
2 settembre 2023 h 17.10
Cinema Adriano Firenze – via Giandomenico Romagnosi, 46
Film brutti (per me). Sono i film che non mi sono piaciuti
// Dall’alto di una fredda torre // The Fall Guy // Civil War // Enea // Chi segna vince // Un uomo felice // La guerra del Tiburtino III // Mi fanno male i capelli // Felicità // L’ordine del tempo // Educazione Fisica // Il primo giorno della mia vita // Vicini di casa // War La guerra desiderata // Dune // Domani è un altro giorno // Dead in a week // Una vita spericolata // Doppio amore [L’amant double] // Sono tornato //
“L’ordine del tempo”, regia di Liliana Cavani. Reperibile su RaiPlay.
Si può criticare l’ultimo film di un’importante regista? Liliana Cavani è apprezzata da tutti, premiata nel 2023 col Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia.
I suoi capolavori assoluti, secondo me, sono due: “Il portiere di notte” (1974) e “Francesco” (1989).
È possibile ricavare un film da un saggio di Fisica scritto da uno scienziato divulgatore?
È possibile.
Gli autori dei buoni film di fantascienza e distopici costruiscono una trama che contiene o allude ai concetti scientifici dai quali hanno preso spunto (un’ipotesi non verificata, un’idea di ciò che potrebbe accadere se …). Gli spettatori assorbono i concetti quasi senza accorgersene.
Esempio: Il pianeta delle scimmie (1968), dal romanzo di Pierre Boule, regia di Franklin J. Schaffner, interprete principale: Charlton Heston.
Mi piacque a tal punto (ero adolescente) da spingermi a tornare sulle sedie di legno del vecchio cinema Moderno di Giugliano per godermi i passaggi chiave e la capacità del regista di rendere plausibili situazioni e personaggi improbabili. È tutta qui la magia del cinema: convincerti a credere, mentre sei di fronte allo schermo, alle cose più assurde.
Per evitare di guastarmi il ricordo non volli vedere i vari seguiti e il remake di Tim Burton. Troppo perfetto il primo e, per me, unico pianeta delle scimmie.
So che nessuno sarà d’accordo, ma lo considero alla pari del celebrato “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick.
È basato sulla dilatazione del tempo in un sistema in moto rettilineo uniforme rispetto a un altro di riferimento con velocità relativa prossima alla velocità della luce (c = 300.000 km al secondo). Per dire: a questa velocità impiegherei un millesimo di secondo per portarmi da Firenze a Roma. Molto meno di un battito di ciglia. La luce impiega un po’ più di otto minuti per percorrere la distanza che separa il Sole dal pianeta Terra. Ciò vuol dire che all’alba vediamo il Sole con otto minuti di ritardo rispetto a quando è apparso all’orizzonte, al tramonto continuiamo a vederlo per otto minuti, anche quando dalla nostra posizione non è più visibile.
La velocità della luce è solo delle onde elettromagnetiche: la massa non può raggiungerla; in una formula della Teoria della relatività, dando alla velocità il valore di “c”, la massa risulta uguale a zero.
Se la velocità è vicina a “c”, si verifica la dilatazione del tempo: il tempo scorre più lentamente sull’astronave che sulla Terra; paradosso dei gemelli: se uno viaggia con l’astronave e l’altro rimane sulla Terra, dopo un po’ non hanno più la stessa età.
È sempre il nostro caro Albert Einstein a dirigere l’orchestra dall’alto della sua intelligenza naturale, della sua testona piena di capelli arruffati, del fascino dello scienziato che dialoga con Dio e gli spiega la Teoria della relatività «Ora ti spiego come funziona la tua creazione, il giocattolo che hai acceso nell’universo».
La trama: tre astronauti viaggiano nello spazio a una velocità prossima a “c”. Mentre sulla Terra sono trascorsi milioni di anni, sull’astronave è passato poco tempo. Raggiungono un pianeta sconosciuto dove gli uomini sono ridotti allo stato selvaggio e le scimmie si sono evolute e sono divenute la specie dominante. Il capitano Taylor, in un finale a sorpresa, scoprirà di essere giunto sulla Terra.
«Sono a casa!» grida vedendo affiorare dalla sabbia la statua della Libertà: «Maledetti! Maledetti!» aggiunge disperato. Ha capito che l’uomo ha fatto regredire la propria specie allo stato selvaggio.
Anche chi non ha le basi scientifiche per capire la Teoria della relatività segue una trama ricca di colpi di scena, costruita per catturare lo spettatore; Pierre Boule è partito da una teoria scientifica ed è arrivato alla Letteratura; Franklin J. Schaffner è partito da un bel libro di fantascienza ed è arrivato al Cinema. Al Cinema, non, come nell’ultimo film della Cavani, alle chiacchiere di un gruppo di amici in una villa sul mare. Gli amici raccolti a discutere della prossima fine del mondo sono: uno scienziato, una scienziata, una giornalista, un medico, un’avvocata, uno psicanalista, un marpione della finanza.
