
26 settembre 2019 h 17.30
Cinema Adriano Firenze – via Giandomenico Romagnosi, 46
Fantascienza e/o distopia
// Bugonia // Lightyear: la vera storia di Buzz // The Animal Kingdom // Civil War // Dogtooth [Kynodontas] // Another End // Povere creature! [Poor things] // Amore postatomico // M3GAN // Everything Everywhere All At Once // Siccità // Nope // Penguin Highway // E noi come stronzi rimanemmo a guardare // Dune // La terra dei figli // Tenet // Il dottor Stranamore // AD ASTRA // Brightburn // Jurassic World Il Regno distrutto // 2001: Odissea nello spazio // Tito e gli alieni // L’isola dei cani // La forma dell’acqua //
“AD ASTRA”, regia di James Gray.
Non basta spendere milioni di dollari per fare un film di fantascienza. Servono idee non banali.
Il film di James Gray richiama Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, a sua volta ispirato al romanzo Cuore di tenebra di Joseph Conrad.
Nell’ultima trasposizione l’eroe si è annacquato.
L’avventuriero tenebroso Kurtz, raccontato da Conrad, il colonnello Kurtz, interpretato nel film di Coppola da Marlon Brando, in AD ASTRA è un vecchio pazzoide che non si è voluto arrendere al fallimento della sua missione spaziale ed è rimasto nascosto per anni, da solo, in un’astronave dalle parti di Nettuno.
L’uomo bianco commerciante di avorio nel cuore dell’Africa nera (Cuore di tenebra) e il colonnello americano in Vietnam (Apocalypse Now) sono personaggi potenti, dominano con il fascino e la personalità i loro sottoposti e suscitano forti sentimenti di fedeltà che persistono anche quando perdono il potere, si ammalano, muoiono.
Dal momento che non ricapiterà di elogiare il regista grigio come il suo nome (James Gray), diciamo che nelle prime scene di AD ASTRA è bravo a creare la suspense, a farci entrare nell’ansia prodotta da un misterioso pericolo che s’introduce nella vita tranquilla di una comunità futura dedita alle esplorazioni spaziali.
L’inizio del film fa ben sperare.
Negli ultimi tempi mi sta crollando un principio che mi sembrava confermato dall’esperienza: un film che ha un buon incipit è buono. Purtroppo non è più così: anche dopo un buon inizio i film possono guastarsi, addirittura nelle ultime scene. Secondo me questo è dovuto, tra le altre cose, all’abolizione di quel bel THE END, che noi leggevamo “te end”, segnale preciso per gli spettatori, ma anche per il regista, il quale sapeva che puoi appendere il cartello di fine lavori solo dopo essere riuscito a concludere la storia che stai raccontando. Che cosa sarebbe “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola senza il volo di Vittorio Gassman dal trampolino, bloccato in aria fino alla fine? Ora succede spesso che l’elenco degli attori, dei tecnici, dei brani musicali, degli sponsor e dei sindaci che hanno reso possibili le riprese appaia all’improvviso, quando non ce l’aspettiamo.
THE END voleva dire: abbiamo finito. Ora tocca a te riflettere su ciò che ti abbiamo raccontato.
Uno dei nostri, nel film di Coppola un colonnello americano nella guerra del Vietnam, nel film del grigio un esploratore spaziale alla ricerca di altre forme di vita ai confini del Sistema Solare, si è spinto troppo oltre, forse è impazzito, è disperso, può darsi non sia più dei nostri o la sua astronave, non si sa come (si gioca su materia antimateria), produce picchi elettrici che causano disastri sulla Terra e mettono in pericolo la sopravvivenza dell’umanità. Bisogna contattarlo, convincerlo a risolvere il problema o eliminarlo.
Qualcuno dice che nel cinema, e nella letteratura, si raccontano sempre le stesse storie: varianti dell’Odissea.
Entra in ballo il figlio dell’esploratore scomparso, anche lui astronauta.
Gli viene dato l’incarico di cercare il padre in base alle ultime informazioni disponibili.
Il giovane non lo vede da ventinove anni, da quando è partito per l’ultima missione spaziale.
Ne conserva il ricordo doloroso. Gli hanno sempre detto che il padre è morto da eroe, non gli hanno mai rivelato i dubbi sul suo comportamento, non gli hanno mai detto che potrebbe essere ancora vivo, nascosto dalle parti di Nettuno e in qualche modo (misterioso, inspiegabile) causa dei picchi di elettricità che ogni tanto raggiungono il nostro pianeta con gravi conseguenze.
Ovunque vada, gli altri astronauti, ammirati, si complimentano: «Sei il figlio del famoso eroe?».
