(23 settembre 2022 h 19.00)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

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Troppi personaggi in una situazione generale con troppe situazioni particolari dispersive.
C’è la siccità. Da tre anni non piove. Solo a Roma?
L’acqua, con le autobotti, viene portata da fuori; la migliore, la più fresca e frizzante, arriva dalla Valtellina.
Allora l’acqua fuori Roma c’è.

La televisione funziona regolarmente: ci sono i servizi sui ritrovamenti archeologici nel letto asciutto del Tevere. Viene intervistato l’esperto naif che si lascia influenzare dai parrucchieri televisivi e affascinare dalla diva (esistono ancora le dive?).
Nonostante il disastro, tutto funziona come prima: la gente si è abituata ai rubinetti a secco, alle blatte che scappano da tutte le parti non appena si accende la luce – una scena ripetuta, sembra sempre la stessa.
File per rifornirsi di acqua, incontri conviviali, cene, lavoro. I giornalisti televisivi intervistano leggendo il gobbo, poi passano a un altro argomento.

L’attenzione si focalizza su una coppia, in particolare sul marito, raccomandato per un lavoro particolare: guardia del corpo della figlia imbranata di un imprenditore proprietario di un 5 stelle (non il partito di Grillo e Conte: camere suite, piscina) in cui l’acqua è abbondante, gli ospiti non sono toccati dalla siccità. La gente, fuori del resort, protesta. Comitati di cittadini chiedono di incontrare i proprietari.

Non si capisce come mai l’imprenditore, circondato da leccapiedi, utilizzi, per rappresentare l’impresa, la figlia timida. Ha a disposizione i suoi dirigenti, ha un’altra figlia sicura di sé e del proprio diritto a prevaricare il bene pubblico, invece decide di mandare allo sbaraglio la figlia imbranata.
La donna se la cava bene; prima recita a memoria: «L’acqua utilizzata nel resort non viene dal servizio pubblico, arriva con le autobotti». Poi, di fronte all’obiezione: «Dove sono le autobotti che porterebbero l’acqua?», non sapendo cosa rispondere, con un colpo di genio s’inventa: «L’acqua viene dal mare».

Allora il mare c’è. Sì, il mare c’è, c’è anche il porto con le barche e gli yacht. Non è la catastrofe universale. La siccità, che dura da tre anni, riguarda solo la città di Roma.
Possibile? È possibile.
Non è la fine del mondo. Io credo che in un caso del genere il fenomeno più vistoso sarebbe la fuga da Roma. Il turismo finirebbe, gli alberghi e i resort sarebbero chiusi, la televisione trasmetterebbe da Milano, la sede romana sarebbe chiusa.
Solo servizi essenziali resterebbero a Roma, la città sarebbe militarizzata per evitare razzie negli appartamenti abbandonati. Allo Stato converrebbe di più evacuare Roma che portare con le autobotti tutta l’acqua necessaria in una città moderna e popolosa. Come è accaduto con i profughi ucraini, il resto dell’Italia e l’Europa si aprirebbero per accogliere i profughi romani. A Roma si lascerebbero alcune isole, rifornite di acqua e protette dai militari, per le autorità. Il Papa si trasferirebbe ad Assisi (l’Umbria è una delle regioni più ricche di acqua).
Il fenomeno più evidente, in un caso del genere, non sarebbe l’adattamento dei cittadini ma l’esodo, spontaneo e agevolato dal governo, in attesa della risoluzione del problema.

Seguiamo questa donna timida che ha affrontato i contestatori inventando una balla.
Pare che sia tradita dal compagno e tutti lo sanno (i dipendenti, sempre affettuosi e delicati, alle spalle la chiamano “la cornuta”). È timida, insicura, ma, come ha reagito alla contestazione, reagisce contro il compagno che la tradisce nello yacht. Nonostante la sua eleganza, ha una reazione “liberatoria”, in senso fisico, viscerale. Una reazione infantile, riferita alla fase anale dello sviluppo psichico che ci aspetteremmo superata da una persona adulta.

Come le pensano queste cose gli sceneggiatori!? Come gli vengono in mente queste situazioni? Le ricavano dall’esperienza?
È vero che c’è gente ricca che butta i soldi dallo psicologo per compensare situazioni complicate causate dalla ricchezza. È paradossale, ma è così. Butta i soldi – lo diceva il professor Gustavo Iacono (Università di Napoli, corso di Psicologia, primi anni settanta). Il senso è: se non è un sacrificio pagare lo psicanalista, i colloqui si trasformano in chiacchierate.

