
6 febbraio 2023 h 17.00
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto
Film brutti (per me). Sono i film che non mi sono piaciuti
// Dall’alto di una fredda torre // The Fall Guy // Civil War // Enea // Chi segna vince // Un uomo felice // La guerra del Tiburtino III // Mi fanno male i capelli // Felicità // L’ordine del tempo // Educazione Fisica // Il primo giorno della mia vita // Vicini di casa // War La guerra desiderata // Dune // Domani è un altro giorno // Dead in a week // Una vita spericolata // Doppio amore [L’amant double] // Sono tornato //
“Il primo giorno della mia vita”, regia di Paolo Genovese.
Regola generale: un film brutto può avere grandi attori tra i suoi interpreti.
Più che una regola è una constatazione; “Il primo giorno della mia vita” è particolarmente brutto e ci lavorano attori del calibro di Toni Servillo, Valerio Mastandrea, Giorgio Tirabassi, Margherita Buy.
Tema del film: il suicidio.
Potrebbe essere una black comedy (le più belle sono inglesi), ma non ha l’umorismo nero dei capolavori del genere: “Arsenico e vecchi merletti”, 1944, regia di Frank Capra, con Cary Grant; “Un pesce di nome Wanda”, 1988, regia di Charles Crichton, con Kevin Kline, Jamie Lee Curtis, John Cleese.
Potrebbe essere una favola moderna, ma non ha la leggerezza del modello hollywoodiano di riferimento.
I personaggi sono suicidi che hanno appena compiuto l’insano gesto (come viene definito nei giornali e in televisione).
Vediamo l’anima del suicida, separata dal corpo che intravediamo. Ha la stessa consistenza delle anime dell’altro mondo di Dante: l’aspetto, le reazioni, la personalità che aveva in vita, e, in aggiunta, certe capacità specifiche, legate alla condizione dei defunti.
Dante, soprattutto in Inferno e Purgatorio, non risolve questa duplice consistenza delle anime che incontra: sono nello stesso tempo spirituali e materiali; anche Paolo Genovese non la risolve.
L’aldilà è un mistero per i vivi. I personaggi del film, morti, potrebbero sapere qualcosa di più della condizione in cui si trovano.
Invece: niente! Sono immersi nel mistero esattamente come siamo immersi noi che ci troviamo da questa parte del confine tra la vita e la morte.
Appena portato a termine il gesto che tutti credono definitivo, interviene un personaggio misterioso che ha il volto e l’espressione ironica di Toni Servillo (non ci crede neanche lui).
Raccoglie i suicidi con modi bruschi, tono perentorio: «Non voltarti indietro!», «Sali in macchina!».
Il morto deve seguirlo; in altra situazione si penserebbe a un rapimento.
Il corpo è lì – finito, defunto, nel letto, nel fiume, sui binari del treno, spiaccicato sul marciapiede sotto al balcone, appeso a una corda; l’anima viene costretta a salire in macchina da uno che raccoglie tutti quelli che si sono suicidati nei paraggi e quando ha riempito la macchina li conduce verso un albergo chiuso.
I suicidi provano a fare domande. Il personaggio misterioso risponde un po’ annoiato, ma non dà chiarimenti; si rassegnano a seguirlo fino all’albergo, di cui ha le chiavi.
Una volta dentro, li riunisce in una sala.
Il personaggio misterioso si rivolge ai suicidi come fossero bambini che hanno compiuto una marachella e fa la sua proposta (la chiama patto): osservate ciò che succede nella prima settimana dopo la vostra morte; se cambierete idea, dopo una settimana potrete tornare al momento in cui avete scelto il suicidio. In questo caso la settimana sarà cancellata e voi ricomincerete a vivere.
Vi diamo una possibilità: guarderete il mondo che va avanti dopo la vostra morte. I vivi non potranno vedervi (divertente! Quanti scherzi si potrebbero fare!).
Avrete la possibilità di annullare tutto (il suicidio e la settimana successiva) o confermare la scelta; se confermerete, la morte sarà definitiva.
È, grosso modo, l’idea di “La vita è meravigliosa” (Frank Capra, 1946) trasferita in un’epoca grigia, in un mondo burocratico.
Con tutta l’ammirazione per Toni Servillo, non c’è paragone con Clarence, “l’angelo di seconda classe” che salva George (James Stewart) facendogli constatare quanto è stata importante la sua vita: senza di lui la moglie sarebbe diventata una vecchia zitella; senza il suo intervento il farmacista, che aveva commesso una distrazione fatale, sarebbe diventato un barbone, eccetera. Gli mostra tutto il bene che ha sparso intorno a sé senza neanche saperlo.