Secondo esempio di un buon film, più recente del Pianeta delle scimmie, su base scientifica: Everything everywhere all at once (2022), regia dei Daniels.
È basato su ipotesi e deduzioni che si possono trarre dalla Meccanica quantistica. I concetti difficili di Fisica entrano con leggerezza nella trama.
Altri esempi: Lightyear: la vera storia di Buzz e Penguin Higway – due bei film di animazione.
Non basta mettere un fisico meditabondo dentro una trama noiosa o inserire battute tipo «il tempo non esiste», «il tempo si dilata», «lo spazio si curva». Non basta immaginare che un asteroide minacci di colpire il pianeta Terra a grande velocità, come avvenne sessanta milioni di anni fa, col rischio di provocare l’estinzione dell’homo sapiens (l’altra volta toccò ai dinosauri).
Questo malaugurato evento potrebbe capitare, ma il pericolo non è dovuto alla dilatazione del tempo dell’asteroide rispetto al tempo sulla Terra (credo di avere capito che in sostanza dicono: non possiamo deviarlo perché il suo tempo è diverso dal nostro; non ne sono certo perché mi sono distratto e forse anche a tratti assopito).
Il problema, se arriva un asteroide, è l’impatto meccanico e lo sconvolgimento che determina: disastro assicurato.
Che si può dire dei personaggi del film? Passa la voglia di parlarne e dispiace l’impiego di bravi attori per interpretarli.
Il fisico corre in macchina per andare a fare i calcoli (ma dove va?). Cambia idea perché tra gli amici che festeggiano il compleanno della padrona di casa c’è la sua vecchia amante che ha sposato un marpione della finanza.
Da quel momento il fisico dimentica i calcoli e l’impegno urgente verso il quale correva: tira più un pelo di … che un asteroide diretto verso la Terra.
L’esperto di finanza (praticamente un ladro) dice le uniche due battute sensate del film: 1) «Se i mercati non crollano vuol dire che i potenti sanno che la fine del mondo è poco probabile»; 2) «Sono uno stronzo» … ben detto!
La padrona di casa sente il bisogno di rivelare, nel giorno del suo compleanno, un forte e antico legame omosessuale: «Per lei morirei, non per mio marito».
A Roma si direbbe: chi se ne frega non ce lo metti?
Il marito, un leggero (fino all’inconsistenza) Alessandro Gassmann, salta come una farfalla dall’uno all’altro strizzando gli occhi e ripetendo banalità.
In una situazione drammatica per gli abitanti della Terra non accendono il televisore per vedere il telegiornale, non vanno su internet perché hanno una fonte di notizie di prima mano: il fisico. La giornalista del Guardian (una delle ospiti) insiste con la redazione per dare le non notizie apprese dal fisico, il quale sente il bisogno di informarsi per telefono dai parenti della cameriera peruviana; chiede: «Dove ha sentito queste cose?». In Perù le hanno sentite alla radio. Ne sa più la radio peruviana di lui. C’è da chiedersi per quale motivo fosse così indaffarato all’inizio e quali calcoli dovesse fare.
La fine del mondo diventa un gioco di società, un ballo di gruppo accompagnato da una canzone di Leonard Cohen: lancio dei cuscini, torta, giro di marijuana sottratta alla figlia adolescente. I genitori non si chiedono: da chi l’ha comprata? In quale giro di possibili ricatti si sta inserendo?
Il personaggio più serio è la cameriera peruviana: comincia piangendo (è la più informata di tutti), contrasta l’aumento del disordine di cui i signori non si curano, serve l’insalatina estiva, il dolce, il caffè; è sempre a disposizione per pulire dove i signori sporcano. Alla fine decide di partire per il Perù (gli sfruttatori benpensanti non le hanno consentito per tanti anni di vedere il figlio).
Mi sono chiesto in che modo il film di Liliana Cavani sia collegato al saggio che lo ha ispirato; ho comprato il libro di Carlo Rovelli in formato ebook (non avevo tempo di andare in libreria). Lo sto leggendo. Mi sembra che tra il saggio e il film ci sia un unico collegamento: il titolo.
La domanda più interessante che ho trovato all’inizio del libro è la seguente: perché ricordiamo il passato e non il futuro?
Su questa domanda si potrebbe costruire la trama di un film.
In un futuro distopico nella mente umana si è verificata l’inversione dei ricordi. Gli uomini ricordano il futuro e scoprono ogni momento un po’ del passato, che si disvela gradualmente, correggendo le “certezze” su ciò che è accaduto. Hanno dietro di sé il vuoto, che, riempiendosi a fatica, consente di spiegarsi ciò che inesorabilmente accadrà. Per cambiare il destino, che conoscono perfettamente, devono agire sul passato, che conoscono solo in parte. Solo quando dormono, in sogno, possono entrare nel passato e modificarlo. Lavorando su quest’idea si potrebbe fare un film di fantascienza. Ma poche chiacchiere, molta azione, colpi di scena, suspense. Insomma: cinema.