Il confronto con il padre irraggiungibile è una rottura di scatole. Viene voglia di andarsene ai confini del Sistema Solare.
C’è una missione da compiere, appunto ai confini del Sistema Solare, da cui arrivano gli strani segnali e i picchi elettrici pericolosi.
Chi meglio del figlio del famoso esploratore spaziale può portarla a termine?
È motivato da sempre, sicuramente per l’influenza della figura paterna (tanto più potente se bloccata all’infanzia, quando quasi ogni padre è un eroe per il figlio). Ambisce ad arrivare alle stelle (AD ASTRA) affrontando tutte le difficoltà e le fatiche necessarie (PER ASPERA): fatiche fisiche e psicologiche che questo lavoro comporta, prima tra tutte l’impossibilità di prendersi cura di qualcuno che si dovrà abbandonare per mesi, per anni, quanto durano le missioni spaziali; la conseguente solitudine.
Per i superiori il nostro astronauta è la prima scelta; chi meglio di lui, che ha un battito cardiaco mai superiore a 80, anche nelle situazioni di maggiore pericolo?
Ci sarebbe un vecchio compagno del padre, ma Donald Sutherland è disposto solo a fare un cameo abbastanza inutile (il film è di qualche anno fa, l’attore è morto nel 2024): si limita a sgranare gli occhi e si ammala proprio mentre sta per imbarcarsi insieme al giovane.
Evidentemente il vecchio astronauta non è stato sottoposto a controlli medici accurati, principalmente l’elettrocardiogramma, o i controlli non hanno funzionato. Quelli dell’ente spaziale avranno pensato: vuole partire? Facciamolo partire.
Ha un mancamento dopo una corsettina sulla luna, in jeep tra esplosioni varie. Esce di scena e non riappare fino alla fine (sicuramente Donald Sutherland aveva altro da fare).
Tutto si svolge come si può prevedere dopo i primi cinque minuti.
Per non farci annoiare, o farci annoiare un po’ meno, ci abboffano di səcutatunə (inseguimenti) con tricchitracchi e castagnole (luminarie). Ci abboffano vuol dire ci riempiono, ce ne danno a iosa, tanto da gonfiarci come un palloncino che sta per scoppiare.
Sulla luna si combatte correndo sulle jeep, contro pirati sostenuti da stati non meglio identificati.
I pirati spaziali poi spariscono e non se ne parla più.
In questo film si dà per certo che nel futuro, malgrado i progressi tecnologici, le cose non cambieranno molto rispetto alla situazione mondiale attuale: si faranno guerre in continuazione. Se è così verrebbe da pensare che l’uomo non merita tutto questo impegno per salvarlo dall’estinzione.
Su Marte, nella base spaziale protetta dai picchi di elettricità, ad accogliere gli astronauti sopravvissuti ai combattimenti c’è una ragazza un po’ misteriosa che si presenta come capo, direttrice, responsabile della base, ma non comanda nulla.
Scopriamo che la poveretta è nata in quel posto («poraccia!», direbbero a Roma) e da lì non si è mai mossa; sulla Terra è stata solo una volta da piccola (forse in gita scolastica); «mischina!» direbbero a Palermo, strascicando la seconda i.
Quelli che comandano nella base hanno la faccia e l’atteggiamento da servizi di spionaggio, tendenzialmente deviati, sembrano poco propensi a discutere e decidono che il nostro eroe è troppo coinvolto emotivamente nel progetto: vogliono impedirgli di partire.
Brad Pitt conquista il cuore della comandante che gli rivela come entrare nell’astronave in partenza all’ultimo momento («meno cinque, quattro, tre …»): immergersi in un lago sotterraneo, sbucare sulla piattaforma di lancio, risalire abbastanza agevolmente (data la situazione) lungo la rampa, fino ai portelloni dell’astronave, spingere.
I portelloni non sono protetti da alcun sistema di sicurezza, non ci sono serrature, neanche un catenaccino da ferramenta.
In queste astronavi si entra con facilità estrema, basta spingere; probabilmente non si sono mai verificati furti spaziali.
Un punto è assodato: la macchina che fa le analisi psicologiche con domande stucchevoli ripetute («Come stai? Come ti senti in questo momento?») non serve a niente. Una spesa inutile.
Quando l’astronave – superata la confusione iniziale, rimasto il nostro eroe solo con i suoi pensieri dopo che il resto dell’equipaggio si è eliminato nel tentativo di cacciarlo – si avvia a compiere il lungo viaggio verso Nettuno, il film vorrebbe assomigliare a 2001: Odissea nello spazio.
Vorrebbe, ma è molto lontano da un capolavoro diventato l’archetipo del film di fantascienza, con cui ogni regista deve fare i conti.