Ricordiamo il nome della colonna del film, l’attore che interpreta Clarence: il grande Henry Travers.
Correggo: non è possibile un paragone tra il capolavoro di Frank Capra e il brutto film di Paolo Genovese.
Proviamo a ragionare sulla trama (se ragioniamo sulla trama vuol dire che il film non ci ha catturati).
Dunque: supponiamo che dopo una settimana il suicida si penta del gesto compiuto, avendone valutato le conseguenze.
Il personaggio misterioso dice che in questo caso la settimana sparisce, si torna indietro a prima del suicidio.
La settimana non può sparire dalla vita di uno solo, e non solo dalla vita del suicida e dei suoi contigui (parenti, vicini di casa, compagni di lavoro, amici); sparisce dalla vita di tutti.
Questa è una conseguenza logica che mi sembra di poter trarre dalla storia raccontata, anche se non è resa esplicita.
Si potrebbe pensare che tornino indietro solo gli avvenimenti che riguardano quella persona e chi gli sta intorno, ma non è possibile.
Le cose che accadono agli uomini si trovano in una rete di relazioni; ogni nodo è collegato ad altri nodi, fino a coprire tutti gli abitanti della terra, le cose viventi e non viventi. Se uno ha scavato un buco nel terreno in quella settimana, il buco sparirà e il suolo, in quel punto, tornerà com’era prima.
La ragazza cinese che sta dormendo in treno, accucciata sul sedile di fronte al mio, se viene eliminata questa settimana dalla sua vita, non avrà viaggiato in treno da Pisa a Firenze e non avrà fatto buona parte del viaggio accucciata sul sedile di fronte al mio. Se all’arrivo in stazione riceverà una chiamata sullo smartphone da Pechino, insieme al viaggio si annullerà la telefonata; il signore che, a Pechino, ha detto a un amico (traduco dal cinese): «Ho chiamato mia figlia in Italia; domani parto per Firenze» non l’avrà detto, e il giorno dopo non sarà partito per Firenze, perché il giorno dopo non esiste più. Tutto ciò in conseguenza del fatto che un suicida ha accettato la proposta del personaggio misterioso dicendo: «D’accordo, mi hai convinto, voglio tornare indietro al momento in cui mi sono suicidato. Cancella pure questa settimana di merda!».
Moltiplicando gli effetti per il numero dei suicidi su tutta la Terra – solo nel film ce ne sono quattro, a ognuno viene proposto di tornare al momento del suicidio, alla fine accettano in tre – si creano sconvolgimenti a catena del tempo, che va avanti e indietro, sconvolgimenti difficilmente gestibili da una ASL.
Questa della ASL non è nel film, è una mia ipotesi. Dal momento che i due personaggi misteriosi che gestiscono le proposte ai suicidi, un uomo e una donna, hanno un aspetto e un comportamento impiegatizi (la donna dice a Toni Servillo: «Non mangiare troppo che ti fa male!», e forse pensa: «Non mangiare in orario di servizio!»), mi sono chiesto da quale ente supremo sia gestita l’attività.
Escluso il Comune, troppo incasinato a risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti, ho pensato che ad amministrare il tutto siano le ASL locali, che si coordinano a livello mondiale.
Gli impiegati gestiscono un albergo chiuso (Toni Servillo, alla fine, toglie la polvere, chiude le camere, mette a posto le chiavi) dove ricoverano i suicidi nella settimana di prova e passano un po’ di tempo insieme a loro.
Un buon lavoro, ben pagato, suppongo. Bisogna prelevare le anime dopo la separazione dal corpo, portarle in macchina all’albergo, assegnare le camere.
Seguono: la riunione in sala, la spiegazione del patto.
Poi: «Buona notte», «Buona notte», «Ci vediamo domani».
I suicidi raccolti dal personaggio misterioso interpretato da Servillo sono quattro: Napoleone, giovane sposato che di lavoro fa il motivatore; Arianna, agente di polizia, distrutta dalla perdita della figlia adolescente; Emilia, campionessa olimpionica divenuta paraplegica in conseguenza di un incidente; Daniele, bambino obeso che il padre sfrutta inserendo su YouTube, per ottenere migliaia di like, i video che lo riprendono mentre s’ingozza di paste. Affetto da diabete, Daniele ha mangiato le solite paste e finto di dimenticare l’iniezione di insulina.
Il suo corpo è in ospedale, sottoposto ai tentativi di rianimazione dei medici.
