6 novembre 2023 h 17.30
Cinema Odeon Pisa – piazza San Paolo all’Orto

Film brutti. Decisamente brutti
// The Fall Guy // Civil War // Enea // Chi segna vince // Un uomo felice // La guerra del Tiburtino III // Mi fanno male i capelli // Felicità // L’ordine del tempo // Educazione Fisica // Il primo giorno della mia vita // Vicini di casa // War La guerra desiderata // La figlia oscura (nei commenti brevi) // Dune // Domani è un altro giorno // Dead in a week // Una vita spericolata // Doppio amore [L’amant double] // Sono tornato //

Invasione degli ultracorpi in un quartiere periferico di Roma.
È un film di fantascienza?
No.
Nei film di fantascienza la scienza immaginaria (o solo basata su ipotesi non dimostrate) è presa molto sul serio: il regista, gli attori e gli spettatori ci devono credere per tutta la durata del film.
In La guerra del Tiburtino III, regia di Luna Gualano, neanche i lumaconi extraterrestri credono a se stessi.
L’idea iniziale viene sviluppata solo in parte, senza preoccuparsi di mantenere un minimo di consequenzialità nello svolgimento della trama e di coerenza nel portarla fino in fondo.
Non si capisce se gli alieni sono una banda di ridicoli perditempo o di feroci aspiranti conquistatori del mondo. Bloccano le entrate nel territorio con i frigoriferi, i tavoli e le sedie, ma poi una ragazzina influencer web blogger riesce a passare con una scusa qualsiasi. Non si capisce perché proprio il padre di Pinna sia il capo, forse per l’operazione disgustosa che gli riesce ogni tanto dalla bocca, o perché non sopportava la sua famiglia e l’odore del prodotto per le unghie già prima di essere “invaso”. Questi lumaconi fanno sul serio o sono solo una trovata (poco) divertente?

Potrebbe essere una commedia nera, ma c’è solo un accenno di umorismo, qualche battuta. Non c’è il distacco elegante che da sempre si definisce “umorismo inglese”.
Il film non si può incasellare in un genere specifico; per alcuni film è un pregio, per altri un difetto. Dipende.
The dead don’t die (2019), di Jim Jarmusch, è un po’ horror, un po’ black comedy; non rientra in uno schema ma ha coerenza interna.
Tito e gli alieni (2018), di Paola Randi, è fantascienza e commedia all’italiana.
Va benissimo rompere gli schemi, seguire una propria strada. Ma una strada ci deve essere.

Un meteorite sconvolge la vita di un quartiere periferico di Roma. Viene trovato dal padre di Pinna mentre porta a spasso il cane.
Nel quartiere tutti hanno un soprannome. Pinna, un piccolo spacciatore, è chiamato così perché detentore di un naso alla Cyrano de Bergerac.
Il padre di Pinna è nervoso, insoddisfatto; la moglie “fa le unghie” in casa alle clienti e lui non sopporta l’odore dei prodotti che utilizza.
Il meteorite, deposto nella stanza da letto, di notte si apre. Ne esce fuori un lumacone che si dirige verso il volto del padre di Pinna dormiente e penetra in una narice.
Il giorno dopo veniamo a sapere che l’uomo è stato visto arringare una piccola folla con discorsi populisti di destra.
Il mistero è presto svelato, niente suspense: i lumaconi sono extraterrestri che, penetrando in una narice di un uomo o di una donna, prendono possesso del suo corpo.
In sostanza i lumaconi assumono il corpo del posseduto finché si trovano in una sua narice, chiamano guscio il corpo della persona che hanno invaso. I lumaconi considerano brutto il corpo umano. Dal che il detto: «Ogni lumacone è bello per la mamma sua».

Sguardo fisso, voce robotica, gli alieni sniffano le pile e fanno discorsi sul degrado dell’ambiente di periferia e contro gli extracomunitari (più extracomunitari di loro!); si adunano minacciosi, guidati dal padre di Pinna, diventato “regina”, cioè produttore di lumaconi.
Dalla sua bocca escono, con un’operazione particolarmente schifosa, i nidi dei lumaconi che vengono introdotti nel naso degli uomini catturati dai compagni. Nessuno starnutisce.
Il processo di trasformazione è reversibile: un solvente per lo smalto in confezione spray trasforma i lumaconi in una poltiglia schifosa che cola dal naso dell’invaso. L’ex invaso torna com’era prima, con la barba sporca di muco (Pannofino), solo un po’ stordito: «Che è successo?».

Gli extraterrestri travestiti da umani sono intenzionati a conquistare la Terra partendo da Tiburtino III. Forse hanno sbagliato il posto da cui partire, considerando che a Roma tutto si rallenta. Infatti restano chiusi nel quartiere e non vanno alla conquista del raccordo anulare. Il capo non ha progetti, non organizza le truppe, si limita a far uscire dalla bocca quelle schifezze rivoltanti.
Il film avrebbe potuto prendere il verso comico. Invece no. Dopo una serie di trovate inconcludenti, con l’antidoto a portata di mano, anzi di unghie rifatte, tutto si risolve con una scazzottatura di altri tempi e gli abitanti del quartiere possono tornare a vivere infelici e scontenti e a dedicarsi ai loro lavoretti e ai loro scambi commerciali, tipo: «Se mi dai un euro ti canto una canzone di Celentano».

Evidentemente i lumaconi, in una storia che dopo cinque minuti dall’inizio perde ogni interesse, sono una scusa per parlare di altro, nascondono un messaggio, sono simbolo di qualcosa.
La regista ha un messaggio che dona generosamente a me e all’altro spettatore (in tutto eravamo in due) nella sala Kinzica del cinema Odeon di Pisa.
Per dovere di cronaca riferisco che alla fine del film l’altro spettatore, con accento meridionale, si è espresso nel modo seguente, tecnicamente ineccepibile: «A me mi pare una stronzata». Nella sala semivuota, mentre scorrevano i titoli di coda, ho condiviso questo giudizio sintetico, cercando di deviarlo su una componente del film: «Anche a me la trama è sembrata una stronzata». Alcune parti, solo per merito degli attori, secondo me si possono salvare. L’altro spettatore non credo fosse d’accordo perché, giustamente incazzato, si è diretto verso l’uscita senza aggiungere altro.