Ci sono altri episodi e personaggi che non riesco a collocare nella trama perché quando al cinema mi annoio mi distraggo e perdo il filo.
Ricordo un intervento su una stazione spaziale biomedica.
Nel laboratorio i babbuini, portati per essere utilizzati come cavie, si sono ribellati e hanno eliminato tutto il personale.
Il nostro (sarebbe il buono) riesce a sfruttare l’intelligenza superiore e la conoscenza dei vari moduli che compongono la stazione spaziale per determinare la morte di tutti i babbuini ribelli. Così imparano a opporsi alla volontà dell’uomo di trattarli come cavie! (Imparano per modo di dire, dal momento che muoiono tutti).
Il viaggio verso Nettuno prosegue. Dura 79 giorni.
Non avendo altro da fare (all’interno dell’astronave non si vedono attrezzi per fare ginnastica), l’eroe solitario, seduto al posto di comando, ha modo di riflettere sulla propria vita: il passato, il matrimonio fallito per colpa sua, sempre in viaggio, sempre freddo, quasi anaffettivo, il battito cardiaco sempre basso. Ha modo, insomma, in quel lungo viaggio da solo nello spazio, di riflettere sulle cose a cui pensiamo tutti quando siamo impegnati in viaggi molto più brevi su veicoli più banali.
Per fortuna raggiunge l’astronave del padre (si era detto che era dispersa e non si sapeva con esattezza dove fosse); ci entra dentro – come? – spingendo il portellone.
Scansati un po’ di cadaveri fluttuanti – non si capisce se incartapecoriti o, in assenza di aria, rimasti intatti – trova il padre.
Naturalmente è invecchiato, ha la barba incolta (negli ultimi anni ha frequentato solo cadaveri fluttuanti), è trasandato (la stessa tuta per 29 anni) ed è affetto solo da un po’ di cataratta: forse per questo il suo sguardo sembra allucinato.
Che cosa ha fatto lassù? (o laggiù, dato che nello spazio non c’è sopra e sotto).
Che cosa ha fatto là in fondo? (prendendo come riferimento la posizione della Terra nel Sistema Solare). Insomma, che cosa ha fatto?
In tanti anni ha guardato vecchi film in bianco e nero e ha continuato gli esperimenti alla ricerca di un’altra forma di vita nell’universo. Da solo! Forse si è limitato a scrutare nello spazio profondo, nonostante l’opacizzazione del cristallino, sperando che un alieno venisse a trovarlo e a fargli compagnia.
Come è potuto sopravvivere? Dove ha trovato le sostanze necessarie per nutrirsi? Pare che le scorte di pillole, di bistecche sotto vuoto, di acqua gli siano bastate per 29 anni.
A questo punto mi ero abbastanza annoiato e non vedevo l’ora che il film finisse.
Me ne vado? Non me ne vado. Aspetto i titoli di coda. Dal cinema Adriano c’è tutto il tempo per raggiungere tranquillamente la stazione Rifredi seguendo i binari della linea del tram fino a piazza Dalmazia; potrei prendere il tram, ma preferisco andare a piedi: l’aria della sera è piacevole.
Dirigendomi verso la stazione e osservando i grandi edifici con i balconi tutti uguali su cui qualche anziano si gode il fresco, rifletto, un po’, su ciò che ho visto.
Brad Pitt è, secondo me, un bravo attore, se ben diretto, per esempio da Quentin Tarantino.
Grande dispendio di mezzi, di tecnologia, di effetti speciali digitali che non emozionano (sappiamo che li fanno pigiando i tasti e muovendo il mouse).
Non è giusto, in un film di fantascienza, parlare a caso di materia e antimateria, di picchi elettrici partiti da un’astronave parcheggiata nei paraggi di Nettuno, di una bomba nucleare in grado di distruggere una stazione spaziale e, nel contempo, di fornire al razzo vettore l’energia necessaria (una specie di calcione) per compiere tutto il percorso di ritorno fino alla Terra.
Penso che la fantascienza richieda rigore scientifico, dal momento che si basa su teorie non dimostrate, su ipotesi che non hanno conferma sperimentale e vanno ancorate alle conoscenze attuali per renderle credibili o, almeno, godibili.
La fantascienza dovrebbe fare un passo avanti rispetto a ciò che conosciamo e trarne con coerenza tutte le conseguenze. Dovrebbe dare un’occhiata a un futuro possibile.
In questo film la trama è svolta in modo troppo superficiale perché ciò accada.
Però devo ammettere che una cosa si impara: un avvertimento utile nel caso si dovesse partecipare a imprese spaziali. Mai portare scimmie nello spazio per esperimenti di biomedica; possono diventare molto nervose.