Tutti e quattro, dopo essere stati prelevati (le loro anime), sono stati accompagnati dal personaggio misterioso nell’albergo chiuso; a ciascuno è assegnata una stanza.
Non c’è acqua nelle stanze: le anime dei suicidi non hanno bisogno di lavarsi, di mangiare, di andare in bagno, spazzolarsi i denti.
Però vanno a dormire nei letti, e, nel giorno della gita al mare, mangiano con gusto gli spaghetti allo scoglio cucinati dal personaggio misterioso; nel pomeriggio la ragazza sorbisce il gelato.
Dunque si suppone che, almeno in quel giorno, debbano lavarsi, andare in bagno, eccetera. Si suppone che la ragazza in carrozzina abbia bisogno di aiuto per svolgere le faccende che il corpo richiede.
Anime che mangiano gli spaghetti allo scoglio.
Francesca da Rimini era travolta dal vento insieme al povero Paolo. Solo parole, eppure, quando Dante dice: “E caddi come corpo morto cade”, ci emozioniamo da secoli.
Dal momento in cui si sono suicidati e sono entrati in albergo si avvia il conto dei giorni; sullo schermo appaiono le scritte: primo, secondo, terzo, e così via.
Una morte burocratica, grigia, noiosa, che sa di patti, impegni, scadenze. Fa pensare a notai, documenti.
Se la morte è così, io preferisco non morire.
Nei giorni successivi Napoleone va a vedere, non visto, il recupero del proprio corpo nel fiume, i parenti in lacrime, gli amici che commemorano e brindano al defunto, la funzione religiosa.
Napoleone si siede al tavolo, invisibile, tra la vedova inconsolabile e l’amico del morto desideroso di consolarla.
Qui viene fuori la comicità involontaria, che mi fa ridacchiare di gusto, forse troppo rumorosamente (mi scuso), contro le intenzioni del regista. Se fosse seduto nella poltrona accanto alla mia s’incazzerebbe, ma dovrebbe incazzarsi con se stesso.
Napoleone – il personaggio interpretato da Valerio Mastandrea – oltre ad avere un nome altisonante, quando era in vita aveva un lavoro poco comune: faceva il motivatore.
È l’unico di cui non si conoscono i motivi che lo hanno spinto al suicidio.
La moglie gli vuole bene, nel lavoro ha successo. Chissà che cosa gli manca!
Forse ha la sensazione, non lontana dalla realtà, di partecipare a una truffa organizzata e si uccide perché sopraffatto dal senso di inutilità del suo lavoro.
Nella sala dell’albergo dove gli ospiti si riuniscono insieme al personaggio misterioso ci sono molti televisori sui quali ciascuno può rivedere episodi della sua vita (i televisori anche dopo morti. Che palle!).
Si vede Napoleone impegnato nel lavoro di motivatore rivolgersi a un vasto pubblico che ha pagato per essere presente. Con la sua chiacchiera suadente conquista l’attenzione di tutti, fino a indurre un giovane a cantare Alleluja di Leonard Cohen.
Sembra un intervento spontaneo, determinato dalla capacità di Napoleone di convincere la gente che paga per essere motivata.
Verso la fine vediamo lo stesso giovane cantare per strada. La scena era una montatura per spillare soldi agli ingenui.
Nel primo incontro organizzato dall’azienda dopo il suicidio, condotto da un collega di Napoleone, la vedova, seduta tra il pubblico, si alza per dire che quell’attività è un imbroglio.
È strano che non la blocchino e che lei continui a manifestare amicizia nei confronti del collega del marito defunto che spera di sostituirlo nel suo cuore e nel suo letto. La donna disprezza quell’ambiente, eppure continua a frequentare il collega impegnato a nascondere l’imbroglio.
Napoleone è convinto di voler confermare il suicidio, nonostante abbia appreso, spiando le conversazioni tra la moglie e l’amico, che la donna è incinta; la scoperta dovrebbe dargli il desiderio di tornare in vita per conoscere suo figlio, invece si butta sui binari mentre arriva il treno della metropolitana (la prima volta ha scelto il fiume).
Il suo gesto non ha conseguenze: è la regola ricordata dal personaggio misterioso (nella trama scombussolata mancavano solo i suicidi a ripetizione per complicare le cose).
Alla fine Napoleone è l’unico dei quattro a confermare il suicidio.
Lo ritroviamo, dopo la scelta, mentre svolge il lavoro del personaggio misterioso: una ragazza sta per buttarsi nel fiume e lui, tranquillo, è pronto a entrare in azione.
Forse è stato lo stesso Servillo a raccomandarlo alla ASL: «Si scoccia a tornare indietro. Non mi è riuscito convincerlo. È bravo e ha esperienza come motivatore. Assumetelo!».