La guardia del corpo, il raccomandato carico di astio, sembrava sul punto di trovare un rapporto emotivo con la donna protetta, timida e insicura come lui.
Siccome è un uomo di fiducia, gli basta andare in bagno, nel corso di una cena in casa di chi lo ha raccomandato, per rubare un orologio di valore che cerca di rivendere in modo maldestro (e sfortunato).

Troppe storie, alcune ben interpretate da bravi attori; troppi volti noti che fanno le loro gag più o meno riuscite.
Max Giusti è l’ex imprenditore fallito. Vive in macchina e minaccia col fucile il giovane africano che gli ha preso il posto di intervistato dalla televisione, poi finisce col chiedere al ragazzo i soldi per mangiare insieme una pizza. Il ragazzo è stato subito dimenticato (il tempo a disposizione è finito, non ci sono più domande da leggere sul gobbo).
Virzì ha un’idea deprimente dei giornalisti televisivi. Possibile che gli intervistatori, nelle trasmissioni a cui partecipa, non siano capaci di dire due parole fuori del gobbo?

Il mondo, come è rappresentato nel film, non ha più niente di autentico. I rapporti umani, anche i più importanti, sono basati sull’ipocrisia. La falsità maschera il nulla. Ma questo non è dovuto alla siccità, suppongo. Credo che i disastri comuni portino in superficie i sentimenti veri e contribuiscano a eliminare, finché durano, la patina di superficialità che avvolge il nostro mondo.
Nel corso delle fasi più dure della pandemia abbiamo riscoperto alcuni valori; li abbiamo subito messi da parte quando l’angoscia e il pericolo si sono allontanati (per ora).

Silvio Orlando è il carcerato evaso per caso. Solo a un personaggio interpretato da Silvio Orlando poteva accadere, in un film non comico, di riuscire a evadere per distrazione delle guardie carcerarie.
Si ritrova casualmente fuori del carcere in quanto è un «real nowhere man …», direbbero i Beatles: gli altri non lo vedono. Siccome rientrare è più complicato che uscire, intanto cerca la figlia che non vede da quando era una bambina e aspettò insieme a lei, addormentata, che arrivassero i carabinieri: aveva ucciso la madre della piccola per gelosia. La bambina si svegliò e non si accorse di nulla: sgambettava, ripete tra le lacrime il personaggio interpretato da Silvio Orlando.
Con tutta la buona volontà non riesco a immaginare questo personaggio assassino per gelosia: dimenticato sì, evaso per caso … pure (con un po’ più di fatica), ma immaginarlo assassino è difficile. Il dramma finisce con le copiose lacrime di Silvio, che, sotto la pioggia finale, rientra nel nido protettivo: il carcere (non so se Rebibbia o Regina Coeli).

Valerio Mastandrea è l’autista di taxi che ha sempre sonno (per poco mi faceva addormentare sulla poltrona), poi si scopre che è affetto dalla malattia del sonno. Ci voleva tanto a scoprirlo? Molte persone, di diversa provenienza, arrivavano addormentate al pronto soccorso e a nessuno veniva il sospetto, con tutti quegli insetti in giro, che fossero affette dalla malattia del sonno. Solo una dottoressa ha l’intuizione. I risultati delle analisi confermano. Complimenti! Ma non ci voleva molto.

La malattia del sonno serve a risolvere situazioni che gli sceneggiatori non sanno come concludere per dare un senso ad alcuni personaggi. Per esempio: il ragazzo che desidera allontanarsi dalla famiglia entrando in un gruppo di coetanei fuori di testa. Con quella famiglia chi non desiderebbe allontanarsi? Il padre è un attore che ripete luoghi comuni con la voce di petto, è fissato con i social, con i like, ha perso ogni contatto con la realtà. La madre fa la cassiera alla COOP e cerca avventure erotiche virtuali con vecchi compagni di scuola ormai quasi sconosciuti.

Che altro? Qualche buona scena di massa e lo scroscio d’acqua che ha consentito di chiudere e avviare la passerella finale degli ospiti, come faceva trent’anni fa Maurizio Costanzo nel Maurizio Costanzo Show.

La fotografia della Edmond J. Safra fountain court, a Londra, risale al 2010.
Non so se l’acqua che zampilla allegramente, questo segno di ricchezza pubblica, di prosperità – come dice il salmo 1:3 riprodotto in un angolo della piazza – sia ancora presente in una qualsiasi città europea.