(2 settembre 2022 h 17.00)
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Fantascienza e/o distopia
// Everything Everywhere All At Once // Siccità // Nope // Penguin Highway // Lightyear: la vera storia di Buzz // E noi come stronzi rimanemmo a guardare // Dune // La terra dei figli // Tenet // Il dottor Stranamore // AD ASTRA // Brightburn // Jurassic World Il Regno distrutto // 2001: Odissea nello spazio // Tito e gli alieni // L’isola dei cani // La forma dell’acqua //

Jordan Peele ha realizzato finora, come regista, sceneggiatore e, in parte, produttore, tre lungometraggi importanti: Get out – Scappa! (2017), Us – Noi (2019) e Nope (2022).
I primi due appartengono al genere horror; il terzo, che ho visto al cinema Odeon di Pisa dopo la fine delle vacanze agostane e il ritorno alla vita normale, è un film di fantascienza.
Vorrebbe essere anche un po’ horror, ma di orripilante c’è poco; abbondano le scene esagerate, al limite del ridicolo, e le situazioni inverosimili. L’idea di fondo è buona: il potere della telecamera. Non solo siamo tutti sotto osservazione, ma vogliamo osservare e registrare tutto. Nel cinema le idee devono trasformarsi in situazioni, immagini che ci catturano e ci fanno credere a ciò che vediamo sullo schermo. Se non ci crediamo vuol dire che il regista non ci ha catturati. Parte la distrazione. Parte la noia.

Come si può credere che due persone preferiscano rischiare di essere “mangiate” da un disco volante non identificato per avere la possibilità di riprenderlo, vendere le riprese e dare una svolta alla propria vita?
Come si può credere che un disco volante – veloce, vorace e capace di bloccare il campo elettrico, potenzialmente in grado di distruggere un esercito di umani impauriti – sia così timido da nascondersi per anni in una nuvola immobile nel cielo?
Per quale motivo non esce dal suo nascondiglio e non va a farsi un giro nel cielo sopra New York e una scorpacciata di umani col telefonino?

Da ciò che si vede, in America non esiste la polizia.
In un posto dove tutti i partecipanti a uno spettacolo all’aperto sono spariti (fagocitati dal disco volante) non arriva un poliziotto, non si muove un giudice per aprire un’indagine. Ne parlano in televisione come di un avvenimento qualsiasi, dopo le previsioni del tempo. Solo un videomaker fissato con le riprese arriva con la sua moto elettrica e, mentre giace a terra ferito, urla da dietro al casco: «Riprendilo, riprendilo! usa la mia telecamera per riprenderlo!». Sta per morire e vuole che la scena sia ripresa. Quando si dice la fedeltà al proprio lavoro!

Un altro videooperatore – una specie di guru che parla con voce profonda e passa il tempo a guardare immagini di animali in movimento (mi sono distratto: non so dire che cavolo fanno di così interessante) – si porta volontariamente sotto al disco volante per farsi fagocitare insieme alla sua macchina a manovella per le riprese.
Una morte gloriosa per il santone. Cosa importa se di tanto girato, con le telecamere sofisticate e con la telecamera a manovella, non rimanga traccia?

Il regista vuole dirci qualcosa, sento che vuole farci la lezioncina, non si accontenta di divertirci.
E così dimentica la regola fondamentale: in un film di fantascienza che si rispetti l’invenzione assurda dev’essere una sola, tutto il resto dev’essere verosimile.
Un po’ di protezione civile americana e di macchine della polizia, di esperti della scientifica a delimitare il campo delle indagini e a cercare tracce degli scomparsi, a raccogliere frammenti, a impedire l’accesso agli estranei, avrebbe fatto atterrare il film in una realtà plausibile.
Ma Jordan Peele doveva esporre la sua tesi: «Nope è un film sulla rappresentazione; più precisamente sulla nostra dipendenza da essa», ha detto in un’intervista.

Quando un regista si mette a costruire simboli e tesi precostituite viene fuori un pasticcio confuso, un pasticciaccio brutto in un ranch californiano.
Qualcuno che gli vuole bene dovrebbe spiegare a Jordan Peele che i simboli buoni sono quelli che non si vedono, quelli che l’autore inserisce senza rendersene conto; il regista conosce le proprie intenzioni, noi vediamo i risultati.

Alcuni risultati sono buoni.
Tutta la parte riguardante la scimmia, estratta dal resto, farebbe da sola un buon film, unita al rapporto dell’allevatore con i cavalli («Non guardarlo negli occhi!») e alla storia del primo fantino nero ripreso nella cronofotografia Animal Locomotion del fotografo Eadweard Muybridge nel 1884.

Tutto il resto è noia, diceva Franco Califano.

Come già scritto in un commento precedente (Penguin Highway): i registi che dirigono attori in carne e ossa non riescono più a fare film di fantascienza interessanti, rigorosi. Per trovare un po’ di buona fantascienza siamo costretti a ricorrere ai film di animazione.