Naturalmente questa ricostruzione e la ASL sono mie immaginazioni, nelle quali mi perdo quando un film mi annoia.
Del personaggio misterioso non conosciamo il nome; la ragazza che, per buona parte del film, si muove su una sedia a rotelle si riferisce a lui chiamandolo “coso”. Tutti hanno il dubbio: sarà un angelo? Evidentemente hanno visto il capolavoro di Frank Capra o il regista vuole inserire una citazione.
Non è un angelo; è uno di quelli che hanno confermato il suicidio e sono utilizzati in questa attività (È una condanna? Meglio i rami secchi della selva di Dante!).
Tecnicamente i suicidi sono tre, non quattro; il quarto è Daniele, un ragazzo che ha cercato di ammazzarsi in un modo curioso: ha mangiato un numero enorme di paste, pur soffrendo di diabete, e ha finto di dimenticare l’iniezione di insulina.
Il padre lo sfrutta su youtube per aumentare i like con video nei quali il ragazzo mangia paste con soddisfazione («Tanto», dice, «prende l’insulina»). Il medico che cerca di salvare il ragazzo non denuncia l’uomo, come dovrebbe, dopo la sua candida ammissione.
Oltre a denunciarlo, quando dice: «Tanto, prende l’insulina» dovrebbe fargli fare il giro dell’ospedale a calci nel sedere.
Il ragazzo non è ancora morto; deve decidere se confermare la scelta o risvegliarsi sano, dopo avere buttato le paste (chi non sopporta la rivelazione dei dettagli della trama, il cosiddetto spoiler, a cui non do peso, farà bene a non leggere i miei commenti).
Alla fine il ragazzo butterà le paste; nella giornata della gita al mare “coso” gli fa mangiare un abbondante piatto di spaghetti allo scoglio. Non ha bisogno dell’insulina perché la sua anima va in gita, mentre il corpo giace in un letto d’ospedale, sottoposto alle cure dei medici, in attesa della sua scelta per decidere se riprendersi. Qua si mescolano tentativo di suicidio e cure mediche (pare sia l’anima a decidere se si guarisce).
Daniele mangia gli spaghetti e fa il bagno in pieno inverno, nell’unica parentesi di tempo buono in una Roma in cui piove in continuazione, piove come Dio (o il regista) comanda, e tutti si inzuppano, in particolare Napoleone.
La pioggia è così abbondante e continua che deve avere un significato che mi sfugge. Forse significa: se decidete di suicidarvi, tenete pronto un ombrello. Potrebbe servire.
La cosa più strana di tutte avviene alla fine.
I tre che hanno deciso di tornare alla vita (indietro di una settimana) alla fine fanno amicizia (così ho capito, nonostante le frequenti distrazioni).
Immagino le conversazioni quando si rivedono: «Ti ricordi quando eravamo morti? Che risate!», «Hai visto più coso, l’innominato?», «No, il suo posto l’ha preso Napoleone; è bravo; l’innominato si è trasferito in un’altra ASL», «Se lo vedi salutamelo e ringrazialo ancora a nome mio per il miracolo della carrozzina. Lo considero un santo: “San Coso”».
Già: la ragazza ex atleta, che si era suicidata perché costretta su una carrozzina, scopre, alla fine, di poter camminare e di riuscire a fare esercizi difficilissimi di ginnastica artistica su un parapetto pericoloso.
Un attimo prima si muove su una carrozzina, un attimo dopo fa gli esercizi.
È ovvio che consideri “coso” un santo.
Mi torna in mente l’eleganza del film di Frank Capra, l’eleganza del personaggio Clarence, “l’angelo di seconda classe” che salva James Stewart.
Ci rendiamo conto di quanti passi indietro abbia fatto l’arte cinematografica in pochi decenni?
Pare si sia persa la capacità di raccontare una favola.
Quante favole ci hanno raccontato al cinema!
Credevamo alle cose più assurde in quell’ora e mezza; il regista le sapeva raccontare con ironia, con umorismo, con poesia, facendoci emozionare e, talvolta, commuovere.
Importante non è la verosimiglianza della trama; è importante l’assenza di contraddizioni interne.
I bambini ci fanno mille obiezioni se cominciamo a contraddirci quando raccontiamo le favole. Capiscono se non crediamo alla verità profonda del racconto.
Possibile che molti registi riescano solo a imbastire una trama deprimente, incoerente, che non regge da nessun punto di vista? Peggio mi sento se mi dicono che è tratta da un libro.

