti insieme ai libri?). Vorremmo che le librerie continuassero a chiamarsi librerie e basta, non concept (chissà che significa!), che le chiese continuassero a chiamarsi chiese (ogni tanto viene in mente a qualcuno di trasformarle in centri culturali). Nel 2015 tra il presente e il passato non c’era gioco. Non so attualmente.

Foto 2015
Foto 2015
Foto 2015

Nel cinema è capitata la stessa cosa (continuando il discorso su chi è rimasto e chi se n’è andato).
Paolo Sorrentino è stato via da Napoli, fisicamente e con i suoi film più importanti, per molti anni; quando è tornato a casa ha espresso, con È stata la mano di Dio, una dolce nostalgia che sovente si colora di allegria.
Mario Martone da sempre rappresenta quel mondo: il matematico Renato Caccioppoli deluso dalla politica, il “sindaco del rione Sanità” impegnato in una lotta personale contro la prepotenza, Eduardo Scarpetta, l’inventore di risate immortali. Eppure: la sua nostalgia è triste.
Eccezione (c’è sempre un’eccezione): Antonio Capuano sembra aver trovato la pace con il posto in cui vive e che rappresenta “cu tutt’o buonə e tutt’o malamentə”, come dice Raffaele Viviani.

Il libro di Ermanno Rea inizia con una parentesi. L’autore mette tra parentesi una premessa e una rivelazione.
Dice: non sono uno scrittore di professione (chi parla in prima persona non è Ermanno Rea), racconto una vicenda che mi ha coinvolto, non ho scritto un’opera letteraria ma una testimonianza; non ho bisogno della suspense; vi dico subito come finisce questa storia: il protagonista principale, Felice Lasco, viene ucciso dal suo amico d’infanzia e adolescenza Oreste Spasiano, detto Malommə. È inutile sperare che non succeda, che la pistola s’inceppi, che la vittima cambi strada, che l’assassino ci ripensi. Succede. Scrivo per denunciare un duplice omicidio: uno di tanti anni fa e uno attuale. Potrei essere ucciso anch’io, e allora metto le mani avanti: racconto tutto ciò di cui sono venuto a conoscenza. Come il matrimonio di Filumena Marturano (all’inizio della commedia, con Domenico Soriano che non riusciva a capacitarsi) il libro è in articulo mortis o, meglio, in periculo mortis.

Napoli è l’ultima città in cui si celebrano i funerali (un rito dimenticato quasi dappertutto, rimpianto nelle fasi più dure della pandemia perché era vietato); è una città che conserva e venera un numero enorme di teschi anonimi nel Cimitero delle Fontanelle (Rione Sanità). È normale che la morte annunciata (vera o falsa che sia, minacciata o temuta) diriga le azioni degli uomini.

(pag. 29) “Chi non ricorda, per esempio, il culto dei teschi – le cosiddette capuzzelle – praticato fino a poco tempo fa all’interno dei vari ossari della zona? Ciascuno si sceglieva un cranio da adorare: lo puliva, lo lucidava, lo adagiava su un fazzoletto ricamato, lo circondava di fiori e di lumini accesi, esortandolo a ricambiare tutte quelle attenzioni intercedendo a proprio favore presso il Padre dei Padri.”

Il culto delle capuzzelle. Nel film è praticato da uno che è stato lontano da Napoli per tanto tempo da dimenticare la sua lingua. Nessun napoletano di oggi credo lo pratichi. La nostalgia si basa su qualcosa che è stato vivo e non esiste più (come la libreria Guida a Port’Alba, anche se è risorta o risorgerà sotto altra forma).

L’esistenza del libro dice che ci sarà un seguito. Come è successo con Gomorra di Roberto Saviano (non mi riferisco alle serie successive), il libro smuove le acque: anche se l’assassino ucciderà l’autore o lo costringerà a una vita protetta dalle guardie, qualcosa succederà.

Martone è sempre più pessimista degli scrittori che porta sullo schermo: più di Eduardo De Filippo (la conclusione del film Il sindaco del rione Sanità è più pessimista dell’opera teatrale), più di Ermanno Rea. Dovrei rivedere il film per esserne certo, ma mi sembra che dopo l’immagine agghiacciante di Felice, morto, con la testa appoggiata su un sasso, non ci sia altro. Mi sembra che manchi la speranza della testimonianza che porterà un po’ di luce, prima o poi.

(pag. 19) “Povera Sanità! Strade strette e tortuose, palazzi fatiscenti, alle spalle una storia lunga più di due millenni, testimoniata da ipogei, altari, sepolcri scolpiti, scale che scendono sottoterra come volessero raggiungere le viscere del pianeta.”

In ogni rigo del libro c’è nostalgia: nella descrizione del ragazzo che “ … mangiava avidamente mele annurche a cavalcioni di un muretto”, dei giri in motocicletta per scoprire ogni angolo della città, nei nomi meravigliosi delle vie, dei vicoli, delle chiese, dei cantucci che rievocano un mondo: Porta San Gennaro, via Foria, Capodimonte, i Vergini, la parrocchia del Monacone, la basilica di Santa Maria della Sanità, via Antesaecula.

