16 gennaio 2024 h 17.20
Cinema Fiamma Firenze – via Antonio Pacinotti, 13

Altro film del regista: // JOJO RABBIT //

Film brutti. Decisamente brutti
// Enea // Chi segna vince // La guerra del Tiburtino III // Mi fanno male i capelli // Felicità // L’ordine del tempo // Educazione Fisica // Un uomo felice // Il primo giorno della mia vita // Vicini di casa // War La guerra desiderata // La figlia oscura (nei commenti brevi) // Dune // Domani è un altro giorno // Dead in a week // Una vita spericolata // Doppio amore [L’amant double] // Sono tornato //

JOJO RABBIT è uno dei film più belli e intelligenti del 2019.
Taika Waititi è regista del film e stralunato interprete di un Hitler mitizzato da un bambino cresciuto in Germania in epoca nazista.
Ci voleva un autore di origine neozelandese per mostrare in modo paradossale, mescolando con intelligenza tragedia e umorismo, le conseguenze del nazismo sulle coscienze dei più fragili e indifesi.

Sono andato al Fiamma (Firenze) a vedere Chi segna vince, nonostante il titolo e il trailer fossero abbastanza respingenti.
Ho pensato all’umorismo fine di Taika Waititi (in JOJO RABBIT); l’umorismo è una qualità che mi attrae molto nei film, nei libri e nella vita.
In Chi segna vince ho trovato solo noia. È peggio che brutto: è mediocre.
Anche la parte del prete baffuto che il regista attore si è riservata nel film mi è sembrata banale.
Che delusione Taika Waititi in questo film!

La storia vera da cui Chi segna vince prende spunto contiene due argomenti che avrebbero potuto suggerire situazioni interessanti: il contrasto tra lo spirito dilettantistico e il calcio milionario (passione contro denaro), l’inserimento dei transgender nelle squadre di calcio.
Lo sport più seguito nel nuovo mondo, dall’Atlantico al Pacifico, è il rugby nella versione classica e nella variante football americano.
La squadra campione del mondo è da anni il New Zealand All Blacks: ha fatto conoscere anche a chi non s’interessa di rugby la divertentissima (per chi è fuori del campo) Haka, la danza Maori.
Il calcio europeo, che da quelle parti si chiama soccer, non è molto praticato e seguito.
Nelle qualificazioni per il campionato mondiale di calcio del 2001 (che poi non si svolse) la nazionale delle Samoa americane fu battuta dalla squadra australiana per 31 a 0. Un’umiliazione.
Avvicinandosi le qualificazioni per il campionato mondiale del 2014, gli abitanti di quelle isole del Pacifico meridionale (territorio degli Stati Uniti amministrato da un governatore) volevano evitare di rifare la brutta figura. Volevano e non volevano (così sembra nel film) in quanto la loro concezione dello sport a volte rifiuta la competizione, a volte la comprende (sempre dal film).
In generale, secondo i momenti si vedono atteggiamenti opposti: sono un po’ americani orgogliosi del consumismo, un po’ portatori di una cultura antica che disprezza l’accumulo dei beni. Sono popolazioni scisse; verrebbe da dire: schizofreniche.
Se il regista avesse accentuato questa chiave, avrebbe ritrovato l’umorismo fine dell’altro film e suscitato l’interesse dei pochi spettatori.
Comunque: tra battute che non fanno ridere, i dirigenti della federazione calcistica americana pensano di inviare nelle Samoa un allenatore professionista, Thomas Rongen, che ha sommato numerose squalifiche per le frequenti intemperanze in campo e fuori del campo. È una specie di punizione: se vuole restare nel mondo del calcio, l’allenatore deve accettare la trasferta nelle isole orientali dell’arcipelago delle Samoa (le isole occidentali sono stato indipendente). Bella punizione, vero? Molti di noi apprezzerebbero essere puniti con una trasferta nelle Samoa. L’allenatore all’inizio non gradisce: è troppo legato alle sue abitudini.
C’è un’evidente concezione coloniale dei dirigenti della federazione americana nei confronti degli indigeni; li trattano con sufficienza. Sembra che nulla sia cambiato dal 1700, 1800, quando gli europei scoprirono e poi sfruttarono quelle isole. Lo stesso atteggiamento fastidioso, per buona parte del film, ha l’allenatore intemperante.
Andiamo alla fine: la squadra, allenata un po’ meglio (nel film solo qualche esercizio fisico in più, nessuna tecnica di gioco insegnata), nel 2011, partecipando alle prime selezioni, riuscì a vincere due partite e, quando perdette, riuscì a contenere il numero dei goal subiti. Naturalmente non si qualificò, però si spostò dall’ultima posizione.
Questa è la storia raccontata in un documentario del 2014 (registi Mike Brett e Steve Jamison) e nel film di Taika Waititi. Mi sono divertito solo con la Haka, offerta dalla ditta in più occasioni.
Nonostante l’impegno degli attori, tra i quali Michael Fassbender, il film mi ha dato un’impressione di falsità: personaggi troppo caricati e sentimenti ai quali era difficile credere, nonostante fosse una specie di docufilm. Anche la voce dei doppiatori mi è risultata fastidiosa. Credo sia più interessante il documentario che racconta la stessa vicenda, ma purtroppo non ho potuto vederlo.

Da noi il calcio è diventato un grande affare intorno al quale ruotano milioni di euro. Una volta le squadre erano il giocattolo su cui i grandi imprenditori buttavano i soldi guadagnati con altre attività. Poi si cominciò a sfruttare il tifo degli ingenui come supporto per le campagne elettorali. Ora il calcio è diventato un’attività finanziaria come le altre; i proprietari delle squadre sono in gran parte sconosciuti. I tifosi fanno sacrifici per comprare il biglietto, dormono in pullman, passano due giorni a Parigi, tre giorni a Londra e vedono solo lo stadio; gli “ultras” non guardano le partite perché vogliono solo avere l’occasione per picchiare o farsi picchiare, urlare slogan, sentirsi parte di un gruppo, annullarsi nel gruppo. Così succede che tranquilli operai diventano assassini (ci hanno negato un goal, hanno comprato la partita, hanno picchiato uno dei nostri, eccetera). A Napoli l’anno scorso gli intellettuali non hanno perso l’occasione per mostrarsi parte del popolo dei bassi (nelle loro splendide case). Gli azionisti cinesi, coreani, americani, arabi o italiani pensano solo ai dividendi, a trasformare le vittorie in denaro.

Nelle Samoa americane il calcio non era un business e non serviva a sfruttare sogni e meccanismi di identificazione. Si giocava solo per divertirsi.