C’è la lingua mista di un giornalista colto abituato a pensare e a scrivere in italiano: “matrone dalle capigliature turrite”, “… qua e là luccicava come ammiccasse un polso fasciato da un orologio di marca …”. Italiano forbito con frequenti inserimenti di espressioni napoletane che non fanno tutt’uno con il resto, rimangono estranee. Come una mano artificiale, anche se perfetta, fornita di tutte le terminazioni nervose, è estranea al corpo.
Non è la lingua di Domenico Rea (La ninfa plebea) – lingua napoletana antica e popolare, trasportata, non tradotta, trasportata in una lingua italiana che conserva tutta l’espressività originale.
L’autore, non il medico che dice io, è un po’ come Felice: ha nostalgia, vorrebbe esprimersi come si esprimeva prima, ma dentro di sé trova un’altra lingua che si è formata facendo il giornalista lontano da Napoli.

Trovo un segno accanto all’inizio del Cap. 6, pag. 39. “Il signor Chissà. Così lo chiamava Oreste …”. Sotto al segno scrissi: “No. Non è possibile che un ragazzo napoletano chiamasse così il suo amico: il signor Chissà. Assurdo.” Questo è il giornalista che ha dimenticato come si parlava a Napoli quando era ragazzo, esattamente come il suo personaggio, Felice Lasco.
Mario Martone non ha messo quest’espressione nel film. Se l’avesse messa, mi sarei alzato dalla poltrona e me ne sarei andato.

È uno dei pochi casi in cui un film, tratto da un libro, abbia acquisito una sua autonomia rispetto al libro.
Questo dipende da due fattori: 1) la bravura indiscutibile del regista, 2) il fatto che il libro, pur essendo un romanzo, ha la struttura di un’inchiesta giornalistica. Posso aggiungere una cosa, una modesta opinione? Non è un grande romanzo, non è un capolavoro: forse l’autore non ebbe la possibilità di revisionarlo (fu pubblicato postumo). Ricordo che pensai questo quando lo lessi la prima volta, pur apprezzando le incursioni molto utili nella storia di Napoli, nella filologia, nell’economia (la chiusura della “fabbrica dei guanti” diffusa e il passaggio dallo sfruttamento all’illegalità conclamata).
La parte iniziale del film (nel libro si trova verso la metà) è la più bella.
Felice torna a Napoli dopo più di quarant’anni di assenza per aiutare la madre anziana, che non vede da più di quarant’anni.
La trova vecchia (che cosa si aspettava?), debilitata, cieca, abbandonata, nonostante abbia abbastanza soldi e lui abbia creduto di provvedere ai suoi bisogni mandandole sempre dei soldi. Mangia poco, non si lava.
Felice avverte l’urgenza, prima ancora di cercare un’altra casa, di aiutarla a lavarsi: una persona a cui vogliamo bene non si può accettare che emani un cattivo odore.
Compra una tinozza, il sapone, la spugna, gli indumenti intimi. Dice alla mamma: «Ora ti aiuto a lavarti». Lei non vuole, si vergogna, poi cede, piangendo.
Sono scene struggenti, interpretate con sensibilità da Pierfrancesco Favino e da Aurora Quattrocchi, grande attrice (teatro e cinema).

(pag. 185) “Quella serata Felice non l’avrebbe dimenticata più. Me lo disse chiaro e tondo: il ricordo della madre, nuda e stremata tra le sue braccia mentre la deponeva nella tinozza, lo avrebbe accompagnato sino alla fine dei suoi giorni, mammà, bisogna lavarsi … .”

Mario Martone è riuscito a raccontare i personaggi (Felice, Oreste, il prete, la madre di Felice, l’amico anziano, confidente napoletano – interpretato e reinventato con la consueta bravura da Nello Mascia – la povera gente, i delinquenti nei vicoli, la gioventù che cerca di cambiare il proprio destino senza scappare da Napoli) prendendo spunto dal libro, ma soprattutto scavando nella propria esperienza e nella propria sensibilità.
La capacità di Pierfrancesco Favino di dare verità ai personaggi che interpreta è una certezza.

Se qualcuno, avente diritto, si dispiace perché ho ricopiato parti del testo dal libro in mio possesso, basta mandarmi una mail: le sostituirò con omissis.

Foto 2015
Foto 2015
Foto 2015
Foto 2015
Foto 2015
Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Apollo seduto con lira – Porfido II sec. d.C.
Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Barbaro inginocchiato – prima metà del primo secolo d.C.
Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Barbaro inginocchiato – prima metà del primo secolo d.C.
Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Gruppo con il supplizio di Dirce (Toro Farnese)– Artista della prima età severiana
(la dinastia dei Severi regnò sull’impero romano tra la fine del II e i primi decenni del terzo secolo)
Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Mosaici pompeiani – Cave Canem
Mosaici pompeiani – Combattimento di galli
Mosaici pompeiani – Pantera con simboli dionisiaci
Mosaici pompeiani – Scena di commedia: la consultazione della fattucchiera
Mosaici pompeiani – Scena di commedia: musici ambulanti
Mosaici pompeiani – Ritratto femminile
Museo Archeologico Nazionale di Napoli – Mosaici pompeiani
Battaglia tra Alessandro e Dario – Pompei Casa del fauno
Mosaici pompeiani – Battaglia tra Alessandro e Dario (part.) – Pompei Casa del fauno
Mosaici pompeiani – Battaglia tra Alessandro e Dario (part.) – Pompei Casa del fauno